Dalle tracce invisibili alla prova dattiloscopica: rivelazione e repertamento delle impronte latenti
Pubblicato da ISF Magazine in Articoli · Venerdì 07 Ago 2026 · 5 minuti
Tags: repertamento, impronte, digitali, polveri
Tags: repertamento, impronte, digitali, polveri
Autore: Arianna BEGHI
Tirocinante Criminalista
ISF Divisione Investigazioni Scientifiche
Tel. 02.3672.3678
Email: dis@scienzeforensi.net
"Ogni contatto lascia una traccia". Il celebre principio di scambio formulato da Edmond Locard rappresenta il fondamento dell’investigazione scientifica: chiunque compia un’azione sulla scena del crimine interagisce con l’ambiente, trasferendo materiale o prelevandone una parte.
Sulla scena del crimine, la quasi totalità delle evidenze dattiloscopiche si presenta sotto forma di impronte latenti, ovvero tracce non visibili a occhio nudo lasciate dal contatto delle creste papillari con una superficie.
Rivelare e repertare queste prove senza comprometterne le minuzie strutturali richiede una rigida comprensione della chimica dell'esudato, della fisica dell'adesione e delle corrette tecniche operative di laboratorio e di sopralluogo.
1. Chimica della matrice latente e meccanismo di adesione
Contrariamente a una diffusa semplificazione, le polveri dattiloscopiche tradizionali e magnetiche non reagiscono chimicamente con il supporto o con la traccia. Il loro funzionamento si basa esclusivamente su un principio di adesione fisica e meccanica.
La matrice che costituisce l'impronta latente deriva dalla miscela di secrezioni prodotte dalle ghiandole della cute:
- la secrezione eccrina, composta prevalentemente da acqua (oltre il 98%), sali minerali (NaCl), amminoacidi e proteine idrosolubili;
- la secrezione sebacea ed apocrina, ricca di composti lipofili fra cui acidi grassi liberi, trigliceridi, squalene, esteri di colesterolo e lipidi complessi.
Le polveri garantiscono infatti le massime prestazioni su tracce fresche e su superfici lisce e non porose, come ad esempio vetro, metalli verniciati, ceramica e plastica rigida.
2. Classificazione delle polveri dattiloscopiche e criteri di selezione
La scelta della tipologia di polvere da utilizzare risponde all'esigenza primaria di massimizzare il contrasto cromatico e su come la superficie e la polvere interagiscono con la luce incidente rispetto al fondo del supporto, minimizzando i rischi di danneggiamento meccanico da sfregamento.
Vi sono diverse tipologie di polveri dattiloscopiche, che si differenziano sia sulla loro componente chimica che dal punto di vista colorimetrico.
- Polveri nere: formulate a base di carbone vegetale o ossido ferrico, applicate su superfici lisce, chiare e non porose, come vetro chiaro, ceramica bianca o metallo lucido.
- Polveri argentate o chiare: composte da polveri fini di alluminio o zinco, vengono impiegate per generare contrasto su superfici scure, specchi o vetri scuri.
- Polveri bicromatiche: costituite da una miscela bilanciata di alluminio e carbone, sono ideali su superfici eterogenee o sfondi sfumati, poiché offrono un contrasto efficace sia su zone chiare che su zone scure.
- Polveri fluorescenti: formulate con pigmenti organici sensibili alle sorgenti luminose UV, risultano fondamentali su sfondi multicolore o con trame complesse dove il contrasto cromatico naturale non risulterebbe sufficiente.
- Polveri magnetiche: Composte da particelle ferromagnetiche e ossidi di ferro, sono concepite per superfici non porose delicate come materiali plastici, carta o per l'esaltazione di tracce fresche.
2.1. Vantaggi della polvere magnetica
Applicata tramite un applicatore magnetico (che crea un "pennello" soffice composto dalle stesse particelle di ferro), questa tecnica elimina il contatto fisico delle setole rigide con il reperto. È la soluzione ideale quando si opera su superfici estremamente delicate dove il rischio di sfregamento meccanico distruggerebbe le minuzie papillari.
3. Metodi di applicazione
L'esaltazione dell'impronta richiede metodicità ed un tocco delicato. Un'eccessiva quantità di polvere o un movimento errato dell'operatore rischierebbero di rovinare le minuzie (punti caratteristici come terminazioni e biforcazioni), rendendo l'impronta inutilizzabile ai fini identificativi.
Come primo passaggio, si intinge delicatamente la punta del pennello nel barattolo e si scarica l'eccesso con colpetti leggeri sul bordo del contenitore.
Per i pennelli morbidi composti con setole di piume di marabù, fibra di vetro e a punta tonda si procede con movimenti leggeri e circolari, assecondando l'andamento delle creste papillari.
Per i pennelli rigidi composti da fibre sintetiche a punta dritta, si opera preferibilmente con movimenti longitudinali coordinati.
Non appena la traccia emerge con sufficiente nitidezza, l'applicazione va immediatamente sospesa per evitare saturazioni indesiderate.
È importante ricordare che prima di effettuare qualsiasi operazione di asportazione o contatto fisico per il repertamento, l'impronta evidenziata deve obbligatoriamente essere fotografata in scala 1:1. Lo scatto va eseguito con asse ottico perpendicolare, illuminazione radente e affiancando una scala metrica di riferimento, con codice identificativo della traccia.
4. Asportazione, trasferimento e sigillatura del reperto
Una volta documentata fotograficamente, l'impronta deve essere asportata mediante supporti adesivi specifici.
Il gel lifter è un supporto paragommato costituito da fogli flessibili caratterizzati da uno strato di gelatina gommosa ad alta viscosità, ma con moderata adesività residua. Si adattano perfettamente a superfici curve, sagomate, irregolari o porose (come il cartone).
Il foglio di gel lifter viene adagiato delicatamente a partire da un bordo, con una pressione uniforme verso l'esterno. Questa tecnica garantisce l'espulsione totale delle bolle d'aria. La matrice gommosa ingloba le particelle di polvere mantenendo inalterati i dettagli micrometrici senza provocare lo sgranamento delle minuzie.
Il gel lifter viene poi sollevato con un gesto fluido e continuo, per essere immediatamente protetto mediante l'applicazione di una pellicola trasparente di copertura, garantendo la sigillatura ermetica del reperto destinato all'archivio o alle successive comparazioni in laboratorio.
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