Perché l’analisi della telefonata di Stasi al 118 non ha basi scientifiche
Pubblicato da ISF Magazine in Articoli · Mercoledì 07 Gen 2026 · 14:30
Tags: analisi, telefonata, stasi, 118, scienza, psicologia, fbi
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Autore: prof. Massimo BLANCO
Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi
Esiste un metodo scientifico che consente di capire se una persona che telefona ai soccorsi per un omicidio sia colpevole o innocente?
Riprendo un argomento di cui ho già parlato in un video sui nostri canali social, ovvero la telefonata di Alberto Stasi al 118, chiarendo che il comportamento verbale e paraverbale di una persona che chiama i soccorsi è caratterizzato da una serie di variabili psicologiche che differiscono da soggetto a soggetto, come il carattere, la personalità, l’esperienza di vita, la capacità individuale di far fronte a situazioni critiche, il tipo di legame che il chiamante ha con la vittima e molto altro. Ho accennato anche a un sistema di analisi delle telefonate ai soccorsi elaborato negli Stati Uniti, che nasce dall’idea che dal comportamento verbale e paraverbale di una persona che telefona ai soccorsi si possano individuare chiari indicatori di menzogna e, quindi, ottenere indizi di colpevolezza.
Sapevo che esistesse questo metodo ma, sinceramente, non me ne sono mai interessato, in quanto i risultati dell’analisi comportamentale di una persona che abbiamo fisicamente di fronte presentano già un margine di errore alto, figuriamoci l’analisi comportamentale di un soggetto che parla al telefono. E ho fatto bene perché, aggiornandomi, visto che non è una facoltà, ma un obbligo professionale a cui dovrebbero tener fede tutti i professionisti, so che fin dal 2022 questo metodo di analisi delle telefonate al 911 è al centro di pesanti attacchi negli Stati Uniti. Pare, infatti, che un centinaio di processi negli USA dovranno essere revisionati e che persino l’FBI, il luogo da cui indirettamente è nato il metodo, lo abbia pienamente disconosciuto, dichiarandolo privo di fondamento scientifico.
Vediamo da dove tutto è iniziato. Questo metodo americano degli indicatori comportamentali di innocenza o colpevolezza durante le chiamate ai soccorsi parte da una ricerca condotta tra il 2006 e il 2008 da Tracy Harpster, ex ufficiale di polizia del Dipartimento di Dayton, in Ohio, nell’ambito della sua tesi di master all’Università di Cincinnati. Per la sua ricerca, Harpster ha collaborato con Susan Adams, ex agente speciale e docente di analisi linguistica dell'FBI.
Lo studio di Harpster e Adams si è concentrato sull’analisi di un campione di cento chiamate (cento, non migliaia) al 911, riguardanti casi di omicidio già risolti. Di queste cento chiamate, cinquanta erano di persone innocenti e cinquanta di colpevoli. Harpster e Adams hanno analizzato sia le registrazioni audio, per l’esame del tono e delle pause, sia le trascrizioni, per la scelta delle parole e la struttura delle frasi. Da questo studio è poi nata la “COPS Scale”, che elenca una serie di comportamenti tipici dell’innocente e del colpevole.
Secondo questa scala, composta da 20 indicatori, una persona è innocente quando, ad esempio, è guidata dall’urgenza e dalla speranza di salvare la vittima:
- la richiesta di aiuto arriva immediatamente, spesso prima ancora di spiegare l'accaduto;
- viene sottolineata l’urgenza medica: l’innocente insiste affinché l'ambulanza arrivi in fretta, urla e mostra segni di panico in modo genuino;
- il focus è rivolto interamente alla vittima, con frasi del tipo «aiutatela!» o «non respira più!»;
- l’innocente, inoltre, collabora e segue istantaneamente le istruzioni dell'operatore (ad esempio, inizia il massaggio cardiaco senza discutere).
Invece, il colpevole sarebbe focalizzato sull’alibi. In altre parole, è guidato dallo stress cognitivo di dover recitare un ruolo e proteggere sé stesso. Ad esempio:
- la richiesta di aiuto manca del tutto o arriva molto tardi nel corso della chiamata, solo dopo aver fornito spiegazioni sull’accaduto;
- il colpevole dichiara subito che la vittima è morta per giustificare l'inutilità dei soccorsi;
- il focus è su sé stesso, con frasi del tipo «ero appena tornato dal lavoro» e altre informazioni che non hanno a che fare con l’urgenza del soccorso;
- inserisce troppi dettagli per giustificare la propria posizione o per crearsi un alibi;
- può essere eccessivamente educato e calmo o, al contrario, diventare aggressivo se l'operatore pone domande che percepisce come accusatorie;
- infine, c’è il distanziamento: il colpevole usa espressioni impersonali per riferirsi alla vittima, come «c'è qualcuno a terra» invece di «mia moglie è a terra».
