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		<title><![CDATA[ISF Magazine Articoli Scienze forensi e Criminologia]]></title>
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		<description><![CDATA[Il magazine dell'Istituto di Scienze Forensi]]></description>
		<language>IT</language>
		<lastBuildDate>Mon, 27 Apr 2026 09:00:00 +0200</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[La "droga del palloncino": il gas esilarante tra sballo rapido e rischi invisibili]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AF"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dottore di Ricerca in Criminologia e Neuroscienze applicate, direttore dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso della "droga del palloncino". Non si tratta di una nuova sostanza sintetica creata in laboratorio, ma dell'inalazione di protossido di azoto, un gas utilizzato comunemente in ambito medico. È considerato uno degli anestetici più antichi e affidabili e il suo utilizzo, ovviamente, è strettamente regolamentato. In odontoiatria e in chirurgia pediatrica, ad esempio, viene impiegato per la cosiddetta sedazione cosciente: il paziente respira il gas attraverso una mascherina per indurre uno stato di rilassamento profondo, riducendo l'ansia e il dolore, pur rimanendo sveglio e in grado di rispondere ai comandi.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Cos'è e come viene consumato per uso ricreativo?</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il protossido di azoto è un gas di libera vendita in Italia, poiché è comunemente utilizzato come propellente per spray alimentari (come le bombolette per la panna montata) o in ambito automobilistico. Il gas è compresso in piccoli contenitori metallici simili a dei proiettili, chiamati in cucina "caricatori per sifoni". All'interno di queste bombolette, il gas si trova in forma liquefatta a temperature che possono toccare i -40°C.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'uso del palloncino è una protezione meccanica indispensabile. Infatti, se si provasse a inalare il gas direttamente dalla bomboletta, il freddo estremo congelerebbe istantaneamente labbra, lingua e corde vocali, causando gravi ustioni. Il palloncino permette al gas di espandersi, rallentare e riscaldarsi leggermente prima di essere respirato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'utilizzatore sigilla le labbra attorno all'imboccatura e inspira profondamente. In quel momento, il gas occupa tutto lo spazio nei polmoni, sostituendosi all'ossigeno. Il sangue smette di trasportare ossigeno al cervello per trasportare solo protossido di azoto, che raggiunge il sistema nervoso centrale in pochi istanti. Qui, il gas provoca il rilascio di dopamina e blocca i recettori NMDA.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Quali sono gli effetti e i rischi?</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La massiccia scarica di dopamina innesca euforia e risate incontrollate, mentre l’inattività dei recettori NMDA provoca un effetto sedativo, distorsione delle percezioni sensoriali e un forte senso di distacco dalla realtà. L’effetto dura da 30 secondi a un minuto; il corpo, infatti, non trattiene il gas, che viene espulso rapidamente non appena si torna a respirare aria normale. Il problema sorge quando la pratica diventa una costante, innescando una pericolosa dipendenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Al momento dell’assunzione, il rischio principale è l’ipossia, cioè l'assenza di ossigeno nei polmoni. Questo può causare svenimenti immediati, perdita della coordinazione motoria e, nei casi più gravi, arresto respiratorio. Sulla lunga distanza, il sistema nervoso viene messo a dura prova. Il protossido di azoto ossida l’atomo di cobalto nella vitamina B12, rendendola inattiva. Questa vitamina è fondamentale per il mantenimento della mielina, la guaina che ricopre gli assoni dei neuroni e permette la trasmissione dei segnali nervosi. Senza una protezione mielinica integra, i neuroni non riescono più a comunicare e degenerano. Quindi, un uso prolungato può portare a danni al midollo spinale e ai nervi periferici, causando parestesie (formicolii e intorpidimento), debolezza muscolare e, in casi estremi, l’incapacità di camminare.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">La percezione del rischio</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La pericolosità di questa pratica risiede nella sua accessibilità. Essendo un gas legale per scopi industriali, molti giovani lo considerano "sicuro" rispetto alle droghe tradizionali. Tuttavia, la facilità con cui si ripete l'inalazione per prolungare l'effetto aumenta esponenzialmente la tossicità cronica. Quindi, quello che sembra un divertimento di pochi secondi può trasformarsi in un danno permanente alla salute.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Le origini e il vuoto normativo in Italia</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il protossido di azoto fu scoperto alla fine del XVIII secolo come “curiosità” per l'élite. Nell'Inghilterra dell'Ottocento, nobili e intellettuali organizzavano i cosiddetti "Laughing Gas Parties" per puro intrattenimento. Solo in seguito la medicina ne comprese il valore anestetico. Il ritorno come droga ricreativa di massa è avvenuto negli anni Settanta negli USA e nel Regno Unito, legato alla cultura dei rave, dove fu ribattezzato giornalisticamente "hippy crack" per il basso costo e la rapidità dell'effetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, in Italia, il fenomeno è esploso, ma ci troviamo in una "zona grigia" giuridica. A differenza di Francia o Paesi Bassi, che hanno introdotto restrizioni severe, in Italia il gas non è ancora inserito nelle tabelle delle sostanze stupefacenti. Questa legalità tecnica facilita l'acquisto e ostacola l'intervento delle Forze dell'Ordine, alimentando una falsa percezione di sicurezza. Eppure, i dati post-Covid parlano chiaro: i ricoveri per paralisi e danni neurologici da utilizzo cronico sono in costante aumento.</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 07:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Geographic Profiling tra funzione di decadimento calibrata e predefinita]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AE"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr. Domingo MAGLIOCCA</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Unità GOP Geographic</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Offender Profiling</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5">Abstract</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’articolo risponde a coloro che ritengono che i sistemi di supporto decisionale impiegati nell’attività di Geographic Profiling e le relative procedure computazionali, realizzate su indagini geo-statistiche ed ipotesi spaziali sviluppate ed utilizzate in altri Paesi, siano inapplicabili all’esterno degli originari contesti geografici e territoriali in cui sono stati implementati. Di conseguenza, secondo taluni è sempre necessario calibrare le funzioni di decadimento.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Tendenzialmente, i sistemi di profiling geografico utilizzano funzioni di decadimento predefinite o non calibrate, che sono originate dall’analisi spaziale di uno specifico campione di criminali; tali funzioni, dopo, vengono applicate nelle investigazioni di altri eventi criminosi, a prescindere dalle differenze tra i casi, dalla tipologia di reato, dallo scenario geografico della zona dei crimini o dell’area di studio.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Dalla, seppur non copiosa, letteratura tematica internazionale, dall’esperienza nonché dal metodo operativo dell’autore non emergono, in termini di accuratezza di analisi, rilevanti risultati derivanti dall’uso delle funzioni di decadimento calibrate sulle condizioni locali rispetto a quelle già implementate nei sistemi di profiling geografico.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5">1. Il Geographic Profiling</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è il metodo investigativo specializzato, di provenienza criminologica, qualitativo e quantitativo, che contribuisce, tramite lo studio delle informazioni temporali e geografiche degli eventi offensivi, a delimitare un’area geografica in cui concentrare le ricerche di un serialista sconosciuto, in particolare dove l’autore del reato potrebbe avere il suo “punto di ancoraggio geografico” (Rossmo 2000). Esso viene generalmente applicato nei casi di omicidio seriale, stupro, incendio doloso, rapina, furti seriali, sebbene possa essere utilizzato anche nei singoli reati (furto di auto, furto con scasso, eventi dinamitardi) che coinvolgono scene multiple o altre caratteristiche geografiche significative. Un margine di applicabilità del Geographic Profiling è stato rilevato, sotto rigide e specifiche condizioni metodologiche, anche in taluni delitti informatici come i casi di truffe seriali on-line commesse con l’utilizzo di carte di credito ed associate alle finte vendite di prodotti commerciali (Magliocca, 2020; 2022e; 2026b).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Le località utilizzate nella profilazione geografica non sono solo le scene del delitto, ma anche altri luoghi associati e strettamente collegati all’attività criminosa: ad esempio, luogo di incontro con la vittima, luogo di abbandono del cadavere o di un oggetto appartenente alla vittima.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Questo metodo investigativo non individua la posizione esatta in cui un reo potrebbe con molta probabilità avere la sua residenza. Piuttosto, il profiling geografico individua l’area sociale del reo, i luoghi principali delle attività di un autore di reato. Questi punti di ancoraggio geografici e spaziali potrebbero includere il luogo di lavoro, il luogo delle attività ricreative, il luogo da cui un aggressore conduce la caccia alle proprie vittime.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è in grado di trasformare l’immagine dei luoghi dei crimini di un serialista, fissati su una mappa, da un ritratto statico ad una narrazione geo-criminologica visuale dinamica, fatta di valutazioni e spunti investigativi utili alle indagini (Magliocca, 2025e). Ma il Geographic Profiling non risolve un caso. Invero, è uno strumento che si inserisce nell’ambito delle metodologie e delle tecniche investigative adatte per gestire meglio l’analisi di un crimine seriale con la priorizzazione delle aree di interesse e dei sospettati, ad esempio dei soggetti con precedenti simili alla serie investigata presenti nell’intera area di ricerca.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5">2. La funzione di decadimento della distanza</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei dati riguardo alla mobilità criminale indica che gli spostamenti seguono un modello di </span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">decadimento della distanza</span></i><span class="fs12lh1-5"> dalla residenza del reo. Questa funzione di decadimento sembra che non sia solo un modello criminale ma è un fenomeno umano che riflette la tendenza degli individui a condurre le proprie attività quotidiane routinarie in prossimità dei nodi di attività rispetto a luoghi più lontani (Bernasco, 2020; Bernasco et al., 2022). In effetti, noi potenziali clienti di un negozio siamo propensi a percorrere una certa distanza rimanendo vicino le nostre case, ad eccezione se il nostro scopo/spesa è importante, specifico. In campo criminologico-investigativo, il decadimento della distanza indica la diminuzione della probabilità che un autore di reato si sposti lontano da casa per commettere un crimine e che tale probabilità decade all’aumentare della distanza dalla residenza del reo (Brantingham, Brantingham, 1984). La funzione di decadimento della distanza può essere considerata come il prodotto delle teorie dell’attività di routine e della rational choice (scelta razionale): gli autori di reato individuerebbero frequentemente i luoghi adatti per commettere un crimine durante le attività non-criminali di routine (Brantingham P. e Brantingham P., 1993) e, tendenzialmente, considererebbero i potenziali costi e benefici delle loro decisioni quando scelgono i luoghi dove delinquere (Cornish, Clarke, 1986; Zipf, 1965).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Rengert et al. (1999) sostengono che che la funzione di decadimento della distanza ad un livello aggregato non è un “artefatto statistico” ma piuttosto esemplifica la reale tendenza degli autori di reato, a livello individuale, a minimizzare la distanza rispetto all’ubicazione dei loro siti del crimine.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il concetto della funzione di decadimento della distanza è, ormai, comunemente accettato sia negli studi sul comportamento spaziale degli autori di reato e sia nell’ambito del Geographic Profiling.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Le due funzioni generalmente utilizzate nell’ambito del Geographic Profiling sono la funzione negativa esponenziale e quella troncata negativa esponenziale.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In pratica, alcuni ricercatori sostengono che la probabilità che vengano commessi crimini è maggiore in prossimità della base del reo e diminuisce in modo esponenziale man mano che l’autore del reato si allontana dalla sua base. Questa condizione è afferente alla funzione di decadimento esponenziale negativa utilizzata dal sistema Dragnet (Canter, Youngs, 2008), costruita sulla mobilità di un campione di 79 serial killer americani (Paulsen, 2005).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Secondo le ricerche di Rossmo (2000), è probabile che intorno all’area di residenza del reo vi sia una zona in cui è meno possibile che si verifichi un crimine (zona cuscinetto o buffer) e che, ad una certa distanza ottimale dalla base del reo, il numero dei reati inizi a decrescere in modo esponenziale (funzione esponenziale negativa troncata).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5">3. Il supporto informatizzato al Geographic Profìling</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Per ottimizzare la fase di elaborazione del profilo geografico criminale sono stati sviluppati alcuni strumenti di supporto decisionale, che analizzano la «scena geografica del crimine» al fine di individuare quantitativamente la probabile dislocazione dell’area di residenza dell’autore del reato.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling si basa non solo sulla ricerca nel campo della criminologia investigativa ed ambientale, della geografia comportamentale, della psicologia criminale, delle investigazioni criminali ma anche sull’analisi geo-statistica.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Infatti, i sistemi di Geographic Profiling utilizzano funzioni di decadimento per rilevare l’area in cui il serialista può avere la sua base.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Un autore di reato è sottoposto all’azione di due forze contrapposte ogni volta che si sposta dal suo domicilio per delinquere: il desiderio di operare all’interno della propria comfort zone e la razionale scelta di non farsi catturare. La prima forza spinge l’autore del reato verso la propria abitazione o comunque verso un’area familiare; la seconda lo conduce, razionalizzando la sua decisione, ad allontanarsi, a spostarsi per ricercare gli obiettivi. Questa contrapposizione di forze è bilanciata da una equazione matematica, espressa attraverso l’applicativo Rigel.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Rigel è il sistema professionale di Geographic Profiling più conosciuto e più completo al mondo, in costante aggiornamento, sviluppato dalla Environmental Criminology Research Inc. (Canada) ed originato dagli studi di Kim Rossmo. Il sistema Rigel, mediante sofisticate funzioni algoritmiche, sviluppa una previsione quantitativa circa l’area di ricerca di un serialista.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Italia, questo autore, unico Geographic Profiling Advisor operativo certificato, abilitato all’uso nonché in possesso dell’avanzato applicativo Rigel, adotta, negli ambienti di ricerca e di analisi di geographic profiling su specifici reati, un approccio computazionale per:</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><ul><li><span class="fs12lh1-5">effettuare una linkage analysis finalizzata a determinare, in base ai fattori disponibili e rilevati, se i crimini sono collegati tra loro, evitando l’illusione di collegamento;</span></li><li>generare, dopo l’analisi investigativa della «scena geografica del crimine» (Magliocca 2020b-c; 2023b; 2024c), un’area di probabilità elaborata dall’algoritmo “Criminal Geographic Targeting” (CGT) di Rossmo (2000; 2005), e utilizza stabilmente, in certe condizioni metodologiche, l’avanzato sistema professionale di geographic profiling Rigel, il quale esamina la relazione tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio del serialista attraverso la produzione del profilo geografico criminale.</li></ul><span style="font-weight: 700;" class="fs14lh1-5"><br><br></span><b class="fs14lh1-5">4. L’accuratezza del profilo geografico</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Esistono due principali metodi utilizzati per determinare la prestazione del profilo geografico elaborato da un sistema di supporto decisionale: l’error distance e la percentuale di hit score</span><span class="fs12lh1-5"> (</span><span class="fs12lh1-5">Rich, Shively, 2004).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’</span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">error distance </span></i><span class="fs12lh1-5">è rappresentato dalla distanza tra la zona di massima probabilità in cui è stimata la posizione della base del reo e il luogo effettivo della residenza/punto di ancoraggio dell’autore di reato (Rossmo, 2005; 2011; Paulsen, 2006). In pratica, maggiore è la distanza, maggiore sarà l’errore di rendimento del profilo.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Rossmo (2011) propone la percentuale di </span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">hit score</span></i><span class="fs12lh1-5">, metodo ritenuto molto più appropriato per valutare la tecnica investigativa. Questo parametro stima la proporzione dell’estensione geografica dell’area che deve essere ricercata (dall’area con la probabilità più alta alla zona con un livello di probabilità più basso) prima che la residenza dell’autore sia localizzata rispetto all’intera superficie di studio. Ad esempio, se gli eventi offensivi seriali si sono verificati in un’area di 20 chilometri quadrati e l’autore del reato ha la sua base entro quattro chilometri quadrati della superficie di probabilità, la percentuale di hit score è del 20 percento. Più basso è il punteggio di hit score, maggiore è il livello di affidabilità e precisione del profilo geografico.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Secondo i maggiori esperti profilers geografici un valore di hit score inferiore al 15% è soddisfacente (Konable, 2003).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In base agli studi circa l’accuratezza operativa dei profili geografici, Rossmo (2003; 2011) ha riportato una percentuale media del punteggio di hit score pari al 5 percento. In pratica, secondo tale valutazione, circa il 90-95 percento dell’area totale di caccia non dovrebbe essere sottoposto alle ricerche da parte delle agenzie di controllo, attuando in tal modo un notevole risparmio di risorse operative.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5">5. I risultati della ricerca e della pratica operativa</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Le ricerche tematiche indicano che le funzioni di decadimento della distanza impiegate da alcuni applicativi di geographic profiling si dividono in:</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><ul><li><span class="fs12lh1-5">funzione empirica di decadimento già calibrata, basata sull’analisi della spazialità degli autori di reato rilevata in precedenti crimini risolti nell’area di studio;</span></li><li>funzione matematica di decadimento predefinita (non calibrata) ovvero una funzione che rappresenta matematicamente l’asserzione generica secondo cui gli autori di reato abbiano maggiori probabilità di vivere in prossimità dei luoghi in cui delinquono, piuttosto che lontano da essi (Levine, 2007). Per esempio, nell’analisi svolta su tre serie di stupri commessi dal medesimo serialista nella città di Milano è stata utilizzata con il parametro definito “lognormal” una funzione matematica in quanto non erano disponibili, in generale, le informazioni riguardanti i modelli di spostamento degli stupratori italiani e, in particolare, degli stupratori presenti nell’area milanese (Santtila et al., 2003). Pertanto, la base della funzione era costituita dalle ricerche statunitensi svolte su casi di stupri commessi nella contea di Baltimora (Maryland, U.S.).</li></ul><span class="fs12lh1-5">Le funzioni di default, cioè predefinite e non calibrate, sono quelle maggiormente utilizzate. Esse sono originate dall’analisi di uno specifico campione di criminali seriali e vengono dopo applicate, mediante l’impiego dei sistemi di profiling geografico, nelle investigazioni di altri eventi criminosi, a prescindere dalle differenze tra i casi, dalla tipologia di reato e dalle caratteristiche geografiche dell’area di studio.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">È stato eccepito che la funzione di decadimento calibrata probabilmente produce una previsione più accurata per localizzare la residenza dell’autore del reato rispetto agli algoritmi standard utilizzati dai sistemi di supporto decisionale, in quanto essa sarebbe in grado di cogliere l’unicità spaziale degli autori di reato, del tipo di reato e le caratteristiche dell’ambiente.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Italia, è stata elaborata la funzione di decadimento della distanza sugli stupri commessi a Milano (Santtila et al, 2003; Zappalà, 2014). Successivamente, questa funzione, calibrata e creata dalla spazialità di criminali sessuali operanti nel milanese, è stata utilizzata anche in altre circostanze ambientali, in particolare in uno studio del 2008 per realizzare il profilo territoriale su un caso storico di stupro seriale nella città Torino. Il risultato ottenuto, ritenuto positivo, ha rivelato che da una iniziale area di ricerca del reo - superficie di probabilità di 544 km quadrati, è stata ristretta l’area delle investigazioni a qualche chilometro quadrato (Zappalà, Bosco, 2008; Zappalà, 2014). Per Magliocca (2025e), l’estendibilità e l’adattabilità della funzione di decadimento, calibrata per gli autori di stupro nella città di Milano, anche alla città di Torino è stata garantita dalle caratteristiche delle due città, le quali sono conurbazioni urbane che non presentano un’eccessiva variazione e disparità di zonizzazione, ed una dissimile densità demografica.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La funzione di decadimento della distanza non potrebbe essere trasferita da un’area di studio all’altra, ma necessiterebbe sempre di essere ricalibrata per tenere conto delle differenze nelle distanze percorse all’interno dello scenario di studio in base ai parametri specifici che caratterizzano determinati reati in specifiche giurisdizioni (Levine, 2002). Kent et al. (2006) raccolsero i dati di 497 casi di omicidio, avvenuti dal 1991 al 1997 a Baton Rouge (U.S.), con residenza nota del reo, e georeferenziarono i delitti commessi nell’area di studio. Questi dati servirono per costruire una funzione di decadimento calibrata finalizzata a creare il profilo geografico del serial killer Sean Vincent Gillis, in base a nove scene del crimine (siti di abbandono di cadaveri, luogo di incontro). Utilizzando questa metodologia, i ricercatori rilevarono che il profilo geografico aveva previsto con accuratezza la residenza effettiva del serial killer di Baton Rouge.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Gli studi riportati nella letteratura tematica, pur non producendo un numero elevato di ricerche, hanno cercato di determinare se una funzione di decadimento calibrata per un particolare tipo di crimine o un determinato contesto geografico abbia un potere predittivo maggiore rispetto alla funzione di decadimento predefinita, non calibrata.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In una raccolta di furti seriali domestici commessi in Dorset (U.K.) e Glendale (U.S.), Emeno e Bennel (2008) hanno riscontrato che le funzioni calibrate non hanno prodotto rilevamenti circa l’individuazione della zona dove ricercare il punto di ancoraggio del reo significativamente più accurati rispetto alle funzioni predefinite.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Nuova Zelanda, nel campione di 101 serie di crimini sessuali, è stata eseguita un’analisi spaziale e geografica mediante l’applicazione alle serie criminose di una funzione di decadimento calibrata e, in seguito, i dati ottenuti sono stati confrontati con l’analisi prodotta con l’utilizzo della funzione predefinita negativa esponenziale utilizzata dal sistema di supporto decisionale (Hammond, 2013). La calibrazione, creata in base ai modelli di mobilità tra l’abitazione ed i luoghi del crimine dei serialisti neozelandesi, non ha migliorato in modo significativo l’efficacia dell’analisi tanto che le differenze nella proporzione dell’area totale da investigare per individuare l’abitazione del colpevole, generate dalla funzione predefinita e da quella calibrata, non sono risultate considerevoli.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Anche Pal (2007), in uno studio sulla valutazione dell’efficacia della funzione di decadimento calibrata individualmente in relazione a 135 crimini contro la proprietà (furti di auto, residenziali, furti) nella contea di Baltimora, ha rilevato che utilizzare funzioni di decadimento calibrate individualmente potrebbe non essere necessario per i furti d’auto ed i furti in abitazione. Tuttavia, in relazione ai furti, i valori calibrati hanno fornito esiti migliori rispetto ai valori predefiniti per quanto attiene la percentuale di hit score. I risultati indicano che, nella maggior parte dei casi, non vi sono differenze statisticamente significative tra le funzioni calibrate individualmente e quelle con valori predefiniti.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In alcuni c</span><span class="fs12lh1-5">asi storici pratici analizzati dall’autore, i quali, dopo la valutazione della scena geografica del crimine, sono stati esaminati anche mediante l’utilizzo del sistema professionale Rigel, è stato riscontrato, in termini di accuratezza della prestazione della funzione di decadimento, un ottimale livello di hit score: il serialista Erostrato, il caso dei rapinatori del Pollino, i truffatori seriali on-line, lo stupratore seriale di Legnano, lo strangolatore di Ipswich nel Regno Unito, l’incendiario seriale di Los Angeles.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In un caso di truffe on-line commesse da due truffatori seriali, nell’analisi di Rigel il livello di hit score è stato pari a 0.16% ed a 18.52%, in relazione alla posizione di due distinti punti di ancoraggio utilizzati dagli autori di reato (Magliocca, 2022e; 2026b).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il profilo geografico, realizzato con il sistema di Geographic Profiling professionale Rigel nel caso dello stupratore di Legnano, segnala il valore del 14% della zona di probabilità per le ricerche dell’aggressore in un’area di 59 Kmq ed una percentuale di hit score effettivo pari a 2.76%, il che significa che se le ricerche iniziano dalla zona di massima probabilità del profilo andando verso l’esterno di essa le investigazioni dovrebbero intersecarsi con il serialista entro 1,6 kmq (Magliocca, 2023c).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nel caso del serialista Unabomber italiano, Rigel ha rilevato una percentuale di hit score pari a 1.47% (serie completa, dagli anni 1993 al 2006) e 0.42% (serie criminosa dagli anni 1993 al 1998), in relazione al punto di ancoraggio del principale sospettato (Magliocca, 2020a; 2026a).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nella revisione approfondita del recente caso del serialista Erostrato, la percentuale di hit score effettiva, in relazione alla reale ubicazione della base del reo, è stata di 2.62% e 1.23%, rispettivamente per il primo ed il secondo scenario tecnico della serie criminosa (Magliocca, 2024e; 2025f), corrispondente, quindi, ad un limitato settore zonale da sottoporre ad investigazione.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nella vicenda di una serie di rapine nell’area del Pollino, commesse da un gruppo di rapinatori, il valore di hit score del profilo geografico è stato di 3.74%, 4.43% e 5.21%, in relazione al domicilio di tre membri del gruppo criminoso (Magliocca, 2020a; 2023a).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nel caso degli omicidi seriali in Ipswich, nel Regno Unito, attribuiti allo strangolatore di Suffolk, utilizzando i cinque siti di incontro - di ultimo avvistamento delle vittime, il punto di ancoraggio del reo si trovava all’interno della zona di massima probabilità del geo-profilo rilevata da Rigel con un hit score pari a 6.61%, rispetto a quello atteso di 13.9% (Magliocca, 2025e).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nell’analisi dimostrativa concernente un incendiario seriale, autore di oltre 50 incendi urbani nell’area di Los Angeles, il punto di ancoraggio del serialista è stato associato ad un valore di hit score pari a 0.33% (Magliocca, 2021b; Nordskog, 2016).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Canada, in una vicenda di bombing seriale, le Agenzie di controllo hanno rintracciato i negozi dove erano stati acquistati i vari componenti utilizzati per costruire i dispositivi esplosivi. Successivamente, le posizioni degli esercizi commerciali sono state utilizzate dalla Royal Canadian Mounted Police per rafforzare e generare, tramite il sistema Rigel, un’analisi geografica, a seguito della quale la base dell’autore di reato è stata localizzata all’interno di un’area con un valore di hit score pari a 1.5% (Rossmo, 2025; Filer, 2009).</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In Sudafrica, il geoprofilo realizzato da Rigel per gli omicidi seriali di WemmerPan ha individuato i punti di ancoraggio dell’autore di reato in una zona pari a 1% dell’area di ricerca, con hit score di 0.09% e 0.84% (Rossmo, 2023), in cui sia il luogo di lavoro e sia l’abitazione della compagna e del fratello del serialista costituivano notevoli influenze sul modello spaziale dei crimini.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Altresì, alcuni crimini violenti seriali (omicidi e stupri) commessi in Sudafrica, esaminati dalla Investigative Psychology Unit della Polizia sudafricana, sono stati sottoposti, in prospettiva comparata, all’analisi di Rigel ed anche di CrimeStat (Schmitz, 2012). Rigel è riuscito a rappresentare ed a individuare la zona delle ricerche anche degli autori di crimini seriali sudafricani. Inoltre, Rigel si è rivelato più consistente nella costruzione dell’area di picco del profilo, in termini di accuratezza (effettiva ubicazione della base nell’area di massima probabilità) e di precisione (estensione dell’area da sottoporre ad investigazione prima dell’individuazione del punto di ancoraggio del reo) a confronto dei rilevamenti sviluppati dalle funzioni matematiche implementate nel sistema statistico CrimeStat. In effetti, se si considera la funzione negativa troncata - l’unica utilizzata dal sistema Rigel - i risultati dell’output di profilo non sono ottimali come quelli generati da Rigel.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’affidabilità di Rigel e dei suoi parametri tecnici di analisi è rilevabile dalla percentuale bassa di hit score e i risultati appaiono significativi perché tutti i dati spaziali del geoprofilo si sono dimostrati sufficienti e operativamente validi per localizzare gli autori di reato.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La letteratura internazionale indica che, da un verso, l’utilizzo delle funzioni costruite sulla mobilità degli autori di reato che hanno agito in altri Paesi può risultare utile ai fini della predizione della localizzazione del luogo del punto di ancoraggio; dall’altro, essa suggerisce anche che il comportamento individuale - spaziale e nello spazio - condivide caratteristiche generali che possono essere, in linea di massima, modellate ed utilizzate nell’investigazione criminale per determinare l’area del punto di ancoraggio di un serialista.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs14lh1-5">6. Conclusioni</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">I modelli di Geographic Profiling dovrebbero essere calibrati con parametri geo-spaziali caratterizzanti le aree in cui i crimini investigati avvengono (in Kent, 2006). Gli esiti della letteratura tematica ed anche del metodo operativo non restituiscono, in termini di fiducia nell’analisi, rilevanti risultati derivanti dall’uso delle funzioni di decadimento calibrate sulle condizioni locali rispetto a quelle già implementate nei sistemi di profiling geografico. </span><span class="fs12lh1-5">Le funzioni predefinite sviluppate dall’analisi di campioni di crimini e di autori di reato non correlati ai casi in cui viene applicato il sistema di profiling geografico possono essere utilizzate con un buon livello di aspettativa anche per investigare altri casi.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Contrariamente a quanto atteso, e come già hanno rilevato i primi studi in materia, la calibrazione delle funzioni di decadimento della distanza per tipo di crimine o per area geografica, sebbene sia auspicabile, non ha prodotto, in termini generali, sostanziali differenze migliorative dell’accuratezza della profilazione geografica e le funzioni predefinite si sono rilevate abbastanza stabili ai fini della predizione delle aree geografiche da investigare per ricercare il reo.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Allo stato, quindi, sembra che non ci sia alcun rilevamento operativo secondo cui la funzione calibrata sulle regioni geografiche investigate sia in maggior misura precisa, in termini di “distanza di errore” e di percentuale di hit score, in confronto alle funzioni predefinite.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Pertanto, non esiste alcuna pressante necessità di calibrare le funzioni di Geographic Profiling per tipologia di reato o per i diversi scenari geografici ed ambientali, poiché la calibrazione non comporta, con una causalità diretta, sviluppi importanti riguardo all’accuratezza complessiva della profilazione geografica atteso che, nell’insieme, dagli studi effettuati e dall’esperienza pratica, non sono state riscontrate differenze oltremodo significative tra funzione di decadimento calibrata e quella predefinita in relazione al rilevamento del punto di ancoraggio del serialista. D’altronde, lo stesso prof. Rossmo, competente conoscitore del valore e delle questioni riguardanti l’applicazione delle funzioni di decadimento in altri Paesi, delle diversità geografiche ed ambientali tra Stati Uniti, Inghilterra, Canada ed Italia e, di conseguenza, del differente modello di spostamento di un autore di reato, ha utilizzato, a livello internazionale, con successo, il sistema professionale Rigel nell’analisi di diversi serialisti.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nonostante ciò, è opportuno favorire la ricerca in questo settore di analisi investigativa poiché vi è la necessità di esaminare più serie criminose mediante la comparazione delle diverse funzioni di decadimento (calibrate e predefinite), riguardo alle tipologie di crimine e al relativo scenario ambientale, per avere delle stime sempre più affidabili riguardo al comportamento geo-spaziale criminale.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><b class="fs11lh1-5">Note sull’autore</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Domingo Magliocca è Geographic Profiling Advisor, responsabile dell’Unità Specialistica di Ricerca GOP - Geographic Offender Profiling dell'Istituto di Scienze Forensi e docente di Criminologia applicata e tecniche investigative al Polo Universitario ISF Corporate University.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><hr></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b>Bibliografia e articoli di interesse</b></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Almond L., McManus M., Hankey N., Trevett N., Mee R. 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			<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 12:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La plasticità della memoria: come la testimonianza diventa vulnerabile tra suggestioni, dissociazioni e traumi]]></title>
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			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AC"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Greta MOTTA</span></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Supervisione: dr.ssa Carmen FRANZÈ (area Psicologia) e prof. Massimo BLANCO (area Neuroscienze) </b></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/files/Plasticita-memoria-testimonianza-suggestioni-dissociazioni-traumi.pdf" target="_blank" class="imCssLink">» Scarica la pubblicazione scientifica in formato PDF</a></span></div></div><div><br></div><div>I risultati della ricerca dedicata alla plasticità della memoria, un’indagine multidisciplinare che si colloca all'intersezione tra le neuroscienze cognitive e il diritto processuale penale. Il lavoro, a firma della dr.ssa Greta Motta con la supervisione del prof. Massimo Blanco per la parte neuroscientifica e della dr.ssa Carmen Franzè per la parte psicologica giuridica, analizza criticamente il superamento del paradigma della memoria come "dato immutabile", proponendo una visione dinamica della traccia mnestica.</div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">I meccanismi di ricostruzione mnestica</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La ricerca muove dall'analisi dei processi di codifica, consolidamento e recupero, evidenziando come la memoria esplicita (episodica e semantica) non operi per riproduzione, bensì per ricostruzione. Tale natura ricostruttiva implica che il ricordo sia costantemente soggetto a rinegoziazione sulla base di interferenze proattive e retroattive, determinando una intrinseca vulnerabilità del deposito testimoniale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Fattori di inquinamento e fenomenologia della suggestione</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Viene esaminata la suscettibilità della memoria agli stimoli esterni, con particolare riferimento all’effetto misinformazione e alla formazione di falsi ricordi. Lo studio approfondisce i </span><i class="fs12lh1-5">bias attentivi</i><span class="fs12lh1-5">, tra cui il </span><i class="fs12lh1-5">Weapon Focus Effect</i><span class="fs12lh1-5">, dimostrando come l’attivazione del sistema di allerta in contesti critici possa determinare una distorsione percettiva tale da compromettere la validità delle procedure di riconoscimento e l'accuratezza dei dettagli periferici.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Neurobiologia del trauma e dinamiche dissociative</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Un focus centrale è riservato alla fisiopatologia dei ricordi traumatici. L’elaborato descrive il disallineamento funzionale tra il complesso ippocampale e l’amigdala durante eventi ad alto impatto emotivo. Questa alterazione neurobiologica è alla base della frammentazione mnestica e dei fenomeni di amnesia dissociativa, elementi che richiedono parametri di valutazione tecnica specifici e non sovrapponibili a quelli della memoria ordinaria.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Implicazioni forensi e protocolli di intervista</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In ottica de </span><i class="fs12lh1-5">jure condito</i><span class="fs12lh1-5">, la pubblicazione sottolinea la necessità di protocolli di acquisizione della prova dichiarativa che minimizzino il rischio di contaminazione. Viene ribadita la superiorità metodologica dell’intervista cognitiva e analizzato il limite epistemologico di tecniche suggestive o ipnotiche, potenzialmente generative di pseudoricordi. La valutazione dell’idoneità testimoniale emerge dunque non come giudizio di attendibilità morale, ma come analisi tecnica della funzionalità cognitiva e della conservazione della traccia mnestica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa pubblicazione si configura come uno strumento di approfondimento per professionisti e accademici, volto a integrare il rigore del metodo scientifico nella pratica forense.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 15:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Alla primaria “Luigi Salma” di Corsico per dire “No al bullismo!”]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AB"><div>Cosa significa davvero "fare violenza"? È questa
la domanda che ha dato il via a tre pomeriggi speciali presso la scuola
primaria "Luigi Salma" di Corsico. Ciascuna delle tre classi quinte,
accompagnate dalle maestre Susanna, Katia, Franca e Mariella, nei giorni 12, 18
e 23 marzo 2026 hanno partecipato a un incontro del progetto "IoMI
tutelo#" dedicato alla prevenzione del bullismo e del cyberbullismo.</div>

<div>L'incontro è stato condotto dagli esperti dell'Istituto di
Scienze Forensi, il prof. Massimo Blanco e la dr.ssa Luna Pirola, che hanno
guidato i ragazzi in un percorso di consapevolezza e riflessione. Non è stata
una lezione tradizionale, ma una vera e propria "chiacchierata"
aperta, dove i protagonisti assoluti sono stati i bambini.</div>

<div>Attraverso il dialogo con gli esperti, gli alunni hanno
esplorato le diverse facce della violenza: non solo quella fisica, fatta di
spintoni o percosse, ma soprattutto quella psicologica, più sottile e
silenziosa. Si è parlato a lungo dell’esclusione sociale, del dolore di essere
lasciati fuori dal gruppo e di come le parole possano ferire quanto un colpo
fisico.</div>

<div>Un capitolo centrale è stato dedicato al mondo digitale. Gli
esperti hanno aiutato i ragazzi a riflettere su come il bullismo possa
viaggiare velocemente online, infiltrandosi nei social network e nelle chat di
WhatsApp, ricordando quanto sia facile dimenticare che dietro uno schermo c’è
sempre una persona reale che prova sentimenti.</div>

<div>Il momento più toccante dell’incontro è stato la
condivisione delle esperienze personali. Numerosi bambini hanno trovato il
coraggio di raccontare episodi vissuti o visti da vicino, trasformando l'aula
in uno spazio di ascolto protetto. Il dibattito si è poi focalizzato
sull’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri e di capire che
"fare la cosa giusta" spesso significa non restare a guardare.</div>

<div>Il messaggio finale è stato chiaro e condiviso da tutti: per
contrastare il bullismo e il cyberbullismo la forza non serve, serve l'unione.
Essere una classe unita significa non ridere delle offese, sostenere chi è in
difficoltà e avere il coraggio di parlare con gli adulti quando qualcosa non
va.</div>

