Garlasco: perché la famiglia Poggi rifiuta l’idea che possa essere stato Sempio?
Pubblicato da ISF Magazine in Articoli · Martedì 12 Mag 2026 · 7:15
Tags: Poggi, Sempio, RevisioneProcesso, NuoveIndagini
Tags: Poggi, Sempio, RevisioneProcesso, NuoveIndagini
Autore dell'articolo: prof. Massimo BLANCO
Esperto tecnico forense
Dottore di Ricerca (PhD) in Criminologia e Neuroscienze applicate, dottore in Ingegneria industriale gestionale
Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi
Nelle aule giudiziarie, dove il diritto dovrebbe regnare sovrano e la ricerca della verità rappresentare l’ultimo faro di ogni azione, esiste un momento in cui la realtà si capovolge. È il momento in cui la ricerca della verità smette improvvisamente di essere un obiettivo comune e si trasforma in un campo di battaglia “al contrario”. Succede quando, nel bel mezzo di una nuova fase investigativa o di una revisione processuale, i nuovi inquirenti o gli avvocati e i consulenti della difesa di chi è già in carcere puntano con forza verso un nuovo sospettato poco o mai considerato in precedenza.
In quel preciso istante, ci si aspetterebbe che la famiglia della vittima accolga la notizia con un sospiro di sollievo, con la speranza che sia finalmente fatta giustizia. Invece, talvolta accade l’esatto opposto. I familiari della vittima si trasformano nei più feroci, implacabili e instancabili difensori della precedente sentenza di condanna. Si ergono a protezione di quel verdetto che il tempo e le nuove prove stanno mettendo in discussione. Perché una madre, un padre e un fratello dovrebbero preferire un innocente in cella piuttosto che dare la caccia al vero assassino della loro figlia e sorella? La risposta non si trova nella procedura penale, ma nei meandri della mente umana.
Per approfondire davvero cosa accada nella mente di una famiglia che si oppone alla revisione di un processo, dobbiamo abbandonare la fredda logica del diritto e addentrarci nei territori inesplorati della psicologia. In questo contesto, la verità cessa di essere un dato oggettivo o un reperto da analizzare, per diventare un fragile equilibrio emotivo che i familiari proteggono con le unghie e con i denti. Lo fanno per istinto, per evitare il collasso psichico totale.
La prima e più potente spinta emotiva di questa resistenza disperata è la dissonanza cognitiva. Quando una famiglia ha investito decenni di vita, fiumi di lacrime e battaglie legali logoranti per vedere condannato un soggetto specifico, la loro intera identità e il loro modo di sopravvivere al mondo dopo la tragedia si fondono indissolubilmente con quella convinzione. Accettare l’idea che la persona che hanno odiato per anni e su cui hanno scaricato tutta la loro legittima rabbia sia in realtà innocente, non è un semplice cambio d'opinione, ma una catastrofe emotiva. Significherebbe ammettere di aver perseguitato un innocente e, soprattutto, di aver lasciato il vero assassino libero di vivere la propria vita impunito e persino di osservarli nell'ombra mentre si accanivano sulla persona sbagliata.
Per evitare il peso insopportabile di questo senso di colpa retroattivo, la mente umana mette in atto dei filtri protettivi. Le nuove prove non vengono accolte come una rivelazione liberatoria, ma vengono immediatamente declassate, derubricate a errori di laboratorio, contaminazioni esterne o, peggio, manipolazioni della difesa o dei nuovi inquirenti. In pratica, la mente protegge la propria stabilità rifiutando la realtà che la circonda. A questo si lega il disperato bisogno di chiusura cognitiva. La condanna definitiva, nel lungo e tormentato percorso dell’elaborazione del lutto, funge da vero e proprio “farmaco”. È l'atto finale, il sigillo dello Stato che permette di smettere di farsi domande atroci e di iniziare faticosamente a raccogliere i cocci di un'esistenza devastata. Una revisione processuale agisce come un nuovo trauma, uno squarcio che rompe quell'equilibrio psichico precario che ha permesso a quelle persone di continuare a respirare nonostante un lutto insopportabile. La famiglia percepisce il nuovo sospettato non come una via verso la verità, ma come una minaccia mortale al proprio bisogno di pace. Tra una giustizia incerta, che obbligherebbe a ricominciare tutto da capo in un mondo che apparirebbe improvvisamente caotico e privo di senso, e una "verità di Stato" ormai consolidata e rassicurante, la psiche sceglie quasi sempre la seconda. L'idea che il sistema giudiziario non possa aver sbagliato in modo così grossolano è l'unica impalcatura che tiene insieme i pezzi del loro mondo. Inoltre, esiste una dinamica ancora più profonda e inquietante che riguarda l’oggetto dell’odio. Dopo anni di aule di tribunale, il condannato smette di essere un estraneo e diventa paradossalmente il legame vivente più forte con la vittima. L'odio verso di lui diventa l'unico modo per tenere vivo il ricordo della persona cara uccisa. In un corto circuito affettivo devastante, smettere di odiare il condannato perché scagionato da nuove prove viene vissuto inconsciamente come un tradimento verso la vittima stessa. È come se dire "Alberto Stasi è innocente" equivalesse ad ammettere di aver smesso di lottare per la propria figlia, di averla in qualche modo abbandonata.