Harpster e Adams sembrava avessero trovato un sistema “chiavi in mano” per ottenere piste investigative o risolvere casi di omicidio semplicemente analizzando una chiamata al 911. Pareva che i grandi interrogativi sul comportamento umano su cui criminologi, criminalisti, psicologi, psichiatri e neuroscienziati si interrogano da sempre, avessero trovato una risposta, quanto meno nell’ambito del comportamento criminale al telefono.
Così arrivarono la pubblicazione di un manuale operativo e corsi di formazione presso centinaia di dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. Un paio di giornate di studio ed esercitazioni per diventare i “numeri uno” nelle indagini grazie all’analisi di una chiamata di soccorso. I corsi sono stati, e sono tuttora, apprezzati e seguiti anche da numerosi pubblici ministeri statunitensi, anche perché l’FBI, a suo tempo, seppur indirettamente, ha fatto da cassa di risonanza al metodo.
Nonostante l’FBI non abbia mai reso ufficiale e obbligatorio il protocollo, gli ha fornito una sorta di “bollino di approvazione” pubblicando lo studio sul proprio bollettino ufficiale, il Law Enforcement Bulletin, letto dagli operatori di polizia di mezzo mondo. Sebbene non fosse un protocollo ufficiale, numerosi agenti speciali dell’Agenzia, impegnati a fornire supporto alle polizie locali, hanno utilizzato con entusiasmo il metodo di Harpster e Adams per profilare i sospettati nelle fasi preliminari delle indagini.
Nel 2022, in seguito a inchieste giornalistiche e alla mancanza di solide prove scientifiche, l’FBI ha preso le distanze dal protocollo, dichiarando che l’Agenzia non supporta ufficialmente l’analisi delle chiamate al 911 come scienza forense e non la considera una prova ammissibile. Inoltre, nei precedenti articoli pubblicati sul bollettino ufficiale, ora si legge che i testi riflettono le opinioni degli autori e non gli standard ufficiali dell’FBI. Infine, l’FBI si è dissociata dai corsi privati offerti da Harpster, sottolineando che ciò che l’ex ufficiale insegna non è una "tecnica FBI".
Veniamo all’inchiesta giornalistica che ha fatto sobbalzare i vertici dell’FBI e scatenato un putiferio nel sistema giudiziario statunitense. Si tratta di un’inchiesta condotta da ProPublica, una delle più importanti testate investigative degli Stati Uniti, vincitrice di numerosi premi Pulitzer. L’articolo rappresenta l'analisi più completa e devastante sul metodo di Tracy Harpster e Susan Adams.
Il pezzo, scritto dal giornalista investigativo Brett Murphy, descrive l'analisi delle chiamate al 911 come una "junk science" (scienza spazzatura) che ha portato ad arresti e condanne di persone innocenti o prive di prove reali. Nell’articolo si legge che Tracy Harpster era un capitano di polizia in un sobborgo dell'Ohio con pochissima esperienza in casi di omicidio e che ha sviluppato la sua teoria dopo aver frequentato una lezione di Susan Adams, all'epoca docente dell’FBI a Quantico. Murphy scrive che il metodo ha ottenuto una legittimità immediata perché l'FBI ha pubblicato lo studio originale nel 2008 nonostante la mancanza di test scientifici rigorosi. Spiega, poi, che con questo sistema il processo viene praticamente "truccato". Infatti, in alcune email, Harpster consiglia ai detective che hanno frequentato il suo corso di non testimoniare come "esperti forensi" (perché i giudici potrebbero rigettare il metodo in quanto non provato scientificamente), suggerendo invece di presentare le valutazioni come frutto della loro "esperienza sul campo". In questo modo, si aggira il controllo del giudice per far presa sulle giurie popolari che, ovviamente, si fidano dell’esperienza del detective. Viene persino citato il caso di una procuratrice che ha ammesso, in una email, di aver usato il metodo in modo “creativo” per convincere le giurie della colpevolezza degli imputati senza farlo passare come scientifico.