<div>L'incontro si è concluso con l’invito a mostrare sempre
"un coraggio da leoni", non per prevaricare, ma per difendere la
propria e l’altrui libertà. Perché, come hanno imparato gli alunni della
"Luigi Salma", la vera forza sta nella gentilezza e nella capacità di
dire, tutti insieme, “No al bullismo!”.</div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 13:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Alberto Stasi più efficiente di un serial killer: 17 minuti che sfidano la biologia umana]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AA"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella complessa architettura della sentenza di condanna contro Alberto Stasi, esiste un elemento che continua ad interrogare profondamente gli esperti. Si tratta dei celebri 23 minuti che, secondo la ricostruzione giudiziaria, sarebbero stati sufficienti per compiere l'intero iter delittuoso. Tuttavia, sottraendo i tempi tecnici necessari per l'aggressione (circa 3 minuti) e il rientro a casa, fino all’accensione del pc (altri 3 minuti), il fulcro del mistero si restringe a soli 17 minuti. Questo brevissimo lasso di tempo rappresenta un vero e proprio paradosso, che sfida non solo la logica, ma le leggi stesse della neurofisiologia umana.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5">La tempesta neurovegetativa nell’atto omicidiario</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere l'anomalia della ricostruzione del delitto, occorre analizzare cosa accade nel corpo di un individuo che compie il suo primo omicidio con una violenza così efferata. Durante un massacro, le strutture neurali arcaiche del nostro cervello, nello specifico quelle deputate alla sopravvivenza, prendono il controllo assoluto, escludendo completamente la razionalità e l'empatia. In questa fase di "puro istinto", il cervello inonda l'organismo di un “cocktail” massiccio di adrenalina, noradrenalina e cortisolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I segnali fisiologici sono estremi: il cuore batte all’impazzata, la pressione arteriosa tocca picchi altissimi e la percezione sensoriale si altera drammaticamente, portando alla cosiddetta "vista a tunnel" e a una rigidità muscolare che rende impossibile ogni movimento di precisione. È la biologia umana che si prepara allo scontro, non alla pulizia metodica di una scena del delitto.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5">Il "crash" biologico e il tempo del recupero</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il problema centrale risiede in ciò che avviene un istante dopo la cessazione dell'azione violenta. Quando le ghiandole surrenali interrompono il rilascio di adrenalina e noradrenalina, il corpo subisce un violento contraccolpo omeostatico, perché si verifica un brusco calo ormonale, che provoca quasi sempre un tremore incontrollabile, nausea, brividi e, in molti soggetti, uno stato di trance o di profondo esaurimento fisico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Scientificamente, occorrono come minimo 10 minuti solo perché i primi effetti dell'adrenalina e della noradrenalina inizino a scendere, permettendo di recuperare la coordinazione motoria fine e una sufficiente capacità di pensare. Eppure, secondo la sentenza, Stasi sarebbe passato istantaneamente dalla furia dell'omicidio all'efficienza chirurgica della bonifica. Una transizione che sfida la statistica biologica: nessun tremore o altri sintomi fisici e nessuna confusione mentale. Stasi ha girato un “interruttore”: dalla modalità “killer” e passato alla modalità “pulizia e controllo” delle tracce.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5">L'enigma dell'ipercontrollo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Se questo caso fosse stato analizzato dall'Unità di Analisi Comportamentale (BAU) dell'FBI, gli esperti americani si sarebbero trovati di fronte a un dilemma scientifico di portata mondiale. Nella letteratura criminologica del Bureau, persino assassini seriali dotati di quozienti intellettivi superiori alla norma hanno mostrato fragilità umane post-delitto, quantomeno nei primi delitti. Edmund Kemper, riferì di cadere in un "buco nero" psicologico dopo ogni omicidio; Ted Bundy descrisse uno stato di shock prolungato dopo i suoi primi delitti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'unica "finestra" di credibilità per la sentenza risiede in una configurazione psichica rarissima che l'FBI monitora con estrema attenzione: il soggetto “overcontrolled” (ipercontrollato).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso statunitense di Christopher Porco (2004) ne è l'esempio più inquietante: dopo aver massacrato i genitori con un'accetta, Porco ripulì la scena con una freddezza disumana e tornò al campus universitario comportandosi con una normalità assoluta. In questi rari soggetti, il funzionamento cerebrale permette di mantenere la lucidità operativa anche durante e dopo eventi traumatici estremi.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5">Tra la legge della statistica biologica e criminologica e l’eccezione psicologica</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In conclusione, se Alberto Stasi è colpevole entro i tempi stabiliti dai giudici, non ha agito come uno studente al suo primo omicidio, ma come una mente capace di superare in efficienza numerosi dei più spietati serial killer della storia. Per l'FBI, un profilo simile rappresenterebbe una mente criminale di immenso interesse scientifico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Restiamo dunque sospesi tra due possibilità: o la ricostruzione temporale della sentenza ha ignorato i limiti invalicabili della biologia umana, o Alberto Stasi rappresenta quell'eccezione psicologica così rara da apparire, per la scienza, quasi impossibile.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Guarda il video del prof. Massimo Blanco:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5"><b><a href="https://www.youtube.com/watch?v=IL_CYyLiTyc" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=IL_CYyLiTyc</a></b></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 16:25:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L'arma del Cloud: l’attacco di Handala e il sabotaggio strategico di Microsoft Intune]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A9"><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: </span></b><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">dr.ssa Erica MALAFRONTE</span></b></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Cybersecurity Analyst - </span><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Immagine1_y94ekkoi.png"  width="602" height="660" /></div></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><div><span class="fs12lh1-5">La Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA) ha esortato le organizzazioni statunitensi a seguire le linee guida di Microsoft per rafforzare lo strumento di gestione degli endpoint Microsoft Intune, dopo che un attacco informatico lo ha sfruttato per compromettere i sistemi del gigante della tecnologia medica Stryker.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma cosa è successo?</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Un attacco su scala globale: il caso Stryker</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'11 marzo 2026, il colosso statunitense della tecnologia medica Stryker Corporation è diventato il bersaglio di una delle operazioni di sabotaggio informatico più vaste e distruttive mai registrate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'attacco, rivendicato dal gruppo iraniano Handala (noto anche come Void Manticore o Storm-842), ha causato una paralisi operativa globale, colpendo infrastrutture critiche in </span><b class="fs12lh1-5">79 Paesi</b><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Contesto geopolitico e ritorsioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il gruppo </span><b class="fs12lh1-5">Handala Hack</b><span class="fs12lh1-5"> (noto anche come </span><b class="fs12lh1-5">Void Manticore</b><span class="fs12lh1-5"> o </span><b class="fs12lh1-5">Storm-0842</b><span class="fs12lh1-5">), attore legato al Ministero dell'Intelligence e della Sicurezza iraniano (MOIS), ha dichiarato che l'operazione è stata una ritorsione diretta per un attacco missilistico statunitense avvenuto il 28 febbraio 2026 contro una scuola femminile a Minab, in Iran, che avrebbe causato 175 vittime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> Stryker è stata colpita non solo per la sua rilevanza economica ($25 miliardi di vendite), ma anche per i suoi contratti da <b>$450 milioni con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti</b> e i suoi legami con Israele.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Analisi tecnica: come funziona Microsoft Intune</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere la portata del sabotaggio, è necessario analizzare il funzionamento di </span><b class="fs12lh1-5">Microsoft Intune</b><span class="fs12lh1-5">. Si tratta di un servizio di </span><b class="fs12lh1-5">Mobile Device Management (MDM)</b><span class="fs12lh1-5"> basato sul cloud che funge da centro di invio di configurazioni per gli uffici IT.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Attraverso politiche </span><b class="fs12lh1-5">BYOD (Bring Your Own Device)</b><span class="fs12lh1-5">, le aziende richiedono ai dipendenti di registrare i propri dispositivi personali per accedere a risorse aziendali come email o Teams.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> Questo concede al reparto IT la supervisione amministrativa del dispositivo.<br> Una delle funzioni standard di Intune è il <b>"Wipe"</b> (cancellazione remota): un interruttore di emergenza progettato per ripristinare i dati di fabbrica su un dispositivo smarrito o rubato.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La catena d'attacco</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'operazione non ha sfruttato vulnerabilità "zero-day", ma ha preso di mira il punto più debole: l'</span><b class="fs12lh1-5">identità digitale</b><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><ol><li><b class="fs12lh1-5">Accesso amministrativo.</b><span class="fs12lh1-5"> Gli attaccanti hanno compromesso credenziali di alto livello (account </span><b class="fs12lh1-5">Global Administrator</b><span class="fs12lh1-5">) per l'ambiente Microsoft Intune di Stryker. In questo modo, hanno ottenuto il controllo totale del pannello di comando utilizzato dall'azienda per gestire i dispositivi dei dipendenti;</span></li><li><b class="fs12lh1-5">esecuzione del Wiper.</b><span class="fs12lh1-5"> Invece di distribuire un virus, gli hacker hanno semplicemente selezionato tutti i dispositivi registrati e attivato il comando legittimo di “</span><b class="fs12lh1-5">Wipe” </b><span class="fs12lh1-5">simultaneo.</span></li></ol><b class="fs12lh1-5">Risposta del Sistema Operativo:</b><b><span class="fs12lh1-5"> quando un iPhone o un dispositivo Android riceve un comando di wipe dal suo server MDM affidabile, il sistema operativo obbedisce immediatamente e senza riserve, avviando un ripristino completo delle impostazioni di fabbrica.</span></b><b class="fs12lh1-5"><br></b></div></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Immagine2.png"  width="928" height="169" /><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><div><span class="fs12lh1-5">A causa di questa azione, i telefoni hanno rimosso non solo le app aziendali, ma hanno eseguito un <b>reset completo del sistema operativo</b>, cancellando foto personali, applicazioni bancarie e persino le <b>eSIM</b> cellulari, lasciando molti utenti impossibilitati a utilizzare l'autenticazione a due fattori (2FA) per i propri account privati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le pagine di accesso dei dispositivi rimasti attivi sono state compromesse e alterate, mostrando il logo di Handala.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le fonti indicano che oltre </span><b class="fs12lh1-5">200.000 sistemi</b><span class="fs12lh1-5">, inclusi server e dispositivi mobili in 79 paesi, sono stati colpiti da questo attacco.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per massimizzare il danno, Handala ha utilizzato simultaneamente diversi metodi di distruzione:</span></div><div><ul><li><b class="fs12lh1-5">sistemi offline e GPO.</b><span class="fs12lh1-5"> Per colpire i computer non connessi al momento dell'ordine iniziale, gli attaccanti hanno preparato script malevoli distribuiti come Group Policy (GPO) legittime dal Domain Controller.</span><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5">Al ricollegarsi alla rete, i sistemi eseguivano automaticamente il wiper;</span></li><li><b><span class="fs12lh1-5">PowerShell e Intelligenza Artificiale. </span></b><span class="fs12lh1-5">S</span><span class="fs12lh1-5">tato distribuito un ulteriore wiper basato su un PowerShell script, probabilmente sviluppato con l'assistenza dell'Intelligenza Artificiale, capace di enumerare e cancellare ricorsivamente tutte le directory degli utenti;</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>c</b></span><b class="fs12lh1-5">rittografia VeraCrypt e RDP.</b><span class="fs12lh1-5"> Per i sistemi sopravvissuti, gli aggressori hanno utilizzato VeraCrypt per cifrare i drive, mentre hanno impiegato l'accesso diretto tramite RDP per eliminare manualmente le macchine virtuali (VM) dalle piattaforme di virtualizzazione.</span></li></ul><b class="fs14lh1-5"><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div>Impatto globale e conseguenze operative</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'impatto è stato catastrofico:</span></div><div><ul><li><b class="fs12lh1-5">perdita di dati.</b><span class="fs12lh1-5"> Handala ha dichiarato di aver cancellato i dati di oltre </span><b class="fs12lh1-5">200.000 sistemi, server e dispositivi mobili</b><span class="fs12lh1-5">, oltre ad aver esfiltrato </span><b class="fs12lh1-5">50 terabyte di dati critici</b><span class="fs12lh1-5">. </span>Il gruppo ha inoltre minacciato di renderli pubblici, affermando che l’obiettivo è denunciare quella che definisce “ingiustizia e corruzione”;</li><li><span class="fs12lh1-5"><b>p</b></span><b class="fs12lh1-5">aralisi del lavoro.</b><span class="fs12lh1-5"> In Irlanda, oltre </span><b class="fs12lh1-5">5.000 lavoratori</b><span class="fs12lh1-5"> sono stati rimandati a casa a causa dell'inaccessibilità totale della rete;</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>i</b></span><b class="fs12lh1-5">mpatto economico. </b><span class="fs12lh1-5">Il titolo azionario della società Stryker è sceso di circa il 3,6% lo stesso giorno;</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>i</b></span><b class="fs12lh1-5">nterruzione dei servizi medici. </b><span class="fs12lh1-5">L'attacco ha messo fuori uso la piattaforma </span><b class="fs12lh1-5">LifeNet </b><span class="fs12lh1-5">in diverse aree, come ad esempio nello stato del Maryland, dove il sistema è andato offline in gran parte del territorio. </span>Lifenet viene utilizzata per trasmettere elettrocardiogrammi (ECG) in tempo reale dai paramedici agli ospedali. Il personale medico di emergenza è stato istruito a ricorrere alle consultazioni via radio per descrivere verbalmente i risultati degli elettrocardiogrammi ai medici riceventi.</li></ul><div class="fs12lh1-5"><div><span class="fs12lh1-5">L'attacco del gruppo Handala contro Stryker ha evidenziato come il piano di gestione cloud (management plane) sia diventato il nuovo perimetro critico della sicurezza aziendale.</span><br></div></div></div><div><span class="fs12lh1-5">In un'infrastruttura moderna, strumenti come Microsoft Intune centralizzano il controllo di centinaia di migliaia di dispositivi in un unico dashboard per garantire efficienza operativa; tuttavia, questa stessa centralizzazione trasforma il portale in un singolo punto di fallimento catastrofico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se un attaccante ottiene le credenziali amministrative, entra in possesso del </span><b class="fs12lh1-5">"telecomando principale"</b><span class="fs12lh1-5"> dell'intera organizzazione, potendo causare danni massicci senza dover violare singolarmente ogni endpoint.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'operazione condotta da Handala/Void Manticore dimostra che nella cyber guerra moderna i sabotatori non hanno più bisogno di sviluppare malware complessi o exploit zero-day.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> È sufficiente abusare della fiducia riposta nelle suite di gestione legittime: se un'azienda utilizza un software per gestire e proteggere i propri asset, un aggressore con le giuste chiavi può usare quello stesso software per annientarli.<br>Per questo motivo diventa fondamentale implementare misure di sicurezza e politiche di governance adeguate per proteggere i sistemi di gestione centralizzati. <br> Tra le principali pratiche di prevenzione rientrano l'adozione dell'<b>autenticazione multi fattore (MFA)</b> per tutti gli account privilegiati, l'applicazione del principio del <b>least privilege</b>, la <b>segmentazione dei ruoli amministrativi</b>, il <b>monitoraggio e logging continuo delle attività amministrative</b>, oltre alla <b>rotazione periodica delle credenziali sensibili </b>e alla <b>verifica costante delle configurazioni di sicurezza</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'identità non è più solo un controllo di accesso, ma il vero e proprio nuovo perimetro di difesa nazionale e aziendale: proteggere gli account privilegiati e i sistemi di gestione significa, di fatto, proteggere l'intera infrastruttura. Una governance della sicurezza solida e proattiva diventa quindi la condizione necessaria per evitare che strumenti progettati per difendere l'organizzazione possano trasformarsi, nelle mani sbagliate, nelle armi più efficaci contro di essa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><hr><span class="fs11lh1-5"><b>Risorse Microsoft</b></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Raccomandazioni sulla protezione di Microsoft Intune: <span class="cf1">Best practices for securing Microsoft Intune</span>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Indicazioni sull'implementazione della Multi Admin Approval in Microsoft Intune: <span class="cf1">Use Access policies to implement Multi Admin Approval</span>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Configurazione di Microsoft Intune utilizzando i principi Zero Trust: <span class="cf1">Configure Microsoft Intune for increased security</span>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Implementazione delle policy RBAC di Microsoft Intune: <span class="cf1">Role-based access control (RBAC) with Microsoft Intune</span>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Indicazioni sulla distribuzione di Privileged Identity Management (PIM) su Microsoft Intune, Entra ID e altri software Microsoft: <span class="cf1">Plan a Privileged Identity Management deployment</span>. &nbsp;</span></li></ul></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><hr></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><!--[if !supportLineBreakNewLine]--><span class="fs11lh1-5"><b>Note</b></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5">Rithula Nisha: Stryker Cyber Attack: Iranian Threat Actor Claims Revenge, 2026.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5">https://cybermagazine.com/news/iran-war-cyber-front-stryker-cyber-attack</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5">Ecosistema Startup: Hackers iraníes atacan Stryker con wiper via Intune (2026). </span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5">https://ecosistemastartup.com/hackers-iranies-atacan-stryker-con-wiper-via-intune/</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5">Krebs on Security (Brian Krebs): Iran-Backed Hackers Claim Wiper Attack on Medtech Firm Stryker (2026).</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><div><span class="fs11lh1-5"> https://krebsonsecurity.com/2026/03/iran-backed-hackers-claim-wiper-attack-on-medtech-firm-stryker/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Reddit (r/cybersecurity): Stryker Hit by Handala - Intune Managed Devices Wiped (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> https://www.reddit.com/r/cybersecurity/comments/1rqopq0/stryker_hit_by_handala_intune_managed_devices/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">SecureWorld (Drew Todd): Iran-Linked Hacktivist Group Hits Stryker in Destructive Wiper Attack (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> https://www.secureworld.io/industry-news/iran-linked-hacktivist-group-weaponizes-microsoft-intune-in-destructive-wiper-attack-on-stryker</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">SOCRadar: Dark Web Profile: Handala Hack (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> https://socradar.io/blog/dark-web-profile-handala-hack/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Handala Hack” - Unveiling Group’s Modus Operandi (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> https://research.checkpoint.com/2026/handala-hack-unveiling-groups-modus-operandi/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Undercode Testing (HackMoN Ai): Iran-Linked Handala Hackers Weaponize Microsoft Intune: The Wiper Attack Blueprint You Must Defend Against Now (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> https://undercodetesting.com/iran-linked-handala-hackers-weaponize-microsoft-intune-the-wiper-attack-blueprint-you-must-defend-against-now/</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">WION (Tarun Mishra): Stryker uses Microsoft, but how did Iran hack iPhones of its employees? Understanding the Handala cyberattack (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> https://www.wionews.com/photos/stryker-uses-microsoft-but-how-did-iran-hack-iphones-of-its-employees-understanding-the-handala-cyberattack-1773310596097/1773310596098</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">CISA (America’s Cyber Defense Agency): CISA Urges Endpoint Management System Hardening After Cyberattack Against US Organization (2026).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> https://www.cisa.gov/news-events/alerts/2026/03/18/cisa-urges-endpoint-management-system-hardening-after-cyberattack-against-us-organization</span></div></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><!--[endif]--></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 15:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Minori scomparsi in Italia e in Europa: un’analisi multidisciplinare del fenomeno]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A8"><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><b class="fs16lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">1. Il destino dei minori scomparsi</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'analisi del fenomeno della scomparsa dei minori in Italia non può prescindere da una valutazione rigorosa del tasso di risoluzione delle denunce. I dati del Commissario Straordinario del Governo delineano uno scenario a due velocità, dove la cittadinanza e l'età anagrafica determinano drasticamente la probabilità di un ritorno o dell'oblio definitivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In Italia, la scomparsa di un minore italiano attiva protocolli d'urgenza che portano a tassi di successo elevati, ma non assoluti.</span></div><div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Tasso di ritrovamento</b></span><span class="fs12lh1-5">: circa l'80-85% dei minori italiani viene ritrovato o rientra spontaneamente entro i primi 30 giorni dalla denuncia.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Variabile anagrafica</b></span><span class="fs12lh1-5">: la fascia d'età predominante è quella adolescenziale (14-17 anni), che rappresenta oltre il 70% delle denunce. Si tratta di allontanamenti spesso legati a crisi identitarie o conflitti relazionali. Tuttavia, la fascia più a rischio di "sparizione perenne" o di esiti tragici è quella dei bambini sotto i 10 anni, spesso vittime di sottrazioni internazionali genitoriali o, nei casi più gravi, di eventi delittuosi.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Spariti nel nulla</b></span>:<span class="fs12lh1-5"> esiste uno "zoccolo duro" di circa il </span><span class="fs12lh1-5">15-20%</span><span class="fs12lh1-5"> di casi che rimangono aperti ogni anno. Su una media di circa 4.500 denunce annue di soli italiani, significa che ogni anno circa </span><span class="fs12lh1-5">600-800 ragazzi</span><span class="fs12lh1-5"> entrano nel limbo dei mai ritrovati.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>L'accumulo storico</b></span>:<span class="fs12lh1-5"> dal 1974 a oggi, i minori italiani mai ritrovati superano le </span><span class="fs12lh1-5">2.500 unità</span><span class="fs12lh1-5">. Questi casi si trasformano in "cold cases", dove la speranza di ritrovamento in vita sfuma con il passare degli anni.</span></li></ul><b><div><div data-text-align="start" style="text-align: start;" class="fs16lh1-5"><br></div><span class="fs14lh1-5">2. Il dramma dei minori stranieri non accompagnati</span></div></b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">MSNA è l’acronimo che indica i Minori Stranieri Non Accompagnati, cioè i minorenni non aventi cittadinanza italiana o dell'Unione Europea che si trovano, per qualsiasi causa, nel territorio dello Stato privi di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">I MSNA rappresentano oltre il 70-75% delle denunce totali. Il loro destino è il vero "punto di rottura" del sistema.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Tasso di ritrovamento</b></span>:<span class="fs12lh1-5"> è drammaticamente basso, oscillando tra il </span><span class="fs12lh1-5">25% e il 30%</span><span class="fs12lh1-5">.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>La scomparsa permanente</b></span>:<span class="fs12lh1-5"> quasi il </span><span class="fs12lh1-5">70%</span><span class="fs12lh1-5"> dei MSNA denunciati sparisce dai "radar" per sempre. Sebbene molte siano "fughe funzionali" verso altri paesi europei, una quota critica di MSNA finisce vittima di circuiti criminali, diventando forza lavoro invisibile o oggetto di tratta. Per lo Stato, questi minori diventano fantasmi burocratici di cui si perde ogni traccia.</span></li></ul><b><div data-text-align="start" style="text-align: start;" class="fs16lh1-5"><br></div><span class="fs14lh1-5">3. Differenze tra maschi e femmine nelle dinamiche di scomparsa</span></b><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">La statistica evidenzia differenze significative nelle motivazioni e nelle modalità di sparizione tra i generi. Questo rappresenta un dato essenziale per la profilazione del rischio.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">Nei maschi, la scomparsa è spesso legata all'agire (acting-out).</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Motivazioni</b></span><span class="fs12lh1-5">: prevalgono gli allontanamenti legati a condotte trasgressive, conflitti con l'autorità (genitoriale o istituzionale) o il desiderio di indipendenza economica precoce, che è tipico anche di molti casi di MSNA.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Dinamica</b></span>:<span class="fs12lh1-5"> la fuga maschile tende ad essere più "nomade" ed esposta a rischi di coinvolgimento in attività microcriminali.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Nelle femmine, la scomparsa assume connotati più legati alla sfera affettiva e manipolatoria.</span><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Motivazioni</b></span><span class="fs12lh1-5">: le ragazze tendono a fuggire in risposta a traumi relazionali, violenze domestiche o manipolazioni psicologiche (spesso iniziate online).</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Dinamica</b></span>:<span class="fs12lh1-5"> esiste un rischio elevatissimo di </span><span class="fs12lh1-5">adescamento</span><span class="fs12lh1-5">. Se per un maschio la strada è il luogo della devianza, per una femmina è spesso il luogo della vittimizzazione. Le minori straniere, in particolare, sono il target principale delle reti di sfruttamento sessuale, dove la scomparsa è il preambolo a una segregazione forzata.</span></li></ul><b><div><div data-text-align="start" style="text-align: start;" class="fs16lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs16lh1-5"><br></span></b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs14lh1-5">4. La psicodinamica della fuga: la famiglia e il Cyber-Grooming</span><br></div></div></b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">Per il minore italiano, la scomparsa è quasi sempre un allontanamento volontario reattivo. Nel 2026, la fuga risulta legata alla fragilità dell'Io e all'incapacità di gestire il peso delle aspettative sociali.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">L'adolescente moderno non scappa per "spirito d'avventura", ma per sottrarsi a un'immagine di sé insostenibile. In questo vuoto emotivo si inserisce il Cyber-Groomer, l'adescatore digitale che opera una sistematica distruzione dell'autorità parentale. Attraverso la </span><span class="fs12lh1-5"><i>sextortion</i></span><span class="fs12lh1-5"> (estorsione a sfondo sessuale tramite materiale compromettente), il predatore pone il minore in una condizione di subalternità assoluta. I minori non tornano a casa perché la vergogna del ritorno è percepita come superiore al rischio della sparizione definitiva.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b class="fs14lh1-5">5. Minore straniero Vs Minore italiano</b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">La scomparsa dei minori in Italia nel 2026 riflette una società frammentata.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Il minore straniero</b></span><span class="fs12lh1-5"> (MSNA) sparisce perché lo Stato lo vede come una pratica burocratica e non come un individuo da includere.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Il minore italiano</b></span><span class="fs12lh1-5"> sparisce perché la famiglia spesso non ne intercetta la sofferenza finché non diventa assenza fisica.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">La vera tragedia risiede in quel 15% di italiani e in quel 70% di stranieri che non vengono mai più ritrovati. Per loro, la scomparsa non è una fase transitoria, ma una cancellazione definitiva dal tessuto sociale.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b class="fs14lh1-5">6. Il contesto europeo: un mosaico di risposte e criticità</b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">L'analisi del fenomeno in Italia non può prescindere da un confronto con i partner europei. Nel 2026, i dati raccolti attraverso il numero unico europeo 116000 (Hotline per i minori scomparsi) mostrano che, sebbene le dinamiche di base siano simili, le risposte istituzionali variano drasticamente tra i Paesi di "frontiera" e quelli di "destinazione".</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">Mentre l'Italia detiene un triste primato per la scomparsa dei MSNA a causa della sua posizione geografica di primo approdo, paesi come la Germania e la Francia registrano volumi elevatissimi di denunce legate soprattutto a conflitti familiari e sottrazioni internazionali.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">In Germania, nel 2025, si è confermato un tasso di ritrovamento tra i più alti d'Europa, superando il 90% entro la prima settimana dalla denuncia. Tuttavia, il sistema tedesco affronta una crescita esponenziale delle sottrazioni internazionali parentali, dove la scomparsa diventa lo strumento estremo di una battaglia legale tra genitori di nazionalità diversa.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">La Francia presenta una criticità simile a quella italiana per quanto riguarda le fughe dai centri di assistenza pubblica. Il dato francese evidenzia come la scomparsa sia spesso una risposta a un sistema di welfare percepito come coercitivo o insufficiente nel rispondere ai traumi pregressi dei minori.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">Dal confronto europeo emerge una realtà inquietante: l'Italia è spesso percepita dai minori stranieri solo come una stazione di transito. Molti dei ragazzi che spariscono dai “radar” italiani riappaiono mesi dopo nelle statistiche di Svezia, Germania o Regno Unito. </span><span class="fs12lh1-5">Questa "scomparsa statistica", in Italia maschera in realtà un viaggio ad altissimo rischio verso il Nord Europa, spesso gestito da reti di passatori. Il problema principale resta la mancanza di una reale interconnessione biometrica tra i database dei vari Stati membri: un minore denunciato a Lampedusa può circolare per mesi in Europa senza che le autorità degli altri Paesi riescano a collegarlo alla denuncia originale.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b class="fs16lh1-5"><br></b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b class="fs14lh1-5">7. Verso una strategia transnazionale</b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">Il confronto europeo dimostra che la scomparsa di un minore nel 2026 è un fallimento del coordinamento continentale. In Italia, la sfida è rendere il sistema di accoglienza abbastanza credibile da evitare che i ragazzi preferiscano l'invisibilità. In Europa, la sfida è l'unificazione reale dei protocolli di ricerca. Infatti, s</span><span class="fs12lh1-5">enza una condivisione immediata dei dati e una protezione uniforme, il "diritto a non sparire" rischia di rimanere un privilegio legato alla cittadinanza, lasciando migliaia di giovani nell'oblio delle rotte illegali.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">La tragedia dei mai ritrovati non è solo un numero nei rapporti del Commissario Straordinario, ma una ferita aperta nel tessuto di un'Europa che fatica a proteggere i suoi figli più vulnerabili.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><hr></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b class="fs11lh1-5">Fonti della ricerca</b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Agenzia dell'Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA): <i>Underage and invisible: MSNA flows in the Mediterranean (2026)</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Commissario Straordinario del Governo per le persone scomparse: </span><i class="fs11lh1-5">Relazione annuale 2025</i><span class="fs11lh1-5"> (pubblicata a inizio 2026) e </span><i class="fs11lh1-5">Relazione semestrale 2026</i><span class="fs11lh1-5">.</span></li></ul></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Eurostat: <i>Database on asylum and managed migration (Serie storica 2024-2025)</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ministero dell’Interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza: <i>Rapporto statistico sulle persone scomparse</i>, edizione 2025.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: <i>Report di monitoraggio dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA)</i>, dati consolidati al 31 dicembre 2025 e aggiornamenti 2026.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Missing Children Europe: <i>Figures and Trends Report 2025</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Missing Children Europe: <i>Comparative Report on Missing Children across the EU (Edizione 2025)</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Save the Children Italia: <i>XIV Rapporto "I Piccoli Schiavi Invisibili"</i>, pubblicato nel 2024 (con appendice statistica aggiornata al 2025).</span></li></ul></div><div> </div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 15:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La lucidità come criterio di sicurezza]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A7"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco SALIANI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Docente di Scienze applicate all'investigazione e alla sicurezza all'ISF Corporate University, esperto di Pubblica sicurezza e antiterrorismo</span></div><div><br></div><div>Nel mondo della sicurezza si misurano procedure, si
certificano dispositivi, si aggiornano protocolli. Si ragiona di misure e di
contromisure, ma ciò che conta davvero, quando la routine si spezza e il
contesto diventa instabile, è la mente di chi deve utilizzare le risorse e
governare i sistemi. </div>

<div>La lucidità operativa è la capacità di mantenere attivo il
pensiero quando la situazione si altera improvvisamente e la routine si
interrompe. Rimanere lucidi consente di osservare con precisione, valutare
l'efficacia dell'azione e decidere con coerenza anche quando il contesto
diventa instabile. Non è una questione di coraggio o temperamento. È una forma
di disciplina cognitiva che si costruisce con metodo e allenamento. </div>

<div>Nel corso degli anni ho visto persone tecnicamente preparate
perdere lucidità in pochi secondi. Allo stesso tempo, ho visto persone comuni
prendere decisioni straordinarie perché avevano sviluppato un'abitudine mentale
alla stabilità: respiravano, osservavano, riconoscevano ciò che stava accadendo
e agivano con precisione. </div>

<div>Un vecchio paracadutista del Tuscania mi spiegò questa
differenza con un'immagine che non ho più dimenticato. Descriveva che nelle
situazioni cinetiche gli uomini si dividono in due categorie: quelli che, al
rumore improvviso, si accovacciano e quelli che, invece, si alzano e si girano
verso la fonte del rumore. Quel veterano non parlava di istinto o di coraggio,
ma della capacità di trasformare uno stimolo in informazione. Chi percepisce la
paura, reagisce allo stimolo accovacciandosi; chi osserva la situazione e la
interpreta, si gira e risponde alla situazione. È una distinzione sottile, ma
decisiva per chi deve agire sotto pressione e assumere decisioni rapide e
affidabili. </div>

<div>Nel mondo delle imprese e delle organizzazioni complesse
accade la stessa cosa. Una risorsa umana che perde la lucidità interpreta male
un segnale, comunica in modo disordinato, prende scorciatoie, sottovaluta un
rischio o si blocca proprio nel momento in cui servirebbe una decisione chiara.
Tutto questo avviene prima ancora che la procedura possa essere applicata. La
perdita della lucidità è l'anello debole della catena decisionale. </div>

<div>Per questo la lucidità è un criterio di sicurezza a tutti
gli effetti: riduce l'errore e ne mitiga le conseguenze, migliora la qualità
delle decisioni, stabilizza il team sotto pressione e garantisce la continuità
nell'applicazione delle procedure. Una mente lucida riconosce i segnali,
distingue ciò che è urgente da ciò che è solo rumore, mantiene un linguaggio
operativo coerente e protegge il funzionamento dei sistemi. </div>

<div>Molti ritengono che la lucidità sia un talento innato, ma
non è così. È una competenza che si costruisce attraverso un addestramento
fisico e mentale che richiede metodo, ripetizione e consapevolezza. Si sviluppa
la gestione della respirazione, con esercizi di attenzione, micro-pause
intenzionali, analisi dei segnali e revisione delle proprie reazioni. Ogni
volta che si impara a riconoscere il proprio stato interno, si rafforza la
capacità di restare presenti anche sotto pressione. </div>

<div>La sicurezza non è soltanto tecnica e rispetto delle
procedure; i suoi criteri di funzionalità operativa trovano, nella capacità di
orientamento della lucidità mentale, il loro riferimento essenziale.</div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 16:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[23 febbraio 1944: il genocidio d’inverno del Regime comunista]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A6"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Mentre il mondo era concentrato sui fronti della Seconda guerra mondiale, all'interno dei confini dell'Unione Sovietica il regime comunista di Stalin stava compiendo uno dei crimini più atroci del XX secolo. L’operazione, dal nome in codice quasi beffardo "Lentil" (Cečevica), non fu una misura militare, ma un atto di ingegneria sociale violenta volto a cancellare un intero popolo: i ceceni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">​All'alba del 23 febbraio, mentre si festeggiava l'anniversario dell'Armata Rossa, quasi mezzo milione di persone, tra cui donne, vecchi e neonati, furono circondate da oltre 100.000 agenti della polizia segreta del regime (NKVD). L'accusa mossa dal Partito Comunista era infamante e collettiva: "tradimento e collaborazione con i nazisti". Una menzogna di Stato usata come pretesto per eradicare un’etnia che da sempre resisteva all'omologazione sovietica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il regime non si limitò a espellere queste persone, ma le condannò a una morte lenta e atroce. Caricati su carri bestiame privi di riscaldamento, acqua e cibo, i deportati affrontarono settimane di viaggio verso le steppe gelide dell'Asia Centrale. Chi moriva di tifo o congelamento veniva semplicemente gettato dai vagoni in corsa. Si stima che le perdite totali, tra il viaggio e i primi anni di esilio, oscillino tra il </span><span class="fs12lh1-5">30% e il 50% dell’intera popolazione</span><span class="fs12lh1-5">. Un massacro che il Parlamento europeo, nel 2004, ha ufficialmente definito per quello che è: g</span><span class="fs12lh1-5">enocidio</span><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il comunismo non voleva solo i territori, voleva eliminare la memoria. Dopo la deportazione, la Repubblica Ceceno-Inguscia fu sciolta e cancellata dalle mappe. I nomi dei villaggi furono russificati, le case requisite e i beni confiscati dallo Stato. Fu un tentativo sistematico di "soluzione finale" culturale e biologica, orchestrato da una burocrazia che considerava la vita umana un semplice numero su un registro di partito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">​Ricordare oggi il genocidio dei ceceni ad opera del regime comunista non è solo un atto di giustizia storica, ma una necessità per comprendere le radici dei conflitti moderni nel Caucaso. È la prova di come ogni ideologia totalitaria, quando prende il potere assoluto, finisca inevitabilmente per cibarsi della carne dei propri cittadini in nome di un "bene superiore" che non esiste.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 15:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Malati psichiatrici violenti e sicurezza: ecco perché il sistema non funziona]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A5"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div>Le immagini che negli ultimi anni scorrono sui nostri schermi televisivi e sui social media sono di quelle che fanno accapponare la pelle e lasciano un senso di impotenza misto a incredulità: cittadini comuni che, mentre camminano per strada o sbrigano le loro faccende quotidiane, vengono aggrediti improvvisamente, brutalmente e senza alcun motivo apparente da soggetti che poi si scopre essere affetti da gravi disturbi mentali. Sono persone spesso già note alle autorità, già denunciate per fatti simili, quindi, ci si chiede per quale ragione non siano chiuse in carcere o in un manicomio.</div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di entrare nel vivo dell’analisi tecnica, è impossibile non citare il caso drammatico di quella povera donna che, il 6 febbraio 2026, mentre era in bicicletta con il figlio di soli dieci anni, è stata colpita violentemente con un pugno da un giovane immigrato tunisino di ventidue anni. Parliamo di un soggetto che per lungo tempo ha terrorizzato l’intero quartiere di San Lorenzo, a Roma, e che solo ora, dopo un TSO, sembra aver attirato l’attenzione della Prefettura. La prima reazione istintiva di chiunque veda le sequenze del video è la rabbia pura, una rabbia che si traduce in domande legittime, ma cariche di frustrazione: perché quel pazzo è ancora libero di circolare? Perché nessuno lo ha rinchiuso? In questi momenti è facile e quasi naturale puntare il dito contro i giudici, che sembrano lasciare liberi soggetti pericolosi, o contro le forze di polizia, accusandole di non fare abbastanza per garantire la sicurezza pubblica. Tuttavia, in questo approfondimento voglio spiegarvi esattamente perché queste persone malate e violente sono ancora in giro a colpire passanti inermi, e voglio farlo andando oltre la questione dell'immigrazione irregolare che, pur essendo un tema cruciale, dato che chi delinque e commette azioni violente non dovrebbe restare nel nostro Paese a prescindere dalla patologia, rappresenta solo una parte di un problema enorme che riguarda anche moltissimi cittadini italiani. La causa di queste situazioni assurde non è l'incompetenza dei singoli, ma una vera e propria voragine normativa che parte da lontano, specificamente dalla legge 180 del 1978, la famosa “legge Basaglia”. Prima di allora esistevano i manicomi, luoghi dove il malato mentale spesso peggiorava invece di guarire, a causa di strutture fatiscenti e di un approccio che somigliava più alla detenzione carceraria che alla cura medica. L’intento della legge Basaglia era nobilissimo e poggiava su solide basi scientifiche. Infatti, la psichiatria aveva compreso da tempo che, per migliorare, il cervello di un malato di mente ha bisogno di relazionarsi con contesti sani e non di restare isolato con altri malati, magari in condizioni peggiori delle proprie. Purtroppo, però, come accade troppo spesso in Italia, si è passati da un'ottima intuizione a una pessima messa in pratica. Abbiamo chiuso progressivamente i manicomi e, nel 2015, abbiamo eliminato definitivamente anche gli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, che erano destinati proprio ai malati socialmente pericolosi. La realtà è che se il malato viene curato, se la terapia funziona e se esiste un supporto familiare e territoriale adeguato, il sistema regge; ma se il malato è aggressivo e pericoloso, venendo a mancare gli OPG, questi resta di fatto in strada con rischi enormi per sé e per gli altri. In sostanza, abbiamo tolto le sbarre, ma non abbiamo costruito una sorveglianza sanitaria efficace.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Molti pensano che la soluzione sia il TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, ma bisogna capire che si tratta di una misura d'emergenza che dura solo pochi giorni. Infatti, con il TSO il soggetto viene portato in ospedale, stabilizzato con i farmaci e, una volta passata la fase acuta, i sanitari sono obbligati per legge a dimetterlo. A quel punto si apre il baratro: chi controllerà che continui la terapia? Chi aiuterà le famiglie, spesso composte da anziani fragili che vivono un inferno quotidiano nel gestire figli in crisi psicotica? Oltretutto, molte volte i soggetti violenti con gravi disturbi mentali sono persone senza fissa dimora, i quali, dopo essere stati dimessi dall’ospedale, prima o poi tornano di nuovo in azione alla prima crisi psicotica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal punto di vista giudiziario la situazione è ancora più complessa: se un soggetto viene arrestato per un reato violento, ma il perito del tribunale, dopo tutti gli accertamenti del caso, dichiara che era totalmente infermo di mente al momento del fatto, il giudice non può mandarlo in carcere, perché sarebbe illegale. Il magistrato dovrebbe allora disporre l’invio in una REMS, cioè una Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Le REMS hanno sostituito gli OPG, ma queste strutture sono pochissime e hanno liste d'attesa infinite. Basti pensare alla Lombardia, una regione di oltre dieci milioni di abitanti, che dispone di un solo polo REMS a Castiglione delle Stiviere con appena centosessanta posti totali. La “patata bollente”, quindi, passa sempre dal giudice al perito del tribunale, il quale deve cercare disperatamente una comunità di riabilitazione privata, ma queste strutture, pur essendo convenzionate, non sono attrezzate né obbligate ad accettare pazienti che non si possono gestire in sicurezza. In altri termini, se il malato è pericoloso, non attivano il servizio. Alla fine di questo percorso a ostacoli, quando non ci sono altre possibilità, la “palla” passa di nuovo al giudice, il quale non ha altra scelta se non applicare misure di sicurezza blande e che non possono garantire l’incolumità dei cittadini, come la libertà vigilata o l'obbligo di dimora. Non è colpa dei giudici, né delle Forze dell’Ordine, né dei servizi sociali o del perito del tribunale: è colpa di un sistema che da cinquant'anni risparmia sulla salute mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per concludere, non serve tornare al medioevo dei manicomi e dei manicomi giudiziari, ma serve che la politica faccia la sua parte istituendo strutture pubbliche sicure e garantendo che la cura sia obbligatoria e costante per chi rappresenta un pericolo, perché la situazione sta peggiorando e non si può più permettere che un malato violento sia libero di colpire chiunque per strada, danneggiare ciò che gli capita a tiro o, peggio, aggredire o rapire bambini.</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 16:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lectio Magistralis con l’Avv. Giada Bocellari all’Istituto di Scienze Forensi]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A4"><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><b class="fs14lh1-5">Lectio Magistralis con l’Avv. Giada Bocellari: metodologia e strategie operative nelle indagini difensive</b></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Martedì 17 febbraio 2026, gli allievi della Corporate University dell’Istituto di Scienze Forensi hanno avuto l’onore e il piacere di assistere alla Lectio Magistralis tenuta dall’Avv. Giada Bocellari dedicata alle metodologie operative nelle indagini difensive. Un incontro al quale hanno partecipato anche diversi tecnici della Divisione Investigazioni Scientifiche, considerata l’importanza di conoscere in modo approfondito sia il ruolo che le esigenze dell’avvocato nel processo penale contemporaneo con particolare riferimento all’art. 391-bis c.p.p. e alla legge 397/2000, che non solo legittimano l’attività investigativa del difensore, ma ne definiscono la responsabilità come incaricato di pubblico servizio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo contesto, l'intervista difensiva emerge come uno strumento di estrema delicatezza, dalla scelta tra colloquio non documentato e la ricezione di dichiarazioni formalizzate, fino alla gestione delle specifiche tutele richieste per l’audizione di minori o soggetti detenuti. Quindi, ogni passo deve essere improntato al rigoroso rispetto del consenso dell’interlocutore e alla prevenzione del rischio di inquinamento probatorio o di dichiarazioni mendaci. Infatti, la precauzione contro i falsi e l’obbligo di depositare correttamente gli atti rappresentano il baluardo deontologico che garantisce la tenuta dell’intero impianto difensivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La pianificazione difensiva si configura come un processo dinamico e orientato all'obiettivo, che varia sensibilmente in base alla tesi da dimostrare e ai “sottoscopi” individuati in fase di </span><i class="fs12lh1-5">assessment</i><span class="fs12lh1-5"> iniziale. L’avvocato agisce come vero </span><i class="fs12lh1-5">dominus</i><span class="fs12lh1-5"> </span><i class="fs12lh1-5">della strategia</i><span class="fs12lh1-5">, orchestrando un team multidisciplinare dove gli investigatori privati rappresentano il braccio operativo per l’accesso ai luoghi, previo consenso del proprietario, o per la ricerca di documenti presso la Pubblica amministrazione. Accanto a loro, i consulenti tecnici costituiscono la "forza scientifica" dell'indagine. L’Avv. Bocellari ha sottolineato l'importanza di un apporto strettamente tecnico da parte del consulente, il quale deve essere distaccato dalle dinamiche processuali, al fine di garantire l’oggettività delle analisi e delle valutazioni delle prove scientifiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Avv. Bocellari ha concluso la Lectio Magistralis evidenziando il fatto che la strategia difensiva non può prescindere dalla gestione dei media. Infatti, la tutela dell’immagine dell’assistito deve essere integrata nella pianificazione investigativa, modulando la comunicazione in base alla tipologia del caso, per garantire che la difesa sia efficace tanto nelle aule di giustizia quanto nel dibattito pubblico.</span></div><div>Al termine della Lectio Magistralis, l’Istituto di Scienze Forensi, nelle persone del direttore generale, prof. Massimo Blanco, e del preside della Corporate University, prof. Robert Milne, ha conferito all’Avv. Giada Bocellari il Master <span class="fs12lh1-5"><i>Honoris Causa</i></span> in Scienze forensi e investigazione criminale “<span class="fs12lh1-5"><i>in virtù degli eccezionali meriti conseguiti nell’ambito della professione forense e per la straordinaria capacità di integrare le Scienze e le tecniche dell’investigazione criminale nella pratica del Diritto penale”</i></span><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><br></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 15:22:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Stasi e Sempio: perché l'analisi comportamentale in TV o sui social è solo pseudoscienza]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A3"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div>Il caso di Garlasco, tornato prepotentemente alla ribalta con la recente attenzione mediatica su Andrea Sempio e la figura di Alberto Stasi, rappresenta un laboratorio a cielo aperto per osservare quanto possa essere pericolosa la deriva della psicologia del comportamento quando viene trasformata in un tribunale sommario della simpatia. In questo contesto, è necessario ribadire con forza che l'analisi del linguaggio non verbale, pur essendo una disciplina affascinante e fondata su decenni di ricerca, non può e non deve essere utilizzata per emettere sentenze basate su frammenti di video o percezioni epidermiche. </div><div>Spesso assistiamo ad analisi televisive dove un battito di ciglia o una postura delle mani vengono interpretati come "segnali inequivocabili" di menzogna, ignorando il principio cardine stabilito da Paul Ekman: non esiste un "segno di Pinocchio". Ekman, pur avendo codificato le microespressioni facciali attraverso il rigoroso sistema FACS (Facial Action Coding System), ha sempre predicato estrema cautela, sottolineando che quelli che noi chiamiamo "hot spots" (punti caldi) non sono prove di colpevolezza, ma semplici indicatori di un conflitto emotivo di cui ignoriamo l'origine. Se un indagato mostra un segno di disgusto o di rabbia mentre parla di un crimine, la pseudoscienza conclude immediatamente che odiava la vittima, mentre la scienza forense si pone una domanda fondamentale: quella rabbia è rivolta alla vittima o al fatto che la vita di quella persona è stata distrutta da un'accusa infamante? &nbsp;Questo ci porta direttamente all'Errore di Otello, un fallimento logico di proporzioni colossali che avviene quando lo stress, l'ansia o l'agitazione vengono scambiati per i segnali di un colpevole che mente. Persone come Alberto Stasi o Andrea Sempio, catapultate in un tritacarne mediatico e giudiziario, manifestano spesso reazioni neurofisiologiche che il pubblico non comprende: la rigidità, lo sguardo fisso o la mancanza di lacrime "da copione" non sono segni di cinismo, ma possono essere manifestazioni di uno shock traumatico o di uno stato dissociativo. Interpretare la mancanza di emozione come mancanza di rimorso è un pregiudizio che non ha alcuno spazio nel diritto moderno. </div><div>Un altro elemento tecnico imprescindibile, quasi sempre ignorato nei talk show, è la necessità della "baseline". Per diagnosticare una menzogna, un esperto deve prima conoscere il comportamento normale e neutro del soggetto: qual è la sua frequenza respiratoria abituale? Qual è il suo ritmo di ammiccamento naturale quando non è sotto pressione? Analizzare una clip di pochi secondi senza questi parametri di confronto è un'operazione scientificamente nulla, paragonabile alla pretesa di diagnosticare un'aritmia cardiaca a un uomo che corre una maratona senza aver mai misurato il suo battito a riposo. </div><div>L'analisi del comportamento ha il suo valore massimo esclusivamente come "bussola" investigativa, utile a orientare l'interrogatorio o l'intervista cognitiva per capire dove "scavare" alla ricerca di prove fisiche, ma non può mai sostituirsi al DNA, alla BPA (Bloodstain Pattern Analysis), alle evidenze informatiche e alle altre discipline forensi o alla logica degli atti. Portare la pseudoscienza nel dibattito pubblico trasforma il processo penale in un pericoloso "concorso di estetica" dove chi ha la faccia "giusta" si salva e chi appare "strano" viene condannato. La civiltà del diritto impone di diffidare dai "guru" che vendono certezze assolute e di tornare al rigore dei dati, perché la psicologia e la criminologia forense richiedono umiltà e la capacità professionale di ammettere quando non vi sono elementi sufficienti per una valutazione attendibile. </div><div>Per gli studenti e gli esperti che volessero approfondire seriamente la materia, il riferimento resta la bibliografia scientifica internazionale, dai testi base di Paul Ekman come "I volti della menzogna" alle ricerche metodologiche di Aldert Vrij sulla detenzione dell'inganno e ai lavori di Giuliana Mazzoni sulla memoria e la testimonianza, che insegnano come l'analisi del comportamento sia solo uno dei tanti strumenti a disposizione degli investigatori e mai la prova giudiziaria su cui basare una condanna.<span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">FACS (Facial Action Coding System): creato da Ekman e Friesen, è l'unico sistema oggettivo per codificare ogni movimento facciale anatomicamente possibile attraverso le "Action Units" (AU).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Intervista Cognitiva:</span><span class="fs11lh1-5"> tecnica di audizione che utilizza principi di psicologia cognitiva per aiutare la memoria del testimone senza inquinarla, dove l'analisi del non verbale serve a monitorare il carico cognitivo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">L'errore di Otello:</span><span class="fs11lh1-5"> concetto analizzato magistralmente in </span><i data-path-to-node="8,0,0" data-index-in-node="58" class="fs11lh1-5">I volti della menzogna</i><span class="fs11lh1-5"> (P. Ekman), fondamentale per capire come la paura di non essere creduti possa mimare i segnali della colpevolezza.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La baseline investigativa:</span><span class="fs11lh1-5"> protocollo standard nelle interviste forensi che prevede una fase di "calibrazione" su argomenti neutri prima di affrontare i temi critici del reato.</span></li></ul></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Letture consigliate</b></span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Ekman, P., <i data-path-to-node="10,0,0" data-index-in-node="11">I volti della menzogna</i>, Giunti Editore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Vrij, A., <i data-path-to-node="10,1,0" data-index-in-node="10">Detecting Lies and Deceit: Pitfalls and Opportunities</i>, Wiley.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Mazzoni, G., <i data-path-to-node="10,2,0" data-index-in-node="13">Psicologia della testimonianza</i>, Carocci.</span></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 17:09:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Zoe Trinchero: il "no" che uccide e la genesi del narcisismo culturale]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A2"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div>Il caso di Zoe Trinchero, strangolata e gettata nel fiume a quanto pare per un "no", ci pone davanti a uno specchio deformante. Non è un caso isolato, ma il sintomo di una patologia sociale che ha già mietuto vittime come Sara Campanella a Messina, uccisa per strada da un collega di università respinto. Non parliamo di una malattia mentale improvvisa, ma di quello che Christopher Lasch, nel 1978, definì <span class="fs12lh1-5">"narcisismo culturale",</span> una deriva dove l'individuo smette di riconoscere l'altro come soggetto autonomo e lo percepisce solo come funzione dei propri bisogni.</div><div><span class="fs12lh1-5">Alla base di questa violenza c’è un vuoto di parole. Viviamo in un’era di iperconnessione digitale che nasconde un drammatico </span><span class="fs12lh1-5">analfabetismo emozionale</span><span class="fs12lh1-5">. Oggi, i giovani sanno come comunicare un’immagine, ma non sanno come processare un sentimento. Se un ragazzo non è stato educato a dare un nome alla frustrazione, alla tristezza o al senso di rifiuto, queste emozioni rimangono "corpi estranei" dentro di lui. </span><span class="fs12lh1-5">Quando il dolore non può essere nominato e pensato, deve essere scaricato all'esterno. L'aggressività, quindi, diventa l'unico linguaggio possibile per chi non possiede il vocabolario del dolore. In questa prospettiva distorta, l'omicidio non è "amore troppo forte", ma l'incapacità totale di gestire un'emozione negativa attraverso il pensiero.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dobbiamo avere il coraggio di guardare dentro le nostre case. Un bambino che cresce in un ambiente dove i "no" sono rari o inesistenti riceve un messaggio pericoloso: "Il mondo è ai tuoi piedi". Ma il danno peggiore avviene attraverso il sistema dei </span><span class="fs12lh1-5">rinforzi costanti e delle lodi immeritate</span><span class="fs12lh1-5">. </span><span class="fs12lh1-5">Se un genitore loda il figlio per ogni banalità, se lo convince di essere un "genio" o un "essere speciale" a prescindere dal suo impegno reale o dal rispetto degli altri, non sta costruendo la sua autostima, ma il suo </span><span class="fs12lh1-5">narcisismo</span><span class="fs12lh1-5">. L'autostima sana nasce dal superamento dei propri limiti, mentre il narcisismo nasce dalla rimozione degli stessi. Questo bambino, una volta adulto, avrà sviluppato un "Sé grandioso" estremamente fragile, un gigante dai piedi di argilla che ha bisogno del plauso continuo per non crollare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per un giovane cresciuto in questa bolla di lodi e condiscendenza, il "no" di una donna non è un semplice rifiuto sentimentale, è un attentato alla propria esistenza. Il rifiuto spacca la maschera di perfezione che i genitori e la società gli hanno costruito addosso. </span><span class="fs12lh1-5">Se non c'è stata un'educazione al limite, il rischio è lo sviluppo di </span><span class="fs12lh1-5">marcati tratti narcisistici</span><span class="fs12lh1-5"> che possono sfociare in un vero e proprio </span><span class="fs12lh1-5">disturbo di personalità</span><span class="fs12lh1-5">. In questo stato, l'empatia è assente. L'altro non è una persona da amare, ma un oggetto da possedere. Se l'oggetto si ribella o si nega, il narcisista prova un'angoscia di annientamento talmente forte da reagire con una ferocia distruttiva. Uccidere l'altro, </span><span class="fs12lh1-5">nella sua mente malata,</span><span class="fs12lh1-5"> diventa l'unico modo per riprendere il controllo e "mettere a tacere" la fonte della propria umiliazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il contesto sociale agisce da acceleratore. La nostra è la società della gratificazione istantanea. Abbiamo insegnato ai ragazzi che il desiderio deve essere soddisfatto al ritmo di un "clic". Il </span><span class="fs12lh1-5">"tutto e subito" </span><span class="fs12lh1-5">è diventato la regola d'oro, eliminando il concetto di attesa e di conquista. </span><span class="fs12lh1-5">Nelle relazioni, questa mentalità è letale. L'amore richiede tempo, pazienza e la possibilità del fallimento. Se un giovane applica la logica del consumo ai rapporti umani, non può tollerare che una persona non sia "disponibile" o "accessibile" secondo i suoi tempi. Il desiderio diventa pretesa e la pretesa, se inevasa, sfocia in rabbia narcisistica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso, alcuni politici e anche i genitori invocano l'intervento delle istituzioni per "educare ai sentimenti", ma questa è una delega impossibile, perché l</span><span class="fs12lh1-5">'educazione all'empatia inizia nella culla</span><b class="fs12lh1-5">.</b><span class="fs12lh1-5"> È una responsabilità primaria che i genitori hanno dal primo istante di vita del bambino. L'empatia si insegna mostrando che il dolore dell'altro esiste e va rispettato e che i propri desideri finiscono dove iniziano i diritti altrui. Se un genitore non ha mai avuto la forza di dire un "no" difficile, se ha sempre protetto il figlio dalle conseguenze dei suoi errori, ha di fatto disarmato quel ragazzo di fronte alla vita. La scuola può istruire, ma è la famiglia che deve strutturare l'essere umano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questi delitti non sono "raptus", sono il punto di arrivo di un modello educativo fallimentare che privilegia il successo all'etica, la lode alla verità e il possesso al rispetto. Finché non riporteremo il valore del limite e della frustrazione costruttiva al centro della crescita dei nostri figli, continueremo a produrre individui tecnicamente evoluti ma emotivamente barbari, incapaci di accettare che un "no" è, semplicemente, una parte della libertà dell'altro.</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 16:25:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[La gestione dell’attività investigativa tra urgenza e fretta]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000A1"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco SALIANI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Docente di Scienze applicate all'investigazione e alla sicurezza all'ISF Corporate University, esperto di Pubblica sicurezza e antiterrorismo</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’indagine su un
omicidio è in assoluto l’attività nella quale il tempo assume una dimensione
rilevante; il ritmo è esasperato e per restare lucidi è necessario distinguere
sempre l’urgenza dalla fretta. Non si tratta di fare delle classificazioni
semantiche né di dedicarsi ad un esercizio di stile; è una distinzione
operativa che incide sulla qualità dell’azione, sulla sicurezza degli operatori
e, in ultima analisi, sull’esito dell’indagine. Confondere questi due concetti
implica: alterare la percezione del tempo, perdere di lucidità, compromettere
la precisione e, soprattutto, commettere errori. L’investigazione criminale è
un’attività che affronta la complessità del caos e ogni errore è fatale perché
ne compromette la bontà, ne inficia i risultati, getta discredito
sull’organismo operante.</span></div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">L’urgenza è
consapevolezza del tempo che scorre con un ritmo incalzante. Il ritmo è quello
della flagranza (poco prima o immediatamente dopo), del “senza ritardo”, dei
termini, del deperimento delle tracce, del pericolo dell’inquinamento
probatorio… L’ufficiale o l’agente di polizia giudiziaria, o investigatore che
dir si voglia, sa che ogni minuto conta, ma che ogni minuto dev’essere usato
con metodo. È fondamentale mantenere la mente nitida mentre il contesto
accelera.</span></div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Il professionista
dell’investigazione anticrimine è disciplinato, sa governare le emozioni; egli
si affida al rigore del metodo, è in grado di individuare e di stabilire le
priorità, senza lasciarsi travolgere dalla pressione. Nell’attività di polizia
giudiziaria, l’urgenza è un elemento strutturale: preservare una scena del
crimine, raccogliere una testimonianza fragile, eseguire un accertamento
“urgente” sui luoghi o sulle persone. Sono momenti in cui la rapidità
dell’azione e la precisione nell’esecuzione assumono una rilevanza
significativa per lo sviluppo efficace dell’iter processuale.</span></div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La fretta è
tutt’altra cosa; è la distorsione della percezione, è la perdita del quadro
d’insieme, è l’azione che si sgancia dal metodo e si aggancia all’ansia. La
fretta genera errori, amplifica il rischio, apre varchi al pericolo e
compromette la qualità dell’attività. È un acceleratore senza controllo, un
impulso che sostituisce la razionalità con la reazione istintiva. Quando si
lascia spazio alla fretta, si perde di lucidità e di aderenza al contesto
operativo.</span></div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">Nell’investigazione,
come nella vita, “agire con calma” non significa rallentare; è un equivoco
diffuso quello di associare la calma alla lentezza. Anzi, è l’esatto contrario,
agire con calma significa mantenere il controllo mentre il tempo accelera; significa
non farsi trascinare dalla pressione, ma contenerla e governarla. Ecco perché
nelle situazioni critiche i superiori (di qualsiasi categoria professionale)
anziché pressare i collaboratori per </span><b><span class="fs12lh1-5">i risultati o le soluzioni</span></b><span class="fs12lh1-5"> devono
sostenere, supportare, agevolare. Operare e lavorare con calma vuole dire
prendere decisioni rapide senza perdere la logica, eseguire con velocità senza
sacrificare la qualità e agire con risolutezza senza scivolare nella
precipitazione.</span></div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">La calma operativa
è una competenza, non un atteggiamento, è ciò che permette di governare il
ritmo incalzante del tempo dell’investigazione criminale: un tempo che non
ammette pause, che non aspetta, che non perdona le esitazioni. Governare i
tempi e cadenzare il ritmo significa scandire le fasi dell’azione con ordine,
decidere con rapidità e non con impulsività, eseguire con velocità ma senza
approssimazione, agire con risolutezza e senza precipitazione. È un equilibrio
sottile che misura la professionalità dell’investigatore.</span></div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5">In ultima analisi
la differenza che c’è tra urgenza e fretta è la medesima che sta fra il metodo
e l’improvvisazione; tra chi ha la capacità di dominare il tempo e chi, invece,
ne è dominato e travolto. Urgenza equivale a proattività, mentre la fretta è solo
reazione. Tale distinzione nella metodologia dell’investigazione anticrimine è
concreta, quotidiana, determinante. Riconoscerla, coltivarla e difenderla
significa proteggere la qualità dell’indagine, la sicurezza degli operatori e
la credibilità dell’istituzione.</span></div></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 16:45:00 GMT</pubDate>
			<enclosure url="https://www.scienzeforensi.net/blog/files/La-gestione-dell-attivita-investigativa-tra-urgenza-e-fretta_thumb.png" length="1733724" type="image/png" />
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Incendio al “Le Constellation”: dalla dinamica del flashover alla responsabilità colposa]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009F"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Viviana Licia VAINI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Chimico forense, Investigatore di incendi ed esplosioni ISF Investigazioni Scientifiche, professore incaricato di Chimica forense e Investigazioni di incendi ed esplosioni all'ISF Corporate University </span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div style="text-align: start;" data-text-align="start">Nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, verso le 1:30
del mattino è divampato un incendio all’interno del bar <i>Le Constellation</i>,
situato nella località sciistica di Crans-Montana, nel Canton Vallese in Svizzera.
L’evento si è verificato mentre era in corso la festa di Capodanno, con oltre
un centinaio di persone presenti, in particolare giovani, di diverse
nazionalità.</div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">Secondo le ricostruzioni investigative preliminari, l’ipotesi
maggiormente accreditata è che l’incendio sia stato innescato da fontane scintillanti
pirotecniche fissate su bottiglie di champagne, dopo il contatto con il
rivestimento fonoassorbente del soffitto, altamente infiammabile. Il punto di
origine dell’incendio si localizzerebbe nella zona centrale del locale.</div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">Le fontane pirotecniche, infatti, producono
scintille ad alta temperatura per un tempo di combustione prolungato di decine
di secondi, che vengono proiettate verticalmente. Queste scintille posseggono
dunque sufficiente quantità di energia per fungere da innesco nel momento in
cui vengono a contatto con materiali facilmente infiammabili, quali i pannelli
fonoassorbenti di rivestimento del soffitto, altri materiali sintetici o
polimerici o elementi decorativi non ignifughi o con bassa classe di reazione
al fuoco.</div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">A seguito dell’accensione, le fiamme superficiali
si sono sviluppate rapidamente, producendo fumi caldi e tossici. All’interno
del luogo chiuso, la rapida evoluzione delle fiamme ha portato all’accumulo dei
fumi caldi e a un conseguente celere aumento della temperatura dell’ambiente,
portando a un’evoluzione estremamente veloce verso il flashover.</div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">Il flashover è la fase di un incendio in cui tutte le superfici e gli
oggetti all'interno di uno spazio prendono fuoco quasi simultaneamente perché
hanno raggiunto la loro temperatura di accensione. Ciò che è fondamentale in
questa fase dell’incendio, è che non c’è alcun bisogno che la fiamma si
propaghi e trovi continuità dal punto di origine dell’incendio a tutte le altre
parti della stanza. Accade all’interno dei luoghi chiusi perché una volta che è
stato innescato un incendio, vengono prodotti gas caldi che si accumulano
sempre più sul soffitto e scaldano, principalmente per irradiazione, tutti i
materiali sottostanti. Questi, a causa del calore si decompongono e rilasciano
gas infiammabili. Una volta raggiunta la temperatura di autoaccensione, questi gas
si innescano. Poiché i materiali presenti oggi all’interno dei locali hanno
tutti temperature di accensione molto simili, una volta che i gas dello strato
superiore hanno raggiunto la temperatura di circa 600°C, tutto prende fuoco
pressoché contemporaneamente. L’incendio passa da una fase localizzata ad una
combustione generalizzata. </div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">In questa fase, oltre alle fiamme e alle alte temperature, sono letali
anche la forte riduzione della visibilità, l’inalazione di gas tossici e il
panico collettivo accompagnato spesso dal collasso delle vie di fuga. </div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">In particolare, relativamente al locale <i>Le Constellation</i>, le
indagini stanno facendo emergere mancanze a livello dei controlli di sicurezza,
soprattutto nelle ispezioni antiincendio annuali. Da quanto fino ad oggi noto,
sembra che l’unica uscita di sicurezza disponibile fosse chiusa a chiave e
durante alcuni lavori di ristrutturazione la scala per salire al piano terra
fosse stata ridotta di dimensione, aumentando il restringimento del collo di
bottiglia che si è venuto a creare durante l’esodo dei presenti. </div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">A livello istituzionale, vi sono state diverse ripercussioni rispetto ai
controlli sui locali pubblici, in particolare nella sicurezza antincendio e
sulla gestione delle norme di sicurezza nei locali affollati, oltre che sui
rischi dell’uso della pirotecnica interna. </div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">Rispetto a quest’ultimo punto, è d’obbligo riportare i numerosi incendi
che si sono sviluppati negli ultimi anni in condizioni simili, molti dei quali
causati dalla presenza di dispositivi pirotecnici e ciascuno malauguratamente
causa di morte di un numero molto più elevato di persone, sebbene a livello
europeo non abbiano avuto lo stesso riscontro: a partire dal 1942 vi sono stati
22 incendi all’interno di discoteche e nightclub, dei quali una decina dal
2000. L’ultimo di questi, provocato da fuochi d’artificio e causa della morte
di 59 persone, è stato il 16 marzo 2025 nella vicina Macedonia del Nord.</div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">Come in molti dei casi precedenti, anche nel locale <i>Le Constellation</i>
l’evento incendiario è stato causato da un innesco apparentemente banale e la
pericolosità maggiore è derivata da una sommatoria di negligenze e noncuranze le
cui conseguenze sono state amplificate dal contesto strutturale e gestionale. Relativamente
alla dinamica dell’evento, la gestione dell’evacuazione risulta fondamentale: la
presenza e l’individuazione delle uscite di sicurezza, eventualmente con
segnalazione luminosa visibile nel fumo, e un sovraffollamento del locale
rivestono un ruolo cruciale. L’analisi della dinamica quindi si estende alla
valutazione sistemica del rischio, includendo progettazione del locale,
materiali presenti, procedure di sicurezza e comportamento umano. </div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">L’intero aspetto riguardante le normative e la mancata applicazione
delle ispezioni di sicurezza è il punto chiave relativo alla responsabilità
penale dei gestori e delle autorità locali. </div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">Nel diritto penale, soprattutto nei reati colposi plurimi, è essenziale
dimostrare il nesso di causalità tra la condotta omissiva o commissiva e
l’evento morte. Ogni diversa causa di morte comporta profili di colpa
differenti. L’identificazione delle cause effettive di morte è dunque uno degli
elementi chiave per la qualificazione dei reati e per l’attribuzione delle responsabilità.
Molte delle vittime potrebbero essere morte prima di essere raggiunte dalle
fiamme a causa di intossicazione da monossido di carbonio, asfissia da fumo,
inalazione di prodotti di combustione tossici o per trauma. L’autopsia consente
di stabilire dunque la causa, oltre che determinare se la morte sia stata
rapida o progressiva, elemento rilevante nella ricostruzione temporale dei
fatti. Nel caso in cui si rilevasse morte per ustioni dirette si potrebbero
individuare correlazioni con ritardi nei soccorsi o assenza di sistemi di
spegnimento, la morte per inalazione di fumi, darebbe rilievo a carenze nelle
vie di fuga, nei materiali e nella gestione dell’evacuazione, mentre la morte per
trauma da calca o caduta potrebbe portare all’individuazione di responsabilità
legate al sovraffollamento del locale e alla sicurezza strutturale. L’autopsia,
dunque, contribuirà a chiarire se l’evento fosse prevedibile ed evitabile, se
un diverso assetto di sicurezza avrebbe potuto impedire o ritardare il decesso
e se, in presenza di misure adeguate, alcune vittime avrebbero potuto salvarsi.</div>