Questa equazione tossica trasforma la famiglia in un alleato naturale e inamovibile dei magistrati, degli avvocati e dei consulenti che hanno ottenuto la prima condanna. Si crea una bolla di validazione sociale dove ogni dubbio viene rimosso per non restare soli davanti all'orrore del vuoto. La possibile revisione di un processo crea una “alleanza tattica” inquietante tra la famiglia della vittima, gli avvocati e i consulenti di parte civile e quei magistrati che devono difendere il proprio operato. Le rassicurazioni ricevute da queste figure autorevoli diventano una droga per la famiglia, che si sente protetta dalla "menzogna" della difesa di chi è in carcere e dei nuovi inquirenti, visti come dei predatori che vogliono strappare loro la poca pace conquistata.
Quando la revisione investigativa porta alla luce un nuovo dato scientifico o un nuovo testimone, le menti dei familiari non vedono un'opportunità, la luce della giustizia, ma un vero e proprio “sacrilegio”.
Nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi, l’emersione del profilo di un altro soggetto individuato sotto le unghie della vittima dai consulenti della difesa, non ha spinto la famiglia di quest’ultima a chiedere con forza una nuova caccia all'uomo. Al contrario, la reazione è stata di una chiusura totale e granitica. La famiglia Poggi, attraverso i propri legali, si è arroccata sulla sentenza definitiva contro Alberto Stasi. In questo scenario, il nuovo sospettato è stato trattato come un fastidio mediatico, un’interferenza creata ad arte per disturbare il riposo dei morti e la certezza dei vivi. La famiglia si è fatta custode di una "verità di Stato", preferendo la stabilità immobile della sentenza al caos rigeneratore di una nuova indagine.
È forse il caso più agghiacciante di come una parte offesa possa diventare paradossalmente lo scudo protettivo del vero colpevole, pur di non dover affrontare il fallimento della propria convinzione. Dobbiamo capire che la revisione di un processo, per la famiglia, è uno “stupro emotivo”. È il ritorno violento delle foto dell'autopsia sulle prime pagine, è l'obbligo di sedersi di nuovo in quell'aula gelida a guardare in faccia il dolore.
In conclusione, ci troviamo di fronte a una vera e propria “prigione della convinzione”. La famiglia della vittima non agisce per cattiveria, né per desiderio di vendetta contro un innocente, ma perché è rimasta intrappolata in una narrazione giudiziaria che le è stata messa addosso come una corazza necessaria per non morire di dolore. Il nuovo sospettato non rappresenta la giustizia, ma il carceriere che minaccia di squarciare quella corazza, lasciando i sopravvissuti nudi e indifesi davanti a un dolore che, improvvisamente, non ha più un volto su cui scaricarsi, non ha più un nome da maledire.
Il caso di Garlasco ci insegna con estrema crudeltà che il desiderio di vendetta e il bisogno di pace spesso sono i peggiori nemici della verità. Le famiglie che si schierano contro il nuovo sospettato sono persone a cui la giustizia ha venduto una certezza definitiva per aiutarle a sopravvivere e che, ora, non hanno più la forza psicologica di restituire alla storia quella certezza e ricominciare a cercare la verità in un passato che li ha già devastati oltre ogni limite.
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