L’articolo prosegue con casi di errori giudiziari, come quello di un uomo condannato all'ergastolo per l'omicidio della moglie basandosi quasi interamente sulla sua chiamata al 911, giudicata dagli investigatori "recitata" e "troppo drammatica". L’imputato ha trascorso tre anni e mezzo in prigione prima di essere assolto in un nuovo processo, dove è emerso che il vero assassino era un'altra persona. Murphy scrive anche che Harpster ha girato gli Stati Uniti vendendo i suoi corsi ai dipartimenti di polizia, pagati con soldi pubblici, fino a 3.500 dollari per lezione. Inoltre, riporta che Harpster non permette ai civili, né agli scienziati, di assistere alle sue lezioni o visionare i dati grezzi del suo lavoro, sostenendo che "se i civili conoscessero il metodo, saprebbero come farla franca". Infine, l'inchiesta sottolinea che tutti i tentativi indipendenti da parte di alcune università di confermare i risultati di Harpster sono falliti e che l’FBI stessa, dopo studi approfonditi, ha avvertito che tale analisi può esacerbare i pregiudizi degli investigatori.
In sintesi, l'articolo di ProPublica denuncia un circolo vizioso pericoloso: Harpster insegna alla polizia a sospettare dei chiamanti; la polizia arresta basandosi sulla "voce"; i procuratori usano questa narrazione per convincere le giurie e Harpster usa queste condanne come "prova" che il suo metodo funziona, vendendo così altri corsi.
Diversi esperti e università hanno demolito il metodo. Vi cito solo lo studio più recente, pubblicato nel 2024 e diffuso nel 2025 sulla prestigiosa rivista Psychology, Public Policy and Law. Gli autori, tra cui Patrick M. Markey della Villanova University e il suo team di ricercatori, hanno condotto quella che è considerata la più rigorosa verifica scientifica indipendente del metodo: "Validity Concerns of the Considering Offender Probability Statements (COPS) Scale in 911 Homicide Call Analysis: An Empirical Study", presente anche su APA PsycNet, la piattaforma di informazione scientifica della American Psychological Association.
I ricercatori della Villanova volevano verificare se la scala a punti fosse realmente in grado di distinguere tra un omicida e un innocente. Hanno testato la validità del metodo utilizzando un approccio "in doppio cieco", fattore fondamentale che mancava nello studio originale. Per chi non lo sapesse, uno studio in doppio cieco serve ad eliminare i bias soggettivi (aspettative e pregiudizi) e garantire risultati oggettivi. I ricercatori hanno analizzato un vasto set di chiamate al 911 coinvolgendo sia studenti universitari sia professionisti addestrati all'uso degli indicatori di Harpster. Tuttavia, a differenza di Harpster e Adams, chi doveva valutare non sapeva se il chiamante fosse stato poi condannato o assolto.
I risultati hanno demolito il metodo: l’accuratezza è risultata nulla e il potere predittivo della scala statisticamente irrilevante. In molti test l'accuratezza non ha superato il 50%: la probabilità di individuare il colpevole era la stessa del lancio di una moneta. Lo studio ha inoltre dimostrato che molte persone innocenti venivano classificate come "colpevoli" solo perché in stato di shock, confuse o paralizzate dal terrore.
Sempre nel 2025, anche un team di ricercatori dell’Unità di Analisi Comportamentale dell’FBI, guidato da Daniel E. O’Donnell, ha condotto uno studio analogo ("Evaluation of the 911 Considering Offender Probability in Statements (COPS) Scale as a deception detection method for 911 calls"). Il risultato? Gli agenti addestrati al metodo hanno fallito in oltre il 40% dei casi.
Il metodo di Tracy Harpster non è l'unico tentativo di "codificare" la verità attraverso il linguaggio in contesti critici. Esistono altri sistemi che presentano forti similitudini strutturali e, purtroppo, le medesime criticità metodologiche. Tra questi figurano:
- SCAN (Scientific Content Analysis): un metodo che pretende di individuare l'inganno analizzando la struttura delle dichiarazioni. Nonostante la sua popolarità investigativa, studi indipendenti (come quelli di Bogaard et al., 2016) hanno dimostrato che la SCAN non ha una capacità discriminativa superiore al caso fortuito;
- Statement Analysis (Analisi della Dichiarazione): tecnica spesso sovrapposta alla SCAN, si basa sull'idea che le persone "scelgano" le parole per nascondere la colpa. Tuttavia, mancano prove empiriche solide che confermino come determinati indicatori linguistici siano univocamente legati alla menzogna piuttosto che allo stress o alla confusione cognitiva tipica di un trauma;
- CBCA (Criteria-Based Content Analysis) e RM (Reality Monitoring): sebbene nati per valutare la credibilità di testimonianze in contesti protetti, la loro applicazione forzata alle brevi e concitate telefonate di emergenza ha mostrato limiti insormontabili. La frammentarietà delle risposte in situazioni di emergenza rende questi criteri inapplicabili o, peggio, fuorvianti.