<div style="text-align: start;" data-text-align="start">In ultimo, tra gli aggiornamenti più recenti vi è la notizia che nel 2024,
poco più di un anno prima della strage, si era già verificato un principio di
incendio nello stesso locale e con dinamica simile a quella del 1° gennaio
2026, senza però conseguenze gravi, in quanto rapidamente domato. Il
verificarsi di un pericolo simile già in passato, potrebbe essere tra i fattori
influenti sull’evoluzione verso l’ipotesi di dolo eventuale, in quanto il pericolo
si era già manifestato in passato.</div></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><br></div><div style="text-align: start;" data-text-align="start"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 17:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Armi vere e finte e la reazione di un operatore di polizia: cosa dice la scienza]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009E"><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><div data-text-align="start" style="text-align: start;">Quando un operatore di polizia si trova a dover usare l’arma in strada, l’opinione pubblica si divide immediatamente. Si parla di tempismo, di addestramento e, spesso, di eccesso di difesa. Tuttavia, la scienza e la biologia dicono qualcosa di molto diverso: in certe situazioni, la scelta razionale semplicemente non esiste.</div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs14lh1-5"><b>Il limite fisico della vista</b></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;">Il primo ostacolo non è professionale, ma biologico. A una distanza di 20 metri, l'occhio umano, anche quello di un operatore d’élite, incontra un limite fisico invalicabile chiamato <span data-path-to-node="5" data-index-in-node="185" class="fs12lh1-5">acuità visiva</span>.</div><ul data-path-to-node="6"><li><b data-path-to-node="6,0,0" data-index-in-node="0" class="fs12lh1-5">Risoluzione ottica:</b><span class="fs12lh1-5"> a 20 metri, un dettaglio di pochi millimetri (come la volata della canna o un tappo rosso) è troppo piccolo per essere messo a fuoco dalla retina. Non abbiamo abbastanza "pixel biologici".</span></li><li><b data-path-to-node="6,1,0" data-index-in-node="0" class="fs12lh1-5">Effetto dello stress:</b><span class="fs12lh1-5"> sotto minaccia, il cervello non elabora immagini nitide, ma sagome sfocate. La priorità è la sopravvivenza, quindi l'istinto "riempie i vuoti" facendoci vedere l'arma che temiamo, indipendentemente dalla realtà.</span></li></ul><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs14lh1-5"><b>La matematica del conflitto: 0,4 contro 1,5 secondi</b></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;">I tempi di reazione mostrano quanto sia svantaggiata la posizione di chi deve difendersi.</div><ul data-path-to-node="9"><li><b data-path-to-node="9,0,0" data-index-in-node="0" class="fs12lh1-5">Il criminale:</b><span class="fs12lh1-5"> per sollevare un'arma e sparare, impiega circa </span><span data-path-to-node="9,0,0" data-index-in-node="61" class="fs12lh1-5">0,4 secondi</span><span class="fs12lh1-5">.</span></li><li><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b data-path-to-node="9,1,0" data-index-in-node="0">L'operatore:</b> anche se addestrato, per estrarre dalla fondina e rispondere al fuoco ha bisogno di circa <span data-path-to-node="9,1,0" data-index-in-node="94" class="fs12lh1-5">1,5 secondi</span>. Se ha già l'arma in pugno, ne servono comunque <span data-path-to-node="9,1,0" data-index-in-node="154" class="fs12lh1-5">0,8</span>. L'operatore sarà quasi certamente colpito per primo.</div></li></ul><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs14lh1-5"><b>La "scorciatoia" del cervello: l'amigdala</b></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;">A distanze ravvicinate (sotto i 10 metri), non è più la parte razionale del cervello a decidere.</div><ul data-path-to-node="12"><li><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b data-path-to-node="12,0,0" data-index-in-node="0">Reazione istintiva:</b> il segnale visivo prende una scorciatoia neurale verso l'amigdala, la nostra centrale di sopravvivenza, saltando l'elaborazione fine della corteccia.</div></li><li><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b data-path-to-node="12,1,0" data-index-in-node="0" class="fs12lh1-5">Latenza decisionale:</b><span class="fs12lh1-5"> La parte razionale del cervello "capisce" cosa sta succedendo solo dopo almeno 2 secondi, ma a quel punto l'amigdala ha già premuto il grilletto. In quel momento, l'operatore agisce in uno stato paragonabile all'incapacità di intendere e di volere per puro istinto di conservazione.</span></div></li></ul><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs14lh1-5"><b>L'illusione dell'arma finta</b></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;">Nel video abbiamo messo alla prova l'occhio umano con tre diversi strumenti: una pistola di gomma per addestramento, una da Glock 17 da softair (con canna aperta e senza tappo rosso) e una Beretta 92 a salve. La realtà è che, visivamente, queste armi sono indistinguibili da quelle vere durante un'azione dinamica.</div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs14lh1-5"><b>Conclusione</b></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;">Un operatore di polizia non è una macchina, ma un essere umano con limiti biologici fissi. Se un osservatore calmo, davanti a uno schermo, non riesce a distinguere un'arma vera da una finta, pretendere che lo faccia un operatore sotto stress in meno di mezzo secondo è pura illusione cinematografica. Dobbiamo smettere di pontificare dai salotti e guardare a cosa dice realmente la scienza forense.</div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><br></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><div><b><span class="fs12lh1-5">Guarda il video del prof. Massimo Blanco:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5"><b><a href="https://www.youtube.com/watch?v=JT4m4twLc7w" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=JT4m4twLc7w</a></b></span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 14:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il principio di Locard e la contaminazione: perché il sopralluogo non è mai neutro]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009D"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco SALIANI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Docente di Scienze applicate all'investigazione e alla sicurezza all'ISF Corporate University, esperto di Pubblica sicurezza e antiterrorismo</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Tutti i criminalisti conoscono il principio di Locard: “Ogni contatto lascia una traccia” e sanno che, quando due entità fisiche entrano in relazione, avviene sempre uno scambio di materiale, anche in quantità infinitesimali. Il principio di Locard è un’idea semplice che racchiude una potenza concettuale enorme: spiega perché esistono le tracce e, allo stesso tempo, perché la loro gestione richiede rigore assoluto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da questo postulato discende una conseguenza spesso sottovalutata: la contaminazione non è un rischio, è una certezza. Se ogni contatto lascia una traccia, allora qualsiasi presenza sulla scena del crimine la modifica. Non esiste intervento neutro, non esiste sopralluogo che non alteri lo stato originario dei luoghi. Fortunatamente, il più delle volte, queste alterazioni non determinano bias cognitivi, ma altre volte, quando il contesto investigativo generale è confuso, producono un fastidioso rumore di fondo che altera il logico e corretto sviluppo del percorso investigativo, generando errori procedurali fatali come la condanna di un innocente o l’assoluzione di un colpevole.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La contaminazione non è un incidente, ma una condizione immanente al principio stesso di Locard. Per questo la tecnica del sopralluogo, i protocolli d’intervento, l’uso dei DPI, la sterilità degli strumenti, la catena di custodia e la documentazione accurata non servono a “evitare” la contaminazione, ma a contenerla. Sono strumenti di mitigazione, non di annullamento. La loro funzione è ridurre l’impatto inevitabile dell’azione umana, non garantire una purezza impossibile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa premessa logica ha una ricaduta epistemologica decisiva: il DNA non è una prova. Nel linguaggio giuridico, la prova può assumere due forme: quella rappresentativa e quella indiziaria. La prova rappresentativa deriva dalla diretta percezione o registrazione di un fatto già accaduto; è ciò che un testimone vede con i propri occhi, ciò che una fotografia mostra, ciò che una videoripresa documenta. È una forma di conoscenza immediata, che rappresenta il fatto e lo rende accessibile agli altri.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La prova indiziaria non mostra ciò che è accaduto: lo suggerisce. È un ponte che collega un dato certo a un fatto ancora da dimostrare, utilizzando ciò che sappiamo in virtù dell’esperienza o della scienza. Nessun indizio parla da solo: richiede un’interpretazione, un contesto e una coerenza con l’intero quadro investigativo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, il DNA non può essere considerato una prova rappresentativa, perché da solo non rappresenta nulla e non racconta nulla. È, a tutti gli effetti, una prova indiziaria: un dato materiale che necessita di essere interpretato, collocato e verificato. Il DNA non costituisce la conclusione di un ragionamento, ma il suo inizio. È una traccia che deve essere sviluppata, confrontata con scenari alternativi e inserita nella dinamica complessiva del fatto. In altre parole, il DNA non è un fatto: è un dato che, per diventare prova, deve essere trasformato in conoscenza attraverso un ragionamento corretto, non accettato come un sigillo di verità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo quadro, già di per sé complesso, si inserisce il touch DNA, il materiale genetico che viene lasciato semplicemente sfiorando una superficie. È una traccia estremamente sensibile e, al tempo stesso, fragile dal punto di vista interpretativo. La sua presenza non implica un contatto diretto con la vittima né un’azione rilevante per il fatto: può derivare da trasferimento secondario o terziario, da contatti casuali, da contaminazione ambientale o dagli stessi operatori. Il touch DNA non indica un gesto: indica un passaggio. E un passaggio, da solo, non racconta una storia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A complicare ulteriormente il contesto interviene la tecnologia. Le attuali tecniche di amplificazione consentono di rilevare quantità di DNA che fino a pochi anni fa erano del tutto invisibili. La sensibilità degli strumenti moderni permette di intercettare tracce infinitesimali, che un tempo sarebbero rimaste fuori dal campo dell’osservazione forense. Questo progresso non limita il principio di Locard, ma lo amplifica. Se ogni contatto lascia una traccia, oggi siamo semplicemente in grado di vedere tracce che prima non vedevamo. Purtroppo la maggiore capacità di rilevazione non coincide con una maggiore capacità di interpretazione; più tracce emergono, più diventa complesso comprenderne l’origine, la dinamica, il significato. La tecnologia amplia il panorama, ma non elimina l’ambiguità; anzi, la rende più evidente e richiede un rigore interpretativo ancora più elevato, ed ecco perché è assolutamente imperativo che l’investigatore anticrimine governi il processo investigativo tornandone ad essere l’assoluto protagonista e non il partner del tecnico di laboratorio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La genetica forense non risponde alla domanda “chi è colpevole”, perché il DNA non è una fotografia né una testimonianza. Non dice “questa persona ha compiuto questo gesto”, ma permette di valutare quanto sia plausibile che un profilo genetico appartenga ad un individuo coinvolto nel fatto, rispetto alla possibilità che appartenga a qualcuno del tutto estraneo. È un modo di ragionare basato sulle probabilità, non sulle certezze. Il laboratorio non fornisce una verità definitiva, ma un confronto tra due scenari: uno in cui l’indagato è coinvolto e uno in cui non lo è. Il valore del DNA nasce dal rapporto tra queste due possibilità, non da un’affermazione assoluta. Per questo una compatibilità genetica non equivale a un’identificazione. È solo un dato che deve essere interpretato nel contesto, confrontato con gli altri elementi e inserito nella logica complessiva dell’indagine. Scambiare un risultato probabilistico per una certezza significa trasformare un’indicazione in una conclusione, e questo è l’errore più grave che si possa commettere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Locard ci dice che le tracce esistono sempre; la logica ci impone di riconoscere che la contaminazione è inevitabile; il touch DNA mostra quanto sia facile lasciare materiale genetico senza intenzione e l’epistemologia forense insegna che il valore probatorio non sta nella traccia, ma nella sua interpretazione critica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La conclusione diventa inevitabile: ogni contatto lascia una traccia, ma non ogni traccia lascia un significato.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 16:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I femminicidi sono realmente in aumento o è solo propaganda?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009C"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La dicotomia tra dato e percezione</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel dibattito pubblico contemporaneo, il termine "femminicidio" è divenuto un fulcro attorno al quale orbitano narrazioni contrapposte. Da una parte, il monitoraggio costante di movimenti sociali come Non Una Di Meno denuncia una strage senza fine; dall'altra, le statistiche italiane e internazionali raccontano una realtà differente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quindi, da che parte sta la verità?</span></div><div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5">L’evidenza statistica: un’isola di relativa sicurezza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Se si analizzano i dati forniti dal Ministero dell’Interno e dall’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine), l'Italia si conferma come uno dei paesi con i tassi di omicidi volontari di donne più bassi a livello globale. Con un’incidenza che oscilla tra lo 0,34 e lo 0,38 per 100.000 donne, il nostro Paese presenta numeri inferiori rispetto alla media europea e anche mondiale. A differenza di quanto la comunicazione volta a un fine politico-sociale possa far percepire, non si è in presenza di un aumento numerico dei delitti letali. Al contrario, il trend storico degli omicidi in Italia è in costante calo da oltre trent'anni, sebbene la componente dei femminicidi mostri una resilienza maggiore rispetto agli omicidi maschili.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">​Il ruolo di Non Una di Meno tra advocacy e distorsione metodologica</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'accusa di distorsione dei dati spesso rivolta ad osservatori indipendenti come “Non Una Di Meno”, noto movimento politico e sociale transfemminista, che ha l'obiettivo principale di contrastare la violenza di genere, merita una riflessione metodologica. Infatti, Non Una Di Meno, nella propria statistica aggiornata al 31 dicembre 2025, include i suicidi indotti, le morti sospette, i decessi legati alla mancanza di supporto sociale, ma anche i “lesbicidi” e i “transcidi” (neologismi creati “ad hoc” dal Movimento) che non hanno nulla a che fare con il concetto oramai comunemente accettato di “femminicidio”, spostando l'analisi dal "reato accertato" alla "violenza sistemica". Pertanto, se da un lato questo approccio svolge una pregevole funzione di monitoraggio sociale, dall'altro risulta criticabile poiché sovrappone fattispecie eterogenee che spesso divergono dalla reale dinamica criminale.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5">Il mito del patriarcato e la realtà individuale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Un punto centrale del dibattito odierno riguarda il concetto di "patriarcato", spesso invocato come causa scatenante universale. Tuttavia, l'evidenza sociologica e criminologica smentisce tale asserzione: il movente patriarcale, inteso come esecuzione di un mandato culturale di dominio, racchiude oggi una piccolissima quota dei reati. Inoltre, la violenza di genere non è un fenomeno tipicamente italiano, in quanto l'Italia registra tassi di letalità molto più contenuti rispetto a molte altre democrazie occidentali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La realtà dei casi giudiziari evidenzia invece la prevalenza di variabili cliniche individuali: gravi disturbi della personalità (narcisistici, borderline o paranoidi), scompensi psicotici, dipendenze o patologie del legame. In tale contesto, però, è fondamentale chiarire che evidenziare tali variabili non significa definire l'autore come "malato di mente" nel senso di non imputabile. Infatti, nella maggior parte dei casi ci si trova di fronte a soggetti capaci di intendere e di volere, ma con strutture psicologiche disfunzionali e un profondo analfabetismo emotivo. Il delitto emerge dunque come l'esito tragico di una incapacità individuale di gestire il conflitto o l'abbandono, piuttosto che come un retaggio culturale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La verità nel mezzo</b></div><div><span class="fs12lh1-5">​La realtà si colloca in una zona mediana. Infatti, se è vero che i femminicidi non sono affatto in aumento, anzi, sono diminuiti, è altrettanto vero che i cosiddetti "reati spia", come lo stalking e i maltrattamenti fisici e psicologici, presentano volumi significativi. Il paradosso italiano risiede proprio qui: un sistema estremamente sicuro dal punto di vista dell'incolumità vitale, ma ancora pervaso da dinamiche relazionali vessatorie che richiedono un'analisi specifica, lontana dalle generalizzazioni ideologiche. Spostare l'attenzione sul piano clinico-individuale permette di intercettare precocemente i segnali di rischio, che sono molto più predittivi di qualsiasi categoria sociologica generale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Conclusione</b></div><div><span class="fs12lh1-5">​In conclusione, la risposta al quesito iniziale richiede equilibrio. Non si è di fronte a un'ecatombe statistica, ma a un'emergenza legata alla gestione del conflitto relazionale. Liquidare le denunce di movimenti come Non Una Di Meno come mera propaganda sarebbe un errore di prospettiva, così come accettare spiegazioni sociologiche monocausali sarebbe un errore metodologico. La sfida è fornire una bussola tecnica affinché le leggi non siano solo risposte emotive a slogan ideologici, ma strumenti capaci di agire sulla prevenzione e sulla valutazione del rischio reale.</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Bibliografia e fonti statistiche</span></div><ul type="disc"><li><span class="fs11lh1-5">Ministero dell'Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i class="fs11lh1-5">Analisi criminale sugli omicidi volontari e la violenza di genere</i><span class="fs11lh1-5">, Roma, 2024-2025.</span></li><li>​<span class="fs11lh1-5">ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica)</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i class="fs11lh1-5">Il numero delle vittime di omicidio e le forme della violenza contro le donne</i><span class="fs11lh1-5">, Roma, 2024.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), <i>Global Study on Homicide: Focus on gender-related killing of women and girls</i></span><span class="fs11lh1-5">, Vienna, 2023.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Non Una Di Meno, <i>Osservatorio nazionale sul femminicidio, lesbicidio e transicidio: monitoraggio indipendente delle vittime di violenza patriarcale</i></span><span class="fs11lh1-5">, report annuali 2023 e 2024.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">EIGE (European Institute for Gender Equality), <i>Gender-based violence statistics and femicide data in the EU</i></span><span class="fs11lh1-5">, Vilnius, 2024.</span></li><li>​<span class="fs11lh1-5">Consiglio d'Europa</span><span class="fs11lh1-5">, </span><i class="fs11lh1-5">Rapporto GREVIO sull'attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia</i><span class="fs11lh1-5">, Strasburgo, 2024.</span></li> </ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 17:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Emergenza aggressioni con armi da taglio. I dati 2024/2025]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009B"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi due anni, la percezione della sicurezza nelle città italiane è cambiata drasticamente. Non si tratta solo di sensazioni: i numeri confermano che il coltello è diventato la nuova "arma del crimine" per eccellenza. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo report analizziamo i dati del biennio 2024/2025, esplorando la crescita dei reati violenti e l'incidenza statistica tra cittadini italiani, stranieri e irregolari.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Record di aggressioni con coltello: i numeri del Viminale</b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Secondo le ultime rilevazioni del Ministero dell'Interno, l'uso di armi bianche ha superato quello delle armi da fuoco. Nel 2024, il 33% degli omicidi è stato perpetrato con lame. La stima complessiva per il biennio parla di circa 30.000 episodi violenti (aggressioni, rapine e lesioni gravi) in cui è stata utilizzata un'arma da taglio, con un incremento delle lesioni dolose del 5,8%.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Statistiche criminalità: il confronto tra italiani e stranieri</b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Un punto centrale del dibattito sulla sicurezza riguarda il profilo degli autori dei reati. Sebbene la maggioranza delle denunce totali riguardi cittadini italiani (circa il 58%), l'analisi del tasso di incidenza rivela una sproporzione significativa basata sulla densità demografica:</span></div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">tasso di criminalità specifico: rapportando i reati alla popolazione residente, i cittadini stranieri presentano un </span>tasso di coinvolgimento in aggressioni con lama superiore del 550% rispetto agli italiani;</li><li>frequenza statistica: in termini pratici, uno straniero ha una probabilità 6,5 volte superiore di essere coinvolto in questi specifici reati rispetto a un cittadino italiano.</li></ul><b class="fs14lh1-5"><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div>​Il ruolo della marginalità: focus su irregolari e Nord Africa</b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Il dato diventa ancora più polarizzato quando si analizza la comunità nordafricana (Marocco, Tunisia, Egitto, Algeria). Questi cittadini sono coinvolti in circa il 22% delle aggressioni totali con arma da taglio in Italia. Tuttavia, la variabile determinante non è la nazionalità, ma la condizione giuridica:</span><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">stranieri regolari: chi vive e lavora regolarmente in Italia ha tassi di criminalità quasi identici a quelli dei cittadini italiani;</span></li><li>stranieri irregolari: la stragrande maggioranza dei reati (circa l'80% della quota straniera) è commessa da chi non ha un permesso di soggiorno. Un cittadino nordafricano irregolare delinque con armi da taglio con una frequenza 30 volte superiore rispetto a un suo connazionale integrato.</li></ul><b class="fs14lh1-5"><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div>Perché aumentano le aggressioni con lama?</b></div><div><span class="fs12lh1-5">​Gli esperti di sicurezza urbana indicano che la proliferazione delle lame è dovuta alla loro facile reperibilità e alla difficoltà di controllo da parte delle Forze dell'Ordine rispetto alle armi da fuoco. Il fenomeno è particolarmente visibile nelle "zone calde" delle metropoli (stazioni ferroviarie e periferie degradate), dove la marginalità degli irregolari sfocia spesso in violenza predatoria o scontri per il controllo del territorio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><b class="fs11lh1-5">Fonti ufficiali</b><ul type="disc"><li>​<span class="fs11lh1-5">Ministero dell’Interno: <i>Report Servizio Analisi Criminale 2024/2025</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​ISTAT: <i>Annuario Statistico Italiano e Bilancio Demografico</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​Il Sole 24 Ore: <i>Indice della criminalità 2024 e 2025</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​Dossier ISMU: <i>Rapporto sulle migrazioni e l'irregolarità in Italia</i>.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">​Garante dei Detenuti: <i>Relazione annuale al Parlamento</i>.</span></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 14:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Osservare senza essere notati: l’arte dell’invisibilità e del mimetismo urbano]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000009A"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Paolo Francesco SALIANI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Docente di Scienze applicate all'investigazione e alla sicurezza all'ISF Corporate University, esperto di Pubblica sicurezza e antiterrorismo</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Osservare un obiettivo senza essere notati è una delle competenze più sottili e meno
raccontate dell’investigazione criminale: un’arte silenziosa, fatta di presenza
e assenza allo stesso tempo. Essere invisibili non significa scomparire, ma
evitare di diventare obiettivo dell’osservazione altrui. Osservare significa
guardare con occhio
analitico ciò che accade nel contesto
individuato come obiettivo remunerativo dell’indagine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La conduzione di un servizio
di osservazione in un contesto ostile, senza essere individuati come corpo estraneo, è frutto di una tecnica
che discende dal mimetismo e
dal camuffamento tattico, ma anche di una disciplina mentale che richiede
autocontrollo, spirito di adattamento, pazienza e concentrazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il territorio ostile non è
solo un luogo fisico: è un ecosistema sociale. Chi lo abita riconosce volti,
movimenti, abitudini. Ogni anomalia risalta. Ogni presenza fuori contesto viene
notata; per questo l’investigatore anticrimine deve inserirsi nel contesto
operativo senza entrare in conflitto con l’ambiente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il mimetismo urbano non è
solo camuffamento: è circospezione, ascolto, rispetto. È la capacità di leggere la realtà e di adattarsi ai suoi
ritmi, alle sue abitudini, ai suoi rituali. Significa assumere e mantenere
un profilo basso, evitando comportamenti che attirino l’attenzione. È un
processo graduale: non si entra “di colpo”, ci si avvicina con
pazienza, calibrando i tempi della permanenza e valutando il rischio di
essere individuati. Una volta dentro,
si rimane fermi mentre tutto attorno si muove, lasciando che l’ambiente si
abitui alla nostra presenza senza percepirla come una minaccia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La vera forza
dell’osservazione non sta nel documentare ciò che accade,
ma nel non essere visti. Il bravo operatore è quello capace di restare
fuori dall’inquadratura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non bisogna avere fretta. Il target, monitorato nel suo ambiente, continuerà ad agire con tranquillità, certo di essere al sicuro
e sarà proprio il suo comportamento a generare le situazioni d’interesse
investigativo; l’osservatore dovrà solo essere pronto
a cogliere quei momenti: il tempismo
è tutto.</span></div><div><div>

</div><div>La valenza dirompente dell’osservazione sta nel fatto che
è la realtà circostante a venire
da noi. Si entra piano,
in punta di piedi, ci si posiziona e si attende. Loro si muovono,
noi restiamo fermi.
Loro gridano, noi stiamo in <span class="fs12lh1-5">silenzio: ascoltiamo, filmiamo, analizziamo e, a tempo debito, colpiamo dove il
riscontro è più qualificato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’investigazione criminale è un’arte silenziosa che
richiede disciplina, pazienza e sensibilità. È l’arte di chi sa attendere che
cali la nebbia, perché quando c’è la nebbia non si vede ed è in quel momento
che l’investigatore trova lo spazio per insinuarsi. La nebbia è la copertura
ideale non perché sottrae alla vista, ma perché rende impermeabili alla
percezione.</span></div>

