Malati psichiatrici violenti e sicurezza: ecco perché il sistema non funziona
Pubblicato da ISF Magazine in Articoli · Venerdì 20 Feb 2026 · 5:45
Tags: malati, mentali, violenti, strada, sicurezza
Tags: malati, mentali, violenti, strada, sicurezza
Autore: prof. Massimo BLANCO
Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi
Le immagini che negli ultimi anni scorrono sui nostri schermi televisivi e sui social media sono di quelle che fanno accapponare la pelle e lasciano un senso di impotenza misto a incredulità: cittadini comuni che, mentre camminano per strada o sbrigano le loro faccende quotidiane, vengono aggrediti improvvisamente, brutalmente e senza alcun motivo apparente da soggetti che poi si scopre essere affetti da gravi disturbi mentali. Sono persone spesso già note alle autorità, già denunciate per fatti simili, quindi, ci si chiede per quale ragione non siano chiuse in carcere o in un manicomio.
Prima di entrare nel vivo dell’analisi tecnica, è impossibile non citare il caso drammatico di quella povera donna che, il 6 febbraio 2026, mentre era in bicicletta con il figlio di soli dieci anni, è stata colpita violentemente con un pugno da un giovane immigrato tunisino di ventidue anni. Parliamo di un soggetto che per lungo tempo ha terrorizzato l’intero quartiere di San Lorenzo, a Roma, e che solo ora, dopo un TSO, sembra aver attirato l’attenzione della Prefettura. La prima reazione istintiva di chiunque veda le sequenze del video è la rabbia pura, una rabbia che si traduce in domande legittime, ma cariche di frustrazione: perché quel pazzo è ancora libero di circolare? Perché nessuno lo ha rinchiuso? In questi momenti è facile e quasi naturale puntare il dito contro i giudici, che sembrano lasciare liberi soggetti pericolosi, o contro le forze di polizia, accusandole di non fare abbastanza per garantire la sicurezza pubblica. Tuttavia, in questo approfondimento voglio spiegarvi esattamente perché queste persone malate e violente sono ancora in giro a colpire passanti inermi, e voglio farlo andando oltre la questione dell'immigrazione irregolare che, pur essendo un tema cruciale, dato che chi delinque e commette azioni violente non dovrebbe restare nel nostro Paese a prescindere dalla patologia, rappresenta solo una parte di un problema enorme che riguarda anche moltissimi cittadini italiani. La causa di queste situazioni assurde non è l'incompetenza dei singoli, ma una vera e propria voragine normativa che parte da lontano, specificamente dalla legge 180 del 1978, la famosa “legge Basaglia”. Prima di allora esistevano i manicomi, luoghi dove il malato mentale spesso peggiorava invece di guarire, a causa di strutture fatiscenti e di un approccio che somigliava più alla detenzione carceraria che alla cura medica. L’intento della legge Basaglia era nobilissimo e poggiava su solide basi scientifiche. Infatti, la psichiatria aveva compreso da tempo che, per migliorare, il cervello di un malato di mente ha bisogno di relazionarsi con contesti sani e non di restare isolato con altri malati, magari in condizioni peggiori delle proprie. Purtroppo, però, come accade troppo spesso in Italia, si è passati da un'ottima intuizione a una pessima messa in pratica. Abbiamo chiuso progressivamente i manicomi e, nel 2015, abbiamo eliminato definitivamente anche gli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, che erano destinati proprio ai malati socialmente pericolosi. La realtà è che se il malato viene curato, se la terapia funziona e se esiste un supporto familiare e territoriale adeguato, il sistema regge; ma se il malato è aggressivo e pericoloso, venendo a mancare gli OPG, questi resta di fatto in strada con rischi enormi per sé e per gli altri. In sostanza, abbiamo tolto le sbarre, ma non abbiamo costruito una sorveglianza sanitaria efficace.
Molti pensano che la soluzione sia il TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, ma bisogna capire che si tratta di una misura d'emergenza che dura solo pochi giorni. Infatti, con il TSO il soggetto viene portato in ospedale, stabilizzato con i farmaci e, una volta passata la fase acuta, i sanitari sono obbligati per legge a dimetterlo. A quel punto si apre il baratro: chi controllerà che continui la terapia? Chi aiuterà le famiglie, spesso composte da anziani fragili che vivono un inferno quotidiano nel gestire figli in crisi psicotica? Oltretutto, molte volte i soggetti violenti con gravi disturbi mentali sono persone senza fissa dimora, i quali, dopo essere stati dimessi dall’ospedale, prima o poi tornano di nuovo in azione alla prima crisi psicotica.
Dal punto di vista giudiziario la situazione è ancora più complessa: se un soggetto viene arrestato per un reato violento, ma il perito del tribunale, dopo tutti gli accertamenti del caso, dichiara che era totalmente infermo di mente al momento del fatto, il giudice non può mandarlo in carcere, perché sarebbe illegale. Il magistrato dovrebbe allora disporre l’invio in una REMS, cioè una Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Le REMS hanno sostituito gli OPG, ma queste strutture sono pochissime e hanno liste d'attesa infinite. Basti pensare alla Lombardia, una regione di oltre dieci milioni di abitanti, che dispone di un solo polo REMS a Castiglione delle Stiviere con appena centosessanta posti totali. La “patata bollente”, quindi, passa sempre dal giudice al perito del tribunale, il quale deve cercare disperatamente una comunità di riabilitazione privata, ma queste strutture, pur essendo convenzionate, non sono attrezzate né obbligate ad accettare pazienti che non si possono gestire in sicurezza. In altri termini, se il malato è pericoloso, non attivano il servizio. Alla fine di questo percorso a ostacoli, quando non ci sono altre possibilità, la “palla” passa di nuovo al giudice, il quale non ha altra scelta se non applicare misure di sicurezza blande e che non possono garantire l’incolumità dei cittadini, come la libertà vigilata o l'obbligo di dimora. Non è colpa dei giudici, né delle Forze dell’Ordine, né dei servizi sociali o del perito del tribunale: è colpa di un sistema che da cinquant'anni risparmia sulla salute mentale.
Per concludere, non serve tornare al medioevo dei manicomi e dei manicomi giudiziari, ma serve che la politica faccia la sua parte istituendo strutture pubbliche sicure e garantendo che la cura sia obbligatoria e costante per chi rappresenta un pericolo, perché la situazione sta peggiorando e non si può più permettere che un malato violento sia libero di colpire chiunque per strada, danneggiare ciò che gli capita a tiro o, peggio, aggredire o rapire bambini.
Riproduzione riservata