Questi metodi condividono con la "COPS Scale" di Harpster un difetto fatale: la mancanza di validità scientifica. Ricerche indipendenti hanno stabilito che la percentuale di errore di questi sistemi è estremamente elevata, spesso sovrapponibile a quella del metodo di Harpster (intorno al 40-50%). Tuttavia, vi è una differenza fondamentale: mentre il metodo di Harpster è finito al centro di uno scandalo giudiziario negli Stati Uniti a causa del suo utilizzo improprio come "mezzo di prova" in tribunale, portando a condanne potenzialmente errate, questi altri metodi (SCAN, Statement Analysis e CBCA) non hanno ancora subito lo stesso destino mediatico. Questo accade perché sono rimasti confinati a strumenti di supporto investigativo interno, senza mai assurgere a dignità di prova tecnica in aula. Ciò non li rende meno scientificamente fragili, ma solo meno esposti al vaglio della revisione processuale.
Per concludere:
- esistono diversi metodi, oltre quello di Harpster, come la SCAN, la Statement Analysis o la CBCA, che pretendono di rilevare indizi di colpevolezza o innocenza tramite l’analisi delle parole usate nelle telefonate di emergenza o nelle dichiarazioni spontanee;
- la validità di tali metodi è stata demolita da numerosi studi universitari indipendenti. Nel caso specifico di Harpster, da inchieste giornalistiche e dalla stessa Unità di Analisi Comportamentale dell’FBI;
- a differenza del metodo di Harpster, finito al centro di scandali giudiziari perché utilizzato impropriamente come prova, le altre tecniche simili restano spesso "nell'ombra" dei fascicoli investigativi, ma condividono la stessa pericolosa mancanza di basi empiriche;
- tali protocolli, essendo privi di validità scientifica, non sono producibili in giudizio. Il loro impiego, anche solo come strumento investigativo, è altamente sconsigliato: il rischio concreto è quello di inquinare il convincimento degli inquirenti e dei magistrati, inducendo a sospettare o condannare persone innocenti sulla base di suggestioni linguistiche prive di fondamento.
Tornando al caso di Garlasco, è fondamentale ribadire che l'analisi della telefonata di Alberto Stasi, così come quella di qualunque altro soggetto in stato di shock, non può basarsi su protocolli che la scienza ha già ampiamente smentito. L'esistenza di molteplici sistemi come la COPS Scale, la Statement Analysis, la SCAN o la CBCA, tutti accomunati da dubbia validità scientifica, sottolinea un problema sistemico: la tentazione di cercare "scorciatoie" comportamentali per risolvere casi complessi. Le criticità emerse, dall'elevato tasso di errore all'incapacità di distinguere tra colpa e trauma, rendono questi metodi strumenti inutili e pericolosi, che non devono trovare spazio in un sistema giudiziario basato su prove oggettive e rigorose.
Riproduzione riservata
Bibliografia
- Bogaard, G., et al. (2016). Scientific Content Analysis (SCAN): A field study on its validity. Applied Cognitive Psychology.
- Harpster, T., & Adams, S. H. (2008). 911 Homicide Calls: Is the Caller Homicide Suspect Guilty? FBI Law Enforcement Bulletin, vol. 77, no. 6, pp. 1-8. (L'articolo originale che ha dato il via alla diffusione del metodo, ora accompagnato da un disclaimer dell'FBI).
- Harpster, T., & Adams, S. H. (2009). Analyzing 911 Homicide Calls: Practical Aspects and Applications. Manuale operativo/Corsi di formazione professionale. (Il materiale didattico e il manuale venduto ai dipartimenti di polizia citati nell'articolo).
- Markey, P. M., Dapice, J., Goldman, S., Nicolas, T., Plickys, E., & Saj, S. (2025). Validity Concerns of the Considering Offender Probability Statements (COPS) Scale in 911 Homicide Call Analysis: An Empirical Study. Psychology, Public Policy, and Law. American Psychological Association (APA). DOI: 10.1037/law0000432. (Lo studio della Villanova University che ha testato il metodo in doppio cieco).
- Murphy, B. (2022, 20 Novembre). They Called 911 for Help. Then They Were Put on Trial. ProPublica. (L'inchiesta vincitrice del premio Pulitzer che ha definito il metodo "junk science" e ha portato alla luce le email interne di Harpster).
- O’Donnell, D. E., Burd, T. E., & Huffman, M. C. (2025). Evaluation of the 911 Considering Offender Probability in Statements (COPS) Scale as a deception detection method for 911 calls. Psychology, Public Policy, and Law. (Lo studio dell'Unità di Analisi Comportamentale dell'FBI che ha rilevato l'alto tasso di fallimento tra gli esperti). DOI: 10.1037/law0000440.
- Vrij, A. (2024). Deception Detection: A Critical Review of Statement Analysis and Content-Based Methods. Journal of Forensic Psychology.