<div>Il professionista che si muove
nella nebbia non sfida il territorio: lo attraversa. Non si oppone al contesto:
lo interpreta; vede e osserva senza essere visto, invisibile e impalpabile,
proprio come la nebbia.</div><div><span class="fs12lh1-5">In questa postura tecnica,
fatta di paziente
attesa, di muscoli
tesi e pronti allo scatto, l’operatore non è mai solo. L’invisibilità è un’arte collettiva, frutto del lavoro di
squadra; serve un team affiatato, capace di muoversi con discrezione, di
comunicare senza troppe parole, di mantenere coerenza, continuità e aderenza al
contesto. L’osservazione richiede sintonia, silenzio condiviso, comprensione
reciproca. Il team è un organismo unico, che si muove con naturalezza, senza
bisogno di spiegazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’approccio metodologico si
fonda su costanza, discrezione, pazienza e lucidità. È una dottrina d’impiego
che assume la fisionomia di una lama affilata, capace di incidere le fibre del
tessuto criminale con analitica </span><span class="fs12lh1-5">determinazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 16:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Perché l’analisi della telefonata di Stasi al 118 non ha basi scientifiche]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000099"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Esiste un metodo scientifico che consente di capire se una persona che telefona ai soccorsi per un omicidio sia colpevole o innocente?</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Riprendo un argomento di cui ho già parlato in un video sui nostri canali social, ovvero la telefonata di Alberto Stasi al 118, chiarendo che il comportamento verbale e paraverbale di una persona che chiama i soccorsi è caratterizzato da una serie di variabili psicologiche che differiscono da soggetto a soggetto, come il carattere, la personalità, l’esperienza di vita, la capacità individuale di far fronte a situazioni critiche, il tipo di legame che il chiamante ha con la vittima e molto altro. Ho accennato anche a un sistema di analisi delle telefonate ai soccorsi elaborato negli Stati Uniti, che nasce dall’idea che dal comportamento verbale e paraverbale di una persona che telefona ai soccorsi si possano individuare chiari indicatori di menzogna e, quindi, ottenere indizi di colpevolezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sapevo che esistesse questo metodo ma, sinceramente, non me ne sono mai interessato, in quanto i risultati dell’analisi comportamentale di una persona che abbiamo fisicamente di fronte presentano già un margine di errore alto, figuriamoci l’analisi comportamentale di un soggetto che parla al telefono. E ho fatto bene perché, aggiornandomi, visto che non è una facoltà, ma un obbligo professionale a cui dovrebbero tener fede tutti i professionisti, so che fin dal 2022 questo metodo di analisi delle telefonate al 911 è al centro di pesanti attacchi negli Stati Uniti. Pare, infatti, che un centinaio di processi negli USA dovranno essere revisionati e che persino l’FBI, il luogo da cui indirettamente è nato il metodo, lo abbia pienamente disconosciuto, dichiarandolo privo di fondamento scientifico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Vediamo da dove tutto è iniziato. Questo metodo americano degli indicatori comportamentali di innocenza o colpevolezza durante le chiamate ai soccorsi parte da una ricerca condotta tra il 2006 e il 2008 da Tracy Harpster, ex ufficiale di polizia del Dipartimento di Dayton, in Ohio, nell’ambito della sua tesi di master all’Università di Cincinnati. Per la sua ricerca, Harpster ha collaborato con Susan Adams, ex agente speciale e docente di analisi linguistica dell'FBI.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo studio di Harpster e Adams si è concentrato sull’analisi di un campione di cento chiamate (cento, non migliaia) al 911, riguardanti casi di omicidio già risolti. Di queste cento chiamate, cinquanta erano di persone innocenti e cinquanta di colpevoli. Harpster e Adams hanno analizzato sia le registrazioni audio, per l’esame del tono e delle pause, sia le trascrizioni, per la scelta delle parole e la struttura delle frasi. Da questo studio è poi nata la “COPS Scale”, che elenca una serie di comportamenti tipici dell’innocente e del colpevole.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo questa scala, composta da 20 indicatori, una persona è innocente quando, ad esempio, è guidata dall’urgenza e dalla speranza di salvare la vittima:</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">la richiesta di aiuto arriva immediatamente, spesso prima ancora di spiegare l'accaduto;</span></li><li>viene sottolineata l’urgenza medica: l’innocente insiste affinché l'ambulanza arrivi in fretta, urla e mostra segni di &nbsp;panico in modo genuino;</li><li>il focus è rivolto interamente alla vittima, con frasi del tipo «aiutatela!» o «non respira più!»;</li><li>l’innocente, inoltre, collabora e segue istantaneamente le istruzioni dell'operatore (ad esempio, inizia il massaggio cardiaco senza discutere).</li></ul><br><span class="fs12lh1-5">Invece, il colpevole sarebbe focalizzato sull’alibi. In altre parole, è guidato dallo stress cognitivo di dover recitare un ruolo e proteggere sé stesso. Ad esempio:</span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">la richiesta di aiuto manca del tutto o arriva molto tardi nel corso della chiamata, solo dopo aver fornito spiegazioni sull’accaduto;</span></li><li>il colpevole dichiara subito che la vittima è morta per giustificare l'inutilità dei soccorsi;</li><li>il focus è su sé stesso, con frasi del tipo «ero appena tornato dal lavoro» e altre informazioni che non hanno a che fare con l’urgenza del soccorso;</li><li>inserisce troppi dettagli per giustificare la propria posizione o per crearsi un alibi;</li><li>può essere eccessivamente educato e calmo o, al contrario, diventare aggressivo se l'operatore pone domande che percepisce come accusatorie;</li><li>infine, c’è il distanziamento: il colpevole usa espressioni impersonali per riferirsi alla vittima, come «c'è qualcuno a terra» invece di «mia moglie è a terra».</li></ul><br><span class="fs12lh1-5">Harpster e Adams sembrava avessero trovato un sistema “chiavi in mano” per ottenere piste investigative o risolvere casi di omicidio semplicemente analizzando una chiamata al 911. Pareva che i grandi interrogativi sul comportamento umano su cui criminologi, criminalisti, psicologi, psichiatri e neuroscienziati si interrogano da sempre, avessero trovato una risposta, quanto meno nell’ambito del comportamento criminale al telefono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Così arrivarono la pubblicazione di un manuale operativo e corsi di formazione presso centinaia di dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. Un paio di giornate di studio ed esercitazioni per diventare i “numeri uno” nelle indagini grazie all’analisi di una chiamata di soccorso. I corsi sono stati, e sono tuttora, apprezzati e seguiti anche da numerosi pubblici ministeri statunitensi, anche perché l’FBI, a suo tempo, seppur indirettamente, ha fatto da cassa di risonanza al metodo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div>Nonostante l’FBI non abbia mai reso ufficiale e obbligatorio il protocollo, gli ha fornito una sorta di “bollino di approvazione” pubblicando lo studio sul proprio bollettino ufficiale, il <span class="fs12lh1-5"><i>Law Enforcement Bulletin</i></span>, letto dagli operatori di polizia di mezzo mondo. Sebbene non fosse un protocollo ufficiale, numerosi agenti speciali dell’Agenzia, impegnati a fornire supporto alle polizie locali, hanno utilizzato con entusiasmo il metodo di Harpster e Adams per profilare i sospettati nelle fasi preliminari delle indagini.</div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2022, in seguito a inchieste giornalistiche e alla mancanza di solide prove scientifiche, l’FBI ha preso le distanze dal protocollo, dichiarando che l’Agenzia non supporta ufficialmente l’analisi delle chiamate al 911 come scienza forense e non la considera una prova ammissibile. Inoltre, nei precedenti articoli pubblicati sul bollettino ufficiale, ora si legge che i testi riflettono le opinioni degli autori e non gli standard ufficiali dell’FBI. Infine, l’FBI si è dissociata dai corsi privati offerti da Harpster, sottolineando che ciò che l’ex ufficiale insegna non è una "tecnica FBI".</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Veniamo all’inchiesta giornalistica che ha fatto sobbalzare i vertici dell’FBI e scatenato un putiferio nel sistema giudiziario statunitense. Si tratta di un’inchiesta condotta da </span><i class="fs12lh1-5">ProPublica</i><span class="fs12lh1-5">, una delle più importanti testate investigative degli Stati Uniti, vincitrice di numerosi premi Pulitzer. L’articolo rappresenta l'analisi più completa e devastante sul metodo di Tracy Harpster e Susan Adams.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il pezzo, scritto dal giornalista investigativo Brett Murphy, descrive l'analisi delle chiamate al 911 come una "junk science" (scienza spazzatura) che ha portato ad arresti e condanne di persone innocenti o prive di prove reali. Nell’articolo si legge che Tracy Harpster era un capitano di polizia in un sobborgo dell'Ohio con pochissima esperienza in casi di omicidio e che ha sviluppato la sua teoria dopo aver frequentato una lezione di Susan Adams, all'epoca docente dell’FBI a Quantico. Murphy scrive che il metodo ha ottenuto una legittimità immediata perché l'FBI ha pubblicato lo studio originale nel 2008 nonostante la mancanza di test scientifici rigorosi. Spiega, poi, che con questo sistema il processo viene praticamente "truccato". </span><span class="fs12lh1-5">Infatti, in alcune email, Harpster consiglia ai detective che hanno frequentato il suo corso di non testimoniare come "esperti forensi" (perché i giudici potrebbero rigettare il metodo in quanto non provato scientificamente), suggerendo invece di presentare le valutazioni come frutto della loro "esperienza sul campo". In questo modo, si aggira il controllo del giudice per far presa sulle giurie popolari che, ovviamente, si fidano dell’esperienza del detective. Viene persino citato il caso di una procuratrice che ha ammesso, in una email, di aver usato il metodo in modo “creativo” per convincere le giurie della colpevolezza degli imputati senza farlo passare come scientifico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’articolo prosegue con casi di errori giudiziari, come quello di un uomo condannato all'ergastolo per l'omicidio della moglie basandosi quasi interamente sulla sua chiamata al 911, giudicata dagli investigatori "recitata" e "troppo drammatica". L’imputato ha trascorso tre anni e mezzo in prigione prima di essere assolto in un nuovo processo, dove è emerso che il vero assassino era un'altra persona. Murphy scrive anche che Harpster ha girato gli Stati Uniti vendendo i suoi corsi ai dipartimenti di polizia, pagati con soldi pubblici, fino a 3.500 dollari per lezione. Inoltre, riporta che Harpster non permette ai civili, né agli scienziati, di assistere alle sue lezioni o visionare i dati grezzi del suo lavoro, sostenendo che "se i civili conoscessero il metodo, saprebbero come farla franca". Infine, l'inchiesta sottolinea che tutti i tentativi indipendenti da parte di alcune università di confermare i risultati di Harpster sono falliti e che l’FBI stessa, dopo studi approfonditi, ha avvertito che tale analisi può esacerbare i pregiudizi degli investigatori.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In sintesi, l'articolo di </span><i class="fs12lh1-5">ProPublica</i><span class="fs12lh1-5"> denuncia un circolo vizioso pericoloso: Harpster insegna alla polizia a sospettare dei chiamanti; la polizia arresta basandosi sulla "voce"; i procuratori usano questa narrazione per convincere le giurie e Harpster usa queste condanne come "prova" che il suo metodo funziona, vendendo così altri corsi.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Diversi esperti e università hanno demolito il metodo. Vi cito solo lo studio più recente, pubblicato nel 2024 e diffuso nel 2025 sulla prestigiosa rivista </span><i class="fs12lh1-5">Psychology, Public Policy and Law</i><span class="fs12lh1-5">. Gli autori, tra cui </span><span class="fs12lh1-5">Patrick M. Markey</span><span class="fs12lh1-5"> della Villanova University e il suo team di ricercatori, hanno condotto quella che è considerata la più rigorosa verifica scientifica indipendente del metodo: </span><i class="fs12lh1-5">"Validity Concerns of the Considering Offender Probability Statements (COPS) Scale in 911 Homicide Call Analysis: An Empirical Study"</i><span class="fs12lh1-5">, presente anche su APA PsycNet, la piattaforma di informazione scientifica della American Psychological Association.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I ricercatori della Villanova volevano verificare se la scala a punti fosse realmente in grado di distinguere tra un omicida e un innocente. Hanno testato la validità del metodo utilizzando un approccio "in doppio cieco", fattore fondamentale che mancava nello studio originale. Per chi non lo sapesse, uno studio in doppio cieco serve ad eliminare i bias soggettivi (aspettative e pregiudizi) e garantire risultati oggettivi. I ricercatori hanno analizzato un vasto set di chiamate al 911 coinvolgendo sia studenti universitari sia professionisti addestrati all'uso degli indicatori di Harpster. Tuttavia, a differenza di Harpster e Adams, chi doveva valutare non sapeva se il chiamante fosse stato poi condannato o assolto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I risultati hanno demolito il metodo: l’accuratezza è risultata nulla e il potere predittivo della scala statisticamente irrilevante. In molti test l'accuratezza non ha superato il 50%: la probabilità di individuare il colpevole era la stessa del lancio di una moneta. Lo studio ha inoltre dimostrato che molte persone innocenti venivano classificate come "colpevoli" solo perché in stato di shock, confuse o paralizzate dal terrore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sempre nel 2025, anche un team di ricercatori dell’Unità di Analisi Comportamentale dell’FBI, guidato da Daniel E. O’Donnell, ha condotto uno studio analogo (</span><i class="fs12lh1-5">"Evaluation of the 911 Considering Offender Probability in Statements (COPS) Scale as a deception detection method for 911 calls"</i><span class="fs12lh1-5">). Il risultato? Gli agenti addestrati al metodo hanno fallito in oltre il 40% dei casi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div>Il metodo di Tracy Harpster non è l'unico tentativo di "codificare" la verità attraverso il linguaggio in contesti critici. Esistono altri sistemi che presentano forti similitudini strutturali e, purtroppo, le medesime criticità metodologiche. Tra questi figurano:</div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">SCAN (Scientific Content Analysis): un metodo che pretende di individuare l'inganno analizzando la struttura delle dichiarazioni. Nonostante la sua popolarità investigativa, studi indipendenti (come quelli di Bogaard et al., 2016) hanno dimostrato che la SCAN non ha una capacità discriminativa superiore al caso fortuito;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Statement Analysis (Analisi della Dichiarazione): tecnica spesso sovrapposta alla SCAN, si basa sull'idea che le persone "scelgano" le parole per nascondere la colpa. Tuttavia, mancano prove empiriche solide che confermino come &nbsp;determinati indicatori linguistici siano univocamente legati alla menzogna piuttosto che allo stress o alla confusione cognitiva tipica di un trauma;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">CBCA (Criteria-Based Content Analysis) e RM (Reality Monitoring): sebbene nati per valutare la credibilità di &nbsp;testimonianze in contesti protetti, la loro applicazione forzata alle brevi e concitate telefonate di emergenza ha mostrato limiti insormontabili. La frammentarietà delle risposte in situazioni di emergenza rende questi criteri inapplicabili o, peggio, fuorvianti.</span></li> </ul> &nbsp;<div>Questi metodi condividono con la "COPS Scale" di Harpster un difetto fatale: la <span class="fs12lh1-5">mancanza di validità scientifica</span>. Ricerche indipendenti hanno stabilito che la percentuale di errore di questi sistemi è estremamente elevata, spesso sovrapponibile a quella del metodo di Harpster (intorno al 40-50%). Tuttavia, vi è una differenza fondamentale: mentre il metodo di Harpster è finito al centro di uno scandalo giudiziario negli Stati Uniti a causa del suo utilizzo improprio come "mezzo di prova" in tribunale, portando a condanne potenzialmente errate, questi altri metodi (SCAN, Statement Analysis e CBCA) non hanno ancora subito lo stesso destino mediatico. Questo accade perché sono rimasti confinati a strumenti di supporto investigativo interno, senza mai assurgere a dignità di prova tecnica in aula. Ciò non li rende meno scientificamente fragili, ma solo meno esposti al vaglio della revisione processuale.</div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Per concludere:</span></div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">esistono diversi metodi, oltre quello di Harpster, come la SCAN, la Statement Analysis o la CBCA,</span><span class="fs12lh1-5"> che pretendono di rilevare indizi di colpevolezza o innocenza tramite l’analisi delle parole usate nelle telefonate di emergenza o nelle dichiarazioni spontanee;</span></li><li>la validità di tali metodi è stata demolita da numerosi studi universitari indipendenti<span class="fs12lh1-5">. Nel caso specifico di Harpster, da inchieste giornalistiche e dalla stessa Unità di Analisi Comportamentale dell’FBI;</span></li><li>a differenza del metodo di Harpster<span class="fs12lh1-5">, finito al centro di scandali giudiziari perché utilizzato impropriamente come prova, le altre tecniche simili restano spesso "nell'ombra" dei fascicoli investigativi, ma condividono la stessa pericolosa mancanza di basi empiriche;</span></li><li>tali protocolli, essendo privi di validità scientifica, non sono producibili in giudizio.<span class="fs12lh1-5"> Il loro impiego, anche solo come strumento investigativo, è altamente sconsigliato: il rischio concreto è quello di inquinare il convincimento degli inquirenti e dei magistrati, inducendo a sospettare o condannare persone innocenti sulla base di suggestioni linguistiche prive di fondamento.</span></li> </ul><br><div>Tornando al caso di Garlasco, è fondamentale ribadire che l'analisi della telefonata di Alberto Stasi, così come quella di qualunque altro soggetto in stato di shock, non può basarsi su protocolli che la scienza ha già ampiamente smentito. L'esistenza di molteplici sistemi come la COPS Scale, la Statement Analysis, la SCAN o la CBCA, tutti accomunati da dubbia validità scientifica, sottolinea un problema sistemico: la tentazione di cercare "scorciatoie" comportamentali per risolvere casi complessi. Le criticità emerse, dall'elevato tasso di errore all'incapacità di distinguere tra colpa e trauma, rendono questi metodi strumenti inutili e pericolosi, che non devono trovare spazio in un sistema giudiziario basato su prove oggettive e rigorose.</div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Bibliografia</b></span></div><div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Bogaard, G., et al. (2016). <i data-path-to-node="9,0,0" data-index-in-node="28">Scientific Content Analysis (SCAN): A field study on its validity.</i> Applied Cognitive Psychology.</span><br></li><li><span class="fs11lh1-5">Harpster, T., &amp; Adams, S. H. (2008). </span><i data-path-to-node="10" data-index-in-node="37" class="fs11lh1-5">911 Homicide Calls: Is the Caller Homicide Suspect Guilty?</i> <span class="fs11lh1-5">FBI Law Enforcement Bulletin,</span><span class="fs11lh1-5"> vol. 77, no. 6, pp. 1-8. (L'articolo originale che ha dato il via alla diffusione del metodo, ora accompagnato da un disclaimer dell'FBI).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Harpster, T., &amp; Adams, S. H. (2009). <i data-path-to-node="11" data-index-in-node="37">Analyzing 911 Homicide Calls: Practical Aspects and Applications.</i> Manuale operativo/Corsi di formazione professionale. (Il materiale didattico e il manuale venduto ai dipartimenti di polizia citati nell'articolo).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Markey, P. M., Dapice, J., Goldman, S., Nicolas, T., Plickys, E., &amp; Saj, S. (2025).</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i data-path-to-node="3" data-index-in-node="84"><span class="fs11lh1-5">Validity Concerns of the Considering Offender Probability Statements (COPS) Scale in 911 Homicide Call Analysis: An Empirical Study.</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Psychology, Public Policy, and Law. American Psychological Association (APA). DOI: 10.1037/law0000432.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span data-path-to-node="3" data-index-in-node="338" class="fs11lh1-5">(Lo studio della Villanova University che ha testato il metodo in doppio cieco).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Murphy, B. (2022, 20 Novembre). <i><i data-path-to-node="7" data-index-in-node="32">They Called 911 for Help. Then They Were Put on Trial.</i></i> ProPublica. (L'inchiesta vincitrice del premio Pulitzer che ha definito il metodo "junk science" e ha portato alla luce le email interne di Harpster).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">O’Donnell, D. E., Burd, T. E., &amp; Huffman, M. C. (2025).</span> <i class="fs11lh1-5"><i data-path-to-node="4" data-index-in-node="56">Evaluation of the 911 Considering Offender Probability in Statements (COPS) Scale as a deception detection method for 911 calls.</i></i><span class="fs11lh1-5"> Psychology, Public Policy, and Law. (Lo studio dell'Unità di Analisi Comportamentale dell'FBI che ha rilevato l'alto tasso di fallimento tra gli esperti). DOI:</span><span class="fs11lh1-5"> 10.1037/law0000440. </span></li><li><span data-path-to-node="9,5,0" data-index-in-node="0" class="fs11lh1-5">Vrij, A. (2024).</span> <i data-path-to-node="9,5,0" data-index-in-node="17" class="fs11lh1-5">Deception Detection: A Critical Review of Statement Analysis and Content-Based Methods.</i><span class="fs11lh1-5"> Journal of Forensic Psychology.</span></li></ul></div></div><div> </div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 14:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La telefonata di Alberto Stasi: indizio di colpevolezza o reazione allo shock?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000097"><div><span class="fs12lh1-5"><b>A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</b></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div></div><div><br></div><div>Uno dei temi più dibattuti del caso di Garlasco: la telefonata di Alberto Stasi al 118. Può una semplice chiamata rivelare se chi chiede aiuto è l'assassino? Molti credono di sì, ma la scienza ci racconta una storia molto diversa.</div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Quelle "anomalie" che in realtà possono essere normali</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In molti ancora si domandano: perché Stasi era così calmo? Perché ha chiamato Chiara "una persona"? Perché non ricordava il numero civico della via? Ebbene, secondo la letteratura scientifica internazionale, queste reazioni non sono prove di colpevolezza, ma </span><b class="fs12lh1-5">sintomi dissociativi</b><span class="fs12lh1-5">. Di fronte a un trauma schiacciante, la mente può entrare in uno stato di shock dove la realtà appare distorta o irreale, si sperimenta una "nebbia" cognitiva che causa vuoti di memoria e si attivano </span><b class="fs12lh1-5">strategie di coping come la negazione</b><span class="fs12lh1-5">. Quindi, chiamare la vittima, anche se è un soggetto a cui si è molto legati, "persona", può verosimilmente essere un meccanismo mentale di difesa per distanziarsi da un dolore insopportabile.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">L'elemento della speranza: "Forse è viva"</b></div><div><span class="fs12lh1-5">C'è un dettaglio nella telefonata che spesso viene ignorato. Stasi dice: </span><i class="fs12lh1-5">"Forse è viva"</i><span class="fs12lh1-5">. Da un punto di vista logico-investigativo, questo è un controsenso per un assassino: se la vittima è viva, può incastrarti. Esprimere questa flebile speranza poco si concilia con il profilo di chi ha appena commesso un omicidio.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il mito della "reazione standard"</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Esiste il pregiudizio che tutti dovremmo reagire nello stesso modo, ovvero urlando o soccorrendo la vittima. Ma non è così.</span></div><ul type="disc"><li><b class="fs12lh1-5">L’effetto "Freeze":</b><span class="fs12lh1-5"> molte persone, anche innocenti, si congelano emotivamente di fronte alla vista di un fatto che ha un impatto emotivo molto forte.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Personalità e immaturità:</b><span class="fs12lh1-5"> c'è chi non sopporta la vista del sangue o chi, per carattere, si blocca completamente. Siamo tutti diversi e nessuno può sapere come reagirebbe a un impatto emotivo così violento finché non ci si trova dentro.</span></li></ul><b><div class="fs12lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div></b><div><b><span class="fs14lh1-5">La verità sullo studio americano “Nine-One-One Homicide Calls and Statement Analysis: Is the Caller the Killer?”</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Alcuni esperti, per supportare la teoria che la telefonata di Stasi sia un grave indizio di colpevolezza, citano degli studi americani sulle chiamate al 911. Ma attenzione: quegli studi, dopo vent'anni, sono ancora pesantemente contestati.</span><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">Alcuni definiscono i risultati di questo studio </span><b class="fs12lh1-5">"scienza spazzatura",</b><span class="fs12lh1-5"> perché cercano di applicare una logica lineare &nbsp;(A=colpevole, B=innocente) a un evento caotico come il trauma, che riguarda fenomeni mentali caotici, che danno origine a comportamenti imprevedibili.</span></li><li>Diversi ricercatori hanno provato a verificare l’attendibilità dello studio sulle chiamate al 911, ma hanno avuto risultati assai diversi.</li><li>Negli Stati Uniti, molte corti penali non accettano più queste analisi come prove, in quanto prive di un tasso di errore noto e non condivise dalla comunità scientifica.</li></ul><b><div class="fs12lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Conclusione: oltre il pregiudizio</b></div><div class="fs12lh1-5"><span style="font-weight: normal;" class="fs12lh1-5">In conclusione, la chiamata al 118 di Alberto Stasi non prova assolutamente nulla. La scienza ci insegna che non si può misurare un fenomeno così complesso della mente come le emozioni in modo così semplicistico.</span></div></b><div><br></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Guarda il video del prof. Massimo Blanco: </span></b><span class="fs12lh1-5"><b><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hWHaIjpeWAw&t=69s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=hWHaIjpeWAw&amp;t=69s</a></b></span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 09:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Tra natura e diritto: il caso della "famiglia nel bosco" e la tutela dei minori]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000096"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Direttore dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso della cosiddetta "famiglia nel bosco" è prepotentemente balzato agli onori delle cronache, trasformandosi in un terreno di scontro che scavalca i confini del tribunale per farsi battaglia ideologica. Da una parte, il racconto suggestivo di due genitori "colpevoli" solo di aver scelto un’esistenza bucolica, lontana dal caos e dai pericoli della modernità; dall’altra, l’immagine delle Istituzioni percepite come un apparato freddo e repressivo, accusato di spezzare la serenità di una famiglia felice. Tuttavia, superando la superficie della narrazione social, emerge una realtà ben più complessa. La vicenda non riguarda il diritto di vivere nella natura, ma il delicato equilibrio tra autonomia privata e i diritti fondamentali del minore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere le ragioni del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, occorre ricordare il cambio di paradigma avvenuto nel 1975: siamo passati dalla "patria potestà" (un potere assoluto sui figli) alla “responsabilità genitoriale”. Questo concetto non conferisce un potere, ma impone doveri di cura, educazione e protezione. Quando una famiglia sceglie l'isolamento totale e rifiuta di collaborare con le Istituzioni, lo Stato non ha la "facoltà", ma l'obbligo giuridico di intervenire ai sensi dell’art. 403 del Codice civile per prevenire gravi pregiudizi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il provvedimento poggia su pilastri materiali inconfutabili. L’abitazione in cui viveva il nucleo familiare è stata giudicata priva di agibilità ai sensi del Testo Unico dell’Edilizia. Non si tratta di un banale timbro burocratico: l'assenza di acqua corrente, gas, energia elettrica e di un sistema adeguato di smaltimento dei reflui (sostituito da una fossa rudimentale) configura una situazione di rischio sanitario oggettivo. A ciò si aggiunge l'assenza di monitoraggio pediatrico e delle vaccinazioni obbligatorie, elementi che mettono a nudo la fragilità della tutela fisica dei minori coinvolti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’altra grande criticità riguarda l’istruzione. Sebbene l’istruzione parentale (</span><i class="fs12lh1-5">homeschooling</i><span class="fs12lh1-5">) sia un diritto garantito, esso deve assicurare risultati reali. Nel caso specifico, la figlia maggiore di otto anni presenta gravi lacune nell'alfabetizzazione e nelle competenze numeriche di base.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma è sul piano del neurosviluppo che la questione si fa cruciale. Il cervello umano tra i sei e i dieci anni vive una fase di trasformazione straordinaria, nota come "pruning sinaptico". È una sorta di "potatura" dei circuiti neurali: il cervello elimina le connessioni superflue per potenziare quelle più utilizzate attraverso l'esperienza sociale. Senza il confronto con il gruppo dei pari e con adulti esterni alla famiglia, la corteccia prefrontale, l'area dedicata alla pianificazione, al controllo degli impulsi e al ragionamento, rischia uno sviluppo deficitario. Anche il sistema limbico, la nostra "centrale d'allarme" emotiva, necessita di stimoli diversificati per imparare a distinguere tra minacce reali e situazioni sociali sicure.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, non si tratta di stabilire se questi bambini fossero amati o felici nel loro isolamento; le testimonianze descrivono, infatti, minori socievoli e affettuosi. Il punto è garantire loro il diritto a un futuro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Privare un bambino della socializzazione e degli strumenti cognitivi di base significa rischiare di consegnare alla società un adulto con disabilità socio-relazionali, privo degli strumenti necessari per affrontare il mondo. L’intervento dello Stato, dunque, non è un attacco alla "vita nella natura", ma la difesa del diritto più sacro di ogni minore: quello di poter scegliere, un domani, una strada diversa da quella tracciata dai propri genitori.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 15:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quinta edizione della MasterClass in Audio Forensics]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000095"><div>Si è conclusa con successo anche la quinta edizione del Corso MasterClass in Audio Forensics (Perizia fonica forense e trascrizioni), tenutosi all’ISF Corporate University l'11 e il 12 dicembre. Il corso ha visto la partecipazione attiva di quindici allievi tra professionisti e aspiranti tecnici forensi, i quali hanno seguito con grande interesse e coinvolgimento le lezioni di Marco Perino, uno degli esperti più importanti e riconosciuti a livello nazionale in materia di perizia fonica e trascrizioni.</div><div><span class="fs12lh1-5">In un'epoca caratterizzata dalla diffusione esponenziale di dispositivi di registrazione e intercettazione, l'Audio Forensics si conferma come una delle specializzazioni cruciali nelle moderne investigazioni scientifiche. Questa disciplina si occupa dell'acquisizione, dell'analisi e della valutazione scientifica delle registrazioni audio da presentare come prova in un procedimento giudiziario.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come sottolineato durante le lezioni, la figura del perito fonico forense va ben oltre il semplice trascrittore. È lo specialista in grado di definire l'autenticità delle prove, identificare manomissioni, effettuare l'acquisizione corretta dei supporti e, soprattutto, eseguire un restauro non invasivo mirato all'incremento dell'intelligibilità del parlato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'obiettivo primario del corso curato da Marco Perino è stato quello di fornire ai partecipanti solide basi teoriche e pratiche per lavorare in un settore in forte crescita, caratterizzato da una significativa carenza di professionisti adeguatamente preparati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il successo di questa quinta edizione conferma l'eccellenza dell'offerta formativa di ISF Corporate University e risponde all'urgente bisogno di specialisti preparati per supportare magistratura, forze di polizia e avvocati con accertamenti tecnici fondati su protocolli scientifici rigorosi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 13 Dec 2025 14:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La nuova perizia sulla morte di David Rossi: è stato un omicidio]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000094"><div>David Rossi, allora capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena, precipitò dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni il 6 marzo 2013, nel pieno di una grande tensione all’interno dell’Istituto di credito a seguito dell’acquisizione di Banca Antonveneta.</div><div><span class="fs12lh1-5">La morte del dirigente fu archiviata come suicidio, ma numerose furono le anomalie relative alle indagini che hanno sempre messo in discussione tale conclusione. L’indagine per istigazione al suicidio è sempre stata oggetto di un acceso dibattito, soprattutto per il modo affrettato e superficiale adottato, che ha ignorando molti particolari degni di un approfondimento scientifico forense, ma anche di tipo investigativo tradizionale. In particolare, il corpo della vittima presentava diverse contusioni, graffi sul viso e ferite al torace e allo stomaco, segni verosimilmente incompatibili con un’azione suicidaria. Le immagini della videosorveglianza (telecamera n. 6) mostravano la caduta e una lenta agonia di circa venti minuti. Il dettaglio più inquietante è la caduta di un oggetto (probabilmente l'orologio di Rossi) cinque minuti dopo la precipitazione del manager, elemento che suggerisce la presenza di altre persone nell'ufficio o nei pressi della finestra. Per quanto riguarda i rilievi iniziali, il primo magistrato giunto sul posto riportò un'annotazione sbrigativa, descrivendo il gesto come suicidio e la dinamica sulla base di cavi rotti e alla posizione sulla barra di protezione della finestra. Ora, invece, cambia tutto a seguito delle nuove perizie illustrate dal tenente colonnello Adolfo Gregori del RIS dei Carabinieri e dal dottor Robbi Manghi, medico legale, per la Commissione parlamentare di inchiesta bis sulla morte di David Rossi. Una perizia si è concentrata sulla dinamica della caduta, sulle prove di tenuta del cinturino dell’orologio indossato da Rossi e sulle origini delle lesioni al polso sinistro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare, il tenente colonnello Gregori ha confermato che </span><i class="fs12lh1-5">«il dato certo è che quando David Rossi è precipitato, qualcuno lo teneva per il polso sinistro appeso al balcone»</i><span class="fs12lh1-5">. Gianluca Vinci, presidente della Commissione parlamentare, ha dichiarato: </span><i class="fs12lh1-5">«La pista, adesso, è quella dell’omicidio o dell’omicidio come conseguenza di altro reato: sicuramente, l’hanno tenuto appeso fuori dalla finestra e le lesioni che ha sul polso sono state create»</i><span class="fs12lh1-5">. Inoltre, la Commissione ha dato mandato per ulteriori approfondimenti sui sistemi tecnologici e, in particolare, sull'analisi di un uomo misterioso ripreso in un video, disponendo un confronto con i dati acquisiti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questi nuovi approfondimenti hanno smentito categoricamente la tesi del suicidio, portando la Commissione parlamentare a ipotizzare formalmente l'omicidio e spingendo la famiglia a chiedere la riapertura ufficiale delle indagini con il fascicolo per omicidio contro ignoti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Le ultime analisi forensi hanno di fatto confermato i sospetti di un "suicidio imperfetto" evidenziati in una ricerca condotta all’Istituto di Scienze Forensi nel 2021, che si può trovare al seguente indirizzo internet:</b></span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/blog/?la-morte-di-david-rossi--omicidio-o-suicidio " target="_blank" class="imCssLink">» vai alla pagina</a></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 15:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Secondo appuntamento con Alessandro De Giuseppe sul caso di Garlasco]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000092"><div>Il 4 dicembre 2025, Alessandro De Giuseppe, giornalista investigativo e volto noto della trasmissione <i>Le Iene</i>, è tornato all’Istituto di Scienze Forensi per una seconda conferenza (la prima si è tenuta il 26 giugno scorso) dal titolo “Garlasco: dubbi, errori, contraddizioni e nuove piste investigative, Parte 2”, dedicata agli aggiornamenti relativi alla sua attività di ricerca della verità sul delitto di Garlasco.</div><div><span class="fs12lh1-5">L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di approfondimento sia per gli allievi del nostro Polo Universitario, sia per i numerosi partecipanti esterni, tra cui diversi esperti del settore e giornalisti, interessati al rapporto tra informazione, investigazione e opinione pubblica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante l’intervento, De Giuseppe ha raccontato il suo lavoro sul campo, soffermandosi su quali verifiche siano necessarie e quanto sia fondamentale distinguere tra ciò che emerge dalle fonti ufficiali e ciò che, invece, nasce da interpretazioni o ricostruzioni incomplete.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’intervento ha offerto una revisione puntuale dei principali punti trattati nel corso degli anni, evidenziando gli elementi che, nel tempo, sono stati chiariti o smentiti, mostrando come la narrazione pubblica possa cambiare man mano che emergono nuovi dati verificati. In altre parole, il focus dell’incontro non è stato la discussione giudiziaria del caso, bensì la riflessione sul ruolo dell’informazione nelle indagini, sulle dinamiche mediatiche che possono influenzare la percezione collettiva e sulla necessità di adottare un approccio critico e metodologicamente corretto nella lettura delle vicende di cronaca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La conferenza si è conclusa con uno spazio dedicato alle domande dei partecipanti, che hanno potuto confrontarsi direttamente con De Giuseppe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un incontro stimolante e ricco di spunti, che ha ribadito l’importanza della formazione interdisciplinare.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">ISF Ufficio Comunicazione</span><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 06 Dec 2025 16:14:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Garlasco: l’impronta della mano sul pavimento e l’impronta 33 sul muro delle scale]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000091"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Delitto di Garlasco: la ricostruzione della scena del crimine, dell’impronta di sangue a terra, che si è ipotizzato possa essere quella dell’assassino, e dell’impronta 33 lasciata sul muro. In particolare, quest’ultima, alla luce delle nuove indagini, potrebbe assumere un nuovo significato nei termini della criminodinamica.
Servizio di Elisa Dossi di Rai News del 3 dicembre 2025 con il prof. Corrado Macrì presso l’Istituto di Scienze Forensi.</span></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Guarda il video dell'intervista: </span></b><span class="fs12lh1-5"><b><a href="https://www.youtube.com/watch?v=7izOXe-gaP8&t=11s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=7izOXe-gaP8&amp;t=11s</a></b></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Dec 2025 11:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le ipotesi sull'arma usata dall'assassino di Chiara Poggi]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000090"><div><span class="cf1"><span class="fs12lh1-5">Le riproduzioni delle armi con cui si è ipotizzato che sia stata uccisa Chiara Poggi. &nbsp;Intervista dell'inviata di Rai News, Elisa Dossi, al prof. Corrado Macrì presso i laboratori dell'Istituto di Scienze Forensi (2 dicembr</span><span class="fs12lh1-5">e 2025).</span></span></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Guarda il video dell'intervista: </span></b><span class="fs12lh1-5"><b><a href="https://www.youtube.com/watch?v=WKHiYQSUso4&t=14s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=WKHiYQSUso4&amp;t=14s</a></b></span></div></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 04 Dec 2025 14:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Perché Alberto Stasi è stato condannato? Conferenza con il dr. Dario Redaelli]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000093"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Conferenza del 19 novembre 2025 con il dr. Dario Redaelli, criminalista e consulente tecnico della famiglia Poggi. La sentenza n. 55/14 che ha decretato la condanna in via definitiva di Alberto Stasi in base agli elementi processualmente acquisiti.</span></div><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Guarda il video della Conferenza:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5"><b><a href="https://www.youtube.com/watch?v=RRfK8nUIyKo" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=RRfK8nUIyKo</a></b></span></div></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 13:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Corso di Audio Forensics per la Polizia Penitenziaria]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008F"><div><span class="fs12lh1-5">Venerdì 14 novembre 2025 si è concluso il Corso di "Audio Forensics - Princìpi e tecniche in ambito giudiziario" per gli operatori Polizia Penitenziaria, presso l’Istituto di Istruzione della Polizia Penitenziaria di Parma “La Certosa”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il corso è stato tenuto dal nostro dr. Nicola Conte e ha visto la partecipazione di trenta operatori di Polizia Penitenziaria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria - Provveditorato Regionale per l’Emilia Romagna e Marche la riconoscenza del nostro Istituto per la fiducia concessa e un ringraziamento speciale al Direttore della struttura e al Responsabile organizzativo del corso per l’accoglienza riservata al docente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div>ISF Investigazioni Scientifiche</div><div><span class="fs11lh1-5">Unità Formazione Polizia Giudiziaria</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 17:55:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[ISF a “Punto di Incontro” 2025: lavoro, formazione e orientamento]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008E"><div><span class="fs12lh1-5">Il 12 e 13 novembre 2025, per il sesto anno consecutivo, l’Istituto di Scienze Forensi ha preso parte a “Punto d’Incontro”, la fiera di Pordenone dedicata agli studenti delle scuole superiori del Friuli Venezia Giulia alla ricerca di informazioni sui percorsi di formazione post-secondaria e di notizie riguardanti le opportunità lavorative nei più svariati settori professionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel padiglione dedicato alle forze di polizia, alle Forze Armate e agli operatori dell’emergenza e del soccorso, dove era presente anche l’Istituto, sono stati migliaia i giovani che hanno avuto l’opportunità di interagire con i professionisti in divisa e i tecnici dei settori al servizio della collettività.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Istituto, come sempre, con i propri tecnici forensi della Divisione Investigazioni Scientifiche e alcuni allievi del proprio Polo Universitario interno, ha fatto la sua parte dedicando la massima attenzione a centinaia di ragazzi che hanno chiesto informazioni circa i percorsi di studio, le competenze richieste e le reali opportunità lavorative nel campo delle investigazioni scientifiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nell’occasione, ISF ha presentato il corso di Laurea triennale in Criminologia e investigazioni scientifiche erogato da ISF Corporate University, un percorso di studi unico in Italia, caratterizzato da numerose ore di attività di laboratorio, nell’ambito del quale insegnano solo operatori del settore. Un approccio didattico immersivo, pensato per avvicinare fin da subito gli studenti, che, in ISF, sono chiamati “allievi”, alla professione di criminalista, sia nelle forze di polizia che nel settore privato.</span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.net/images/ISF-Polizia-di-Stato-Carabinieri-Guardia-di-Finanza.jpg"  width="1204" height="422" /></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">La partecipazione alla fiera ha rappresentato anche un momento prezioso di incontro e scambio di esperienze e visioni operative con i colleghi al servizio dell’Autorità giudiziaria (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco) e con i militari della Marina e dell’Esercito presenti con i propri stand istituzionali.</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Nov 2025 14:27:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://www.scienzeforensi.net/blog/?isf-a--punto-d-incontro--2025--lavoro,-formazione-e-orientamento</link>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Chi sono i professionisti che lavorano nel sistema penitenziario]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_0000000AD"><div><b><span class="fs12lh1-5">A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html" target="_blank" class="imCssLink">https://www.scienzeforensi.net/ricerca.html</a></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Quando pensiamo al carcere, l’immagine che balza subito alla mente è quella delle chiavi che girano nella toppa e delle divise. Ma un istituto penitenziario è una macchina estremamente complessa, una sorta di "micro-città" dove la sicurezza è solo uno dei tasselli. Per far sì che la pena non sia solo tempo perso, ma un percorso di ricostruzione, entrano in gioco diverse figure che lavorano, spesso nell'ombra, per trasformare il concetto costituzionale di rieducazione in realtà quotidiana.</span></div><div><b><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5 cf1">La prima linea: sicurezza e osservazione</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il volto più noto del sistema è quello della Polizia Penitenziaria. Tuttavia, il loro ruolo è profondamente cambiato nel tempo. Infatti, non sono più soltanto i custodi delle mura, ma i primi osservatori del cambiamento. Vivendo a stretto contatto con i detenuti, sono gli unici in grado di intercettare segnali di disagio o progressi comportamentali che sfuggirebbero a chiunque altro. La loro funzione è il presupposto per tutto il resto, perché senza un ambiente sicuro, nessun progetto di recupero può essere avviato.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Come si arriva a indossare la divisa</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Non è un percorso semplice, ma una vera e propria maratona selettiva che inizia con un concorso pubblico bandito dal Ministero della Giustizia. Per candidarsi come allievi agenti, bisogna essere cittadini italiani, avere una condotta morale impeccabile e un'età compresa tra i 18 e i 28 anni. Sebbene una parte dei posti sia spesso riservata a chi ha già servito nelle Forze Armate (come i volontari in ferma prefissata), i concorsi sono ormai regolarmente aperti anche ai civili, purché in possesso del diploma di maturità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Vincere il concorso significa superare diverse sfide. Si comincia con una prova scritta di cultura generale, per poi passare ai test di efficienza fisica, dove bisogna dimostrare agilità e resistenza nel salto in alto, nella corsa e nei piegamenti. Seguono poi rigorosi accertamenti medici e psicologici, in quanto in un ambiente delicato come quello del carcere, la stabilità emotiva e la capacità di gestire lo stress sono doti fondamentali che gli psicologi valutano con estrema attenzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Una volta superate le selezioni, il percorso continua "tra i banchi". L'aspirante agente affronta un periodo di formazione di circa sei mesi presso le scuole dell'Amministrazione penitenziaria. È qui che la teoria del diritto si mescola all'addestramento pratico, preparando le reclute a diventare agenti di polizia giudiziaria e di Pubblica Sicurezza. Durante questi mesi, l'allievo riceve già uno stipendio, iniziando a familiarizzare con la responsabilità che lo attende.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per chi punta a ruoli di comando o di coordinamento, esistono poi strade diverse: i concorsi per vice ispettori, accessibili con il diploma, o quelli per commissari, riservati a chi ha conseguito una laurea magistrale in materie giuridiche o economiche. In ogni caso, che si entri come agente o come funzionario, varcare quella soglia significa assumersi l'impegno di essere, allo stesso tempo, garanti della legge e testimoni del difficile percorso umano di chi è ristretto.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5 cf1">Gli architetti del cambiamento: l’area pedagogica</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Al centro dell'ingranaggio troviamo il direttore e il funzionario della professionalità giuridico-pedagogica, meglio conosciuto come educatore. Se il primo ha il compito titanico di far quadrare l’amministrazione, la sicurezza e i conti di una struttura spesso sovraffollata, l’educatore è il vero regista del percorso del detenuto. È lui che ascolta, propone attività lavorative o scolastiche e scrive quelle relazioni fondamentali che finiranno sulla scrivania dei giudici. L’educatore non giudica il reato, ma cerca di capire chi è diventata la persona oggi e se è pronta a tornare, un domani, nella società.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Come si arriva a ricoprire questi ruoli così delicati?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Non ci si improvvisa "architetti del cambiamento", perché serve un bagaglio accademico solido e il superamento di concorsi pubblici nazionali molto selettivi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per chi aspira a diventare educatore, la strada passa per una laurea in ambito sociale o giuridico: Scienze dell'educazione, Psicologia, Sociologia o Giurisprudenza sono i titoli richiesti per accedere al concorso. Una volta superate le prove scritte sull'ordinamento penitenziario e sulla pedagogia, il candidato deve affrontare colloqui attitudinali mirati. L'obiettivo è verificare che possieda non solo le conoscenze tecniche, ma anche l'equilibrio emotivo necessario per confrontarsi ogni giorno con le storie di chi ha sbagliato. Dopo aver passato le selezioni, si segue un periodo di tirocinio pratico negli istituti, dove si impara a trasformare la teoria del "trattamento" in progetti reali di vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La sfida si fa ancora più alta per chi punta alla direzione. Il direttore è un dirigente dello Stato e, per diventare tale, occorre una laurea magistrale in Giurisprudenza, Economia o Scienze politiche. Il concorso per la carriera dirigenziale è tra i più complessi della Pubblica Amministrazione, in quanto richiede una preparazione vastissima che spazia dal diritto penale alla contabilità di Stato. I vincitori di concorso non entrano subito in ufficio, ma affrontano un intero anno di formazione specialistica presso la Scuola Superiore dell'Esecuzione Penale. È qui che imparano a gestire quella miscela esplosiva fatta di burocrazia, gestione del personale e, soprattutto, umanità dolente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In entrambi i casi, varcare la soglia del carcere come funzionario significa aver scelto una professione che richiede una preparazione tecnica d'eccellenza, ma che non può prescindere da una profonda sensibilità civile. È un lavoro che non si esaurisce dietro una scrivania, ma che si gioca ogni giorno nei corridoi e nelle sezioni, cercando di dare un senso compiuto a quella parola così difficile: rieducazione.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5 cf1">La mente e il contesto: esperti e assistenti sociali</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il lavoro della "dissezione" della personalità spetta invece ai cosiddetti esperti ex art. 80, ovvero psicologi e criminologi clinici. Questi professionisti non cercano scuse per il reato commesso, ma cercano spiegazioni. Analizzano i meccanismi mentali, valutano quanto un soggetto sia ancora pericoloso e lavorano per aiutare il detenuto a fare i conti con il proprio passato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Ma un individuo non è un’isola, e qui entra in gioco l’assistente sociale degli uffici di esecuzione esterna (UIEPE). Il suo sguardo è rivolto fuori dal carcere: analizza la famiglia, il quartiere e le possibilità di lavoro. Perché non serve a nulla cambiare una persona se poi, una volta fuori, la si rimanda esattamente nello stesso ambiente tossico che l’ha portata a sbagliare.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Come si accede a questi ruoli così specifici?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per gli esperti psicologi e criminologi ex art. 80, la strada è particolare: non sono dipendenti pubblici "di ruolo", in quanto operano come liberi professionisti convenzionati. Per entrare in questo elenco, bisogna possedere una laurea magistrale (in Psicologia o, per i criminologi, spesso in Giurisprudenza, Medicina o Sociologia con una successiva specializzazione in Criminologia) e l’abilitazione professionale per gli psicologi e i medici. Periodicamente, i vari distretti penitenziari pubblicano dei bandi per l'aggiornamento degli elenchi degli esperti. Chi viene selezionato firma una convenzione e viene pagato "a ore" per le prestazioni svolte all'interno degli istituti, collaborando attivamente all'osservazione scientifica della personalità durante le equipe. </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Non si tratta di un lavoro “full time”. Quindi, di norma, l’esperto ex art. 80 svolge già una propria attività professionale principale per arrivare ad avere, alla fine del mese, quanto basta per mantenersi (es. psicologo che svolge la libera professione).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Diverso è il percorso per diventare assistente sociale penitenziario (funzionario di servizio sociale). In questo caso si tratta di un impiego pubblico a tempo indeterminato nell'Amministrazione della giustizia. Il requisito fondamentale è la laurea in Servizio sociale e il superamento dell'esame di Stato per l'iscrizione all'Albo professionale. Una volta ottenuti i titoli, bisogna attendere il bando di concorso pubblico nazionale. Le prove d'esame si concentrano non solo sulle tecniche di servizio sociale, ma anche su una profonda conoscenza del diritto penitenziario e penale, oltre che delle politiche di welfare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In entrambi i casi, che si tratti di un consulente esterno o di un funzionario di ruolo, la sfida è la stessa: possedere una preparazione accademica di altissimo livello per riuscire a leggere tra le pieghe di storie di vita spesso frammentate, cercando di ricomporle in un progetto di futuro sostenibile.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5 cf1">Salute e integrazione: un ponte con il mondo esterno</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">All'interno delle mura, la salute è garantita dal personale sanitario del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Medici e infermieri affrontano ogni giorno una sfida unica: curare persone la cui sofferenza fisica è spesso intrecciata a un profondo disagio psicologico legato alla privazione della libertà. Infine, il quadro non sarebbe completo senza i mediatori culturali e i volontari. In un sistema dove la presenza di stranieri è massiccia, il mediatore è colui che traduce non solo le parole, ma i codici culturali, evitando che l’incomprensione si trasformi in conflitto. I volontari, invece, rappresentano il soffio della società civile che entra in carcere: portano teatro, musica, sport e, soprattutto, ricordano a chi è "dentro" che il mondo fuori non si è dimenticato di loro.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Come si accede a questi compiti così diversi tra loro?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Per quanto riguarda il personale sanitario, il percorso non differisce da quello di chi lavora negli ospedali cittadini, poiché, dal 2008, la medicina penitenziaria è passata sotto la gestione delle aziende sanitarie locali. Pertanto, medici, infermieri e specialisti (come gli psichiatri, figure chiave in questo contesto) sono dipendenti della Sanità pubblica o liberi professionisti convenzionati con la stessa. Per entrare in carcere devono vincere un concorso pubblico indetto dalle singole aziende sanitarie o rispondere a specifici avvisi per incarichi libero-professionali. La loro è una scelta di frontiera: lavorare in un ambulatorio dietro le sbarre richiede, oltre alla laurea e all'abilitazione, una capacità di ascolto clinico che va ben oltre la semplice prescrizione medica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">L'accesso per i mediatori culturali segue invece una logica di consulenza. Spesso l’Amministrazione penitenziaria o gli enti locali attivano convenzioni con cooperative sociali o associazioni specializzate. Per ricoprire questo ruolo è necessario possedere una formazione specifica in mediazione interculturale e, ovviamente, una perfetta padronanza delle lingue e delle culture di riferimento. Non si tratta di semplici interpreti: sono professionisti che devono saper navigare tra le regole ferree dell'istituto e le diverse sensibilità dei detenuti stranieri.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Infine, il mondo del volontariato segue una strada tutta sua, regolata dagli articoli 17 e 78 dell'Ordinamento penitenziario. Qui non si parla di concorsi o stipendi, ma di una rigorosa procedura di autorizzazione. Chi vuole portare la propria arte, il proprio tempo o le proprie competenze in carcere deve presentare un progetto che venga approvato dalla direzione dell'istituto e, in molti casi, ottenere il nulla osta dal Ministero o dal magistrato di sorveglianza. È un controllo necessario per garantire che l'entusiasmo della società civile si integri correttamente con le complesse esigenze di sicurezza del sistema.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Che si tratti di un medico in corsia o di un volontario che organizza una partita di calcio, l'obiettivo resta comune: far sì che il carcere non sia un luogo di isolamento totale, ma uno spazio dove la dignità umana e la salute restino diritti inalienabili.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5 cf1">Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il carcere non è un compartimento stagno gestito da una sola categoria. È un coro di voci diverse, legali, sanitarie, sociali e di sicurezza, che devono necessariamente cantare la stessa melodia. L’obiettivo finale non è solo la punizione, ma fare in modo che quel cancello, quando si riaprirà, si chiuda alle spalle di un cittadino nuovo, consapevole del suo passato delittuoso e pronto a vivere nel pieno rispetto delle leggi e delle regole sociali.</span></div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 13:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Delitto di Garlasco. Intervista di Rai News 24 sulle 8 nuove impronte in cucina di casa Poggi]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008D"><div>25 settembre 2025: la giornalista Elisa Dossi di Rai News 24 intervista il nostro prof. Corrado Macrì sulle 8 nuove impronte ritrovare in cucina di casa Poggi e le diverse anomalie presenti in quella stanza, in attesa dell'incidente probatorio fissato per il 26 settembre 2025.</div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Guarda il video dell'intervista: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Pkb02Dx0Cdo&t=50s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=Pkb02Dx0Cdo&amp;t=50s</a></b></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Sep 2025 12:41:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Garlasco: la conservazione delle impronte e l'estrazione del DNA]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008C"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Intervista della giornalista Elisa Dossi di Rai News 24 alla nostra dr.ssa Angela Nasigrosso sugli ultimi sviluppi del caso di Garlasco in relazione alle impronte repertate e alla possibilità di estrarre dalle stesse del DNA utile ai fini probatori.</span></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Guarda il video dell'intervista: <span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=jJP0cy770zM&t=26s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=jJP0cy770zM&amp;t=26s</a></span></b></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 15:21:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Garlasco: le indagini sull'impronta n. 10 e l'OBTI test. Servizio di Rai News 24 del 18.06.2025]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008B"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Rai News all'Istituto di Scienze Forensi (sede di Milano) per approfondimenti sul test OBTI (Human Blood Presumptive Test) effettuato sull'impronta numero 10, sul repertamento delle impronte tramite fogli di acetato e sulle possibilità che si possa trovare ancora del DNA. Intervista alla nostra dr.ssa Viviana Vaini, criminalista specialista in Chimica e tossicologia forense.</span></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Guarda il video dell'intervista: <span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=TQMtlPhnQHs" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=TQMtlPhnQHs</a></span></b></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 19 Jun 2025 08:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista di Rai News 24 sull'incidente probatorio del caso di Garlasco]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000008A"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La dr.ssa Viviana Vaini intervistata questa mattina (17.06.2025) davanti alla Questura di Milano, in occasione dell'incidente probatorio del caso di Garlasco.</span></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Guarda il video dell'intervista: <span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=4DUCegRC4PE&t=5s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=4DUCegRC4PE&amp;t=5s</a></span></b></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 08:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Andrea Sempio: 15 minuzie dell'impronta numero 33 sono sufficienti?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000089"><div>Il delitto di Garlasco. 15 minuzie dell'impronta numero 33 coincidenti con il palmo della mano di Andrea Sempio, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, non bastano per l'identificazione.</div><div>Servizio di Rai News 24 del 28 maggio 2025 realizzato presso i laboratori di analisi dell'Istituto di Scienze Forensi.</div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Guarda il video dell'intervista: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=iYzJr7Jmaw0" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=iYzJr7Jmaw0</a></b></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 May 2025 07:55:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Intervista di Rai News 24 sull'impronta di Andrea Sempio]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000088"><div><yt-attributed-string user-input=""><span class="fs12lh1-5 cf1">28 maggio 2025: la giornalista Elisa Dossi di Rai News 24 intervista la nostra dr.ssa Mara Ricci sull'impronta sulla quale si stanno concentrando le indagini relative al delitto di Garlasco.</span></yt-attributed-string></div><div><yt-attributed-string user-input=""><div class="fs12lh1-5"><b>Guarda il video dell'intervista: <span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=cNevbESC9hM&t=8s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=cNevbESC9hM&amp;t=8s</a></span></b></div></yt-attributed-string></div><div slot="extra-content"><ytd-structured-description-content-renderer inline-structured-description=""><ytd-video-description-transcript-section-renderer modern="" modern-typography=""><div></div></ytd-video-description-transcript-section-renderer></ytd-structured-description-content-renderer></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 May 2025 07:49:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Data Poisoning in Digital Forensics: a growing threat to evidences’s integrity (eng)]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000087"><div class="imTALeft"><b><span class="fs12lh1-5">Authors:</span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Dr. Erica MALAFRONTE</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">(Cybersecurity Analyst)</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Dr. </span></b><b><span class="fs12lh1-5">David CARDONER VALBUENA</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">(Data Scientist)</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><b class="fs14lh1-5">Introduction</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Digital forensics plays a crucial role in reconstructing digital events, attributing responsibility, and collecting legally admissible evidence. The entire value of a digital forensic investigation depends on the integrity of the collected data: if this data is manipulated, the reliability of the results can be severely compromised. In this context, data poisoning emerges as a significant threat, especially for investigations that rely on artificial intelligence (AI) and machine learning (ML) models.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">What is Data Poisoning?</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Data poisoning is a type of cyber attack in which attackers manipulate or corrupt the training data used to develop machine learning (ML) or artificial intelligence (AI) models.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">This is particularly dangerous for forensic investigations that rely on machine learning to analyze malware signatures, perform intrusion detection, or correlate events across multiple data sources.</span></div><div> Once the training data is compromised, the model may make incorrect decisions or even be driven by malicious intent.</div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">The importance of Data Poisoning in Digital Forensics</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In digital forensics, various automated tools are used to analyze large volumes of data, such as logs, network traffic, or file samples, to identify malicious behavior and attribute responsibility. If these tools are compromised through data poisoning, a forensic investigator may encounter false positives or fail to detect real threats. Even worse, if these manipulations remain undetected, legal proceedings can be undermined, and criminals may escape justice.</span></div><div>Consider a scenario where a forensic tool used by law enforcement is trained on a dataset of known malicious programs (malware) and benign software. If an attacker poisons this dataset by systematically altering labels or injecting malicious code disguised as benign, the model will suffer degradation that may lead it to generate incorrect classifications. Investigators relying on this compromised model could inadvertently allow harmful artifacts to pass through. This highlights why data integrity and source reliability are fundamental in any digital investigation.</div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Types of Data Poisoning</b></div><div>We can distinguish two main categories of data poisoning: non-targeted and targeted.</div><div><br></div><ul type="disc"><li><b>Non-targeted data poisoning</b>: in this type of attack, the attacker's objective is more general and it is to degrade the overall accuracy or reliability of the model. This has a broad and immediate impact, causing a noticeable performance drop. Examples include model inversion attacks (where attackers exploit model outputs to uncover sensitive training data), stealth attacks (hard-to-detect manipulations that insert vulnerabilities into the model, only exploited after deployment), and data injection (adding false or malicious data to training datasets to manipulate AI behavior).</li><li><b>Targeted data poisoning</b>: in this type of attack, the attacker seeks specific misclassifications or behaviors. For example, ensuring that a specific type of malware always goes undetected. This is more difficult to detect because the modifications are subtle and blend in with normal variations. &nbsp;This category includes label poisoning (insertion of mislabeled or harmful data into the training dataset, causing the model to learn incorrect associations) and training data poisoning (corruption, alteration, or manipulation of a larger portion of the data, influencing the model's decisions in undesirable ways). Specific types of targeted attacks include backdoor attacks, clean-label attacks, label flipping.</li></ul><div class="fs12lh1-5"><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>In this article, we will give a focus on label flipping and backdoor attacks:</div><br><ul type="disc"><li><b>Label flipping</b>: this attack consists in changing the correct labels with wrong ones in the training data, misleading the AI during learning. For example, labeling a malware sample as "safe" could lead the model to not detect it in the future.