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Zoe Trinchero: il "no" che uccide e la genesi del narcisismo culturale

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Zoe Trinchero: il "no" che uccide e la genesi del narcisismo culturale

Istituto di Scienze Forensi
Pubblicato da ISF Magazine in Articoli · Martedì 10 Feb 2026 · Tempo di lettura 4:15
Tags: zoetrincheronarcisismoculturalefemminicidio
Autore: prof. Massimo BLANCO
Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi

Il caso di Zoe Trinchero, strangolata e gettata nel fiume a quanto pare per un "no", ci pone davanti a uno specchio deformante. Non è un caso isolato, ma il sintomo di una patologia sociale che ha già mietuto vittime come Sara Campanella a Messina, uccisa per strada da un collega di università respinto. Non parliamo di una malattia mentale improvvisa, ma di quello che Christopher Lasch, nel 1978, definì "narcisismo culturale", una deriva dove l'individuo smette di riconoscere l'altro come soggetto autonomo e lo percepisce solo come funzione dei propri bisogni.
Alla base di questa violenza c’è un vuoto di parole. Viviamo in un’era di iperconnessione digitale che nasconde un drammatico analfabetismo emozionale. Oggi, i giovani sanno come comunicare un’immagine, ma non sanno come processare un sentimento. Se un ragazzo non è stato educato a dare un nome alla frustrazione, alla tristezza o al senso di rifiuto, queste emozioni rimangono "corpi estranei" dentro di lui. Quando il dolore non può essere nominato e pensato, deve essere scaricato all'esterno. L'aggressività, quindi, diventa l'unico linguaggio possibile per chi non possiede il vocabolario del dolore. In questa prospettiva distorta, l'omicidio non è "amore troppo forte", ma l'incapacità totale di gestire un'emozione negativa attraverso il pensiero.
Dobbiamo avere il coraggio di guardare dentro le nostre case. Un bambino che cresce in un ambiente dove i "no" sono rari o inesistenti riceve un messaggio pericoloso: "Il mondo è ai tuoi piedi". Ma il danno peggiore avviene attraverso il sistema dei rinforzi costanti e delle lodi immeritate. Se un genitore loda il figlio per ogni banalità, se lo convince di essere un "genio" o un "essere speciale" a prescindere dal suo impegno reale o dal rispetto degli altri, non sta costruendo la sua autostima, ma il suo narcisismo. L'autostima sana nasce dal superamento dei propri limiti, mentre il narcisismo nasce dalla rimozione degli stessi. Questo bambino, una volta adulto, avrà sviluppato un "Sé grandioso" estremamente fragile, un gigante dai piedi di argilla che ha bisogno del plauso continuo per non crollare.
Per un giovane cresciuto in questa bolla di lodi e condiscendenza, il "no" di una donna non è un semplice rifiuto sentimentale, è un attentato alla propria esistenza. Il rifiuto spacca la maschera di perfezione che i genitori e la società gli hanno costruito addosso. Se non c'è stata un'educazione al limite, il rischio è lo sviluppo di marcati tratti narcisistici che possono sfociare in un vero e proprio disturbo di personalità. In questo stato, l'empatia è assente. L'altro non è una persona da amare, ma un oggetto da possedere. Se l'oggetto si ribella o si nega, il narcisista prova un'angoscia di annientamento talmente forte da reagire con una ferocia distruttiva. Uccidere l'altro, nella sua mente malata, diventa l'unico modo per riprendere il controllo e "mettere a tacere" la fonte della propria umiliazione.
Il contesto sociale agisce da acceleratore. La nostra è la società della gratificazione istantanea. Abbiamo insegnato ai ragazzi che il desiderio deve essere soddisfatto al ritmo di un "clic". Il "tutto e subito" è diventato la regola d'oro, eliminando il concetto di attesa e di conquista. Nelle relazioni, questa mentalità è letale. L'amore richiede tempo, pazienza e la possibilità del fallimento. Se un giovane applica la logica del consumo ai rapporti umani, non può tollerare che una persona non sia "disponibile" o "accessibile" secondo i suoi tempi. Il desiderio diventa pretesa e la pretesa, se inevasa, sfocia in rabbia narcisistica.
Spesso, alcuni politici e anche i genitori invocano l'intervento delle istituzioni per "educare ai sentimenti", ma questa è una delega impossibile, perché l'educazione all'empatia inizia nella culla. È una responsabilità primaria che i genitori hanno dal primo istante di vita del bambino. L'empatia si insegna mostrando che il dolore dell'altro esiste e va rispettato e che i propri desideri finiscono dove iniziano i diritti altrui. Se un genitore non ha mai avuto la forza di dire un "no" difficile, se ha sempre protetto il figlio dalle conseguenze dei suoi errori, ha di fatto disarmato quel ragazzo di fronte alla vita. La scuola può istruire, ma è la famiglia che deve strutturare l'essere umano.
Questi delitti non sono "raptus", sono il punto di arrivo di un modello educativo fallimentare che privilegia il successo all'etica, la lode alla verità e il possesso al rispetto. Finché non riporteremo il valore del limite e della frustrazione costruttiva al centro della crescita dei nostri figli, continueremo a produrre individui tecnicamente evoluti ma emotivamente barbari, incapaci di accettare che un "no" è, semplicemente, una parte della libertà dell'altro.

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