</li><li><b>Backdoor attack</b>: a backdoor is a hidden mechanism that allows bypassing normal security procedures to access a computer system or encrypted data. In the context of machine learning, a backdoor can be "embedded" in a model's training data. An attacker can infiltrate the target system through various techniques (malware, phishing, vulnerability exploitation, etc.) and insert a backdoor, thereby maintaining remote access. Once installed, the backdoor can be used to steal sensitive information or execute additional commands on the system.</li></ul><div class="fs12lh1-5"><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>An example of a stealth backdoor attack in a computer vision model: the attacker adds a trigger (a nearly imperceptible visual pattern or marker) to training images. During the training, the model learns to associate this trigger with an incorrect classification, or a malicious action. </div><span class="fs12lh1-5">During the deployment, when an image containing the trigger is presented to the model, it exhibits anomalous behavior, often in ways difficult to attribute to mere error or attack.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/attacco-backdoor.png"  width="800" height="143" /><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Detection of Data Poisoning</b><br><div>Detecting data poisoning is a complex challenge, given the often insidious nature of such manipulations. However, several strategies and tools exist to mitigate the risk.</div><div>A more advanced approach is represented by a forensic analysis framework for detecting data poisoning in machine learning models. <br><br></div><div> This framework integrates multiple techniques, including:</div><ul type="disc"><li><b class="fs12lh1-5">Reverse engineering (model inversion) </b><span class="fs12lh1-5">to analyze the model's internal architecture;</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Topological Data Analysis (TDA) </b><span class="fs12lh1-5">to detect hidden irregularities;</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Shapley values </b><span class="fs12lh1-5">to identify anomalous decision patterns;</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Benford's Law </b><span class="fs12lh1-5">analysis for statistical validation.</span></li></ul><div class="fs12lh1-5"><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>The objective is to examine the model itself to identify signs of poisoning, overcoming the limitations of traditional analyses that focus solely on input data.</div></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Conclusion</b><br></div><div><div>Data poisoning represents a serious threat to the integrity of digital forensics investigations, particularly in a context where reliance on artificial intelligence and machine learning models is steadily increasing. The ability to manipulate training data to compromise the reliability and accuracy of model decisions necessitates the adoption of effective preventive measures, including secure data management practices, rigorous dataset verification, and the use of advanced security tools.</div><div><span class="fs12lh1-5">The research and development of innovative forensic frameworks for data poisoning detection, such as those based on topological analysis, Shapley values, and Benford's Law represent a fundamental step to ensure the validity and reliability of digital evidence in the ever-evolving landscape of cyber threats.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">All rights reserved</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><hr></div><div><b class="fs12lh1-5">Sources:</b></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">IBM. (n.d.). What is data poisoning? IBM Think. Retrieved from https://www.ibm.com/think/topics/data-poisoning</span></li><li>Peng, K., Hu, Y., Xu, Y., &amp; Zhang, J. (2024). A Survey of Data Poisoning Attacks against Machine Learning. Applied Sciences, 14(19), 8742. https://doi.org/10.3390/app14198742</li><li>Rouse, M. (n.d.). Back door (computing). TechTarget – SearchSecurity. Retrieved from https://www.techtarget.com/searchsecurity/definition/back-door</li><li>Shah, D. (2023, November 30). Introduction to Training Data Poisoning: A Beginner's Guide. Lakera. Retrieved from https://www.lakera.ai/blog/training-data-poisoning</li><li>A Forensic Analysis Framework for Machine Learning Model Poisoning Detection Galamo F. Monkam1, Jie Yan2, and Nathaniel D. Bastian1 1United States Military Academy at West Point 2Bowie State University https://d197for5662m48.cloudfront.net/documents/publicationstatus/250611/preprint_pdf/f7cee9e03304840e80b53a618f6fde95.pdf</li></ul><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 13 May 2025 13:44:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Data Poisoning nella Digital Forensics: una minaccia crescente all'integrità delle prove]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000086"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autori: </span></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">dr.ssa Erica MALAFRONTE </span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">(Cybersecurity Analyst)</span></div><div><b><span class="fs12lh1-5">dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5"><b>David CARDONER VALBUENA </b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">(Data Scientist)</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><b class="fs14lh1-5">Introduzione</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La Digital Forensics svolge un ruolo cruciale nella ricostruzione di eventi digitali, nell'attribuzione di responsabilità e nella raccolta di prove legalmente ammissibili. L'intero valore di un'indagine forense digitale dipende dall'integrità dei dati raccolti: se tali dati vengono manipolati, l'affidabilità dei risultati può essere gravemente compromessa. In questo contesto, il data poisoning emerge come una minaccia significativa, specialmente per quelle indagini che si affidano a modelli di intelligenza artificiale (AI) e machine learning (ML).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Cos'è il Data Poisoning?</b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il data poisoning è un tipo di attacco informatico in cui gli aggressori manipolano o corrompono i dati di training utilizzati per sviluppare modelli di machine learning (ML) o intelligenza artificiale (AI).</span></div><div> Questo risulta particolarmente pericoloso per le indagini forensi che si basano sul machine learning per analizzare firme di malware, eseguire il rilevamento di intrusioni o correlare eventi tra più fonti di dati. <br> Una volta che i dati di training sono compromessi, il modello potrebbe prendere decisioni errate o addirittura guidate da intenti malevoli.</div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">L'importanza del Data Poisoning nella Digital Forensics</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella digital forensics, si utilizzano diversi strumenti automatizzati per analizzare grandi quantità di dati, come log, traffico di rete o campioni di file, al fine di identificare comportamenti dannosi e attribuire responsabilità. Se questi strumenti vengono compromessi tramite data poisoning, un investigatore forense potrebbe riscontrare falsi positivi o non riuscire a rilevare minacce reali. Peggio ancora, se queste manipolazioni rimangono non rilevate, i procedimenti legali possono essere minati e i criminali possono sfuggire alla giustizia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si immagini uno scenario in cui uno strumento forense utilizzato dalle forze dell'ordine è addestrato su un dataset di programmi maligni (malware) noti e software benigni. Se un attaccante avvelena tale dataset, modificando sistematicamente le etichette o iniettando codice dannoso camuffato da benigno, il modello subirà una degradazione che può portarlo a generare classificazioni erronee. Gli investigatori, affidandosi a questo modello compromesso, potrebbero inavvertitamente lasciar passare artefatti dannosi. Questo evidenzia perché l'integrità dei dati e l'affidabilità delle fonti sono fondamentali in qualsiasi indagine digitale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Tipi di Data Poisoning</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Possiamo distinguere due categorie principali di data poisoning: non mirato e mirato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><ul type="disc"><li><b class="fs12lh1-5">Data poisoning non mirato</b><span class="fs12lh1-5">: in questo tipo di attacco, l'obiettivo dell'aggressore è più generale, ovvero degradare &nbsp;</span>l'accuratezza o l'affidabilità complessiva del modello. Questo ha un impatto ampio e immediato, causando un evidente calo delle prestazioni. Esempi includono gli <b class="fs12lh1-5"><i>attacchi di inversione del modello</i></b><span class="fs12lh1-5"> (in cui gli aggressori sfruttano gli output del modello per scoprire dati sensibili di training), gli </span><b class="fs12lh1-5"><i>attacchi stealth</i></b><span class="fs12lh1-5"> (manipolazioni difficili da rilevare che inseriscono vulnerabilità nel modello, sfruttate solo dopo la distribuzione) e l'</span><b class="fs12lh1-5"><i>iniezione di dati</i></b><span class="fs12lh1-5"> (aggiunta </span>di dati falsi o malevoli ai dataset di training per manipolare il comportamento dell'AI).</li><li><b class="fs12lh1-5">Data poisoning mirato</b><span class="fs12lh1-5">: in questo tipo di attacco l'aggressore cerca specifiche classificazioni errate o comportamenti. Ad esempio, garantire che un tipo specifico di malware passi sempre inosservato. Questo è più difficile da rilevare perché le modifiche sono sottili e si confondono con variazioni normali. In questa categoria rientrano il </span><b class="fs12lh1-5"><i>label poisoning</i></b><span class="fs12lh1-5"> (inserimento di dati etichettati male o dannosi nel dataset di training, portando il modello ad apprendere associazioni errate) e il </span><b class="fs12lh1-5"><i>training data poisoning</i></b><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;(corruzione, alterazione o manipolazione di una porzione più ampia dei dati, influenzando le decisioni del modello in modi indesiderati). Tipi specifici di attacchi mirati includono gli attacchi backdoor, gli attacchi clean-label e il label flipping.</span></li></ul><div class="fs12lh1-5"><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>In questo articolo, punteremo il focus sul label flipping e sugli attacchi backdoor.</div><div><br></div><div><ul><li><b class="fs12lh1-5">Label flipping</b><span class="fs12lh1-5">: questo attacco consiste nel cambiare le etichette corrette con quelle errate nei dati di training, fuorviando l'AI durante l'apprendimento. Ad esempio, etichettare un campione di malware come "sicuro" potrebbe portare il modello a non rilevarlo in futuro.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Attacco backdoor</b>: un backdoor è un meccanismo nascosto che consente di bypassare le normali procedure di sicurezza per accedere a un sistema informatico o a dati crittografati. Nel contesto del machine learning, un backdoor può essere "incorporato" nei dati di training del modello. Un attaccante può infiltrarsi nel sistema target tramite varie tecniche (malware, phishing, sfruttamento di vulnerabilità, ecc.) e inserire un backdoor, mantenendo così l'accesso remoto. Una volta installato, il backdoor può essere utilizzato per rubare informazioni sensibili o eseguire comandi aggiuntivi sul sistema.</span></li></ul></div><div class="fs12lh1-5"><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>Un esempio di attacco backdoor invisibile in un modello di visione artificiale coinvolge l'aggiunta di un trigger (un pattern o segno visivo quasi impercettibile) alle immagini di training. Durante l'addestramento, il modello impara ad associare questo trigger a una classificazione errata o a un'azione malevola. In fase di utilizzo, quando un'immagine contenente il trigger viene presentata al modello, questo si comporta in modo anomalo, spesso in maniera difficilmente riconducibile a un errore o a un attacco.</div></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/attacco-backdoor.png"  width="800" height="143" /></div><div><br></div><div><br><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><!--[if !supportLineBreakNewLine]--><div><b class="fs14lh1-5">Rilevamento del Data Poisoning</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il rilevamento del data poisoning è una sfida complessa, data la natura spesso subdola delle manipolazioni. Tuttavia, esistono diverse strategie e strumenti per mitigarne il rischio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un approccio più avanzato è rappresentato da un framework di analisi forense per il rilevamento di data poisoning nei modelli di machine learning.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo framework integra diverse tecniche, tra cui:</span></div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">il </span><b class="fs12lh1-5">reverse engineering (model inversion) </b><span class="fs12lh1-5">per analizzare l'architettura interna del modello;</span></li><li>la <b class="fs12lh1-5">topological data analysis (TDA)</b><span class="fs12lh1-5"> per rilevare irregolarità nascoste;</span></li><li>i <b class="fs12lh1-5">valori di Shapley </b><span class="fs12lh1-5">per identificare pattern decisionali anomali;</span></li><li>l'analisi della <b class="fs12lh1-5">legge di Benford</b><span class="fs12lh1-5"> come validazione statistica.</span></li></ul><div class="fs12lh1-5"><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>L'obiettivo è analizzare il modello stesso per individuare segni di avvelenamento, superando le limitazioni delle tradizionali analisi focalizzate solo sui dati di input.</div></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Conclusioni</b><div>Il data poisoning rappresenta una seria minaccia per l'integrità delle indagini di digital forensics, specialmente in un contesto in cui l'affidamento su modelli di intelligenza artificiale e machine learning è in costante crescita. La capacità di manipolare i dati di training per compromettere l'affidabilità e la correttezza delle decisioni dei modelli impone la necessità di adottare misure di prevenzione efficaci, tra cui pratiche di gestione dei dati sicure, una verifica rigorosa dei dataset e l'impiego di strumenti di sicurezza avanzati. La ricerca e lo sviluppo di framework forensi innovativi per il rilevamento del data poisoning, come quelli basati sull'analisi topologica, sui valori di Shapley e sulla legge di Benford, rappresentano un passo fondamentale per garantire la validità e l'affidabilità delle prove digitali nel panorama delle minacce informatiche in continua evoluzione.</div><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span><!--[endif]--></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Fonti</b></span></div><div><ul type="disc"><li><span class="fs11lh1-5">IBM. (n.d.). What is data poisoning? IBM Think. Retrieved from https://www.ibm.com/think/topics/data-poisoning</span></li></ul><ul type="disc"><li><span class="fs11lh1-5">Peng, K., Hu, Y., Xu, Y., &amp; Zhang, J. (2024). A Survey of Data Poisoning Attacks against Machine Learning. Applied Sciences, 14(19), 8742. https://doi.org/10.3390/app14198742</span></li></ul><ul type="disc"><li><span class="fs11lh1-5">Rouse, M. (n.d.). Back door (computing). TechTarget – SearchSecurity. Retrieved from<span class="cf1"> &nbsp;https://www.techtarget.com/searchsecurity/definition/back-door</span></span></li></ul><ul type="disc"><li><span class="fs11lh1-5">Shah, D. (2023, November 30). Introduction to Training Data Poisoning: A Beginner's Guide. Lakera. Retrieved from<span class="cf1"> &nbsp;https://www.lakera.ai/blog/training-data-poisoning</span></span></li></ul><ul type="disc"><li><span class="fs11lh1-5">A Forensic Analysis Framework for Machine Learning Model Poisoning Detection Galamo F. Monkam1, Jie Yan2, and Nathaniel D. Bastian1 1United States Military Academy at West Point 2Bowie State University https://d197for5662m48.cloudfront.net/documents/publicationstatus/250611/preprint_pdf/f7cee9e03304840e80b53a618f6fde95.pdf</span></li> </ul></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 13 May 2025 12:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Salvatore Filograno e il corso sul recupero dei dati informatici]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000085"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><i>Il 28 aprile 2025, presso il Polo Universitario dell’Istituto, si è tenuto il corso di quattro ore dal titolo “Il recupero dei dati informatici”. Docente d’eccezione Salvatore Filograno, uno dei nomi più noti dell’Informatica forense del nostro Paese.</i></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si pensa spesso che, alla base delle analisi e del recupero di dati informatici vi sia unicamente l’informatica, ma, durante il corso, è emerso che l’informatica deve essere affiancata dai princìpi e dai metodi dell’elettronica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Salvatore Filograno, che è un professionista assai navigato e specializzato proprio nel recupero dei dati, ha condotto la sua lezione basandosi sulle metodologie e gli strumenti utilizzati in casi reali riguardanti hardware e software, dispositivi di archiviazione dati (hard disk, ssd, pendrive, memory card), sottolineando come, quando ci si trova di fronte a dispositivi danneggiati, un’adeguata conoscenza dell’elettronica possa fare la differenza. Infatti, un danno fisico a un supporto, anche rilevante, non comporta necessariamente l’impossibilità di procedere alle attività di recupero dei dati se l’informatico forense è in grado di ripristinare il dispositivo tramite adeguate tecniche e idonei strumenti elettronici, operando sui suoi componenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Salvatore Filograno, che l’Istituto di Scienze Forensi ringrazia vivamente per la docenza svolta presso il proprio Polo Universitario, è uno dei maggiori esperti informatici italiani. </span><span class="fs12lh1-5">Specializzato nel recupero dati (hardware e software) da supporti digitali (hd, ssd, smartphone, pendrive, memory card), è consulente in Digital Forensics, esperto di perizie informatiche forensi per Istituzioni e privati e membro del Direttivo e socio IISFA, AIP, e ONIF.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 15:53:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Geographic Profiling. Alcune considerazioni]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000084"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr. Domingo MAGLIOCCA</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Unità GOP Geographic </span><span class="fs11lh1-5">Offender Profiling</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Indagare “Lì” nel “Dove”</b><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Determinare, mediante l’analisi della posizione delle scene del crimine, l’area in cui un autore ignoto di reato potrebbe avere la propria “residenza” rappresenta l’obiettivo primario del Geographic Profiling. Indagare “Lì” nel “Dove”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è una moderna e avanzata tecnica di investigazione criminale basata sull’applicazione del metodo geografico costruito su una procedura specialistica location-based, che implica l’analisi geo-spaziale dei luoghi dei reati. Nello specifico, il Geographic Profiling è l’applicazione pratica di princìpi geografici, criminologici e psicologici che consente di esaminare gli elementi spaziali, temporali e ambientali degli eventi offensivi, nonché gli indizi geografici del comportamento umano lasciati dal reo sulla "scena geografica del crimine".</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È certamente un compito arduo individuare con certezza il punto esatto della residenza dell’autore del reato. Tuttavia, differenti approcci teorici, ricerche empiriche e lo sviluppo di sistemi informatici hanno dimostrato che è possibile avanzare delle valide ipotesi predittive riguardo all’area in cui è localizzabile la base di un serialista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per affrontare la questione, appare utile considerare il motivo per il quale ci si aspetterebbe un’associazione (spaziale) tra il luogo di residenza del reo ed i luoghi in cui egli commette i crimini. Nell’ambito del profiling geografico investigativo, con riferimento agli spostamenti di un criminale (dal luogo di abitazione alla scena del crimine), è menzionato spesso il principio del “minor sforzo” di Zipf: gli autori di crimini effettuerebbero spostamenti per il tempo strettamente necessario per commettere un reato, riducendo in tal modo gli sforzi (economici, fisici) ed i rischi. Senza dubbio, le distanze percorse dal reo variano in funzione della tipologia di crimine in quanto le opportunità e gli obiettivi da aggredire non sono equamente distribuite. Ad esempio, un autore di furti seriali in città percorrerà distanze minori rispetto ad un rapinatore di banche in quanto le potenziali abitazioni da poter aggredire sono dislocate ovunque ed in numero superiore rispetto alle banche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ulteriori riferimenti teorici, idonei a conferire un valore investigativo alla distribuzione geografica degli eventi criminosi ed agli spostamenti dei criminali, provengono dalla criminologia ambientale, quella parte della criminologia che studia il crimine e l’autore del reato in relazione ai luoghi in cui un evento offensivo avviene ed in cui il reo decide di delinquere: la crime pattern theory di P. Brantingham e P. Brantingham (1981), la teoria della scelta razionale di Clarke e Cornish, la funzione di decadimento della distanza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Crime Pattern Theory indica che gli autori di crimini entrano in contatto con i potenziali obiettivi attraverso le loro normali attività di routine, strutturate attorno a determinati punti di ancoraggio (abitazione, luogo di lavoro, di svago, luoghi sociali), e suggerisce che un autore di reato commetterà crimini lungo i percorsi che collegano il proprio punto di ancoraggio (tendenzialmente l’abitazione) con i luoghi in cui svolge le attività di routine. Come osservano Felson e Clarke (1998), “crimini altamente insoliti possono seguire schemi molto routinari”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un reo, seguendo un criterio razionale di guadagni attesi e di rischi, scansiona il suo spazio di consapevolezza e gli obiettivi e, recependo quegli indizi e segnali ambientali, geografici, spaziali, legali e simbolici che meglio si adattano al suo schema-modello di ricerca e selezione, riconosce l’attrattività (di conseguenza, la desiderabilità) dell’obiettivo stesso ed il momento ed il luogo idoneo all’attacco (Magliocca, 2023b). L’autore di un crimine si muove all’interno dell’ambiente servendosi di “una cartina geografica mentale”, la quale, fungendo da quadro spaziale-geografico di riferimento, agisce sulla selezione del luogo del crimine, che non potrebbe essere altrimenti osservato ed individuato se il reo non ne avesse avuto una pregressa conoscenza (Magliocca, 2020; 2023a).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La teoria della scelta razionale concerne l’aspetto decisionale relativo alla commissione di un reato. Gli autori di crimini agiscono su distanze che compensano i costi (tempo, percorsi da affrontare, costo materiale dell’azione) ed i benefici (guadagni attesi). Tuttavia, un autore di reato, disposto ad ottenere un importante “guadagno” dalla sua azione, potrebbe percorrere considerevoli distanze.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Mobilità criminale</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In criminologia, la mobilità e gli spostamenti degli autori di reato sono associati ad un settore della ricerca scientifica nota con il termine “journey to crime”, che esamina le distanze che l’autore del reato percorre dalla sua residenza al luogo della scena del crimine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sommariamente, il modo in cui i criminali selezionano gli obiettivi potrebbe non essere così diverso dai criteri mediante cui la gente comune si muove e seleziona i luoghi da visitare durante le attività ordinarie. Essi maggiormente si spostano e commettono crimini all’interno della propria comfort zone «familiare», intesa sia in termini affettivo-parentali e sia in termini di luoghi frequentati abitualmente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli spostamenti verso i luoghi del crimine tendono ad essere brevi e la mobilità è soggetta al principio del decadimento della distanza, ovvero la probabilità di commettere un crimine decresce all’aumentare della distanza dalla residenza del reo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In effetti, senza creare generalizzazioni e giustificare una causalità diretta, sembra che la selezione degli obiettivi operata da un autore di reato collassi lentamente in cambio della certezza di un’area sicura e familiare in cui agire ed a causa dell’incomodo di doversi muovere all’interno di un ambiente poco conosciuto che richiede tempo e impegni maggiori di spostamento e di adattabilità (Magliocca, 2020; 2023).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dallo studio europeo di Laukkanen (2007), che ha analizzato i dati di crimini registrati in Italia e Finlandia concernenti incendi, rapine, omicidi, furti, furti seriali e stupri, è stato evidenziato, anche in accordo con le ricerche pregresse, che le distanze mediane dall’abitazione al luogo del crimine erano relativamente ridotte, con i crimini di incendio doloso e omicidio che si verificano a meno di 2 km dalla residenza dell’autore del reato, a differenza dei furti con scasso e rapina, avvenuti in media a più di 3 km dalla home-base.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ricorrendo all’approccio dicotomico criminologico del reato espressivo-strumentale, i risultati dello studio di Laukkanen indicano che le distanze mediane dalla home base del reo al luogo del crimine sono minori nei crimini classificati affettivi (incendio doloso, l’omicidio), al contrario dei reati strumentali (furti con scasso, rapine), commessi con armi, con un grado di panificazione, associati a distanze più lunghe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rossmo (2025) ha condotto una meta-analisi riguardo ad alcuni studi afferenti alla mobilità criminosa, in relazione a crimini commessi negli Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Europa continentale, Asia e Australia, dal 1930 al 2003, ed ha rilevato che la distanza percorsa dagli autori di reato, indicata in letteratura, era compresa tra 1 e 2 miglia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un rilevamento effettuato in Italia - che l’autore di questo articolo considera il miglior dato spaziale empirico disponibile nel nostro Paese riguardo alla mobilità degli aggressori sessuali - indica che gli stupratori nella città di Milano hanno percorso una distanza dal luogo di residenza alla scena del crimine di 5,79 km in media, con un valore mediano di 1,69 km (Zappalà, Bosco, 2008).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La mobilità criminale è caratterizzata da tre elementi fondamentali interconnessi: il punto di partenza o di ancoraggio del reo da cui si origina lo spostamento; la direzione in cui si muove il criminale; la distanza della scena del crimine dal punto di riferimento. Magliocca (2021b; 2024b), con il fine di rilevare la mobilità criminale e l’interazione delle tre componenti (punto di ancoraggio, distanza e direzione), ha analizzato un crimine espressivo relativo alla serie di incendi, composta da 52 siti, commessa in California da Harry Burkhart. La serie si è estesa su un’area di 261 Kmq ed in un ristretto arco temporale, dal 30 dicembre al 01 gennaio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per il giorno 30 dicembre, il serialista ha avuto una mobilità meno accentuata; si sposta tenendosi non lontano dalla sua abitazione, fino a cinturarla. Per il giorno 31 dicembre, il reo inizia ad appiccare incendi durante la notte, lontano dalla sua abitazione, in una zona differente da quella del 30 dicembre, con l’attività criminosa che si estende nell’area a nord rispetto alla posizione del punto di ancoraggio e, successivamente, man mano che prosegue la serie giornaliera, si sposta nell’area di residenza. Nell’ultimo giorno della serie, il reo si sposta nella parte opposta rispetto all’area colpita nel giorno 31 dicembre. Appicca il primo incendio in prossimità del punto di ancoraggio, poi si sposta nella parte nord-est dell’abitazione. Dopo aver colpito a nord, il reo si avvicina alla sua abitazione. L’incendiario viene fermato mentre si stava dirigendo verso casa, a seguito dell’ultimo incendio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Seppur i "viaggi" verso i luoghi del crimine siano espressione di un’articolata interazione tra il reo, il punto di ancoraggio, le distanze, l’ambiente circostante e la conoscenza del territorio, l’esito della ricerca conferma l’influenza esercitata dalla comfort zone «familiare» e dalla posizione del punto di ancoraggio (residenza dell’incendiario) sulla mobilità criminale durante la selezione di un obiettivo.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Dall’ipotesi circolare ai sistemi professionali di Geographic Profiling</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dall’assunto secondo cui gli autori dei crimini iniziano i loro spostamenti criminosi da una base fissa e le persone sono condizionate dall’effetto del “minor sforzo” e dalle attività routinarie, è stato </span><span class="fs12lh1-5">sviluppato da Canter (1993;1994) un modello geografico per analizzare il comportamento spaziale dell’autore di reato definito </span><i class="fs12lh1-5">ipotesi circolare</i><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">un’area delimitata da una circonferenza il cui diametro è ottenuto dalla distanza delle scene del crimine più lontane. Lo studio effettuato su quarantacinque stupratori seriali londinesi ha rilevato che 39 aggressori (oltre 80% degli autori) vivevano all’interno del cerchio e il 91% (41 aggressori) ha localizzato gli obiettivi all’interno della regione circolare. Da questo modello è nata la tipologia spaziale:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">marauder (residente), criminale che utilizza la propria area di residenza come centro intorno al quale svilupperà l’attività predatoria;</span></li><li>commuter<b class="fs12lh1-5"><i> </i></b><span class="fs12lh1-5">(pendolare), che commetterà il reato dopo essersi allontanato sufficientemente dal luogo in cui risiede.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Diverse ricerche empiriche hanno dimostrato che, applicando l’ipotesi circolare a porzioni differenti di crimini, la tipologia del marauder è il pattern spaziale dominante. La teoria circolare fornisce un suggerimento investigativo pratico ma, allo stesso tempo, non è priva di limitazioni. Invero, il problema del modello circolare si presenta principalmente quando avremo la necessità di esaminare una serie criminosa caratterizzata da distanze e da un’area di ricerca molto ampia. Altresì, una ulteriore questione con l’ipotesi del cerchio riguarda la determinazione del comportamento spaziale del reo esclusivamente dalla modellazione di “punti” delle posizioni dei siti criminosi. Questo impedimento richiama inevitabilmente l’esigenza di superare la “geometria del cerchio criminale” e di analizzare le informazioni della serie di crimini tenendo in considerazione l’intreccio criminologico ed investigativo tra </span><i class="fs12lh1-5">Persona </i><span class="fs12lh1-5">(comportamento del reo/vittima-posizione obiettivo),</span><i class="fs12lh1-5"> Tempo </i><span class="fs12lh1-5">(aspetti temporali)</span><i class="fs12lh1-5"> </i><span class="fs12lh1-5">e</span><i class="fs12lh1-5"> Luogo </i><span class="fs12lh1-5">(caratteristiche geografiche dello scenario criminoso) al fine di poter individuare, in maniera apprezzabile, la presumibile area per le ricerche (Magliocca, 2021a; 2023).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ad oggi, per poter realizzare una predizione investigativa più efficiente, sono stati sviluppati, su assunti criminologici e spaziali, avanzati sistemi quantitativi di supporto alle indagini che consentono di delimitare con una certa probabilità l’area di residenza del serialista. In Italia, negli ambienti di ricerca e di analisi di geographic profiling su specifici reati, l’autore di questo articolo adotta un approccio computazionale per generare, dopo l’analisi investigativa della scena geografica del crimine, un’area di probabilità elaborata dall’algoritmo “Criminal Geographic Targeting” (CGT) di Rossmo (1995; 2000; 2008), ed utilizza costantemente, in certe condizioni metodologiche, l’avanzato sistema professionale di geographic profiling Rigel di Ecri, che esamina la relazione tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio dell’autore di reato attraverso la produzione del profilo geografico criminale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Note sull'autore</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Domingo Magliocca è Geographic Profiling Advisor, </span><span class="fs11lh1-5">responsabile dell'Unità Specialistica di Ricerca GOP - Geographic Offender Profiling dell'Istituto di Scienze Forensi e </span><span class="fs11lh1-5">docente di Criminologia applicata e tecniche investigative al Polo Universitario ISF Corporate University. </span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham P.J. (2008), <i>Crime Pattern Theory</i>, in Wortley R., Mazerolle L., Enviromental Criminology and Crime Analysis.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham P.J. (1981), <i>Note on geometry of crime</i>, in Brantingham P.L., Brantingham P.J., Environmental Criminology, Sage.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Canter D., Youngs D. (2008), <i>Principles of Geographical Offender Profiling</i>, Ashgate.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Canter D., Larkin P. (1993), <i>The environmental range of serial rapists</i>, in Journal of Environmental Psychology.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Canter D., Gregory A. (1994), <i>Identifying the residential location of rapist</i>, in Journal of Forensic Science Society.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Felson, M., Clarke R.V. (1998), <i>Opportunity Makes the Thief. Practical Theory for Crime Prevention</i></span><span class="fs11lh1-5">, Police Research Series Paper, n.9.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Laukkanen M. (2007), <i>Geographic profiling: using home location to crime distance and crime features to predict offender home location</i></span><span class="fs11lh1-5">, Accademic Dissertation.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2025), <i>La Georreferenciación del delito en la investigación criminal: el Perfil Geografico</i></span><span class="fs11lh1-5">, in Octavio Quintero Avila, </span><i class="fs11lh1-5">Perspectivas criminologicas enla inteligencia criminal strategica</i><span class="fs11lh1-5">, Facoltà di Derecho y Criminología - Universidad Autónoma de Nuevo León (Messico), Editore Titant lo Blanch.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2020), <i>Tracce geografiche criminali. Teoria e tecnica del Profilo Geografico</i></span><span class="fs11lh1-5">, Primiceri Editore</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021a), </span><i><span class="fs11lh1-5">Investigative Geographical Profiling. A short overview about the geographical crime scene investigation</span>, </i><span class="fs11lh1-5">e-book, Youcanprint.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2021b), <i>Hollywood Fire Devil Case. </i></span><i><span class="fs11lh1-5">Analisi investigativa criminologica e geografica di un incendiario seriale</span>,</i><span class="fs11lh1-5"> rivista Sicurezza e Giustizia, dicembre 2021.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023a), <i>Analisi della scena geografica del crimine. Indizi nel paesaggio</i></span><span class="fs11lh1-5">, DirittoPiù Editore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023b), <i>L’utilizzo dei principi criminologici e del geographic profiling per investigare i crimini sessuali seriali</i></span><span class="fs11lh1-5">, in Rivista di Criminologia, Investigazione, Psicopatologia e Scienze Forensi Internazionali, vol. 55, n. 4.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2024a), <i>Il criminal profiling in Italia e all’estero</i></span><span class="fs11lh1-5">, capitolo in Bonifazi A., </span><i>Il criminal profiling</i><span class="fs11lh1-5">, edizioni Gedi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2024b), <i>Journey to crime e mobilità criminale</i></span><span class="fs11lh1-5">, in Crime Line Magazine, aprile 2024.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2007), <i>Geografia e crimine. Lo studio del geographic profile</i></span><span class="fs11lh1-5">, in Rivista Intelligence &amp; Storia, Luglio-Agosto, n. 3</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Picozzi M., Zappalà A., Santilla P., Laukkanen M. (2003)</span>, <i class="fs11lh1-5">Testing the utility of geographic profiling approach in three. rapes series of single offender: a case study</i><span class="fs11lh1-5">, in Forensic Science International.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2000; 2025), <i>Geographic Profiling</i></span><span class="fs11lh1-5">, Crc Press; Routledge</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (1995), <i>Place space and police investigation: hunting serial violent criminals</i>, in Crime Prevention Studies, vol.4</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2004), <i>Geographic Profiling Update</i>, in Profiler edited by J.H. Campbell, D. DeNevi</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2008), <i>Geographic Profiling in serial rape investigations</i>, in Practical aspects of rape investigation</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K., Harries K. (2009), <i>The Geospatial Structure of Terrorist Cells</i>, in Justice Quarterly</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2011), <i>Evaluation Geographic Profiling</i>, in Crime Mapping</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2016), <i>Geographic Profiling in cold cases investigations</i>, in Walton R.H., Cold Case Homicides</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (1998), <i>Target patterns of serial murderers: A methodological model</i>. In Holmes R., Holmes S., Contemporary perspectives on serial murder, Thousand Oaks, CA: Sage</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Salfati G. (2000), <i>Nature of Expressiveness and Instrumentality in Homicide: Implications for Offender Profiling </i>in Homicide Studies Volume 4 - Issue 3</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Santilla P., Laukkanen M. (2005), <i>Predicting the residential location of serial commercial robber</i>, in Forensic Science International</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Zappalà A., Bosco D. (2008), <i>Stupratori</i>, Centro Scientifico Editore</span></li></ul></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Apr 2025 13:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Seminario in materia di esplosivistica forense tenuto dal dr. Danilo Coppe]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000083"><div><i class="fs12lh1-5"><b>“Cosa è esploso? Quanto ne è esploso? Come si è innescato?"</b></i>. Queste le tre domande alla base dell’intenso e interessante seminario tenuto dal dr. Danilo Coppe il 17 aprile 2025 presso il nostro Istituto.</div><div><span class="fs12lh1-5">Con animo e passione, partendo da un caso reale segnato dall’assenza di una risposta univoca, a causa dalla mancata corretta preservazione della scena dell’evento, il dr. Coppe ha portato la sua lunga esperienza sul campo, chiarendo quali sono i punti chiave dell’investigazione delle esplosioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso dell’evento, è stata, inoltre, sottolineata l’importanza della figura dell’ausiliario di polizia giudiziaria (ex art. 348 c.p.p., c. 4 ndr), il quale può fornire un contributo notevole nell’analisi di un’esplosione. Con un occhio di riguardo rispetto all’importanza di un accurato sopralluogo e di un sistema di repertamento che tenga conto anche della tridimensionalità, il dr. Coppe ha illustrato le diverse tipologie di tracce che è possibile individuare sulla scena di un’esplosione e il rilievo che le stesse hanno per rispondere ai tre fondamentali quesiti rivolti all’esperto di esplosivistica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Geominerario esplosivista, esperto di Blasting Enineering, fondatore e presidente dell’IRE Istituto Ricerche Esplosivistiche, docente universitario e formatore per diversi enti della Difesa, consulente tecnico per tribunali e procure della Repubblica, spesso impegnato anche come ausiliario di polizia giudiziaria, già direttore esplosivista per l’abbattimento del “Ponte Morandi” a Genova, il dr. Danilo Coppe è uno dei maggiori esperti italiani nel campo dell’esplosivistica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In attesa di un’ulteriore possibilità di approfondimento, ringraziamo il dr. Coppe per la disponibilità e la competenza portata in questa innovativa esperienza formativa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 13:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Concorso pubblico per allievi vice ispettori della Polizia di Stato]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000082"><div>In data 31 marzo 2025 è stata pubblicata, sul sito della Polizia di Stato, la comunicazione relativa al Concorso pubblico, per esami, per l’assunzione di 1.500 allievi vice ispettori della Polizia di Stato (decreto Ministero dell’Interno del 27 marzo 2025).</div><div><span class="fs12lh1-5">Le domande di partecipazione al Concorso potranno essere inviate unicamente utilizzando la procedura informatica disponibile all’indirizzo </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://concorsionline.poliziadistato.it " target="_blank" class="imCssLink">https://concorsionline.poliziadistato.it &nbsp;</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dei 1.500 posti a concorso, una parte sono riservati al personale della Polizia di Stato già in servizio e ad altri soggetti in possesso di determinati requisiti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per partecipare al Concorso è necessario essere in possesso del diploma di maturità e di tutti gli altri requisiti fissati per la partecipazione a qualsiasi concorso pubblico (cittadinanza italiana, godimento dei diritti civili e politici, casellario giudiziale nullo ecc.), oltre che essere idonei fisicamente secondo le norme del bando di concorso. L’età massima è fissata a &nbsp;28 anni non ancora compiuti, salvo alcuni casi particolari.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le domande di ammissione al Concorso potranno essere presentate dal 1° aprile 2025 alle ore 23,59 del 30 aprile 2025.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Per maggiori informazioni e per iscriversi al Concorso, <a href="https://www.poliziadistato.it/articolo/302767e3cb09b3049976059377" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></b></span><span class="fs12lh1-5">.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 30 Mar 2025 12:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Alessia Pifferi, il grave deficit cognitivo e la perizia in primo grado]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000081"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alessia Pifferi, la donna condannata in primo grado all’ergastolo per aver abbandonato la propria figlia, Diana, di appena di 18 mesi, per sei lunghi giorni, sarà sottoposta ad una nuova perizia psichiatrica per un grave deficit cognitivo.</span><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Ma cosa significa “deficit cognitivo”? Le funzioni cognitive sono tutte quelle abilità mentali che ci servono per svolgere qualsiasi attività, dalle più semplici alle più complesse. Tra le funzioni cognitive abbiamo la memoria, l’attenzione, l’apprendimento, il linguaggio, il ragionamento, l’orientamento, il pensiero astratto, il problem solving e la percezione. Specifichiamo cosa sono queste ultime due funzioni: il problem solving è un processo cognitivo che ci consente di prendere coscienza di un problema, analizzarlo, mettere in atto delle strategie per risolverlo e saper valutare i risultati, mentre la percezione è un processo cognitivo assai complesso che ci consente di elaborare, ovvero identificare, ordinare e classificare gli stimoli che riceviamo dai nostri sensi e trasformarli in forme e concetti dotati di significato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I deficit cognitivi possono presentarsi nel corso dell’infanzia a causa di sindromi genetiche, patologie, traumi fisici o psicologici, ma anche di ambienti di crescita assai disfunzionali. In questo caso, cioè quando il disturbo insorge per via della compromissione di funzioni cerebrali in via di maturazione, siamo in presenza di una disabilità intellettiva, un tempo chiamata ritardo mentale. Invece, se i deficit si manifestano successivamente alla normale fase di sviluppo neurologico di un individuo, cioè nella fase adulta, abbiamo un disturbo neurocognitivo, un tempo chiamato demenza. Il disturbo neurocognitivo può essere determinato da un trauma cranico e da qualsiasi altra patologia che interessa il cervello, come la malattia di Alzheimer, le demenze vascolari o frontotemporali e le demenze indotte da sostanze.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sia nel caso della disabilità intellettiva, che del disturbo neurocognitivo, si hanno delle limitazioni in quello che si chiama funzionamento adattivo, che riguarda le abilità sociali e comunicative, l’autocontrollo e l’autonomia nella vita di tutti i giorni. Si hanno, quindi, difficoltà a svolgere adeguatamente i compiti della vita, a comprendere i contesti e le situazioni e, di conseguenza, ad agire e comportarsi nel modo più opportuno.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Un deficit cognitivo può incidere sulla capacità di intendere e di volere?</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Partiamo prima dal significato di capacità di intendere e di volere. La capacità di intendere è la capacità di un soggetto di rendersi conto della realtà, di percepire il significato del proprio comportamento, di avere coscienza delle proprie azioni, di comprendere se queste sono lecite o illecite, anche in funzione del contesto in cui si trova. La capacità di volere, invece, è la capacità di autodeterminarsi, di esercitare in modo autonomo le proprie scelte e di saper controllare i propri impulsi e le proprie reazioni. Per la legge, se manca anche una soltanto delle due capacità, si ha un’infermità mentale e, quindi, la persona viene giudicata o non imputabile o parzialmente imputabile, a seconda della gravità della patologia riscontrata o, meglio, della gravità dei sintomi di questa patologia al momento del delitto o nel lasso di tempo in cui si è consumato il delitto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un deficit cognitivo, come riportato in precedenza, può interessare una o più abilità mentali che ci servono per funzionare in modo adeguato nella vita di tutti i giorni, anche quando si presentano delle situazioni in cui è necessario effettuare un’analisi, un ragionamento e, quindi, quando dobbiamo porre in essere le strategie più idonee affinché le nostre azioni ci portino un vantaggio o abbiano una qualche utilità, restando comunque nel recinto dei valori morali, delle responsabilità che abbiamo e, ovviamente, della legge. Quindi, per determinati tipi di reato, un grave deficit cognitivo è “potenzialmente” idoneo ad incidere sulla capacità di intendere e di volere.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La valutazione psicopatologica forense del deficit cogntivo</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per valutare la capacità di intendere e di volere di un soggetto affetto da un deficit cognitivo, come avviene per le valutazioni di tutte le psicopatologie croniche o transitorie che devono essere accertate ai fini giudiziari, è d’obbligo effettuare un’indagine approfondita. Prima di tutto, è necessario accertare quali funzioni cognitive sono deficitarie e stabilire la gravità dei sintomi del deficit, in modo da avere un primo elemento di indagine utile ai fini della perizia. Le attività che vengono svolte sono i colloqui e l’osservazione del soggetto, la somministrazione di test psicologici, in alcuni casi esami strumentali, come l’elettroencefalogramma, la risonanza magnetica ecc. Nel caso in cui il soggetto era già in cura presso un presidio di salute mentale prima di commettere il reato, si procede altresì con la disamina dei documenti sanitari disponibili (relazioni psichiatriche e psicologiche, cartelle cliniche, test somministrati, esami strumentali ecc.) e con dei colloqui con gli specialisti curanti. </span><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, nel caso dei deficit cognitivi, l’osservazione, i test, gli esami strumentali e qualsiasi altro mezzo diagnostico non sono sufficienti ai fini dell’accertamento psicopatologico-forense. Infatti, in precedenza si è detto che un deficit cognitivo produce delle limitazioni del funzionamento di una persona. Limitazioni che riguardano la difficoltà a svolgere adeguatamente i compiti della vita, a comprendere i contesti e le situazioni e ad agire e comportarsi adeguatamente per raggiungere i propri fini. Quindi, nella valutazione complessiva del deficit cognitivo di un individuo adulto, assume particolare valore il funzionamento nella vita di tutti i giorni, cioè il grado di autonomia del soggetto. Infatti, un disabile intellettivo, da adulto, attraverso le esperienze di vita, nonostante il deficit cognitivo, potrebbe aver sviluppato un buon funzionamento adattivo. In altre parole, nonostante il deficit di partenza, il soggetto potrebbe essere in grado di condurre una vita sufficientemente autonoma, in quanto ha sviluppato delle capacità adeguate che compensano il deficit o i deficit di cui è portatore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In seguito, bisogna verificare se il deficit cognitivo accertato è compatibile con il tipo di delitto commesso, ovvero è necessario stabilire quello che si chiama “nesso eziologico” tra sintomi e reato, cioè se l’azione delittuosa è direttamente collegata ai sintomi del disturbo. Alla fine, si deve procedere con l’analisi della criminodinamica, cioè delle modalità e dei tempi con cui è stato commesso il delitto, al fine di comprendere ancor meglio se i sintomi del deficit cognitivo sono stati la causa diretta dell’azione criminosa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parallelamente alle attività di cui sopra, si procede con un’indagine sul contesto sociale e familiare, nello specifico sul supporto che l’autore del reato ha ricevuto o non ricevuto da quelle persone che non potevano non conoscere o sospettare le sue condizioni mentali e che, quindi, avrebbero dovuto occuparsene per ragioni non solo morali, ma anche legali. Oltre ai parenti più stretti, tra questi soggetti rientrano le istituzioni, ovvero i presidi sociosanitari quando questi erano informati di una situazione di grave disagio e vulnerabilità o che ne avevano il sospetto.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La perizia sulla Pifferi in primo grado</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda Alessia Pifferi, il suo difensore, l’avvocato Alessia Pontenani, ha dichiarato di aver reperito dei certificati medici e altri documenti che proverebbero che il deficit cognitivo della donna, cioè la sua disabilità intellettiva, era noto fin dalla sua infanzia, portando in appello questo ulteriore elemento di prova. </span><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, in primo grado, il perito nominato dal Tribunale, professor Elvezio Pirfo, non ha escluso categoricamente che la Pifferi sia affetta da una disabilità intellettiva e, quindi, da un deficit cognitivo, ma ha valutato il funzionamento della donna nella vita di tutti i giorni che, secondo il perito, non escludono, né diminuiscono, la capacità di intendere e di volere rispetto all’abbandono della figlia di 18 mesi per sei lunghi giorni. Il professor Pirfo ha poi contestato il test WAIS (test di intelligenza) somministrato alla Pifferi in carcere, non perché il test in questione non costituisca, nella pratica psicoforense, uno degli elementi probatori utili ai fini diagnostico-forensi di un soggetto affetto da deficit cognitivo, ma perché i risultati del test, prodotti, poi, in giudizio dal consulente di parte, prof. Marco Garbarini, erano carenti di informazioni circa le modalità di somministrazione. Inoltre, sempre le psicologhe del carcere, oltre alla somministrazione di ulteriori test oltre il WAIS, hanno svolto sulla Pifferi una serie di attività che non erano di loro competenza, in quanto avrebbero dovuto limitarsi al solo sostegno psicologico, al fine di evitare, ad esempio, atti anticonservativi come il suicidio, e hanno verosimilmente “inquinato” la fonte di prova più importante, cioè la mente dell’imputata, probabilmente suggestionandola. Infatti, il perito del Tribunale, professor Pirfo, nonostante abbia riferito di non poter affermare che la Pifferi sia stata suggestionata, ha dichiarato che la donna, durante i colloqui peritali, nel rispondere e raccontarsi ha utilizzato un vocabolario ricco di termini psicologici tipici di un soggetto che ha già svolto un percorso psicoterapeutico e che ha la capacità di apprendere, comprendere, relazionarsi, parlare, ricordare, raccontare, descrivere i propri stati emotivi ecc. Pertanto, il perito, in base agli esami effettuati (colloqui, osservazione, test ecc.) e ai dati emersi sul modo di funzionare della Pifferi prima e dopo il reato, ha concluso, correttamente, che la donna non presenta alcun deficit cognitivo tale da determinare un anomalo funzionamento adattivo in relazione al delitto per il quale, poi, è stata condannata in primo grado.</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 10:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Rosa Vespa e la presunta gravidanza isterica]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000080"><div><header><div></div></header></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rosa Vespa, la donna che ha rapito una neonata in ospedale è affetta da gravidanza isterica? Per ora, aspettiamo il parere dei colleghi che si stanno occupando del caso e concentriamoci su questo disturbo mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La gravidanza isterica, in termini medici, si chiama pseudociesi e rientra tra i disturbi chiamati “psicosomatici”, per essere precisi nella categoria dei disturbi da sintomi somatici, i quali si manifestano in una persona che presenta segni e sintomi di una patologia o, come nel caso della pseudociesi, di una gravidanza. Una gravidanza che non sussiste, ma di cui è pienamente convinta la persona che soffre del disturbo, in quanto i sintomi sono veri, così come diversi segni osservabili all’esterno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le cause della pseudociesi, che è un disturbo abbastanza raro, non sono ancora note e ne possono soffrire anche gli uomini, così come alcuni animali, ad esempio i cani. Tuttavia, per quanto riguarda gli esseri umani, sicuramente la psiche gioca un ruolo fondamentale. Nella donna, ad esempio, il disturbo può insorgere ed essere poi alimentato dal desiderio spasmodico di avere un bambino o dalla paura di restare incinta e questa condizione patologica può essere anche provocata o aggravata da pressioni sociali o fattori culturali. Ma perché compaiono segni e sintomi di una gravidanza? Semplicemente perché la psiche attiva delle risposte neuroendocrine da parte dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio, che si traducono nella secrezione abnorme di estrogeni e prolattina, ma anche nel rilascio di neurotrasmettitori che regolano gli ormoni riproduttivi. Questa risposta fisiologica può essere aumentata se si è in presenza di un forte stato depressivo. Quindi, nella pseudociesi si può avere effettivamente rigonfiamento dell’addome, anche se non emerge un’apprezzabile protrusione dell’ombelico, aumento di peso, alterazione o interruzione del ciclo mestruale, nausea, vomito, sbalzi d’umore, aumento del volume del seno, fuoriuscita di latte dai capezzoli, ma anche la sensazione dei movimenti fetali. In rarissimi casi, persino dei dolori da travaglio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come riportato in precedenza, la pseudociesi è abbastanza rara, ma è ancor più rara è la compresenza di tutti i segni e i sintomi tipici di una vera gravidanza, che potrebbero ingannare non solo la donna che soffre del disturbo, ma anche le persone a lei più vicine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda l’eventuale pseudociesi di Rosa Vespa, qualora venisse diagnosticata nella donna, staremo a vedere quali saranno le valutazioni e le conclusioni degli esperti che si occuperanno del caso, soprattutto le valutazioni di carattere psicopatologico ai fini giudiziari, ovvero la capacità di intendere e di volere al momento del fatto. Parallelamente, si potrà anche apprezzare la validità delle dichiarazioni rilasciate dalle persone più vicine alla donna circa l’impossibilità di sospettare che la stessa stesse simulando una gravidanza.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 07 Feb 2025 09:08:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[SUMURI e ISF, insieme per il progresso dell’Informatica forense]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007F"><div><div><span class="fs11lh1-5">Nella foto, da sinistra: il prof. MASSIMO BLANCO (Direttore ISF), la Specialista dr.ssa Mara Ricci (Assistente Coordinamento Tecnico ISF Investigazioni Scientifiche), il Supervisore dr. Mirko Vicenzotto (Capo Settore ISF Investigazioni Scientifiche), </span><span class="fs11lh1-5">Steve Whalen </span><span class="fs11lh1-5">(cofondatore ed esperto forense di SUMURI), l'Esperto Capo dr.ssa </span><span class="fs11lh1-5">Viviana Vaini </span><span class="fs11lh1-5">(ISF Investigazioni Scientifiche) </span><span class="fs11lh1-5">Jason Roslewicz </span><span class="fs11lh1-5">(Vice Presidente di SUMURI) e lo Specialista Esperto Ing. Francesco Costanzo (ISF Unità Digital Forensics).</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mercoledì 11 dicembre scorso, presso la nostra Direzione Generale (Milano), abbiamo avuto il piacere e l’onore di ospitare i rappresentanti di SUMURI, notissima azienda statunitense leader nello sviluppo e nella produzione di software e hardware all’avanguardia nel campo della Digital Forensics.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’incontro con </span><span class="fs12lh1-5">Jason Roslewicz</span><span class="fs12lh1-5">, Vice Presidente di SUMURI, e </span><span class="fs12lh1-5">Steve Whalen</span><span class="fs12lh1-5">, cofondatore dell’azienda, nonché esperto di Digital Forensics con un passato nelle forze di polizia, è stata un’occasione interessante, quanto importante, di condivisione di conoscenze, idee e valori, che aprirà la strada ad un partenariato strategico in grado di fornire una </span><span style="text-decoration: var(--artdeco-reset-link-text-decoration-none);" class="fs12lh1-5">formazione</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">di altissimo livello agli allievi della nostra Corporate University, ma anche di elevare gli standard operativi di ISF Investigazioni Scientifiche. Infatti, la nostra Unità Specialistica Digital Forensics avrà a disposizione una suite di prodotti altamente professionali, che aumenteranno, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, le potenzialità operative nelle </span><span style="text-decoration: var(--artdeco-reset-link-text-decoration-none);" class="fs12lh1-5">indagini</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per la</span><span class="fs12lh1-5"> M</span><span style="text-decoration: var(--artdeco-reset-link-text-decoration-none);" class="fs12lh1-5">agistratura</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e gli studi</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span style="text-decoration: var(--artdeco-reset-link-text-decoration-none);" class="fs12lh1-5">legali</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">serviti dal nostro Istituto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">SUMURI: </span><a href="https://sumuri.com/ " target="_blank" class="imCssLink"><span class="fs12lh1-5">https://sumuri.com/</span><span class="fs12lh1-5"> </span></a></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 13 Dec 2024 15:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La tratta delle donne nigeriane e i riti Juju]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007E"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il traffico di esseri umani è un crimine estremamente insidioso, poiché, per essere qualificato come tale, devono essere presenti tre elementi distinti. Il primo, è l'atto che deve mirare a reclutare, trasportare, accogliere o ospitare una persona. Il secondo, riguarda i mezzi utilizzati per compiere l'atto, come l'uso della forza o altre forme di coercizione. Infine, il terzo elemento è lo scopo, che deve essere quello dello sfruttamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere l'entità di questo fenomeno, è sufficiente esaminare le stime relative al periodo 2002-2011, pubblicate nel 2012 dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Queste stime indicano che 20,9 milioni di persone sono vittime di lavoro forzato, un dato che include anche le vittime della tratta di esseri umani, tra cui 4,5 milioni costrette allo sfruttamento sessuale. La principale difficoltà nella raccolta di dati sulla tratta di esseri umani risiede nella sua natura intrinsecamente invisibile; la segretezza e gli errori di segnalazione complicano notevolmente la possibilità di effettuare stime o fornire dati precisi. Tuttavia, secondo le informazioni fornite dall'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine nel 2014, sono state registrate 17.752 vittime di tratta in 85 paesi, mentre tra il 2012 e il 2014 sono state identificate 63.251 vittime, di cui il 57% trafficate a livello internazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La presenza di gruppi criminali organizzati in contesti africani è spesso attribuita alla debolezza delle istituzioni statali (Williams 2014; Shaw, Reitano 2019). Williams sottolinea come la Nigeria si inserisca perfettamente in questo contesto, considerando la sua storia coloniale e la successiva dittatura militare, caratterizzata da una storica e ricorrente proliferazione di centri di potere in conflitto, che ha segnato la gestione del Paese e delle sue risorse (Ebbe 2012; Williams 2014; Ellis 2012, 2016).</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Ellis, esaminando la storia del crimine organizzato in Nigeria, evidenzia che la tratta di esseri umani è un'attività che esiste da secoli e si è ampliata ben prima della formazione dello Stato nigeriano nel 1914. Sebbene la schiavitù fosse stata abolita dall'amministrazione coloniale britannica, negli anni '30 del Novecento le reti e le pratiche legate al traffico di esseri umani rimasero sostanzialmente invariate, mostrando analogie con la tratta di donne nigeriane attuale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Aspetti psicopatologici della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La tratta nigeriana costituisce una forma di dominio intrinseco, in cui il corpo della donna migrante si trova al centro di un ciclo di coercizione, violenza, traumi e sofferenze (cfr. Taliani 2011, p. 60). Come sottolineato da Massari, il corpo di queste donne è soggetto a varie strategie di controllo e sottomissione (2017, p. 59), a cominciare dalla pratica del rito "Juju", alla quale le migranti si sottopongono volontariamente, senza pressioni esterne.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il brutale abuso legato a gravi e ricorrenti violenze psicologiche, spesso porta le donne nigeriane vittime di tratta a vivere in uno stato di profonda incertezza e paura, accompagnato da un persistente senso di vergogna che permea la loro vita quotidiana. È comune osservare una progressiva e significativa perdita di fiducia in sé stesse, che rende difficile per queste donne trovare un senso nella propria esistenza e immaginare un futuro migliore. La continua ripetizione del trauma, insieme alla disumanizzazione del corpo, rappresentano fattori chiave nell'impatto devastante che queste esperienze hanno su di loro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In situazioni di abuso prolungato, che hanno effetti duraturi sulla vittima, si verifica una difficoltà nell'elaborare il trauma. Spesso, la persona coinvolta cerca rifugio nella negazione o nella paralisi emotiva per affrontare l'impatto devastante dell'esperienza. La mente delle donne coinvolte rimane costantemente vigile ai segnali, sia verbali che non verbali, che potrebbero indicare un'aggressione imminente. Di frequente, chi si trova in questa condizione di vittima si sente intrappolata in uno stato di "iperattività congelata", caratterizzato da una continua tensione che conduce a una stagnazione emotiva.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">La sfera spirituale: il rito Juju</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La spiritualità riveste un'importanza cruciale nella cultura africana: non esistono religioni rivelate nel senso tradizionale, ma piuttosto una forma di spiritualità che permea tradizioni, usanze, rituali e pratiche. Il profondo rispetto per le tradizioni e il loro impatto culturale, si manifesta, in particolare, attraverso il rito Juju, un'antica pratica religiosa diffusa nelle regioni sudoccidentali della Nigeria, in cui gli spiriti sono considerati intermediari tra gli esseri umani e le divinità principali. La forte fede negli spiriti e il desiderio di migliorare la propria condizione sociale alimentano la diffusione della tratta e della schiavitù. Coloro che sono coinvolti nel traffico e nella gestione della prostituzione sfruttano la vulnerabilità delle donne, esercitando un controllo psicologico e religioso e utilizzando il rito Juju per costringerle alla prostituzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La presenza di "tribunali-santuari", giuramenti di fedeltà e garanti spirituali legati alle migrazioni nigeriane connesse alla tratta, sembra riflettere una realtà più ampia dell'amministrazione teocratica presente nel sud della Nigeria. In questa regione, la gestione della giustizia, delle controversie personali e la regolazione di patti e contratti sono sempre più frequentemente affidate alle istituzioni religiose (Oviasuyi e Ajagun, Isiraoje 2011; Ellis 2016; Taliani 2019). Secondo alcuni studiosi, gli</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">shrines</span></i><span class="fs12lh1-5">, ovvero i santuari oracolari, avrebbero guadagnato maggiore influenza in risposta a una crescente sfiducia della società nigeriana nei confronti dei tribunali ufficiali, considerati corrotti e inaffidabili (Ellis 2008, 2016; Idumwonyi e Ikhidero 2013; Baarda 2016; Brivio 2021). Il crescente malcontento nei confronti dell'operato dello Stato, intensificatosi negli ultimi trent'anni, ha portato a un ripristino di pratiche tradizionali anche nei servizi di assistenza e protezione individuale (Gore 1998 in Brivio 2021, p. 168). I fenomeni migratori, insieme ai crimini ad essi associati, storicamente limitati, non sono immuni da questo rinnovato fervore religioso, che conserva evidenti tracce del colonialismo e, al contempo, reinterpreta le pratiche animiste precoloniali in una nuova forma.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La tratta delle donne nigeriane, nella sua attuale manifestazione, è intrisa di riti e dottrine religiosi che, come è noto, servono a legittimare in modo incisivo comportamenti criminali e sistemi di coercizione. Sebbene la distinzione tra bene e male possa sembrare chiara e prevedibile, in realtà risulta piuttosto sfuggente. Le divinità e gli spiriti, rappresentati dai sacerdoti, hanno il potere di offrire protezione, prosperità, guarigione e giustizia; tuttavia, se le regole non vengono rispettate, possono diventare vendicativi e infliggere gli stessi mali che sono in grado di curare (Brivio 2012, 2021). I santuari gestiti dai medici tradizionali, noti come</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">shrines</span></i><span class="fs12lh1-5">, combinano funzioni spirituali, curative e giudiziarie per mantenere l'ordine e l'armonia sociale (cfr. Diagboya 2019).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">rito Juju</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">funge da accesso al mercato criminale della tratta. Tutti i soggetti coinvolti sembrano, in varia misura, intrappolati nella "rete Juju", a cominciare dalle madame che ne sfruttano l'uso per sottomettere e sfruttare giovani connazionali, pur essendo consapevoli dei rischi e delle possibili conseguenze (Brivio 2021, Baarda 2016, Ikeora 2016). L'intero contesto legato alla tratta, quindi non solo le donne direttamente coinvolte nello sfruttamento, sembra seguire una volontà divina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il rituale, l’officiante è colui che viene definito “chief priest”, “native doctor” o “juju man”. Il pubblico può includere i familiari della giurante e, talvolta, altre donne che condivideranno con lei l’esperienza migratoria, diventando testimoni reciproci del loro impegno. Gli spettatori della comunità, parte del corpo sociale, assumono un ruolo apparentemente passivo, ma la loro presenza trasforma il giuramento in un atto pubblico (Biliacois 1992). Secondo Apard, il giuramento di fedeltà è fondamentale per definire il tipo di relazione tra le madame e le donne da cui “traggono beneficio”, costituendo un elemento essenziale della strategia di controllo attraverso cui gli attori del sistema criminale cercano di instaurare un contesto di sottomissione (Apard et al. 2019, p. 65).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I rituali associati alla tratta nigeriana mostrano una continuità con le tradizioni rituali locali, sia per quanto riguarda gli obiettivi (come i riti di maledizione), sia per alcuni degli oggetti e materiali impiegati (cfr. Calderoli 2007; Ellis 2016). La persistenza di questa relazione di dominio è sostenuta da un insieme di pratiche e strumenti che accompagnano l'atto del giuramento effettuato dal</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">native doctor</span></i><span class="fs12lh1-5">, a partire dalla creazione di un</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">oggetto-feticcio (ébo)</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(cfr. Taliani 2019; Solinas 2007; Calderoli 2007). La sua realizzazione rappresenta un processo metonimico che avviene attraverso il prelievo di sostanze organiche dal corpo e l'uso del nome della persona su cui si intende intervenire (Calderoli 2007, Taliani 2019). Una volta creato,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">l’ébo</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">viene custodito da un estraneo, mentre il “corpo-feticcio” della donna migrante, da cui</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">l’ébo</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è generato (attraverso frammenti corporei, scarti e sostanze), stabilisce una relazione di dipendenza con qualcosa di estremamente potente che, sebbene invisibile e introvabile, è comunque reale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il rito si conclude con il giuramento della potenziale migrante, che promette fedeltà e si impegna a saldare il debito contratto con l'organizzazione criminale, la quale anticipa le spese per il viaggio, il vitto e l'alloggio in Europa. Le conseguenze di questo giuramento riguardano principalmente la sfera spirituale, poiché una donna che non rispetta i termini del giuramento potrebbe essere uccisa o condannata a essere posseduta dalle divinità a cui si è rivolta. Come osserva Taliani, il rito che precede la partenza genera timore per possibili ritorsioni violente nel caso in cui non vengano rispettati i termini del patto rituale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, il giuramento può avere valore legale, poiché può servire come fondamento per azioni di recupero crediti nelle funzioni giudiziarie dei santuari o davanti ai tribunali statali. Questo contribuisce a creare un legame che si dimostra estremamente forte ed efficace, sia per le donne sfruttate e le loro famiglie, sia per le madame e gli altri membri dell'organizzazione criminale.</span></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div><div><hr></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Brivio, A. (2012)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il vodu in Africa. Metamorfosi di un culto</span></i><span class="fs11lh1-5">, Roma, Viella.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Brivio, A. (2021)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Assoggettamento da Juju? Decostruire le categorie della dipendenza tra le giovani migranti della Nigeria,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in “ANUAC.”</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Calderoli, L. (2007)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Riti magici e prostituzione nigeriana: l’esperienza di una consulenza antropologica per un tribunale italiano</span></i><span class="fs11lh1-5">, in P.G. Solinas (a cura di),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La vita in prestito.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><i><span class="fs11lh1-5">Debito, lavoro, dipendenza,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Lecce, Argo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Williams, P. (2014)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Nigerian Criminal Organization,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in L. Paoli,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The Oxford Handbook of Organized Crime,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">New York, Oxford University Press.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Taliani, S., (2011)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Corpi, debiti, feticci,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">in R. Beneduce,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La spiritualità in un’epoca di incertezza. L’intreccio tra religioso e rituali terapeutici,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Torino, Ed. Gruppo Abele.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Taliani, S. (2012)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Coercion, Fetishes and Suffering in the Daily Lives of Young Nigerian Women in Italy</span></i><span class="fs11lh1-5">, in “Africa”.</span></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 26 Nov 2024 11:44:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[ThinkSafe, il meeting della Sicurezza sul lavoro]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007C"><div>Giovedì 14 novembre 2024, a Rimini, si è tenuta la prima giornata di “ThinkSafe”, il meeting di RSPP ed HSE Manager organizzato da Francesco Sgaramella (esperto di Sicurezza a livello nazionale), Matteo Massironi (psicologo, formatore e consulente di Sicurezza comportamentale) e Armando Sborgia (formatore nel settore Sicurezza sul lavoro).</div><div><span class="fs12lh1-5">L’evento, premiato per l'Innovazione nel settore della Sicurezza sul Lavoro da Firas, riunisce i responsabili della Sicurezza e della Prevenzione delle aziende italiane, allo scopo di creare rete, sinergie, scambio di opinioni e di esperienze per crescere ancora di più nella prevenzione e nella sicurezza sul lavoro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche gli esperti tecnici forensi della nostra Divisione Investigazioni Scientifiche, dr. Mirko Vicenzotto, Capo Settore Coordinamento, e dr.ssa Viviana Vaini, hanno partecipato alla giornata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/IMG-20241114-WA0031.jpg"  width="940" height="705" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’avv. Pietro Maria di Giovanni ha introdotto e approfondito gli aspetti legali, mentre la nostra dr.ssa Vaini ha illustrato, passo per passo, il metodo scientifico dell’investigazione e dell’analisi forense degli incidenti sul lavoro affrontando un caso di studio. Sono stati così forniti ai partecipanti anche importanti spunti di riflessione in relazione alla possibilità di migliorare ulteriormente le procedure di prevenzione sul luogo di lavoro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’evento verrà riproposto, come di consueto, con ulteriori tre appuntamenti nei mesi di febbraio, maggio e settembre 2025.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 14:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[8° Edizione del Convegno ONIF Osservatorio Nazionale Informatica Forense]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007B"><div><span class="fs11lh1-5">Nella foto, da sinistra: l'Ing. Paolo Reale (presidente ONIF), il dr. Mirko Vicenzotto e la dr.ssa Mara Ricci (ISF), il dr. Roberto Murenec</span></div><div><br></div><div>Il 18 ottobre 2024, presso il Palazzo Boccarini, centro storico di Amelia (TR), cuore dell’Italia, si è tenuta l’ottava edizione del Convegno e seminario formativo annuale ONIF Osservatorio Nazionale Informatica Forense, al quale hanno partecipato il Capo Settore Coordinamento dr. Mirko Vicenzotto e l’Assistente Capo Coordinamento dr.ssa Mara Ricci della nostra Divisione Investigazioni Scientifiche. Un’occasione, per i nostri, di rivedere tanti amici, colleghi e stimati professionisti provenienti da tutta Italia e di passare una piacevole giornata di approfondimento su diverse tematiche connesse all'informatica forense.</div><div><span class="fs12lh1-5">I saluti istituzionali sono stati portati da Paolo Reale (presidente ONIF), Ugo Lopez (che ha moderato gli interventi degli esperti) e Giovanni Tessitore (Direttore della Sezione Indagini elettroniche della IV Divisione del Servizio di polizia scientifica della Polizia di Stato). La presentazione dell’evento è stata poi arricchita dalla presenza del Gen. Umberto Rapetto e del Gen. Roberto Vittori, quest'ultimo astronauta con all’attivo tre missioni sulla I.S.S.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso della giornata si sono alternati sul palco i relatori Massimo Iuliani, Paolo Dal Checco, Leonardo Corsini, Roberto Murenec, Pier Luca Toselli, Nanni Bassetti, Marco Perino e Marco Calamari. Diversi i temi trattati, con un focus particolare sulle nuove sfide dell’informatica forense in relazione all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale alle indagini giudiziarie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Istituto di Scienze Forensi, da sempre in prima linea nelle attività investigative informatiche, desidera esprimere i propri sinceri ringraziamenti e complimenti a ONIF per l’eccellente organizzazione dell’evento, che si è oltremodo distinto per la cura e l’attenzione rivolte ai partecipanti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Convegno-ONIF-2024-ISF-Investigazioni-Scientifiche.png"  width="930" height="827" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 14:20:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[MAPS, il meeting degli Assicuratori e Patrocinatori Stragiudiziali]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000007A"><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/IMG-20240913-WA0011.jpg"  width="250" height="334" /></div><div><div>Lo scorso 13 settembre 2024, nel meraviglioso contesto di Villa Ottoboni a Padova, si è tenuta la seconda edizione del MAPS, il meeting degli Assicuratori e Patrocinatori Stragiudiziali, organizzato ogni anno dallo Studio MG Risarcimenti.</div><div><span class="fs12lh1-5">Il titolo (e il tema) di questa edizione del meeting è stato “Supereroi contro l’imprevedibile: gli assicuratori come guardiani del domani”. Un titolo che si rifà alla missione degli assicuratori quali imprenditori illuminati che, come eroi silenziosi, mettono al sicuro persone e aziende dalle possibili conseguenze dell’improbabile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Istituto di Scienze Forensi ha ricevuto l’invito a partecipare al meeting direttamente dai vertici dello Studio MG: Umberto Coccia (amministratore delegato) e Laura Ceccato (coordinatore tecnico). In rappresentanza dell’Istituto hanno presenziato all’evento la dr.ssa Micol Trombetta, Capo Area Servizi Esecutivi della Direzione Generale, e il dr. Mirko Vicenzotto, Capo Settore Coordinamento Tecnico della Divisione Investigazioni Scientifiche, i quali hanno avuto l’onore di assistere a diversi interessantissimi interventi dei relatori inerenti i temi del risarcimento e della gestione del cliente in agenzia. Nello specifico, in mattinata, dopo un’introduzione di Luisa Rossini, fondatrice di “Parliamo di Assicurazioni”, sono intervenuti l’avvocato Filippo Martini dello Studio THMR, il quale ha esposto alcuni aggiornamenti giurisprudenziali del mondo assicurativo, e la dr.ssa Marcella Frati, fondatrice di EMF Group, che ha fornito preziosi consigli su alcune skill per potenziare e migliorare le aziende del settore. A chiudere la mattinata, un piacevole scambio di idee tra i relatori già citati e Fabio Ferrari di Risk Academy, Paola Salsi di ANAPA, Marco Rodolfi dello Studio THMR e Fabio Schiavon, direttore commerciale di Studio MG Risarcimenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente ad un piacevole lunch, l'illuminante professor Emanuele Maria Sacchi, tra i più apprezzati esperti internazionali di leadership, negoziazione e comunicazione competitiva, ha offerto qualche prezioso consiglio per diventare "Supereroi della vendita".</span></div><div> Un particolare ringraziamento a tutto il team dello Studio MG per la magistrale organizzazione della giornata formativa e, in particolare, a Umberto e Laura per l'apprezzatissimo invito.</div><div><br></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/IMG-20240913-WA0007.jpg"  width="930" height="630" /><br></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Nella foto: il dr. Mirko Vicenzotto e la dr.ssa Micol Trombetta (ISF) con Umberto Coccia e Laura Ceccato (Studio MG)</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Sep 2024 10:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’Istituto di Scienze Forensi al IV Meeting Internazionale “Il Falsario”]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000079"><div><span class="fs12lh1-5">Il 5 e 6 settembre 2024, al Palazzo del Turismo di Jesolo - Venezia, si è tenuto il 4° Meeting Internazionale dal titolo “Il Falsario”, collegato al Corso di alta formazione in “Controllo documentale”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il prestigioso evento, magistralmente organizzato dagli esperti della Scientifica della Polizia Locale Marco Boscolo, Riccardo Evangelista, Thomas Artuso e Giambattista Cavalli e patrocinato dall’ANVU Associazione Professionale Polizia Locale d’Italia, dal Ministero dell’Interno, dal Parlamento Europeo, dall’ANCI Associazione Nazionale Comuni d’Italia, dalla Regione Veneto, dalla Città di Jesolo e altri enti pubblici, ha accolto oltre 300 partecipanti e ha visto coinvolti, come relatori e docenti, numerosi esperti del settore provenienti dall’Italia e da altri Paesi, nonché dell’I.P.Z.S. Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, dalla Banca d’Italia e dall’agenzia UE Frontex.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Temi del Meeting sono state le nuove sfide legate alle falsificazioni, con un focus particolare sulle sofisticate tecnologie digitali e sulla loro crescente influenza nel contesto delle contraffazioni. Vista la particolare importanza delle nuove tecnologie per il contrasto al falso documentale, sono stati coinvolti anche esperti di aziende leader del settore dell’identificazione e dell’analisi del falso come OVD Kinegram, Foster+Freeman, Mühlbauer, Matica e &nbsp;Oberthur Solutions.</span></div><div> &nbsp;<div><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.net/images/1725619776397.jpg"  width="930" height="696" /><br></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Nella foto: &nbsp;il dr. Mirko Vicenzotto (Capo Settore ISF Investigazioni Scientifiche) durante il proprio intervento.</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Istituto di Scienze Forensi, partner ufficiale del Meeting, ha partecipato attivamente all’evento con l’intervento del nostro Capo Settore Coordinamento Tecnico della Divisione Investigazioni Scientifiche, dr. Mirko Vicenzotto, il quale ha trattato l’argomento “Il Deepfake nelle strategie della frode identificativa”. In particolare, il nostro dr. Vicenzotto ha messo in evidenza come i Deepfake, cioè le tecniche di manipolazione digitale, rappresentino una delle minacce più complesse per l'autenticità e la sicurezza dei documenti, non solo nel campo giuridico ma anche in quello commerciale e istituzionale, prendendo in esame casi concreti in cui i Deepfake sono stati utilizzati per creare identità fittizie o alterare documenti ufficiali, quindi creando rischi significativi per la credibilità di aziende e istituzioni. Inoltre, ha sottolineato l'importanza di dotarsi di strumenti avanzati per l'analisi e la verifica dei documenti digitali, evidenziando come le tecniche tradizionali di controllo non siano più sufficienti per fronteggiare le nuove minacce per la sicurezza.</span><br></div> &nbsp;<div><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.net/images/1725619776270.jpg"  width="930" height="698" /><br></div><div><br></div><div>Il Meeting "Il Falsario" è stata un'occasione fondamentale per riunire studiosi, professionisti forensi, Forze dell'Ordine e aziende specializzate con l’obiettivo comune di migliorare le tecniche di prevenzione e contrasto delle falsificazioni. La partecipazione dell’Istituto di Scienze Forensi ha contribuito ad arricchire il dibattito, offrendo una visione approfondita su come le tecnologie emergenti, quali i Deepfake, stiano rapidamente evolvendo e mettendo a dura prova i sistemi di sicurezza tradizionali.</div><div><span class="fs12lh1-5">L'Istituto di Scienze Forensi continua a promuovere la ricerca e la formazione per affrontare le sempre più sofisticate minacce della criminalità digitale non solo sul falso documentale, ma su qualsiasi contesto in cui si sta ridefinendo il concetto di autenticità. &nbsp;</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 12 Sep 2024 09:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La strage di Paderno Dugnano e il concetto di “identità”]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000078"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si è tenuto nella giornata di giovedì 5 settembre scorso, nel Carcere minorile “Beccaria” di Milano, davanti al GIP per i minori, l’interrogatorio del ragazzo diciassettenne che, nella notte tra il 31 agosto ed il primo settembre 2024, a Paderno Dugnano, periferia milanese, ha ucciso a coltellate la sua famiglia; più precisamente, il padre di 51 anni, la madre di 49 anni e il fratellino di 12 anni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quanto alla criminodinamica, il ragazzo ha agito di notte, mentre i familiari dormivano, aggredendo prima il fratello, successivamente la madre ed infine il padre, mentre prestava soccorso al figlio minore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tanto si è detto in merito alle motivazioni che hanno spinto il ragazzo a compiere tale gesto, in particolare si è parlato di un senso di isolamento, estraneità e inadeguatezza nei confronti dei familiari che può essere stato veicolo dell’agito violento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il ragazzo ha ammesso di aver ucciso senza alcun apparente motivo: «</span><i class="fs12lh1-5">Sentivo un malessere. Non so perché l’ho fatto</i><span class="fs12lh1-5">» ha raccontato agli inquirenti nel corso del primo interrogatorio. Durante la confessione, ha parlato del fatto come di «</span><i class="fs12lh1-5">un’esplosione</i><span class="fs12lh1-5">», elemento che potrebbe dare una spiegazione a ciò che, da un punto di vista criminologico, viene chiamato overkilling. Nel caso specifico, infatti, si è visto l’omicida infierire con particolare violenza sulle vittime, anche quando queste ultime erano già decedute, e ciò fornisce chiari indicatori sulla misura della rabbia che si era stratificata nella mente del ragazzo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Relativamente alle prime dichiarazioni rilasciate, ci sarebbe necessità di esplorare a fondo quel senso di inadeguatezza, di isolamento e di “</span><i class="fs12lh1-5">sentirsi estraneo al mondo</i><span class="fs12lh1-5">” percepito dal diciassettenne, provando ad ipotizzarne la genesi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un concetto utilizzato spesso in criminologia è, infatti, quello di identità, ossia l’immagine che ognuno ha di sé, la quale ha una struttura sana se è continua - nello spazio e nel tempo - &nbsp;e se risulta coerente, omogenea e stabile. Questa identità si forma nel corso della vita ed è strettamente connessa all’ambiente sociale in cui si vive. Essa si plasma in base al giudizio del prossimo e allo status del soggetto, il quale matura aspettative riguardo l’osservanza dei compiti allo stesso spettanti in funzione delle sue condizioni di vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo Noel Mailloux (1968), collegandosi al concetto di identità, elaborò una teoria sulla personalità del delinquente “tipico” (in Marotta e Cornacchia, 2023, p. 208). La sua ipotesi criminogenetica, infatti, si basa sull’assunto che sono i genitori ad influenzare la strutturazione dell’identità del figlio, il quale si identifica con la considerazione negativa che i genitori hanno di lui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Solo ulteriori e approfondite analisi sulla personalità del ragazzo potranno rivelarci se fosse l’ambiente familiare a fargli percepire quel senso di estraneità nei confronti del mondo, ma ciò che è certo è che, quando un individuo si sente così oppresso da compiere un gesto tanto estremo, emerge una netta difficoltà nel gestire e nel relazionarsi con le proprie emozioni, nonché nel trovare strumenti adeguati ad affrontare il conflitto interiore. Tuttavia, questa situazione sottende anche qualcosa di più grave, ovvero l’incapacità di distinguere tra realtà e percezione distorta della stessa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Giovani ragazzi come l’autore della strage di Paderno Dugnano sono in fuga da se stessi e lasciano tracce di una violenza dirompente che richiede un intervento tempestivo. Il tema della solitudine e dell’isolamento dei giovani va affrontato attivamente tramite politiche mirate e di connessione intergenerazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In conclusione, risalire al motivo di tali gesti risulta un compito assai arduo e complesso, se non impossibilmente perseguibile fino in fondo. In primis, poiché le cause del comportamento deviante risultano essere multi-fattore, e, in secondo luogo, poiché le stesse si intrecciano e stratificano a vari livelli della psiche individuale. Capire, dunque, quale fattore abbia contribuito maggiormente e in quale misura, seppur sia comprensibilmente il disegno di molti, risulta tutt’oggi una delle più grandi sfide delle discipline che si occupano dello studio di tali fenomeni devianti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr><span class="fs11lh1-5"><b>Bibliografia</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">G. Marotta e L. Cornacchia, </span><i class="fs11lh1-5">Criminologia. Storia, teorie, metodi</i><span class="fs11lh1-5">, Terza edizione, Wolters Kluwer, Milano, 2023.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 06 Sep 2024 12:37:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Crittografia su Telegram, sicurezza e privacy]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000077"><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><b><span class="fs12lh1-5">Autore: ing. Francesco Costanzo</span></b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Specialista Esperto ISF Divisione Investigazioni Scientifiche</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Telegram è una delle piattaforme di messaggistica più popolari al mondo, conosciuta per le sue caratteristiche avanzate e il suo impegno nella protezione della privacy degli utenti. Un aspetto cruciale della sicurezza di Telegram è la sua implementazione della crittografia, che gioca un ruolo fondamentale nel garantire la riservatezza delle comunicazioni.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Questo breve articolo si propone di esplorare i meccanismi di crittografia di Telegram, il loro funzionamento e le implicazioni per la sicurezza e la privacy degli utenti.</span></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs12lh1-5">1. Introduzione alla crittografia di Telegram</b></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Telegram offre due principali modalità di crittografia per proteggere le comunicazioni degli utenti: la crittografia server-client per le chat cloud e la crittografia end-to-end per le chat segrete.</span></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="imTAJustify fs12lh1-5">2. Crittografia Server-Client per le chat Cloud</b></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Le chat cloud di Telegram, che includono conversazioni regolari e gruppi, utilizzano un modello di crittografia server-client. In questo modello, i messaggi sono criptati mentre transitano tra il dispositivo dell'utente e i server di Telegram. Tuttavia, i messaggi sono decrittati sui server di Telegram per permettere la sincronizzazione tra diversi dispositivi dell'utente.</span></div></div><ul type="disc"><li><b class="fs12lh1-5">Algoritmo di crittografia</b><span class="fs12lh1-5">: Telegram utilizza l'algoritmo </span><b class="fs12lh1-5">MTProto</b><span class="fs12lh1-5"> per la crittografia delle chat cloud. MTProto è progettato per offrire una combinazione di velocità e sicurezza. L'algoritmo include una serie di tecniche crittografiche come il </span><b class="fs12lh1-5">AES-256</b><span class="fs12lh1-5"> per la crittografia dei dati e l'</span><b class="fs12lh1-5">RSA-2048</b><span class="fs12lh1-5"> per l'autenticazione delle chiavi.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Sicurezza del server</b><span class="fs12lh1-5">: anche se i dati sono criptati sui server, la crittografia server-client significa che i dati sono potenzialmente accessibili ai server stessi e, di conseguenza, potrebbero essere soggetti a richieste legali di accesso.</span></li></ul><span style="font-weight: 700;"><br></span><b class="imTAJustify fs12lh1-5">3. Crittografia End-to-End per le chat segrete</b><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Le chat segrete di Telegram offrono un livello superiore di protezione, grazie alla crittografia end-to-end. Questo significa che solo i partecipanti alla conversazione possono leggere i messaggi; neanche Telegram ha accesso ai contenuti e, tanto meno, le Forze dell’Ordine.</span></div><div><ul type="disc"><li><b class="fs12lh1-5">Algoritmo di crittografia</b><span class="fs12lh1-5">: per le chat segrete, Telegram utilizza una versione migliorata di MTProto con </span><b class="fs12lh1-5">AES-256</b><span class="fs12lh1-5"> per la crittografia dei messaggi, </span><b class="fs12lh1-5">RSA-2048</b><span class="fs12lh1-5"> per la sicurezza della chiave e </span><b class="fs12lh1-5">Diffie-Hellman</b><span class="fs12lh1-5"> per la negoziazione delle chiavi. La crittografia end-to-end garantisce che i messaggi siano criptati sul dispositivo di origine e solo decifrati sul dispositivo di destinazione.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Funzionalità aggiuntive</b><span class="fs12lh1-5">: le chat segrete offrono anche funzionalità come i messaggi che si autodistruggono, che vengono eliminati automaticamente dopo un periodo predefinito. Questo ulteriore livello di sicurezza impedisce la conservazione dei messaggi sui dispositivi degli utenti e sui server di Telegram.</span></li></ul><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b></div>4. Implicazioni per la sicurezza e la privacy</b></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">La crittografia di Telegram, sia server-client che end-to-end, offre un elevato livello di sicurezza per le comunicazioni degli utenti. Tuttavia, è importante comprendere le differenze tra i due tipi di crittografia.</span></div><div><ul type="disc"><li><b class="fs12lh1-5">Crittografia Server-Client</b><span class="fs12lh1-5">: adatta per le chat cloud, ma comporta il rischio che i dati possano essere accessibili sui server di Telegram.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Crittografia End-to-End</b><span class="fs12lh1-5">: fornisce la massima riservatezza, rendendo praticamente impossibile per chiunque, tranne che per i partecipanti alla chat, leggere i messaggi.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Nonostante le robuste misure di sicurezza, nessun sistema di crittografia è infallibile. Gli utenti devono essere consapevoli delle potenziali vulnerabilità e adottare pratiche sicure nella gestione delle loro comunicazioni.</span></div><div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br>5. Conclusioni</b></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Telegram ha implementato sofisticati meccanismi di crittografia per garantire la sicurezza delle comunicazioni degli utenti. La differenziazione tra crittografia server-client e crittografia end-to-end fornisce agli utenti opzioni diverse a seconda delle loro esigenze di sicurezza e privacy. Tuttavia, è essenziale rimanere informati sui potenziali rischi e sulle migliori pratiche per proteggere le proprie comunicazioni online.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div><span class="imTAJustify fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Fonti: Telegram Security (Telegram FAQ), Telegram's Secret Chats (Telegram FAQ), Security Concerns (Forbes)</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 30 Aug 2024 14:44:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’impatto del caldo sul cervello e sulla salute mentale]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000076"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">La temperatura ottimale del
cervello è in media più alta (37°C) rispetto ad altre parti del corpo umano. Essa
raggiunge infatti i 38,5°C, con le parti più interne che sfiorano i 40°C. Il
cervello è una macchina estremamente complessa e anche piccoli cambiamenti di
temperatura possono influenzare il delicato equilibrio chimico tra le strutture
coinvolte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli esperimenti condotti all'Università
di Yale hanno dimostrato che la funzione dei neuroni stimolati con la tecnica
della Deep Brain Stimulation viene ridotta. Questa tecnica provoca un aumento
della temperatura applicando energia alla materia grigia attraverso degli
elettrodi e gli effetti si fanno sentire anche quando la temperatura aumenta di
un solo grado. </span><span class="fs12lh1-5">Il cambiamento andrebbe
infatti a influenzare le pompe molecolari sulle membrane dei neuroni,
compromettendo il funzionamento dei neurotrasmettitori. Il calore aumenta altresì
l'afflusso di sangue al cervello, dilatando i vasi sanguigni e causando mal di
testa, emicranie e, nei casi più gravi, una risposta infiammatoria. In breve: un
cervello surriscaldato è un cervello stressato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le conseguenze di questo stress
cerebrale si manifestano a livello cognitivo ed emotivo, influenzando il nostro
umore e portando a irritabilità, ansia, aggressività e mancanza di motivazione.
Inoltre, anche i meccanismi cerebrali che ci aiutano a rilassarci smettono di
funzionare in modo efficiente, dovendo compensare lo squilibrio termico. A
lungo termine, questi effetti aggravano gli stati mentali patologici.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Salute mentale e caldo</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Mentre l'impatto delle ondate di
calore sulla salute fisica è ben noto, tanto è che gli esperti forniscono
regolarmente consigli per affrontare il caldo e ridurre i rischi per la salute,
spesso si sottovaluta l'effetto del caldo estremo sulla salute mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Numerosi studi hanno dimostrato che il caldo può influire negativamente sul benessere
psichico, come confermato da una recente meta-analisi pubblicata su Environment
International. Questo studio, basato su oltre cinquanta articoli scientifici,
ha evidenziato un'associazione tra l'esposizione a temperature elevate e gli
effetti negativi sulla salute mentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I ricercatori hanno scoperto che un
aumento di 1°C rispetto alla media mensile ha causato un aumento del 2,2% dei
decessi legati alla salute mentale e un aumento dell'1% delle malattie legate
alla sfera psichica. Un recente articolo pubblicato su The Conversation, in
collaborazione con il World Economic Forum, esamina gli effetti negativi delle
ondate di calore sulla salute mentale. È emerso che i sintomi depressivi sono
aumentati nei pazienti affetti da depressione e i sintomi di ansia sono
aumentati nei pazienti con disturbo d'ansia generalizzato. Anche i suicidi e i
tentativi di suicidio</span><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><span class="fs12lh1-5">aumentano in
relazione alle alte temperature. Uno studio pubblicato nel 2021 sullo European
Journal of </span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Psychiatry ha rilevato che
l'elevata umidità e il caldo sono associati a un aumento degli episodi
maniacali nelle persone affette da disturbo bipolare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Altri problemi possono derivare
dalla possibilità che il calore interferisca con gli effetti di importanti
farmaci utilizzati per il trattamento dei disturbi psichiatrici, riducendone
l'efficacia e alterando i meccanismi di regolazione dell'organismo. Ad esempio,
il litio, uno stabilizzatore dell'umore molto utilizzato, può essere facilmente
alterato dal calore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il professor Lawrence Wainwright,
docente all'Università di Oxford, ha osservato che le ondate di calore possono
peggiorare le condizioni delle persone con malattie psichiatriche sottostanti.
Può anche influire sulla salute mentale e sulle capacità cognitive delle
persone non affette da disturbi mentali, poiché lo stress da caldo influisce
negativamente sulle aree del cervello coinvolte nella risoluzione di compiti
complessi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La difficoltà a pensare con
chiarezza può portare a reazioni violente, perdita di controllo e attacchi di
aggressività e ciò è dovuto a una complessa interazione tra fattori
psicologici, sociali e biologici, tra cui l'alterazione dei livelli di
serotonina. Inoltre, durante le ondate di calore le persone tendono a dormire
meno e a sentirsi peggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Diversi studi, infine, hanno
collegato il caldo estremo all'aumento dei crimini violenti e si stima che
entro il 2090 il cambiamento climatico potrebbe essere responsabile di un
aumento fino al 5% di tutte le categorie di crimini a livello mondiale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 30 Jul 2024 15:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Incontro con l'Università di Stato moldava "Comrat" ]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000075"><div class="imTALeft"><span class="fs10lh1-5">Nella foto: al centro, il rettore dell'Università di Stato Comrat, prof. Sergey Zakharia, e il direttore dell'Istituto, prof. Massimo Blanco.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il 16 giugno 2024, in occasione della sessione estiva delle tesi di laurea dell’Università Internazionale UPSM tenutasi a Milano alla Società Umanitaria, il nostro Istituto, presso la propria direzione generale, ha ricevuto la delegazione dell’Università di Stato della Gagauzia - Moldavia “Comrat” guidata dal rettore prof. </span><span class="fs12lh1-5">Sergey Zakharia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La Comrat State University vanta una storia ultratrentennale, è situata nella regione autonoma della Gagauzia e rappresenta un centro universitario d’eccellenza della Moldavia (chiamata da molti moldavi “Moldova” – nome in rumeno).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La Comrat forma ogni anno specialisti altamente qualificati nei campi dell’economia, del diritto, delle scienze umane e delle agrotecnologie.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’occasione dell’incontro è stata utile non solo per far conoscere la nostra Corporate University e le possibilità che la stessa offre nel campo delle Scienze forensi, ma anche per porre le basi di un rapporto di collaborazione che inizierà con l’avvio dell’anno accademico 2024/2025.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si ricorda che la Moldavia, dal 2022, è ufficialmente candidata ad entrare in Unione Europea e che i suoi titoli di laurea triennale e magistrale sono riconosciuti dallo Stato italiano da un accordo bilaterale firmato dal nostro Ministero degli esteri. &nbsp;</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Sito internet Comrat State University: </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://kdu.md/en/" target="_blank" class="imCssLink">https://kdu.md/en/</a></span><br></div><div class="imTALeft"><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 21 Jun 2024 13:23:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Geographic Profiling e il serialista “Erostrato”]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000074"><div><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr. Domingo MAGLIOCCA</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">1. Il caso “Erostrato”</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra il 2015 e il 2018, a Cesiomaggiore, in provincia di Belluno, e nell’area circostante, si verificano una serie di atti di vandalismo ed incendi dolosi. La gran parte di queste offese seriali è accompagnata da scritti, con forma e caratteri particolari, firmati da “Erostrato”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso provoca clamore nella zona del bellunese ed anche paura in quanto “Erostrato” posiziona all’interno del cortile di una scuola materna, verso la fine del mese di gennaio 2018, una busta di caramelle gelatinose contenenti spilli, molto pericolose qualora i bambini le avessero masticate. Questo episodio sembrerebbe l’ultimo della serie criminosa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I presunti responsabili, che si nasconderebbero dietro l’appellativo di “Erostrato”, nel marzo del 2022 sono stati condannati in primo grado a cinque anni e sei mesi di reclusione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo articolo non ci interesseremo dei fatti giuridici e della realtà processuale del caso. Non spetta a noi. Ci interessa, invece, la criminologia ambientale, quella dei luoghi, le caratteristiche geografiche dei siti (del crimine) ed il tempo di commissione dei reati.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">2. Cosa è il Geographic Profiling</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il </span><i class="fs12lh1-5">Geographic Profiling</i><span class="fs12lh1-5"> è il metodo investigativo qualitativo e quantitativo, basato sugli studi della criminologia ambientale, il quale contribuisce, tramite l’analisi delle informazioni temporali e geografiche degli eventi offensivi, a delimitare l’area in cui canalizzare le ricerche dell’offender seriale sconosciuto, perché in essa potrebbe avere la sua home base (Rossmo, 2000; 2005; 2016). Viene generalmente impiegato nei casi di omicidio seriale, stupro, incendio doloso, rapina, furti seriali e frodi con carte di credito, sebbene possa essere utilizzato anche per singoli reati (furto d’auto, furto con scasso, eventi dinamitardi) che coinvolgono scene multiple o altre caratteristiche geografiche significative. Un margine di applicabilità del geographic profiling è stato rilevato, con rigide e specifiche condizioni metodologiche, in alcuni casi di truffe seriali on-line con carte di credito associate alle finte vendite di prodotti commerciali (Magliocca, 2020; 2023a).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Geographic Profiling è un mirato approccio geografico alla criminalità costruito su una procedura specialistica </span><i class="fs12lh1-5">location-based</i><span class="fs12lh1-5">, che implica lo studio dei luoghi dei reati. Infatti, il geo-profiling sfrutta le informazioni temporali, spaziali e ambientali degli eventi offensivi, e gli indizi geografici lasciati da un serialista sulla </span><i class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine</i><span class="fs12lh1-5">, “ambiente” delineato come un “sistema strutturato di posizioni” all’interno dello scenario geografico dei crimini perpetrati dal reo (Magliocca, 2020; 2023; 2024). Il profilo geografico non si concentra tanto sulle caratteristiche psicologiche dell’autore del reato, quanto piuttosto sul suo comportamento geografico, sui suoi movimenti, sulle sue aree di azione e, soprattutto, sulla potenziale ubicazione della sua residenza o del punto di ancoraggio.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">3. La cronologia dei crimini</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Secondo quanto riportato nel manuale </span><i class="fs12lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs12lh1-5"> (a cura di Bonifazi A., 2024), gli eventi offensivi collegati alla vicenda del serialista “Erostrato” cominciano nell’anno 2015 e proseguono fino all’inizio del 2018:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTALeft"><ol><li><span class="fs12lh1-5">05/04/2015: Incendio di furgoni di un panificio</span></li><li>07/2017: Imbrattamento di una chiesetta</li><li>14-16/07/2017: Imbrattamento di magazzini comunali</li><li>01/08/2017: Incendio di una legnaia</li><li>03/08/2017: Imbrattamento del muro perimetrale del cimitero</li><li>12/08/2017: Imbrattamento di una chiesa</li><li>30/08/2017: Busta indirizzata al sindaco</li><li>30/08/2017: Busta indirizzata alla polizia municipale</li><li>31/08/2017: Busta indirizzata al giornale</li><li>27/11/2017: Incendio di una baracca con attrezzi</li><li>28/11/2017: Incendio di una baracca con attrezzi</li><li>15/12/2017: Busta con polvere bianca alla scuola primaria</li><li>27/12/2017: Lettera al Corriere delle Alpi con formule per la polvere bianca</li><li>23/01/2018: Caramelle con spilli e biglietti alla scuola primaria</li></ol><span class="fs12lh1-5">Tra gli obiettivi colpiti compare la chiesa di Calliol, imbrattata con vernice rossa. Sempre di vernice rossa sono stati imbrattati i muri dell’ecocentro comunale di Cesio. Si susseguono una serie di incendi a legnaie e depositi nonché diverse missive al sindaco di Cesiomaggiore, alla polizia municipale, al giornale Corriere delle Alpi. Nel gennaio 2018, avvenne l’ultimo episodio attribuibile ad “Erostrato”: un pacchetto di caramelle alla gelatina con gli spilli infilzati rinvenuto nella scuola materna di Cergnai, frazione di Santa Giustina.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Non avendo accesso ai dati delle indagini, si ritiene che gli eventi criminosi siano tutti collegati tra loro. La completa analisi di linkage tra i crimini consente di poter meglio comprendere la dimensione spaziale dell’autore di reato.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">4. Analisi investigativa e geografica di “Erostrato”</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le informazioni inerenti alle posizioni degli eventi sono state rilevate da fonti aperte. Si è cercato, comunque, di rendere il dato qualitativamente più obbiettivo possibile tramite la comparazione con diverse fonti documentali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’analisi non riguarderà gli aspetti psicologici e/o psicopatologici di “Erostrato”, ma piuttosto esamina la sua modellazione spaziale, i suoi “indizi geografici” lasciati nell’area dei crimini.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In Italia, negli ambienti di ricerca e di analisi investigativa nel settore del geographic profiling su specifici reati, l’autore di questo articolo utilizza una proposta computazionale per generare, dopo l’esame investigativo della scena geografica del crimine, un’area di probabilità derivata dall’algoritmo Criminal Geographic Targeting (CGT) del dr. Rossmo (2000), implementato nel sistema di geographic profiling professionale Rigel di Ecri, che descrive la relazione matematica tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio dell’autore di reato attraverso la produzione del profilo geografico criminale. Il sistema Rigel garantisce che il processo di analisi abbia una maggiore obbiettività e una consistenza operativa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Pertanto, la serie criminosa è stata analizzata con l’avanzato sistema professionale di profiling geografico Rigel.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La catena criminosa si compone di 14 eventi. Il lavoro, quindi, si basa sui crimini indicati nella tabella precedentemente, che, in ragione dell’affidabilità della fonte, fornisce una informazione chiara degli eventi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il profilo geografico del serialista “Erostrato” è stato costruito sullo scenario tecnico-geografico afferente alle scene del crimine collegate soltanto ad alcuni eventi offensivi per ragioni metodologiche.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Sebbene i riferimenti spaziali di alcuni siti dei crimini siano stati eliminati dall’analisi spaziale tecnica della serie criminosa, i dati geografici e spaziali dei siti esclusi non sono estromessi dalla complessiva e finale analisi investigativa in quanto essi costituiscono gli indizi geografici del reo e servono per ricostruire il completo </span><i class="fs12lh1-5">pattern</i><span class="fs12lh1-5"> geo-spaziale del serialista.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’elaborazione del profilo dovrà sempre tenere in considerazione i dati del crimine, le caratteristiche ambientali della serie e la realizzazione dello “scenario” tecnico, concetto differente dalla “scena geografica del crimine” ma strettamente collegato ad essa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Secondo Rossmo, lo “scenario” è la ricostruzione tecnica del sottoinsieme delle localizzazioni dei siti criminosi che presumibilmente fornirà l’output di geoprofiling più idoneo e valido investigativamente. Il profilo geografico dell’autore del reato originato da un primo scenario potrà essere comparato con quelli alternativi per poter definire opportune decisioni investigative utili alla conduzione dell’indagine. I geographic profiling advisor professionisti impiegano gran parte della loro formazione nello studio di come sviluppare uno “scenario” efficace (Rossmo, Laverty, Moore, 2005).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Con il primo scenario tecnico-spaziale realizzato, che si basa su tutti gli eventi criminosi del serialista, anche quello del 23.01.2018, il punteggio medio CGT atteso (criminal geographic targeting) è pari al 6,3%. Ciò significa che il punto di ancoraggio del serialista dovrebbe trovarsi, in media, all’interno del 6,3% dell’area di caccia totale. Poiché l’area di ricerca copre 87,17 Kmq, è probabile che il punto di ancoraggio dell’autore del reato si trovi nei primi 5,45 Kmq (6.3% di 87,17 Kmq).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ma qualora fosse stata applicata la metodologia del geographic profiling utilizzando le informazioni concernenti i crimini della serie fino all’evento del 12.08.2017, sarebbe stato possibile localizzare il serialista? Il geographic profiling avrebbe consentito di poter focalizzare, con tempi più rapidi, l’attenzione su una determinata area di interesse e sul sospettato?</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">A tal proposito, per dare una risposta oggettiva a questo quesito, è stato realizzato il profilo geografico di “Erostrato” impiegando le informazioni geo-spaziali degli eventi offensivi che si sono verificati dal mese di aprile del 2015 al 12 agosto del 2017, cinque mesi prima che la serie criminosa si interrompesse.</span></div><div class="imTALeft"><hr><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nell’articolo del quotidiano Corriere delle Alpi, apparso nella edizione digitale del 19 novembre 2018, si legge che un avviso di garanzia “Ieri pomeriggio” è stato comunicato dai Carabinieri della Compagnia di Feltre a due indagati, a Cesiomaggiore, a casa “di via Roma” in cui abitano (fonte: <a href="https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2018/11/15/news/erostrato_avviso_di_garanzia_a_nemesio_e_samuele_aquini-6082857/amp/" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a>).</span></div><div class="imTALeft"><hr></div></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, “estromettendo” dall’analisi investigativa spaziale per considerazioni esecutive il sito n. 1, quello dell’anno 2015, il quale tra l’altro è stato solo successivamente rivendicato da “Erostrato”, si rileva che, mediante la creazione di due nuovi scenari tecnici, rispettivamente uno senza l’evento del 2015 e l’altro (output in immagine) comprensivo delle offese dal n. 2 al n. 6 della lista eventi, l’area di picco tende a modificarsi di poco.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Immagine1.png"  width="301" height="537" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">Immagine: esempio Mappa di Rigel (ricerca personale), output del profilo geografico di “Erostrato”</span><b></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Attraverso il confronto delle informazioni riportate dal menzionato organo di stampa ed i risultati del geo-profilo, si constata che il punto di ancoraggio di “Erostrato” si collocava, seppur con percentuali differenti, nell’area di picco segnalata dal profilo geografico, in tutti gli scenari investigativi costruiti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">I risultati del profiling geografico derivano dall’attività investigativa svolta e, successivamente alla realizzazione del profilo, essi si intrecceranno con le indagini in corso per favorire idonee strategie di analisi. Infatti, il profilo geografico individua dove potrebbe essere un sospettato, in modo che altre tecniche di polizia possano essere utilizzate meglio, come ad esempio la conduzione di una riservata attività informativa “porta a porta” nei territori indicati dal profilo finalizzata all’individuazione dell’autore di reato o l’installazione intelligente di telecamere nelle arterie stradali principali che attraversano la zona di picco del profilo geografico in modo da monitorare i transiti di persone e veicoli che vi entrano ed escono in relazione agli orari dei crimini.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il “successo” dell’analisi realizzata dall’analista e generata da Rigel viene misurato con la percentuale di </span><i class="fs12lh1-5">hit score</i><span class="fs12lh1-5">, la misurazione di quanto ogni soggetto sospettato è vicino ovvero ricade nell’area del profilo geografico. Questo parametro, riferito all’effettiva localizzazione del punto di ancoraggio di “Erostrato”, ha un valore di 4.96% per il primo scenario.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Relativamente agli altri due scenari investigativi “senza l’evento del 2015”, il valore di </span><i class="fs12lh1-5">hit score </i><span class="fs12lh1-5">è pari a 4.82% ed a 4.38% (0.37 kmq; 4.38% di 8.52 kmq). Più basso è il punteggio di </span><i class="fs12lh1-5">hit score</i><span class="fs12lh1-5">, maggiore è il livello di accuratezza del profilo geografico. Secondo i maggiori esperti profilers geografici un valore di </span><i class="fs12lh1-5">hit score</i><span class="fs12lh1-5"> inferiore al 15% è soddisfacente (in Konable, 2003,</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> in </span><span class="fs12lh1-5">Law Enforcement Technology).</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">5. Conclusioni</b></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">L’intento di questa analisi dimostrativa, basata su fonti aperte, è stato sì quello di spiegare cosa è il geographic profiling ma soprattutto di dimostrare la potenzialità del geographic profiling e del sistema Rigel in un caso concreto, in particolare l’applicazione di questa metodologia ai primi sei eventi collegati ad “Erostrato”, rispetto ai 14 dell’intera serie criminosa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In questo caso, il geo-profiling avrebbe con un grado alto di probabilità contribuito, mediante la sua scientifica analisi criminologica impiegata già con cinque eventi della serie, ad accelerare i tempi dell’investigazione per focalizzare l’attenzione investigativa su una zona ristretta in cui localizzare “Erostrato” ancora prima che si arrivasse all’evento criminoso del 23 gennaio 2018 ed agli accertamenti in biblioteca, ed a dare un ordine di priorità ai possibili sospettati collocati nelle aree circoscritte dal profilo geografico.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La “criminologia dei luoghi” ha dimostrato che gli individui hanno maggiore probabilità di selezionare gli obiettivi vicino ai luoghi dei precedenti crimini, ai siti delle abitazioni in cui risiedono e/o recentemente hanno risieduto, comprese quelle dei familiari, ai luoghi dei crimini più attuali, alle zone ove hanno più a lungo vissuto o che sono state frequentate. Gli autori di reato sono più propensi a commettere reati laddove i luoghi delle loro attività restituiscono parametri di selezione e di conoscenza “affidabili”, in termini di consistenza ambientale (simili circostanze di reato e caratteristiche ambientali nella selezione dei siti criminosi oltre il livello di casualità; luoghi che somigliano per caratteristiche fisiche, sociali ed economiche alle aree, ai quartieri di origine dell’autore di reato), frequenza, durata dei periodi trascorsi in quell’area, esecuzione di crimini simili e familiarità degli spazi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In linea di massima, gli studi sulla mobilità criminale forniscono un quadro della criminalità come un’attività strutturata spazialmente, organizzata in prossimità di specifici punti di ancoraggio del reo (luogo di residenza, luogo di domicilio, di lavoro, luoghi sociali). Abbastanza criminali tendenzialmente non percorrono dal punto di ancoraggio grandi distanze per commettere un delitto. Essi avvertono l’impreparazione e l’inesperienza dei luoghi, non effettuano considerevoli, rischiosi spostamenti in zone assai remote e soprattutto non familiari, nelle quali non percepiscono un senso di sicurezza personale ed una reazione sociale prevedibile (Magliocca, 2022b).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Senza creare generalizzazioni e giustificare una causalità diretta, sembra che la selezione degli obiettivi operata da un autore di reato collassi lentamente in cambio della certezza di un’area sicura e familiare in cui agire ed a causa dell’incomodo di doversi muovere all’interno di un ambiente poco conosciuto che richiede tempo e impegni maggiori di spostamento e di adattabilità (Magliocca, 2020;2023).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Come è stato rilevato dalla valida ricerca scientifica criminologica internazionale, il Geographic Profiling restituisce risultati non aleatori e analisi molto più oggettive, auspicabili anche nel nostro Paese, rispetto alle altre forme di profiling criminale.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Autore: Domingo Magliocca</b></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Docente e ricercatore presso ISF Istituto di Scienze Forensi</span><b class="fs11lh1-5">,</b> <span class="fs11lh1-5">Geographic Profiling Advisor, laureato in Criminologia applicata per l’Investigazione e la Sicurezza all’Università di Bologna, con un training avanzato in Geographic Profiling Analysis. Fornisce, anche con un network internazionale di analisti certificati, supporto strategico-operativo in Geographic Profiling Analysis nelle investigazioni su specifici crimini seriali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><hr><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Bonifazi A. (2024),<i> Il criminal profiling, </i>Gedi Editore</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham P.J. (1981), <i>Environmental Criminology</i>, Sage</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Brantingham P.L., Brantingham, P.J. (1995), <i>Criminality of Place: Crime Generators and Crime Attractors</i>, European Journal on Criminal Policy and Research</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Konable R. (2003), <i>A profile of a geographic profiler</i>, in Law Enforcement Technology</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2008), <i>Investigazioni: questioni di criminalistica e criminologia</i> in rivista Polizia &amp; Democrazia, n. 123</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2020), <i>Tracce geografiche criminali. Teoria e tecnica del Profilo Geografico,</i> Primiceri Editore</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022), <i>La scena geografica del crimine. Oltre il confine della criminalistica</i>, su rivista Criminologia Italia</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2022b), <i>La “logistica” criminologica e spaziale del luogo di abbandono della vittima in caso di omicidio</i>, su rivista Criminologia Italia, su Forensic Science Academy</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023a), <i>Analisi della scena geografica del crimine. Indizi nel paesaggio</i>, Diritto Più Editore</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023b), <i>Modellazione criminale, luoghi e scena geografica del crimine</i>, su ISF Magazine</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2023c), <i>L’utilizzo dei principi criminologici e del geographic profiling per investigare i crimini sessuali seriali<b>, </b></i>in Rivista di Criminologia, Investigazione, Psicopatologia e Scienze Forensi Internazionali, vol. 55, n. 4</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Magliocca D. (2024), <i>Il criminal profiling in Italia e all’estero</i>, in <i>Il Criminal Profiling</i>, Gedi Editore</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (1997), <i>Geographic Profiling</i>, in Jackson J.L., Bekerian D.A., Offender Profiling: Theory, Research and Practice</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2000), <i>Geographic Profiling</i>, Crc Press</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Rossmo K., Laverty I., Moore B., (2005), <i>Geographic Profiling for Serial Crime Investigation</i>, in Geographic Information Systems and Crime Analysis</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Rossmo K., Rombouts S. (2008), <i>Geographic profiling,</i> in Environmental criminology and crime analysis, Routledge</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Rossmo, K. (2009), <i>Geographic profiling in serial rape investigations</i>, in R. R. Hazelwood, A. W. Burgess, Practical aspects of rape investigation: A multidisciplinary approach, CRC Press</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Rossmo K. (2016), <i>Geographic Profiling in cold cases investigations</i>, in Walton R.H., Cold Case Homicides</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Sosso G. (2020), <i>Erostrato: caramelle (con gli spilli) da uno sconosciuto</i>, AmazonPub</span></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5">Sitografia</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Sossio G., Corriere delle Alpi (</span><span class="imTALeft"><a href="https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2018/11/15/news/erostrato_avviso_di_garanzia_a_nemesio_e_samuele_aquini-6082857/amp/" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></span><span class="imTALeft">)</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="imTALeft">Bonetti O., Il Gazzettino (</span><span class="imTALeft"><a href="https://www.ilgazzettino.it/AMP/pay/il_caso_belluno_chi_e_erostrato_chi_e_il_mitomane_che_si_firmava_cosi-4542719.html" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a></span><span class="imTALeft">)</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sossio G. (1), Corriere delle Alpi (<a href="https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2017/12/30/news/erostrato-indagato-per-l-incendio-di-ignan-1.16291198" target="_blank" class="imCssLink">clicca qui</a>)<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://colonnainfame2014.wordpress.com/" target="_blank" class="imCssLink">https://colonnainfame2014.wordpress.com/</a></span></div></div></div></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 10:04:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[La prova scientifica e la causalità omissiva]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000073"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autori: avv. Giuseppe GERVASI e dr.ssa Gaia GERVASI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Avv. Gervasi, penalista e docente allo European Forensic Institute</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Gervasi, ISF Divisione Investigazioni Scientifiche</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione (n. 17550-2024 sez. IV penale) è tornata sul tema della prova scientifica nel processo penale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’occasione è stata propizia perché la Corte di legittimità ri-affrontasse questioni ricorrenti, come la nozione di prova scientifica, e questioni sempre aperte, come l’importanza del testimone esperto nel percorso di ricostruzione probatoria degli eventi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il tema delle cause di innesco dell’incendio e le responsabilità, per omissione, dell’imprenditore tenuto a predisporre idonei sistemi di prevenzione, hanno offerto un ulteriore spunto perché la Corte chiarisse ulteriormente, il ruolo della scienza nel processo penale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La difesa devolveva ai giudici di piazza Cavour un unico motivo di ricorso, inerente all’incertezza dell’origine dell’innesco dell’incendio, attraverso un percorso di falsificazione del ragionamento logico e tecnico adoperato dai giudici di merito, sorretto dalla relazione tecnica dei vigili del fuoco.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Dopo avere ribadito prese di posizione ormai consolidate della giurisprudenza di legittimità, secondo le quali nessun sapere scientifico, diverso da quello giuridico, può limitare il libero convincimento del giudice, mediante l’introduzione di inammissibili prove legali, la Corte di legittimità ha sottolineato l’importanza della prova scientifica nel processo penale, quale veicolo di informazioni capaci di coadiuvare il giudice rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell’uomo comune.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si coglie in questo passaggio motivazionale come la Corte di legittimità ha inteso ribadire, qualora ve ne fosse ancora bisogno, l’insostituibile contributo del sapere scientifico nel percorso, spesso tortuoso, di formazione della prova, e la necessità che il contributo sia affidabile siccome fondato su basi scientifiche comunemente accettate e fonti esperienziali, di cui il testimone esperto è portatore.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Contributo scientifico che giammai potrà soppiantare il sapere giuridico del giudice e le prerogative di colui che è chiamato istituzionalmente a valutare anche la prova scientifica, secondo il suo prudente apprezzamento.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Questo l’altro tema, certamente importante, affrontato dai giudici di legittimità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Dopo avere dato atto che la soluzione di molti casi passa attraverso il necessario ricorso alla prova scientifica, la Corte ha voluto richiamare l’indispensabile equilibrio tra libero convincimento del giudice e sapere scientifico, capace di caratterizzare il processo di formazione della prova tecnico-scientifica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nei processi ove assume rilievo la prova scientifica, l’affidabilità delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo, risulta di centrale importanza nell’indagine fattuale, giacché forma parte integrante del giudizio critico che il giudice di merito è chiamato ad esprimere sulle valutazioni di ordine extragiuridico acquisite al processo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Seppure titolare di un potere di valutazione fondato sul libero convincimento, il giudice non gode di libero arbitrio e, dunque, deve necessariamente dare conto del controllo esercitato sull’affidabilità delle basi scientifiche, nonché sulla imparzialità e autorevolezza scientifica dell’esperto che ha trasferito nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La decisione in commento si segnala anche nella parte in cui, gli ermellini, hanno voluto ribadire che la Corte di Cassazione non è il giudice del sapere scientifico, perché non detiene informazioni privilegiate, essendo chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito rispetto al sapere tecnico-scientifico e la preliminare, quando indispensabile, verifica dell’affidabilità delle informazioni poste a base della spiegazione del fatto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La Corte di Cassazione è chiamata dunque a valutare se il giudice di merito ha operato una adeguata verifica della attendibilità e affidabilità di tutte le tesi tecnico-scientifiche a confronto, fermo restando la correttezza decisionale del giudice che dia adeguato e logico conto delle ragioni concrete per le quali ha optato per l’una soluzione tecnico-scientifica e non per l’altra.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Chiariti questi immancabili passaggi motivazionali, la decisione in commento si segnala anche nella parte in cui affronta il tema dell’apprezzamento della prova tecnico-scientifica rispetto all’accertamento del rapporto di causalità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La Corte di legittimità ha definito non ammissibile un percorso di accertamento del rapporto di causalità basato esclusivamente su strumenti di tipo deterministico, nomologico-deduttivo, seppure rafforzati da leggi scientifiche universali, perché nei ragionamenti esplicativi si formulano giudizi sulla base di generalizzazioni causali congiunte con l’analisi di contingenze fattuali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">È proprio il coefficiente probabilistico delle generalizzazioni scientifiche a non essere ritenuto determinante, laddove non esprima una dimostrata e certa relazione causale tra una condizione e un evento.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Quanto poi allo specifico tema della </span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">causalità omissiva,</span></i><span class="fs12lh1-5"> che interessava il caso concreto,</span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">la Corte di Cassazione ha ribadito il percorso di verifica probatoria che il giudice di merito è chiamato a percorrere, sottolineando il carattere condizionalistico della causalità omissiva.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Gli ermellini hanno ribadito che</span><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"> il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa presenta i connotati del paradigma indiziario e si fonda anche sull'analisi della caratterizzazione del fatto storico, da effettuarsi ex post sulla base di tutte le emergenze disponibili, e culmina nel giudizio di elevata "probabilità logica" (Cass. Sez. U, sentenza n. 30328, in data 11.9.2002, cit.); e che le incertezze alimentate dalle generalizzazioni probabilistiche possono essere in qualche caso superate nel crogiuolo del giudizio focalizzato sulle particolarità del caso concreto quando l'apprezzamento conclusivo può essere espresso in termini di elevata probabilità logica</span></i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento esplicativo che si confronti adeguatamente con le particolarità del caso concreto, chiarendo che cosa sarebbe accaduto se fosse stato compiuto il comportamento richiesto all’imputato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In ragione dei richiamati principi, la Corte di Cassazione ha ritenuto immune da vizi la decisione di primo grado e di appello, c.d. doppia conforme, che, dopo avere acquisito e valutato il parere esperto dei vigili del fuoco rispetto al fattore di innesco dell’incendio, ha dato adeguata risposta alle critiche sollevate dal consulente tecnico della difesa, rispetto al mancato accertamento della temperatura esterna e alla mancata verifica preliminare della direzione del vento.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Rilievi che entrambi i giudici di merito hanno superato, dopo essersi adeguatamente confrontati con le argomentazioni tecniche del consulente della difesa e dei vigili del fuoco, esperti chiamati dal PM, ed attraverso il richiamo alle regole esperienziali che individuano nell’autocombustione l’effetto tipico dell’attività di compostaggio. Come anche l’ipotizzata direzione del vento, asseritamente non favorevole alla tesi dell’accusa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">I rilievi tecnici della difesa, molti dei quali, rileva la Corte, fondati su dati meramente statistici, risultano superati, per entrambi i giudici di merito, attraverso l’ausilio del sapere degli esperti incrociato con i dati relativi alla direzione del vento, alla piegatura delle piante, dopo le fiamme, alle foto aeree e ai rilievi fotografici dopo il fatto, tutti deponenti per la causa dell’innesco da individuarsi nel mancato rispetto delle norme precauzionali imposte all’imputato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ne consegue che la verifica causale ammette generalizzazioni del senso comune, in assenza di una legge scientifica, ma senza trascurare il dovere del giudice di indirizzare l’indagine verso una spiegazione scientifica o, comunque, statistica, esplicativa dei fenomeni, tenuto conto di tutte le emergenze del caso concreto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 Jun 2024 14:34:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[L'Istituto a "ThinkSafe", il meeting dei responsabili della Sicurezza]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000072"><div><span class="fs11lh1-5">Nella foto in alto: Francesco Sgaramella, organizzatore dell'incontro, l'Avv. Salvatore Pisani e il dr. Mirko Vicenzotto (Caposettore ISF Investigazioni Scientifiche).</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/IMG-20240523-WA0006.jpg"  width="294" height="392" />Giovedì 23 maggio 2024 una delegazione dell'Istituto ha partecipato a “ThinkSafe”, l’incontro formativo aperto ai responsabili della Sicurezza e della Prevenzione delle aziende italiane. L’evento, organizzato da Francesco Sgaramella, esperto di Sicurezza a livello nazionale, e da SicurLav Abruzzo (specializzata nella risoluzione di problematiche relative alla Sicurezza sul lavoro), in collaborazione con Sicurezza Comportamentale (consulenza e formazione psicologica e tecnologica per la sicurezza sul lavoro) e Virtual Safety Lab (formazione innovativa sulla sicurezza dei lavoratori attraverso la realtà virtuale).</div><div><span class="fs12lh1-5">Il meeting “ThinkSafe”, rivolto agli HSE Manager e agli RSPP di note aziende italiane e multinazionali, è giunto alla quarta edizione. Nella prossima edizione, prevista per novembre 2024, tra i relatori vi saranno anche i nostri esperti tecnici di ISF Investigazioni Scientifiche, i quali presenteranno un case study relativo alla ricostruzione tecnico scientifica forense di un incidente sul lavoro, fornendo ai partecipanti importanti spunti di riflessione e analisi sul gran numero di elementi utili agli HSE Manager e agli RSPP in termini di formazione e prevenzione che possono emergere dalla dinamica di un caso reale.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 24 May 2024 09:44:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’avv. Salvagni intervistato dopo la visione dei reperti del caso Bossetti]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000071"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La
vicenda inizia il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra, quando la tredicenne
Yara Gambirasio scompare nel nulla durante il tragitto di ritorno dalla
palestra in cui praticava ginnastica ritmica. Il suo corpo viene rinvenuto
molti mesi più tardi, più precisamente il 26 febbraio 2011, in un campo di
Chignolo d’Isola, poco distante dal suo paese, e presenta diversi colpi da
oggetto contundete, tra cui un trauma cranico, una profonda ferita al collo e
almeno sei ferite da arma da taglio. </span></div>

<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il
1° luglio 2016 la Corte d’Assise di Bergamo condanna Massimo Giuseppe Bossetti
all’ergastolo per l’omicidio della ragazza. L’uomo, dal giorno del suo arresto,
si è sempre professato innocente. </span></div>

<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nel
giugno 2021, dal carcere in cui sta scontando la pena, Bossetti ha fatto sapere
di essere <i>“un uomo distrutto, ma innocente”</i>. L’avvocato Salvagni, suo
legale, sempre in tale occasione aveva aggiunto: “<i>Noi non ci arrendiamo e
per questo abbiamo già presentato un ulteriore ricorso in Cassazione, visto che,
nelle tre precedenti occasioni, la Suprema Corte ci ha sempre dato ragione. Ora,
quindi, andremo in Cassazione per la quarta volta perché è un nostro diritto e
un diritto di Massimo Bossetti vedere quei reperti rimasti ed esaminarli</i>”.</span></div>

<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ed
è proprio l’udienza tenutasi il 13 maggio 2024 dinnanzi alla Corte d’Assise di
Bergamo che, per la prima volta, ha permesso ai legali di Bossetti, Salvagni e
Camporini, di poter prendere visione dei reperti. </span></div>

<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Qui
di seguito, l’intervista rilasciata dall’avv. Claudio Salvagni alla dr.ssa
Martina Penazzo del Centro di Ricerca dell’Istituto di Scienze Forensi.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Avvocato, ci racconta
dell’udienza del 13 maggio scorso?</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">“</span><i class="fs12lh1-5">Il 13
maggio c’è stata un’udienza per la visione dei reperti, cioè una ricognizione
che non prevedeva un’attività invasiva come, ad esempio, un’analisi. Nonostante
ciò, noi, tecnicamente, nel novembre 2019 siamo stati autorizzati proprio
all’analisi, ma a, seguito di un ‘braccio di ferro’ con il Tribunale di Bergamo,
la Cassazione ha deciso che il primo step fosse quello di visionare i reperti.
Solo successivamente si deciderà circa l’analisi.</i></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5">Si è tenuta
questa udienza in Camera di Consiglio, senza pubblico, con Massimo Bossetti
collegato in videoconferenza e in presenza dei nostri consulenti della difesa. Ci
sono stati presentati tre scatoloni sigillati con la carta da pacchi, spago e
sigillo di piombo. Dopo l’apertura del <b>primo scatolone</b> abbiamo potuto
constatare la presenza dei reperti più importanti, ad esempio gli slip, i
leggings, le calze, le scarpe, la maglietta e la felpa di Yara. Questi erano
contenuti a loro volta in alcune buste all’interno dello scatolone; le buste,
però, non erano sigillate, mentre il sigillo sugli scatoloni è stato apposto il
2 dicembre 2019, quindi nel momento in cui i reperti sono stati spostati
definitivamente all’Ufficio Corpi di Reato.</i></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5">Dalla visione
dei reperti, per quanto sommaria, quindi senza poter usufruire di lampade o macchine
fotografiche ad alta definizione, abbiamo potuto rilevare che gli stessi sono
stati conservati in modo molto buono. Dunque, tecnicamente sarebbe possibile effettuare
delle nuove analisi per cercare eventuali ed ulteriori tracce di DNA. Inoltre,
abbiamo potuto constatare, seppure senza particolari strumenti, che sono
visibili anche ad occhio nudo delle tracce ben delineate.</i></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5">Ciò che mi ha
particolarmente impressionato riguarda i <b>calzini</b> molto sporchi e molto
compromessi, sui quali sono ben visibili i due prelievi effettuati in
precedenza sulle piante degli stessi. Infatti, sulla pianta di un calzino in
particolare, fu rinvenuto del sangue riconducibile a Yara Gambirasio e, per
tale ragione, furono effettuati prelievi sulle piante di entrambi i calzini. Quindi,
i calzini si presentavano molto sporchi e molto compromessi, mentre le <b>scarpe</b>
mostravano il loro rivestimento interno assolutamente bianco e pulito. Le foto
che avevamo visionato all’epoca non rendevano così bene questo particolare, ma
visto tutto di persona sono rimasto sorpreso. Se da una parte il calzino si
presentava molto sporco, mi sarei aspettato altrettanta traccia ematica sul
rivestimento interno delle scarpe, che, invece, erano pulite. Questo fatto va
nella direzione che noi abbiamo sempre sostenuto, ossia che la povera Yara sia
stata rivestita e le scarpe furono indossate proprio poco prima che fosse
ritrovata.</i></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5">Nel <b>secondo
scatolone</b> erano presenti tutti i <b>prelievi</b> effettuati sul corpo,
quindi le formazioni pilifere, le tracce di terra, le tracce dei tessuti
estrapolati dal furgone di Massimo Bossetti ecc., dunque questo non è stato
oggetto di particolare esame.</i></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5">Nel <b>terzo
scatolone </b>era presente, invece, un’altra scatola di polistirolo con
all’interno le famose 54 <b>provette</b> di DNA riconducibili ad Ignoto 1. La
sorpresa è stata quella di accertare che, insieme a queste 54 provette, ve ne
erano altre 23 che, sostanzialmente, erano delle diluizioni delle prime, cioè
degli estratti diluiti delle prime 54 provette. Quindi, in tutto abbiamo
constatato la presenza delle 54 provette originarie, più ulteriori 23 provette.
La constatazione invece più negativa è che queste sono state conservate dal 2
dicembre 2019 a temperatura ambiente e, di conseguenza, ora non sono più utilizzabili
per nuove analisi”.</i></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Alla luce di
quanto appena emerso, quali azioni verranno da voi intraprese e quali sono i
risultati attesi?</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">“</span><i class="fs12lh1-5">Anzitutto
vorrei fare una precisazione: vanno distinti quelli che sono i reperti da
quelli che sono i campioni. I <b>reperti </b>sono tutti gli oggetti ritrovati
sulla scena del crimine e indossati dalla vittima; i <b>campioni</b> riguardano
il DNA estratto da questi stessi reperti. Quindi, <b>i reperti</b> <b>consentono
delle nuove analisi</b>, perché il DNA conservato all’interno del tessuto
rimane analizzabile anche a distanza di anni purché non sia stato oggetto di
contaminazione - è sufficiente che sia stato conservato all’interno di una
busta - mentre <b>il campione di DNA</b>, se non è conservato adeguatamente, si
deteriora.</i></div>

<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><i>Noi vorremmo
effettuare delle <b>nuove analisi sia sui campioni</b>, <b>per avere la
certezza matematica che sono purtroppo deteriorati</b>, <b>sia sui reperti per
andare a individuare delle ulteriori tracce</b> che, magari, possono
restituirci dei risultati differenti rispetto a quelli ottenuti nella fase di
indagine. Stiamo valutando, dunque, assieme ai nostri consulenti, il da farsi”</i>.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><b>Intervista realizzata dalla dr.ssa Martina Penazzo</b></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">ISF Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 22 May 2024 14:25:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Alessia Pifferi condannata all’ergastolo]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000070"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alessia Pifferi è stata condannata
all’ergastolo. È questa la sentenza dei giudici della Corte d’Assise di Milano
per la donna che nel luglio del 2022 ha lasciato morire di stenti la figlia di
due anni Diana, lasciandola sola in casa per sei lunghi giorni.</span><br></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nel corso dell’udienza svoltasi
nella mattinata della giornata odierna, l’avvocato della difesa, Alessia
Pontenani, ha chiesto l’assoluzione della Pifferi, unitamente alla
trasformazione del reato in “abbandono di minore”, in quanto “</span><i class="fs12lh1-5">è evidente che
non voleva uccidere la bambina e lo ha detto fin dall’inizio</i><span class="fs12lh1-5">”.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’accusa ha chiesto invece
l’ergastolo per omicidio volontario. In particolare, l’avvocato De Mitri, legale
di parte civile, così si è espresso: “</span><i class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Pifferi </span><strong><span class="cf1">ha ucciso la propria figlia</span></strong><span class="cf1">, lasciandola
da sola senza acqua né cibo per sei giorni. Sapeva chiaramente che la figlia
sarebbe morta. Pifferi ha tradito la piccola Diana, ha tradito il corpo di
Diana. È stata una donna presuntuosa. Non ha chiesto aiuto alla famiglia, pur
sapendo che la famiglia l'avrebbe aiutata, nascondendo cosa faceva". La
mamma Maria e la sorella Viviana erano infatti "le uniche che le hanno
dato una mano. La madre ha cercato in tutti i modi di sostenere Alessia
Pifferi. Nonostante i rapporti fossero tesi, Viviana ha visto la nascita di
Diana come un</span><span class="cf2"> </span><span class="cf1">miracolo. Mai avrebbero potuto pensare che Pifferi
abbandonasse in quel modo la bambina.”</span></i></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Arriva
poi la replica del pm Francesco De Tommasi secondo cui </span><span class="fs12lh1-5">“</span><i class="fs12lh1-5">C’è una sola vittima che si chiama Diana, c’è una
bugiarda e un’attrice che si chiama Alessia. Vi chiedo di avere pietà di Diana
e ad Alessia Pifferi, donna senza speranza, di darle la speranza della pena.
Non concedete alcun beneficio perché ha mentito sulla vita di sua figlia, l’ha
tradita due volte: quando l’ha lasciata sola e quando in questo processo non si
è assunta le sue responsabilità. Condannatela all’ergastolo e avrete dato
verità e giustizia a Diana.”</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La sentenza definitiva ha accolto
le richieste del pubblico ministero confermando il massimo della pena,
escludendo la premeditazione dalle aggravanti e stabilendo due anni di
sorveglianza speciale.</span></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 13 May 2024 13:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Psicopatologia di una setta. La strage di Altavilla Milicia]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006F"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel mese di febbraio 2024, ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, un padre di famiglia, Giovanni Barreca, senza apparente motivo uccide la moglie e due dei suoi tre figli, rispettivamente di 15 e 5 anni. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli interrogativi iniziali riguardo alle motivazioni che hanno spinto l’uomo a compiere un tale gesto rimangono molteplici, ma, poco dopo l’arresto, l'omicida confessa di aver agito spinto dalla necessità di liberare i familiari dai demoni. La figlia diciassettenne è l’unica sopravvissuta al massacro. In seguito, si scoprirà che anche la ragazza ha partecipato attivamente alle sevizie e ai conseguenti omicidi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’uomo autore della strage era probabilmente vittima di un </span><span class="fs12lh1-5">delirio religioso che lo ha portato a convincersi di dover purificare i familiari poiché posseduti dal demonio. La strage vede come possibili responsabili anche Sabrina Fino e Massimo Carandente, una coppia conosciuta da Barreca online: potrebbero essere stati proprio loro a spingerlo a compiere il massacro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da questo tragico episodio, seppur sia ancora da accertare l’effettiva adesione di Barreca ad una setta religiosa, risulta doveroso interrogarsi su quelli che sono i meccanismi che spingono un soggetto a compiere tali delitti. Sicuramente sugli aspetti psicologici, ma anche su altre cause, poiché categorizzare la vicenda unicamente come “fanatismo religioso” risulta alquanto riduttivo rispetto alla complessità di vicende come quella in argomento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anzitutto, risulta interessante soffermarsi su ciò </span><span class="fs12lh1-5"> </span>che è stato scoperto da uno dei fondatori del Boston Personal Development Institute, un'organizzazione che si occupa di ex membri di sette. Secondo l'esperto, non esiste un profilo standard delle "vittime di culti distruttivi". Infatti, in uno studio che ha coinvolto settecento soggetti, si è arrivati alla conclusione che <span class="fs12lh1-5"><i>"non è necessario essere un certo tipo di persona per sottomettersi a un culto"</i></span>.</div><div><span class="fs12lh1-5">In particolare, con l'espressione</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">“</span><b class="fs12lh1-5">culti distruttivi</b><span class="fs12lh1-5">” si intende </span><i class="fs12lh1-5">“un qualsiasi gruppo, senza tener conto di ideologia, dottrina, credo, nel quale si pratica la manipolazione mentale, da cui risulta la distruzione della persona sul piano psichico (a volte fisico, spesso finanziario), della sua famiglia, del suo entourage e della società, al fine di condurla ad aderire senza riserve e a partecipare ad un’attività che attenta ai diritti dell’uomo e del cittadino</i><span class="fs12lh1-5">” </span><span class="fs12lh1-5">[1]. Dunque, </span><span class="fs12lh1-5">le </span><i class="fs12lh1-5">sette distruttive</i><span class="fs12lh1-5"> si caratterizzano e differenziano dalle altre tipologie di setta per l’obiettivo che perseguono, nonché per le modalità messe in atto per raggiungere certi scopi. </span><span class="fs12lh1-5">Molti comportamenti illegali sono indotti da condizionamenti mentali più o meno sottili o dalla coercizione, spesso attuata dai leader nei confronti dei seguaci in modo suggestivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La manipolazione psicologica è una strategia ampiamente utilizzata al fine di distruggere l'identità di una vittima attraverso relazioni di potere che annullano la sua identità al fine di strumentalizzarla. Risulta essere una strategia che minaccia l'integrità e l'autonomia della vittima, al fine di favorire la sua dipendenza e ridurre la sua autonomia.</span></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L'identità di ciascun individuo è costituita dalle convinzioni, dai comportamenti, dalle emozioni e dai processi di pensiero che caratterizzano il suo modo di essere. Quando la vittima della setta è un soggetto che presenta vulnerabilità psicologiche di fondo, s</span><span class="fs12lh1-5">otto l'influenza del controllo mentale la sua identità originale può essere facilmente sostituita da un'altra identità che corrisponde ai bisogni e alle richieste della setta. </span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il leader della setta è generalmente un soggetto caratterizzato da una personalità perversa e patologica che dimostra evidenti tratti di onnipotenza e narcisismo, mentre la vittima presenta una marcata vulnerabilità psichica che può essere associata a disturbi mentali o difficoltà psicologiche transitorie che la rendono particolarmente fragile.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Spesso, i processi di pensiero di coloro che sono "risucchiati" da gruppi settari mancano di confini tra realtà e fantasia e presentano un pensiero magico che influisce sul loro comportamento, al punto di credere di essere in contatto con il diavolo o altre entità sovrannaturali, affermare di avere esperienze percettive insolite o manifestare un'emotività inappropriata.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ancora oggi non è chiaro se i disturbi appena citati siano presenti negli adepti già prima del loro ingresso nella setta, se la stessa contribuisca ad aggravarli o se ne siano una conseguenza. Infatti, secondo gli studi di cui si è argomentato prima, alcuni soggetti non presentano alcun disturbo mentale evidente, mentre altri, al contrario, rivelano disturbi dello spettro della schizofrenia caratterizzati da mania, deliri, allucinazioni e aprassia o forti tratti narcisistici di personalità che si associano ad altro quadro psicopatologico sottostante.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Gli studiosi Sirkin e Wynne ritengono che "</span><i class="fs12lh1-5">il coinvolgimento nei culti rappresenti un disturbo relazionale caratterizzato da una compromissione del funzionamento autonomo, da difficoltà di separazione e da un'eccessiva dipendenza e influenza del gruppo sull'identità dell'individuo</i><span class="fs12lh1-5">".</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In conclusione, si può affermare che, nonostante la difficoltà che si possono riscontrare nel delineare un possibile profilo di chi aderisce ad una setta a causa delle molteplici variabili in campo, vi è senza dubbio un denominatore comune: l'estrema vulnerabilità psicologica delle vittime.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1] C. Cacace, T. Cantelmi, La perversione della relazione: il satanismo.</span></div><div><br></div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div> &nbsp;</div></div><div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 17:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’Investigatore privato nei casi di infedeltà coniugale e il diritto alla privacy]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006E"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Giorgia TREZZI</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dottoressa in Criminologia investigativa e forense</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Corporate University</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso della vita coniugale è possibile che si verifichino dei momenti di crisi generati da incomprensioni, rancori, delusioni o gelosia che mettono in pericolo la serenità del rapporto di coppia. In taluni casi, infatti, è possibile che subentri il desiderio di evadere segretamente da un legame divenuto vincolante e che ostacola la propria felicità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’investigatore privato, in questi casi, rappresenta la scelta migliore, in quanto, in sede giudiziaria, le prove “casalinghe” non sarebbero prese in considerazione dal Giudice in Tribunale. L’agenzia di investigazione, infatti, è autorizzata dalla prefettura a svolgere attività di pedinamento, accostamento e produzione di prove fotografiche, video e circostanziali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nello specifico, in fase di pedinamento o sorveglianza, gli strumenti più utilizzati sono le videocamere, le fotocamere, gli smartphone, i teleobiettivi e il localizzatore GPS: i primi implicano un contatto poco distante con il soggetto da immortalare, mentre i localizzatori sono molto affidabili ed evitano l’esposizione diretta dell’esperto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La necessità di raccogliere prove di rilevanza giuridica deriva dal fatto che il rapporto tra marito e moglie è regolato dalla legge e l’adulterio integra una violazione, a differenza del rapporto tra fidanzati o conviventi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“La Suprema Corte di Cassazione con la Sentenza n.11516/2014 ha affermato che è lecito raccogliere prove per mezzo dell’investigatore privato nel caso di specie al fine di provare l’adulterio coniugale ed addebitare la separazione al coniuge infedele. Viene così confermata la validità probatoria del rapporto investigativo, seppur fondato su informazioni raccolte in assenza di garanzia di contraddittorio”. </span><span class="fs12lh1-5">[1]</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il materiale probatorio raccolto dall’investigatore è considerato una “prova atipica” in quanto raccolta da terzi e potrebbe essere determinante, unitamente alle altre evidenze, per emettere giudizio di colpevolezza per il coniuge infedele. L’investigatore deve, altresì, essere imparziale durante l’indagine, analizzando con dettaglio e senza pregiudizio tutte le informazioni ottenute, oltre che porre gli interrogativi adeguati anche rispetto alle situazioni emotivamente più delicate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il tradimento alimenta i sensi di colpa, la depressione e il senso di diffidenza verso l’altro, perciò l’esperto deve generare fiducia, mostrare empatia e comprensione dei punti di vista e delle motivazioni di chi ha davanti per giungere a corrette conclusioni. Le testimonianze devono essere reali e inequivocabili, raccolte operando con professionalità, discrezione, riservatezza, perseveranza e riflessività.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni strumento utilizzato correttamente e nella giusta circostanza può permettere all’investigatore di acquisire delle prove importanti ai fini dell’indagine: la raccolta effettuata utilizzando una metodologia difettosa può far perdere agli elementi validità giudiziale e addirittura incorrere nella violazione della privacy.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A tal proposito, gli investigatori privati sono tenuti ad agire solo nel rispetto di precise garanzie che tutelino la riservatezza delle persone, non solo in sede giudiziaria, ma anche in ambito privato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo scopo della legge è tutelare i suoi cittadini garantendo loro i migliori accorgimenti e sistemi di prevenzione dei comportamenti illegittimi e delle forme di discriminazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I dati personali rivelano aspetti delicati circa il singolo, pertanto, ognuno ha il diritto di essere tutelato contro le interferenze nella vita privata, nella famiglia, nella propria abitazione o verso la personalità morale. Il diritto alla privacy è regolato dal Regolamento (UE) 201/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio, fa riferimento al diritto alla protezione dei dati personali, ovvero al diritto di possedere il controllo sulle proprie specifiche. Il Garante per la protezione dei dati personali è un’autorità che opera in maniera indipendente ed è una figura istituita dalla legge sulla privacy del 31 dicembre 1996, n.675.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Qualora la riservatezza di cui sopra venisse meno, la parte offesa può decidere di procedere con una denuncia presso il Tribunale Civile al fine di ottenere un risarcimento del danno in termini di denaro oppure rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per avviare un processo Penale. La scelta, chiaramente, dipende dal tipo di violazione avvenuta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un soggetto, infatti, è perseguibile se tratta i dati personali senza il consenso dell’interessato, utilizza i dati raccolti per indagini statistiche in maniera impropria, non rispetta i provvedimenti o dichiara il falso al Garante. Le conseguenze di una violazione potrebbero essere di tipo economico, ovvero il risarcimento del danno morale e materiale in aggiunta all’applicazione di sanzioni penali e amministrative; oppure morali, come danni alla reputazione di un’azienda o alla persona singola.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il regolamento europeo, integrato dal Codice Privacy, garantisce l’applicazione di sanzioni effettive e proporzionali al danno. Lo scopo di queste sanzioni è rieducativo e non punitivo; infatti, saranno proporzionate al patrimonio dell’impresa o del privato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come detto precedentemente, ognuno ha il diritto di scegliere se condividere o meno le proprie informazioni personali, anche se, nell’odierna società informatica, diventa difficile rimanere nell’ombra. </span><span class="fs12lh1-5">Infatti, l’investigatore privato, durante lo svolgimento delle proprie mansioni, è fondamentale che tuteli i dati raccolti, i file e i documenti attraverso sistemi informatici sicuri che blocchino eventuali abusi o furti di informazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il materiale viene successivamente organizzato in maniera ottimale a supportare la difesa e consegnato all’avvocato del proprio assistito, sia in copia cartacea che elettronica.<br></span><span class="fs12lh1-5">L’esperto può comunicare quanto concerne l’attività di investigazione solo al collaboratore e al diretto interessato, preoccupandosi però, di eliminare tutto il materiale conservato nella banca dati al termine del lavoro, seguendo le modalità di archiviazione indicate dall’Art.10 del GDPR.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs12lh1-5"></span><div><span class="fs12lh1-5"> </span><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5"> Milano Investigazioni, 2020, art. “Validità delle prove fornite dall’investigatore privato in caso di infedeltà coniugale”.</span></div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Apr 2024 13:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Convegno di Geologia forense all'Università di Pavia]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006D">Il 22 marzo 2024 si è tenuto all'Università degli Studi di Pavia il Convegno dal titolo "Il terreno in ambito forense", organizzato dall'Ordine dei Geologi della Lombardia in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente di UniPV.<div>Ha dato il benvenuto ai partecipanti il dr. Roberto Perotti, presidente dell'Ordine dei Geologi della Lombardia e ha moderato tutti gli interventi il direttore dell'Istituto di Scienze Forensi prof. Massimo Blanco. </div><div>Gli interventi: dr. Marco Strano (già direttore tecnico psicologo della Polizia di Stato, esperto in scienze forensi, attualmente consulente per il C.S.U. Fullerton Police Department - Los Angeles), con "Le tracce del crimine nel terreno"; il dr. Andrea Nava (ISF Investigazioni Scientifiche Unità di Geologia forense e docente all'ISF Corporate University) con "Il terreno in ambito forense" e contestuale presentazione del suo libro dal titolo omonimo; dr. Danilo Coppe (esplosivista forense e presidente dell'Istituto Ricerche Esplosivistiche) con "Introduzione alla Blast Investigation"; la prof.ssa Maria Pia Riccardi (professore associato e ricercatrice al Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente della UniPV) con "Vero o non vero. La diagnostica dell'arte al servizio della legge"; il dr. Mirko Vicenzotto (caposettore presso ISF Investigazioni Scientifiche e docente all'ISF Corporate University) con "Outdoor Crime Scene. Sopralluogo, repertamento e analisi". </div><div>Al termine degli interventi, il confronto tra i relatori e i numerosi geologi presenti al convegno, moderato dalla dr.ssa Federica Ravasi, vicepresidente dell'Ordine dei Geologi.</div><div>Nella foto di copertina, d<span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">a sinistra: dr. Roberto Perotti, prof. Massimo Blanco, dr. Mirko Vicenzotto, dr.ssa Federica Ravasi, dr. Andrea Nava, prof.ssa Maria Pia Riccardi e dr. Danilo Coppe.</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 18:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'alessitimia di Alessia Pifferi]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006C"><div class="imTALeft"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">“</span><i class="fs12lh1-5">Una personalità incapace di riconoscere, distinguere ed esprimere emozioni e sentimenti</i><span class="fs12lh1-5">”, questo è quanto emerso dalla perizia psichiatrica disposta dalla Corte d’Assise di Milano e firmata dallo psichiatra forense Elvezio Pirfo, in merito ad Alessia Pifferi, la 38enne accusata di omicidio volontario aggravato per il decesso della figlia di diciotto mesi Diana, abbandonata da sola a casa per una settimana e morta di stenti nel luglio del 2022.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che emerge da tale perizia, è che la Pifferi possa presentare una condizione denominata </span><i class="fs12lh1-5">alessitimia. </i><span class="fs12lh1-5">Nel campo della psicologia, l'alessitimia rappresenta una condizione emotiva caratterizzata dalla difficoltà di riconoscere, esprimere e descrivere le proprie emozioni, che coinvolge sia la sfera emotiva che cognitiva e può avere importanti implicazioni nella vita quotidiana di chi ne è affetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Risulta importante sottolineare come questa condizione non rappresenta un disturbo vero e proprio, in quanto assente anche dal DSM V</span><span class="fs12lh1-5">[1]</span><span class="fs12lh1-5">, bensì è assimilabile ad uno stato psicologico in cui il soggetto non riesce a comprendere ed elaborare le proprie emozioni in modo cosciente e funzionale; sarebbe più opportuno parlare, dunque, di analfabetismo emotivo, piuttosto che di disturbo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tale condizione potrebbe anche essere correlata a comportamenti antisociali e violenti, infatti, svariati studi hanno evidenziato che individui affetti da alessitimia tendono ad avere una minore capacità di empatia e una maggiore propensione a reagire in modo impulsivo e aggressivo. Tuttavia, è importante sottolineare che l'alessitimia non può essere considerata come una causa diretta di crimini violenti, ma piuttosto come un fattore che potrebbe contribuire alla predisposizione verso tali comportamenti. La comprensione di questa relazione può fornire importanti informazioni per la prevenzione e la gestione dei comportamenti criminali.</span></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico preso in analisi, dalla perizia psichiatrica svolta sulla Pifferi si legge: “</span><i class="fs12lh1-5">ha vissuto il proprio contesto familiare e sociale di appartenenza come affettivamente deprivante</i><span class="fs12lh1-5">”, e tale condizione l'avrebbe portata ad avere "</span><i class="fs12lh1-5">una visione del mondo e uno stile di vita caratterizzati da un’immagine di sé come ragazza e poi donna dipendente dagli altri (e in particolare dagli uomini) per condurre la propria esistenza</i><span class="fs12lh1-5">".</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Questa, secondo il perito, è la ragione per cui ha quindi sviluppato un funzionamento di personalità che sarebbe caratterizzato da alessitimia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nella perizia, è stato poi spiegato come la Pifferi, al momento del fatto, "</span><i class="fs12lh1-5">ha tutelato i suoi desideri di donna rispetto ai doveri di accudimento materno verso la piccola Diana e ha anche adottato ‘un'intelligenza di condotta' viste le motivazioni diverse delle proprie scelte date a persone diverse che richiedevano rassicurazioni sulla collocazione della bambina".</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Alla luce di queste affermazioni, il perito ha spiegato che l'imputata, nonostante presenti una condizione psicologica caratterizzata da alessitimia, è capace di partecipare "</span><i class="fs12lh1-5">coscientemente al processo</i><span class="fs12lh1-5">" e che, al momento dei fatti, fosse capace di intendere e di volere.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><!--[if !supportFootnotes]--><span class="fs10lh1-5">[1]<!--[endif]--> Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali</span></div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 20 Mar 2024 17:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il caso Bossetti e la possibile revisione del processo. Il video dell'incontro con l’Avv. Claudio Salvagni]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Diritto"><![CDATA[Diritto]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000006A"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/Bx-9VxiPURE?si=vVxHMEqPJLG6zXRO" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 16:46:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gogne mediatiche, quando la giustizia si fa in rete]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000069"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Hillary di LERNIA</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">La gogna del XXI secolo assume sempre più i connotati di
un'arena dove i leoni da tastiera si sfidano alla maggiore gettata di fango verso
coloro che ritengono meritevoli di disprezzo e umiliazione. A questo proposito
è stato coniato anche il neologismo </span><b class="fs12lh1-5"><i>shitstorm</i></b><span class="fs12lh1-5">, volto a designare
quelle tempeste di insulti e/o commenti denigratori che si realizzano in rete,
generalmente sui social media o su altre piattaforme che consentono
l'interazione. Si tratta di una pratica contraddistinta da un'estrema ferocità
verbale e viene alimentata dal l'istantaneità e dall’immediatezza della
comunicazione digitale, che di conseguenza ne agevola la viralità. Una spirale
dove la disinibizione e il presunto anonimato generano uno scrosciare di parole
cariche di aggressività e violenza il cui unico obiettivo è quello di
devastare, a livello di immagine e di reputazione, il soggetto colpito.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La gogna mediatica non risparmia nessuno: il caso di
Giovanna Pedretti</b></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Imprenditori, funzionari pubblici, persone comuni. Tutti
possono finire nel mirino del giustizialismo mediatico. Ne è un esempio il caso
di </span><b class="fs12lh1-5">Giovanna Pedretti</b><span class="fs12lh1-5">, cinquantanovenne titolare di una pizzeria a
Sant'Angelo Lodigiano. Nei giorni scorsi, la donna era stata al centro del
dibattito social per aver denunciato una recensione negativa per il suo locale,
lasciata da un cliente che si sarebbe lamentato di aver mangiato in un tavolo
accanto a un altro con persone omosessuali e disabili. Su Instagram la
ristoratrice aveva mostrato lo screenshot della sua risposta, dove invitava il
cliente a non tornare più nel suo ristorante visti i suoi pregiudizi. Il post
aveva ricevuto perfino l’elogio della Ministra per le disabilità Alessandra
Locatelli, ma nei giorni successivi l’autenticità di tale recensione è stata
messa in dubbio, tanto da far pensare a una possibile “operazione di marketing”.
Critiche e insulti non si sono fatti attendere e la donna, da paladina dei
diritti, è passata a essere bollata come bieca menzognera.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel pomeriggio del 14 gennaio, il corpo senza vita di
Giovanna Pedretti è stato rinvenuto nel fiume Lambro. La </span><b class="fs12lh1-5">Procura di Lodi</b><span class="fs12lh1-5">
ha disposto l'autopsia, pur ritenendo prevalente l'ipotesi del gesto
volontario. Gli inquirenti disporranno anche approfondimenti tecnici sul
telefono e sul computer della vittima sia per ricostruire gli aspetti della storia
personale sia per far luce sulla questione della recensione. Ad ogni modo, la
vicenda costringe a una riflessione su alcune dinamiche altamente pericolose
della comunicazione online.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il fenomeno dell’odio online</b></div><div><span class="fs12lh1-5">"Il caso di Giovanna è estremamente grave e porta di
nuovo alla ribalta il tema della responsabilità sia degli influencer circa i
contenuti pubblicati sui social, sia degli utenti che alimentano odio e
violenza sul web - spiega il Codacons che da anni chiede una regolamentazione
ferrea sul settore.</span></div>

<div>L’hate speech online può facilmente sfociare in
diffamazione, calunnia, stalking, discriminazione raziale, etnica e/o
religiosa, istigazione a delinquere, etc., fattispecie già previste ad oggi nella
normativa italiana. Purtroppo, però, la maggioranza di questi procedimenti
penali viene archiviata o finisce con l’assoluzione, spesso a causa di
specifici “buchi normativi” o per l'estrema difficoltà – talvolta impossibilità
- di identificare gli autori.</div><div><span class="fs12lh1-5">A volte è proprio questa deresponsabilizzazione a far
sentire le persone completamente libere di esprimersi, come se nella realtà
digitale non ci fossero limiti o regole. Scaricare sul prossimo il proprio malessere
o le proprie tendenze aggressive si dimostra più semplice quando si adotta il
filtro del virtuale. Dietro a uno schermo, spesso si verifica una mancanza di
rispecchiamento empatico con gli altri e ciò può far sentire emotivamente
distanti e meno colpevoli rispetto alle proprie azioni.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 16:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sextortion e adescamento online: è allarme tra i minori]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000068"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Hillary di LERNIA</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se da un lato diminuiscono i casi di cyberbullismo, dall’altro il fenomeno del sextortion (il ricatto tramite filmati o foto a contenuto sessuale) continua a incrementare. È questa la fotografia scattata dall’ultimo rapporto della Polizia Postale</span><span class="fs12lh1-5 ff1">[1]</span><span class="fs12lh1-5">, che ha messo in evidenza una situazione di luci e ombre per la sicurezza su internet, soprattutto per quanto riguarda i minori.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Cyberbullismo</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2023 sono stati trattati 284 casi di cyberbullismo, in calo rispetto ai 323 del 2022. Come sottolinea il report, tale flessione potrebbe anche essere dovuta al ritorno a una vita sociale priva di restrizioni che ha generato un’influenza positiva sulla qualità delle interazioni tra i giovanissimi.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Sextortion</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Situazione opposta per i casi di sextortion a danno di minori, dove si è passati dai 130 casi del 2022 ai 136 registrati nel 2023. Anche se in passato questo tipo di reato era appannaggio del mondo degli adulti, attualmente sta coinvolgendo sempre più frequentemente vittime minorenni, con effetti lesivi gravosi, quali la vergogna e la frustrazione causate dalla difficoltà nel gestire la diffusione di immagini intime magari legate anche a una precoce sessualità. La maggior parte dei casi riguarda giovani di età compresa tra i 14 e i 17 anni, prevalentemente maschi. La Polizia Postale sottolinea che dietro a questo fenomeno dilagante ci sono spesso adulti e/o organizzazioni criminali che avvicinano online gli adolescenti, li spingono in conversazioni virtuali di tipo sessuale, acquisiscono immagini e video intimi e poi richiedono somme di denaro per evitare la pubblicazione online del materiale privato. Esiste, però, anche un’ulteriore modalità per ottenere tali contenuti, ossia attraverso un’attività di hacking: vengono prelevati dal computer o da altri dispositivi o servizi di cloud storage della vittima immagini o video intimi o sessualmente espliciti, prodotti consensualmente e per fini personali. In questo caso non vi è, quindi, alcun precedente contatto con la vittima, che viene contattata in un secondo momento solo per ottenere il pagamento, solitamente in bitcoin o altra moneta virtuale.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Pedopornografia e adescamento online</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso dello scorso anno si è registrato un lieve calo dei casi di adescamento online, anche se il maggior coinvolgimento riguarda i minori di età compresa tra i 10 e i 13 anni. Persiste il lento incremento dei casi relativi a bambini adescati di età inferiore ai 9 anni, pari al 9% dei casi trattati dalla Polizia Postale. Fondamentale è il continuo lavoro che il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online svolge nell’ambito della prevenzione, attraverso la costante attività di monitoraggio della rete. Infatti, nel 2023 sono stati oscurati 2.739 siti web, in quanto presentavano contenuti pedopornografici. Il report evidenzia anche come social network e videogiochi online rimangono i luoghi di contatto preferenziali tra minori e adulti, sempre più spesso teatro di interazioni pericolose.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs10lh1-5 ff1">[1]</span><span class="fs12lh1-5"> https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2024-01/report_2023_polizia_postale_e_delle_comunicazioni.pdf</span></div><div> &nbsp;</div><div> </div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Jan 2024 14:56:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ipnosi: false credenze e verità]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000067"><div><b><span class="fs12lh1-5">Autore: prof. Massimo BLANCO</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Premessa</span></b></div><div><div>L'ipnosi è un tema affascinante che suscita molta curiosità. Spesso utilizzata in spettacoli di intrattenimento e talvolta al centro di romanzi, film e serie televisive di successo, questa pratica millenaria, utilizzata da anni in contesti terapeutici, è ancora oggi permeata da leggende metropolitane.</div><div><span class="fs12lh1-5">In questo articolo vedremo in breve cos'è l'ipnosi, come funziona e quali sono i miti e le verità che la circondano.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Cos'è l'ipnosi e in che modo funziona</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'ipnosi è uno stato di coscienza alterato in cui il soggetto ipnotizzato rimane vigile e consapevole, ma suscettibile alle suggestioni indotte dell’ipnotizzatore. Questa condizione consente all’ipnotizzato di accedere a certe aree della propria mente. Ma in tutto ciò non vi è nulla di trascendentale, visto che tutti noi, chi più chi meno, sperimentiamo uno stato psicofisico di tipo ipnotico quando, ad esempio, sogniamo ad occhi aperti o siamo completamente assorti nella lettura di un libro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'ipnosi viene indotta da un ipnotizzatore attraverso una serie di tecniche, come la suggestione verbale o la focalizzazione dell'attenzione. Durante l'ipnosi, il soggetto sperimenta sensazioni di rilassamento profondo, distacco emotivo e perdita della percezione del tempo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'ipnosi è riconosciuta come valido strumento terapeutico per trattare disturbi come ansia, depressione, fobie, traumi psicologici (come il disturbo post-traumatico da stress), dipendenze e problemi del sonno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È importante evidenziare che l'ipnosi non è una soluzione miracolosa e non funziona per tutti; ciò dipende da diversi fattori, come lo stato d’animo, la personalità, il vissuto, le convinzioni ecc. del soggetto che si sottopone a ipnosi.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La trance</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando si parla di ipnosi, spesso ci si riferisce alla trance, ovvero lo stato mentale in cui ci si trova quando si è sotto l'influenza dell'ipnotista. La trance può essere indotta attraverso una varietà di tecniche, come la ripetizione di parole o frasi, oppure la concentrazione su un oggetto o un'immagine che favorisce la cosiddetta “visualizzazione guidata”, ovvero una condizione in cui si formano immagini mentali attraverso l’interpretazione di parole e concetti rielaborati in chiave sensoriale (visiva, uditiva ecc.).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È importante sottolineare che la trance non è uno stato di sonno profondo o di incoscienza, ma uno stato di consapevolezza alterata in cui siamo ancora in grado di sentire e percepire l'ambiente circostante. Tuttavia, non tutte le persone sono uguali nella loro capacità di entrare in trance, poiché, come già detto prima, tutto dipende dallo stato d’animo, dalla personalità, dal vissuto, dalle convinzioni ecc. del soggetto ipnotizzato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno della trance fin qui descritta differisce dalla trance psicopatologica che si manifesta in alcuni disturbi psichiatrici (disturbi dissociativi, trance alcolica ecc.).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Miti e leggende sull'ipnosi regressiva</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Molti miti e leggende circolano sull'ipnosi regressiva come strumento per rievocare eventi del passato dimenticati, soprattutto della prima infanzia, oppure per far ricordare al testimone di un crimine o alla vittima sopravvissuta dettagli preziosi su quanto visto o udito o, ancora, per recuperare memorie di vite precedenti. Ebbene, lasciando da parte la rievocazione di ricordi di vite passate, fenomeno che non ha ovviamente alcun fondamento scientifico, tutti gli studi e le ricerche condotti fino ad oggi hanno dimostrato che, attraverso l’ipnosi regressiva, i ricordi che riaffiorano sono perlopiù frutto della fantasia dell’ipnotizzato o dell’influenza dell’ipnotizzatore. Infatti, i falsi ricordi che possono emergere durante l’ipnosi regressiva focalizzata sulla nostra infanzia sono soprattutto il risultato della fervida immaginazione che caratterizzava il nostro cervello da bambini. Un’immaginazione che ci consentiva di essere estremamente creativi, ma anche di modulare i livelli di stress. Invece, per quanto riguarda i falsi ricordi che possono emergere durante l’ipnosi se siamo stati direttamente o indirettamente coinvolti in un evento traumatico come un crimine, sono soprattutto dovuti alle modalità con cui il nostro cervello rielabora il trauma tramite innesti di memorie di fatti vissuti direttamente o di cui siamo venuti a conoscenza o che potremmo persino aver visto in un film che ci ha coinvolto particolarmente. </span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Commettere o subire reati sotto ipnosi</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nessuno può essere ipnotizzato contro la sua volontà. Questo è un dato oggettivo e ampiamente dimostrato scientificamente. Infatti, come si è già detto, la persona ipnotizzata resta cosciente, ha la capacità di interrompere lo stato ipnotico e, quindi, non è minimamente asservita al volere dell’ipnotizzatore. Pertanto, chi sostiene di aver commesso un reato perché qualcuno lo ha ipnotizzato e costretto contro la sua volontà, non ha nessuna possibilità di farla franca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Diverso è il caso di persone psicologicamente vulnerabili o in condizioni di elevato stress emotivo, che possono essere manipolate e, quindi, subire reati, come raggiri, truffe, furti ecc. Spesso, queste persone sostengono di essere state “ipnotizzate”, ma, in realtà, sono solo state manipolate mentalmente da loschi personaggi molto abili sotto il profilo della comunicazione verbale, non verbale e paraverbale.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">I rischi dell'ipnosi</b></div><div><span class="fs12lh1-5">L'ipnosi a scopo terapeutico è una tecnica che richiede grande attenzione e responsabilità e che deve essere praticata esclusivamente da uno psicologo, un medico o un odontoiatra opportunamente formati. Esistono anche altri ambiti in cui viene utilizzata l’ipnosi, come ad esempio lo sport per migliorare le performance degli atleti. Tuttavia, anche in quest’ultimo caso il professionista che pratica l’ipnosi non terapeutica deve possedere una certificazione rilasciata da un organismo realmente accreditato. Infatti, esistono molti enti per nulla riconosciuti che, letteralmente, vendono diplomi di ipnotista a fronte di qualche giornata di formazione (se va bene), magari svoltasi in modalità distance learning.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per concludere, l'ipnotista deve informare il paziente (o l’atleta nel caso dello sport) sui possibili effetti collaterali e sulle eventuali conseguenze dell'ipnosi, ma, soprattutto, deve assicurarsi che il soggetto acconsenta consapevolmente alla pratica. Inoltre, l'ipnotista deve essere in grado di gestire eventuali reazioni impreviste dell’ipnotizzato durante la seduta. Infatti, come si è già detto, l'ipnosi può portare alla rievocazione di ricordi o falsi ricordi traumatici. In sintesi, l'ipnosi può essere un valido strumento terapeutico o di miglioramento delle performance, ma solo se utilizzato in modo corretto e responsabile.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 16 Dec 2023 16:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Premio Camera di Commercio di Pordenone e Udine]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000066"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Dal “Gazzettino” (Caltagirone Editore), sezione Pasianese Azzanese, del 6 dicembre 2023</b></span></div><div><b class="fs12lh1-5">Articolo di Mirella Piccin</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Articolo-Vicenzotto-pag-int.png"  width="313" height="445" />L’azzanese Mirko Vicenzotto, 35 anni, di Corva, criminalista, ha ricevuto durante la “Premiazione dell’economia e dello sviluppo” indetta dalla Camera di commercio di Pordenone Udine tenuta al teatro Verdi di Pordenone, il diploma di benemerenza con medaglia d’oro nella categoria “Professioni nel cambiamento”. &nbsp;«Un riconoscimento, per l’attività di indagini e analisi tecnico scientifiche Forensi in procedimenti civili e penali - ha precisato Vicenzotto -. Un’onore ricevere un riconoscimento tanto prestigioso, che sancisce ancora una volta il profondo legame con il territorio». Il giovane azzanese, iscritto all’Associazione Nazionale <span class="fs12lh1-5">Criminologi e Criminalisti, dopo il diploma all’Itc Odorico Mattiussi ha studiato Criminologia Investigativa e Forense all’Università Popolare degli Studi di Milano. «Fin da piccolo – racconta – seguivo e studiavo le tracce, poi crescendo non ho avuti dubbi, il criminalista era la mia professione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa è una disciplina complessa, che richiede molta passione, dedizione, formazione e aggiornamento continui». Mirko, oltre ad essere Consigliere nazionale dell’ANCRIM (Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti), è coordinatore nazionale della Divisione Investigazioni Scientifiche dell’Istituto di Scienze Forensi con all’attivo oltre 200 incarichi in qualità di consulente Tecnico di Parte, d’Ufficio, e consulente Tecnico del Pubblico Ministero, oltre che come ausiliario di Polizia Giudiziaria. L’azienda opera su tutto il territorio nazionale con sedi ad Azzano Decimo, Treviso, Milano, fino in Trentino, Emilia Romagna e Calabria. “La professione dell’esperto tecnico forense, anche noto come criminalista – sottolinea Mirko - è ancora </span><span class="fs12lh1-5">oggi poco conosciuta, ma spesso indispensabile al fine di accertare la verità. Oggi operiamo per conto di Tribunali, Procure della Repubblica, come ausiliari di polizia giudiziaria e come consulenti di parte per studi legali, compagnie assicurative, enti pubblici, aziende e privati cittadini. La provincia di Pordenone, ma in generale tutto il Friuli Venezia Giulia, è un territorio vergine in questo settore, e dal 2021 abbiamo deciso di aprire una sede anche ad Azzano Decimo, mio comune natale, per offrire supporto ai concittadini con i nostri servizi. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le attività che l’Istituto di Scienze Forensi svolge sono trasversali dall’ambito assicurativo, al civile, fino al penale - sottolinea-. Per fare degli esempi, abbiamo esperti che si occupano di perizie che vanno dall’acquisizione forense di messaggi WhatsApp per certificare una specifica conversazione, alla ricostruzione cinematica dei sinistri stradali, fino agli accertamenti tecnici su scene del crimine e incidenti sul lavoro».</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mirella Piccin</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 12:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il cervello psicopatico]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000065"><div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: prof. Massimo BLANCO</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><br></div><div><span class="fs14lh1-5"><b>Premessa</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine "psicopatia" è usato comunemente per descrivere una personalità patologica caratterizzata da impulsività, mancanza di rispetto per le leggi e le norme sociali, scarsa emotività, assenza di empatia, comportamenti manipolatori verso gli altri ecc. Tuttavia, nel DSM 5, il </span><span class="fs12lh1-5">Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali, si fa riferimento alla psicopatia solo come sinonimo del disturbo antisociale di personalità. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò premesso</span><span class="fs12lh1-5">, la psicopatia può essere considerata l'espressione più severa del disturbo antisociale di personalità e la ricerca neuroscientifica, da molti anni, si è concentrata sullo studio del cervello di soggetti affetti da personalità psicopatica. Pertanto, in questo articolo esploreremo in generale le caratteristiche della personalità antisociale e utilizzeremo il termine "psicopatia" riferendoci a soggetti con grave disturbo antisociale di personalità sui quali sono stati condotti studi neuroscientifici.</span><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il disturbo antisociale di personalità: una patologia complessa</b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il disturbo antisociale di personalità, nonostante sia spesso associato alla criminalità, non è necessariamente legato a comportamenti violenti o illegali. Infatti, i tratti distintivi che lo caratterizzano, come l'incapacità di provare empatia, la mancanza di rimorso o senso di colpa, l'impulsività e l'egocentrismo possono variare anche notevolmente da caso a caso.</span></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Le cause di questo disturbo, come le cause degli altri disturbi di personalità, non sono ancora ben note, anche se la statistica dimostra che concorrono all'insorgenza della psicopatologia sia fattori genetici e biologici, sia fattori sociali e ambientali. Dal punto di vista biologico, la ricerca neuroscientifica condotta sui casi più severi affetti da personalità antisociale, ovvero i soggetti psicopatici, ha individuato disfunzioni cerebrali specifiche che coinvolgono circuiti neurali importanti per la regolazione delle emozioni e del comportamento.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5">In relazione alla diagnosi di disturbo antisociale di personalità, si rende necessaria un'accurata valutazione clinica che può richiedere anche diverso tempo per evitare di confondere il disturbo in questione con altre psicopatologie aventi caratteristiche simili (diagnosi differenziale)</span><span class="fs12lh1-5">. Tuttavia, il fattore tempo è determinante, in quanto l'individuazione precoce del disturbo risulta fondamentale per prevenire eventuali conseguenze negative sul piano sociale e legale per il soggetto che ne è affetto. Alle problematiche appena citate si aggiunge la circostanza che la diagnosi di disturbo antisociale di personalità rimane ancora oggi un tema abbastanza controverso tra gli esperti del settore, poiché alcuni ritengono che i tratti della personalità antisociale possano essere presenti anche in persone che non hanno particolari problemi socio-relazionali. Tuttavia, resta il fatto che situazioni sociali o ambientali assai stressanti o lunghi periodi di sovraccarico emotivo, potrebbero far affiorare i lati più "taglienti" di un soggetto che manifesta tratti evidenti della patologia. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">In ogni caso, il disturbo antisociale di personalità, soprattutto nella sua manifestazione più severa, cioè la psicopatia, rappresenta una sfida per la ricerca scientifica e per la pratica clinica, perché non esiste, come per molte altre psicopatologie, una terapia specifica. Infatti, le attuali strategie terapeutiche possono aiutare il paziente, nonché le persone a lui più vicine, solo sulla gestione dei sintomi e sul miglioramento della qualità della vita.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Le caratteristiche della personalità antisociale</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le caratteristiche della personalità antisociale sono molteplici e spesso difficili da individuare. I soggetti affetti da questa patologia, soprattutto nei casi più gravi, presentano carenza di empatia e di remora nel commettere azioni dannose o immorali nei confronti degli altri. La manipolazione e la menzogna sono strumenti utilizzati con disinvoltura, insieme alla capacità di mimetizzarsi e adattarsi alle situazioni sociali per trarne vantaggi personali. L'egocentrismo, unito alla tendenza ad agire in modo impulsivo e senza curarsi delle conseguenze, sono caratteristiche centrali della personalità antisociale. Inoltre, i soggetti affetti da disturbo antisociale di personalità sono incapaci di provare emozioni intense, come l’innamoramento o il rimorso, e le loro relazioni interpersonali risultano superficiali e basate esclusivamente sui vantaggi che essi possono trarre dalle persone con cui interagiscono. Il comportamento estremamente violento è una caratteristica che accomuna le personalità antisociali nei casi più gravi, ovvero le personalità psicopatiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È importante sottolineare che non tutti i comportamenti fin qui descritti devono necessariamente essere presenti in un soggetto affetto da disturbo antisociale di personalità, ma la compresenza di alcuni di essi deve quantomeno far sospettare la patologia.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5">I circuiti cerebrali studiati e coinvolti nella psicopatia: i lobi frontali</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La psicopatia, cioè il disturbo antisociale di personalità grave, coinvolge diversi circuiti cerebrali. In particolare, diversi studi hanno evidenziato una ridotta attivazione dei lobi frontali del cervello, nello specifico della corteccia prefrontale (PFC), che produce deficit riguardanti l’elaborazione delle emozioni e i processi decisionali, nonché disfunzioni comportamentali sia sul piano sociale che morale (Damasio, 1994 e 1996). Famosissimo è il caso di Phineas Gage, un caposquadra delle ferrovie statunitensi che, nel 1848, a causa di una distrazione, rimase vittima di un gravissimo incidente sul lavoro: una sbarra di ferro gli trapassò il volto fuoriuscendo dalla sommità del cranio, asportandogli parte della corteccia prefrontale mediale. Tuttavia, il giovane caposquadra non solo sopravvisse all’incidente, ma non perse mai conoscenza e questo aspetto rappresenta ancora un mistero per la scienza. In seguito, Gage, all’epoca del fatto appena venticinquenne, da persona pacata, affidabile, educata, rispettosa e responsabile, si trasformò in un uomo blasfemo, impulsivo, profano, inaffidabile e non in grado di assumere decisioni ragionevoli, tutti tratti compatibili con il disturbo psicopatico. Studi successivi su pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventrale hanno evidenziato i medesimi cambiamenti di personalità (Blumer e Benson, 1975). In particolare, le numerose ricerche effettuate in relazione ai danni alla corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) hanno dimostrato una ridotta eccitazione della stessa verso stimoli emotivi intensi, mutamenti nel giudizio morale e deficit nei processi decisionali, soprattutto di carattere economico, che portano, ad esempio, allo sviluppo di una dipendenza da gioco d’azzardo (Koenigs e Tranel, 2007; Krajbich et al, 2009; Moretti et al., 2009).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La ridotta attività dei lobi frontali è una delle cause della tendenza di alcuni soggetti psicopatici a commettere crimini violenti o di natura impulsiva, a causa della scarsa capacità di autocontrollo e di assumere decisioni razionali e socialmente adeguate.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La corteccia cingolata anteriore</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le ricerche sulla psicopatia suggeriscono il coinvolgimento di un’altra porzione della corteccia prefrontale, la corteccia cingolata anteriore (ACC), che è considerata fondamentale per la modulazione del comportamento cognitivo, sociale e affettivo. Nello specifico, la corteccia cingolata anteriore è strettamente correlata al circuito ricompensa-punizione, al dolore fisico ed emotivo, all’empatia, alla comprensione degli errori commessi e al comportamento sociale in concorso con la corteccia prefrontale ventromediale con la quale ACC è anatomicamente e funzionalmente assai connessa (Carmichael e Price, 1996; Ongur e Price, 2000).</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La disfunzione del sistema cerebrale di ricompensa</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La disfunzione del sistema cerebrale di ricompensa, quindi del piacere e della gratificazione, è una delle caratteristiche principali della psicopatia. Questo sistema, come si è già visto, è modulato dalla corteccia cingolata anteriore in concorso con la corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC), la quale funge da “freno” a comportamenti inadeguati sia sul piano personale che sociale. Quindi, lo psicopatico, a causa di un funzionamento cerebrale deficitario, adotta comportamenti impulsivi e compulsivi per cercare sensazioni sempre più forti, al fine di raggiungere elevati livelli di appagamento, non curandosi delle conseguenze.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I soggetti psicopatici presentano spesso un'incapacità di provare empatia o rimorso e anche questo potrebbe essere legato alla disfunzione del sistema cerebrale di ricompensa. Inoltre, la disfunzione del sistema di ricompensa modulato dalla corteccia cingolata anteriore sembra essere correlata alla mancanza di risposta alle punizioni, che spesso sono inefficaci nel modificare il comportamento degli psicopatici. Questo deficit potrebbe anche spiegare la tendenza a ricercare stimoli sempre più intensi e rischiosi, come l'abuso di droghe o la guida pericolosa, o a sperimentare esperienze "adrenaliniche" come la commissione di crimini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Cervello-psicopatico.png"  width="670" height="530" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">In verde la corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC); in giallo la corteccia cingolata anteriore.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Fonte: </span><span class="imTALeft fs11lh1-5">https://wikidocs.net/215964</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Controversie sul ruolo dell’amigdala</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Fino ad un decennio fa diversi studi sostenevano che l’amigdala, una struttura neurale del sistema limbico altamente specializzata nella regolazione degli stati psichici emotivi (ansia, paura, gioia, tristezza ecc.) e degli istinti, fosse iperattiva nei pazienti psicopatici e che tale circostanza potesse spiegare la tendenza di tali soggetti a reagire in modo esagerato a stimoli negativi e a mostrare una ridotta capacità di provare empatia verso gli altri. Altri studi sostenevano un volume ridotto dell'amigdala e, quindi, la tendenza degli psicopatici a non provare ansia e paura. Tuttavia, i risultati delle ricerche condotte negli ultimi anni hanno evidenziato che esistono due sottotipi di psicopatia, una primaria e una secondaria. La psicopatia primaria, che potrebbe avere origine genetica, è caratterizzata da bassi livelli di emotività, quindi di ansia, circostanza che rivela una scarsa attivazione dell’amigdala, mentre la psicopatia secondaria è caratterizzata da elevati livelli di ansia in risposta alle avversità (Sethi et al., 2018), condizione che, in questo caso, si può associare a reazioni esagerate verso stimoli negativi. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questi dati hanno rimesso in discussione </span><span class="fs12lh1-5">l'ipotesi precedente sul ruolo dell'amigdala nei soggetti affetti da psicopatia </span><span class="fs12lh1-5">(Deming et al., 2022).</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Prospettive terapeutiche</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le prospettive terapeutiche per il disturbo antisociale di personalità, soprattutto in presenza di forti tratti psicopatici, rappresentano una sfida importante per gli operatori sanitari e i ricercatori. Ad oggi, non esiste una cura definitiva, ma ci sono diverse strategie terapeutiche che possono aiutare a gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Una delle principali tecniche utilizzate è la terapia cognitivo-comportamentale, che si concentra sulla gestione degli impulsi e sullo sviluppo di strategie di coping per affrontare le situazioni difficili. Inoltre, è stato proposto l'utilizzo di psicofarmaci come gli antipsicotici e gli antidepressivi per trattare i sintomi, anche se i risultati sono stati finora contrastanti. Altri approcci terapeutici includono la terapia occupazionale e la terapia familiare, che mirano a migliorare le relazioni sociali e la capacità di gestire lo stress. Tuttavia, l'efficacia di queste strategie terapeutiche dipende dalla gravità dei sintomi del paziente e dalla sua disponibilità a collaborare con gli operatori sanitari. Inoltre, è importante sottolineare che il disturbo antisociale di personalità è una patologia complessa e multifattoriale, che richiede un approccio integrato che tenga conto dei fattori biologici, psicologici e ambientali.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs13lh1-5"><br></span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><hr></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Blumer D., Benson D.F.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Personality changes with frontal and temporal lesions, psychiatric aspects of neurological disease</span></i><span class="fs11lh1-5">, New York, Stratton, 1975.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Carmichael S.T., Price J.L.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Connectional networks within the orbital and medial prefrontal cortex of macaque monkeys</span></i><span class="fs11lh1-5">, Journal of Comparative Neurology, 1996;371:179-207.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Damasio A.R.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Trad. Macaluso F., Adelphi, Milano, 1995.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Deming et al.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">How reliable are amygdala findings in psychopathy? A systematic review of MRI studies</span></i><span class="fs11lh1-5">, Neuroscience &amp; Biobehavioral Reviews, Vol. 142, November 2022, 104875.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Greco R., Grattagliano I., <i>Utilità diagnostica del disturbo antisociale e psicopatico di personalità. Proposte e revisioni del DSM V</i>, Cognitivismo clinico, 2014, 11, 1, pp. 84-101.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Koenigs M, Tranel D.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Irrational economic decision-making after ventromedial prefrontal damage: evidence from the Ultimatum Game. Journal of Neuroscience</span></i><span class="fs11lh1-5">, 2007;27:951-6.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Krajbich I., Adolphs R., Tranel D., Denburg N.L., Camerer C.F.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Economic games quantify diminished sense of guilt in patients with damage to the prefrontal cortex</span></i><span class="fs11lh1-5">, Journal of Neuroscience, 2009;29:2188–92.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Moretti L., Dragone D., di Pellegrino G.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Reward and social valuation deficits following ventromedial prefrontal damage</span></i><span class="fs11lh1-5">, Journal of Cognitive Neuroscience 2009;21:128-40.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ongur D., Price J.L.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The organization of networks within the orbital and medial prefrontal cortex of rats, monkeys and humansù</span></i><span class="fs11lh1-5">, Cerebral Cortex. 2000; 10:206-19.</span></li></ul><ul><li><span class="fs11lh1-5">Sethi et. al., <i>Primary and secondary variants of psychopathy in a volunteer sample are associated with different neurocognitive mechanisms</i>, Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging, </span><span class="fs11lh1-5">Volume 3, Issue 12, December 2018, p.p. 1013-1021.</span></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 02 Dec 2023 17:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Approvato il ddl sul contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000064"><div><span class="fs12lh1-5"><b>A cura del Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi</b></span></div><header><span class="fs11lh1-5">(Autore: dr.ssa Martina PENAZZO)</span></header><header><span class="fs11lh1-5"><br></span></header><header><div><span class="fs12lh1-5">Nelle ultime ore, il disegno di legge <b>“Disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica”</b>, cosiddetto <i>ddl Roccella</i> è stato definitivamente approvato dal Senato all'unanimità con 157 sì, zero contrari e zero astenuti. L’approvazione ha subìto una necessaria accelerazione dopo l’ultimo caso di violenza sulle donne, con l’omicidio di Giulia Cecchettin per mano dell’ex fidanzato Filippo Turetta. Il provvedimento, che aveva già passato l'esame della Camera il 26 ottobre scorso, ha dunque ottenuto l'unanimità ed è legge. Esso è volto, da un lato, a rafforzare le norme del Codice rosso al fine di tutelare le vittime di violenza e le norme di prevenzione quali ammonimento, distanza minima di avvicinamento e braccialetto elettronico, dall’altro ad assicurare la certezza dei tempi dei procedimenti che hanno come oggetto reati di violenza di genere o domestica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di seguito i diciannove articoli di cui si compone.</span></div><div><ul><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 1 </b><span class="fs12lh1-5">estende l'ambito di applicazione della disciplina dell'ammonimento del questore, sia d'ufficio che su richiesta della persona offesa, ma anche degli obblighi informativi alle vittime di violenza da parte delle forze dell'ordine, dei presidi sanitari e delle istituzioni pubbliche.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Nell’articolo 2</b><span class="fs12lh1-5"> viene ampliata l'applicabilità da parte dell'autorità giudiziaria delle misure di prevenzione personali, attualmente applicabili ai soggetti indiziati dei delitti di atti persecutori e di maltrattamenti contro familiari e conviventi, anche ai soggetti indiziati di alcuni gravi reati che ricorrono nell'ambito dei fenomeni della violenza di genere e della violenza domestica.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 3</b><span class="fs12lh1-5"> assicura la priorità assoluta alla trattazione dei processi per violenza, anche di quelli relativi ai reati di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, di costrizione o induzione al matrimonio, di lesioni personali aggravate, di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, di interruzione di gravidanza non consensuale, di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti e di stato di incapacità procurato mediante violenza.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">Nell’articolo 4</b><span class="fs12lh1-5"> si prevede che, per i casi relativi ai processi inerenti ai delitti di violenza di genere e domestica, debba essere assicurata priorità anche alla richiesta di misura cautelare personale e alla decisione sulla stessa.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 5</b><span class="fs12lh1-5"> introduce misure per favorire la specializzazione degli uffici delle procure in materia di violenza di genere e domestica.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 6</b><span class="fs12lh1-5"> disciplina iniziative formative in materia di violenza contro le donne e violenza domestica. In particolare, si prevede la predisposizione, da parte dell'autorità politica delegata per le pari opportunità, di apposite linee guida nazionali al fine di orientare un'adeguata e omogenea formazione degli operatori che a diverso titolo entrano in contatto con le donne vittime di violenza.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 7</b><span class="fs12lh1-5"> interviene sul procedimento di applicazione delle misure cautelari nei procedimenti relativi a delitti di violenza domestica e di genere, prevedendo, attraverso l'inserimento nel codice di rito del nuovo articolo 362-bis del codice di procedura penale, che il PM debba richiedere l'applicazione della misura entro trenta giorni dall'iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato e che il giudice debba pronunciarsi sulla richiesta nei venti giorni dal deposito dell'istanza cautelare presso la cancelleria.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 8</b><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;impone al procuratore l’obbligo di acquisire trimestralmente dalle Procure le informazioni sul rispetto dei termini relativi ai procedimenti.</span></li><li>Con l<b class="fs12lh1-5">’articolo 9</b><span class="fs12lh1-5"> viene innalzata la pena prevista relativa alla violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e al divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.</span></li><li><b>L'</b><b class="fs12lh1-5">articolo 10</b><span class="fs12lh1-5"> permette “</span><i class="fs12lh1-5">l’arresto in flagranza differita”</i><span class="fs12lh1-5">, in presenza di documentazione video-fotografica o equivalente.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L’articolo 11</b><span class="fs12lh1-5"> consente al pm di disporre “</span><i class="fs12lh1-5">l’allontanamento urgente dalla casa familiare, con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti della persona gravemente indiziata ove non sia possibile per la situazione di urgenza attendere il provvedimento del giudice”.</i></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 12</b><span class="fs12lh1-5"> interviene in materia di misure cautelari e in particolare di prescrizione del braccialetto elettronico, imponendo alla polizia giudiziaria il previo accertamento della fattibilità tecnica dell'utilizzo dei mezzi elettronici e degli altri strumenti tecnici di controllo, ove il giudice ne abbia prescritto l'applicazione congiuntamente alla misura degli arresti domiciliari, e prevedendo l'applicazione della misura cautelare in carcere nel caso di manomissione dei mezzi elettronici e degli strumenti tecnici di controllo.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 13</b><span class="fs12lh1-5"> introduce alcune deroghe alla disciplina vigente in materia di criteri di scelta e di condizioni di applicabilità delle misure cautelari coercitive, nonché modifiche alla normativa in tema di conversione dell'arresto in flagranza e del fermo in misura coercitiva.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 14</b><span class="fs12lh1-5"> stabilisce l’obbligatorietà dell’immediata comunicazione alle vittime di violenza di tutti i provvedimenti che riguardano l’autore di reato.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 15</b><span class="fs12lh1-5"> stabilisce che “</span><i class="fs12lh1-5">ai fini della sospensione condizionale della pena, non è sufficiente la mera partecipazione ai percorsi di recupero, ma occorre che tali percorsi siano superati con esito favorevole</i><span class="fs12lh1-5">”.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 16</b><span class="fs12lh1-5"> modifica la disciplina relativa alla domanda di indennizzo per le vittime di crimini internazionali violenti, di cui all'articolo 13 della legge n. 122 del 2016.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 17</b><span class="fs12lh1-5"> introduce e disciplina la possibilità di corrispondere in favore della vittima di taluni reati, oppure degli aventi diritto in caso di morte della vittima, una provvisionale, ossia una somma di denaro liquidata dal giudice come anticipo sull'importo integrale che le spetterà in via definitiva.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L'articolo 18</b><span class="fs12lh1-5"> dispone che, entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge, il ministro della Giustizia e l'autorità politica delegata per le pari opportunità adottino un decreto che disciplini le modalità per il riconoscimento e l'accreditamento degli enti e delle associazioni abilitate ad effettuare corsi di recupero degli autori di reati di violenza su donne e violenza domestica.</span></li><li><b class="fs12lh1-5">L’articolo 19</b><span class="fs12lh1-5"> reca la clausola di invarianza finanziaria, in virtù della quale dall'attuazione del provvedimento non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Maria Roccella ha espresso gratitudine per la collaborazione bipartisan nella stesura del testo, sottolineando che la normativa si concentra sulla prevenzione più che sulla repressione. Ha inoltre evidenziato la necessità che le misure cautelari siano scandite da tempi certi e brevi, &nbsp;aggiungendo infine che: «</span><i class="fs12lh1-5">È solo un primo passo, ma importante, per fermare questa catena di sofferenza e di morte. Ma una legge non basta. Serve un’azione vasta e tenace d’educazione e formazione</i><span class="fs12lh1-5">». Il Ministro ha infine accolto svariati ordini del giorno, presentati sia dalla maggioranza che dall'opposizione, infatti, il Senato ha approvato due ordini del giorno del Pd che, combinati a uno della maggioranza, velocizzano le tempistiche per una discussione in Aula sull’introduzione di corsi antiviolenza nelle scuole. Sempre nelle stesse ore il Senato ha presentato il progetto “Educare alle relazioni”, dedicato agli studenti, per affrontare “</span><i class="fs12lh1-5">il tema del maschilismo – spiega il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara – del machismo e della violenza psicologica e fisica sulle donne".</i><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><i><br></i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></header></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 16:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Crime related amnesia]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000063"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Amnesia e crimine violento: vi è correlazione tra i due fattori?</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Da ciò che sappiamo, le ricerche sul rapporto tra amnesia e crimine violento si sono spesso dedicate allo studio dei fenomeni dissociativi nelle vittime e/o nei testimoni di un crimine, ma raramente si è andata a studiare l’insorgenza di tale fenomeno negli autori di reato. Tuttavia, diversi studi riportati in letteratura fanno emergere la natura traumatica di un crimine, al fine di spiegare la perdita di memoria in presenza di un reato violento, suggerendo che un offender in stato di intesa attivazione emotiva, contestuale e conseguente al delitto commesso, potrebbe presentare una totale o parziale perdita di memoria tale da inficiare il ricordo del crimine (Hopwood &amp; Snell, 1933).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In relazione a quanto appena rappresentato, emergono i concetti di </span><b class="fs12lh1-5">amnesia dissociativa</b><span class="fs12lh1-5"> e </span><b class="fs12lh1-5">red-out.</b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Amnesia dissociativa e red-out</b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">L’amnesia dissociativa</b><span class="fs12lh1-5">, definita anche “amnesia psicogena” o “amnesia funzionale”, viene descritta come l’incapacità di rievocare importanti informazioni autobiografiche del soggetto, che siano esse di natura traumatica e/o stressogena. L’amnesia dissociativa si distingue nettamente da quella conseguente a un danno neurobiologico in quanto sarebbe potenzialmente reversibile. Nel panorama dei crimini violenti, questo tipo di amnesia, solitamente, ha un esordio improvviso ed è caratterizzata da un ricordo vago e confuso degli eventi direttamente collegati al reato (Bradford &amp; Smith, 1979). L’amnesia dissociativa emerge in contesti caratterizzati da emozioni estreme e violente, in cui la vittima ha un rapporto di conoscenza intima con l’aggressore e in cui viene meno una vera e propria pianificazione del crimine (Kopelman, 1995; Loewenstein, 1991). In tali casi, l’aggressore, a seguito di una provocazione psicologicamente intesa, sia essa reale o immaginata, entrerebbe in uno stato dissociativo in cui la coscienza è solo parzialmente conservata. In tal caso, il soggetto sarebbe vittima di comportamenti automatici, come se, traumatizzato dal proprio stato emotivo, commettesse il crimine in uno stato di incoscienza (Merckelbach &amp; Christianson, 2007).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’amnesia, dunque, rappresenterebbe il risultato dell’interferenza che lo stato dissociativo esercita sui processi di codifica e immagazzinamento delle informazioni traumatiche. Dunque, è come se l’esperienza del crimine venisse immagazzinata mentre il soggetto sta vivendo un’emozione assai intensa. Ciò comporta che quando quest’ultimo riprende consapevolezza, avrà difficoltà a far riemergere il ricordo del crimine appena commesso a causa dell’incoerenza emotiva tra il momento dell’immagazzinamento nella memoria e quello di recupero dell’informazione (Spitzer, Barnow, Freyberger, et al, 2006; Holmes, Brown, Mansell et al, 2005; Allen, Console &amp; Lewis, 1999).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Passando invece al concetto di </span><b class="fs12lh1-5">red-out</b><span class="fs12lh1-5">, lo stesso viene spesso utilizzato per descrivere un’amnesia come conseguenza di significativi stati emotivi (Swihart, Yuille &amp; Porter, 1999). Con questo termine si fa riferimento a quella condizione di rabbia estrema, spesso riscontrabile nelle violenze domestiche o nei crimini passionali (Dutton, Fehr &amp; McEwen’s, 1982).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno del </span><i class="fs12lh1-5">red-out</i><span class="fs12lh1-5"> è </span><b class="fs12lh1-5">caratterizzato</b><span class="fs12lh1-5"> da:</span></div><ol start="1" type="1"><li><span class="fs12lh1-5">un corretto funzionamento della memoria nel rievocare gli eventi immediatamente precedenti e successivi al fatto;</span></li><li>un elevato livello di rabbia associato all’episodio delittuoso;</li><li>una lacuna mnestica riferita al momento specifico del fatto;</li><li>l’assenza di cause organiche, come l’intossicazione da droghe o alcol, che potrebbero scatenare l’amnesia.</li></ol><b class="fs14lh1-5"><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div>Il delitto di Cogne: simulazione o realtà?</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il delitto di Cogne, avvenuto il 30 gennaio 2002, è divenuto sin da subito un caso mediatico molto discusso. Ripercorrendo brevemente la vicenda, in una cittadina della Valle d’Aosta, Cogne, il piccolo Samuele Lorenzi, di appena tre anni, viene ucciso in modo efferato nella sua casa. A trovare il cadavere del bambino, colpito alla testa con estrema violenza, è la madre, Annamaria Franzoni. Quest’ultima verrà accusata e, in seguito, condannata in via definitiva dalla Corte di Cassazione, a sedici anni di carcere. La donna si è sempre professata innocente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso è stato caratterizzato da numerose perizie psichiatriche effettuate sulla Franzoni. Per una di esse, il quesito del giudice fu il seguente: “</span><i class="fs12lh1-5">accertare se la donna avesse in </i><strong class="fs12lh1-5">memoria</strong><i class="fs12lh1-5"> l’omicidio del figlio Samuele come fatto riconducibile ad una sua azione</i><span class="fs12lh1-5">”. Per rispondere a tale quesito, i periti fecero ricorso all’Autobiographical Implicit Association Test (a-IAT), ovvero uno strumento che permette di verificare la veridicità di un evento autobiografico, indagando solo ciò che il cervello ricorda come vero e non la verità assoluta (Sartori, 2015). La relazione peritale descrisse quanto segue: “</span><em class="fs12lh1-5">ha un ricordo autobiografico chiaro dei fatti relativi all’omicidio ed esso corrisponde alla verbalizzazione ripetutamente fornita nel corso del processo. Dunque, nel momento in cui è stato somministrato il test, la ricostruzione dei fatti dell’omicidio fissata nella memoria di Annamaria Franzoni, in base alle risultanze di tali test, è effettivamente quella che ha raccontato nel corso del processo” (Trib. Torino, ud. 19 aprile 2011, Franzoni e altro, Est. Arata)</em><span class="fs12lh1-5">[1]</span><em class="fs12lh1-5">.</em></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo la perizia, quindi, il racconto dalla Franzoni in relazione ai fatti risulterebbe una genuina esposizione di quanto la stessa ricorda essere accaduto quella mattina. Tuttavia, i dati del test non significano che la Franzoni sia innocente, ma che, probabilmente, la stessa ha semplicemente cancellato quel ricordo dalla sua memoria (Sartori, 2015).</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Amnesia vera e simulata</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che risulta molto complesso è distinguere la tipologia di amnesia trattata fino ad ora da un’amnesia simulata. Talvolta, infatti, si riscontra questa tipologia di amnesia in relazione ad atteggiamenti messi in atto da un soggetto al fine di trarne vantaggio in sede processuale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nonostante il progresso nella messa a punto di nuovi strumenti psicologici di indagine del ricordo, risulta tutt’oggi difficile dimostrare la presenza di una reale amnesia dissociativa, anche se sappiamo che esistono varie tipologie di amnesia dissociativa che possono insorgere, in determinati casi, anche nell’offender. In sostanza, i test adottati in sede peritale assumono il semplice ruolo di “indicatori” di amnesia, lasciando il campo ad una certa discrezionalità nella valutazione del caso al perito e, di conseguenza, al giudice.</span><br><div><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">Note</span></div><div><!--[if !supportFootnotes]--><span class="fs11lh1-5">[1]<!--[endif]--> https://www.stateofmind.it/2018/02/autobiographical-implicit-association-test-memoria/</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 22 Nov 2023 09:50:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Convegno Nazionale di Criminologia e Criminalistica]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000062"><div><span class="fs12lh1-5">Domenica 19 novembre si è concluso il Convegno Nazionale di Criminologia e Criminalistica organizzato dall’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti (ANCRIM) in collaborazione con l’Istituto di Scienze Forensi e l’Università Popolare UNISED.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Convegno, tenutosi a Corsico (Milano) presso la Direzione Generale dell’Istituto di Scienze Forensi, si è svolto tra le giornate di venerdì 17 e domenica 19 novembre 2023 e ha rappresentato un risultato importante in quanto prima occasione post-covid e in presenza per conoscere e approfondire l’avanzamento delle scienze criminologiche e forensi, fornendo una ricognizione generale sullo stato dell’arte e sulle prospettive tecnico-scientifiche rispetto alle professioni di criminologo e criminalista, soprattutto in ambito giudiziario.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Diversi gli esperti intervenuti come relatori - tra cui il prof. avv. Guglielmo Gulotta, il prof. Marco Monzani, il prof. Robert Milne e l’avv. Claudio Salvagni - come molteplici e trasversali sono stati gli argomenti trattati.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5">«Tra le finalità dell’Associazione c’è quella di ridare dignità alla professione del criminologo e del criminalista, spesso oggetto di stereotipi mediatici»</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ha dichiarato la prof.ssa</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Deborah Capasso de Angelis</span></b><span class="fs12lh1-5">, presidente ANCRIM, durante la sessione plenaria d’apertura, sottolineando l’importanza di un rapporto sinergico tra le diverse figure professionali nell’ambito forense. Tale collaborazione è stata definita</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">«doverosa e necessaria»</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">anche dal professor</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Marco Monzani</span></b><span class="fs12lh1-5">, docente allo IUSVE (Istituto Universitario Salesiano Venezia) e direttore del Centro Universitario di Studi e Ricerche in Scienze Criminologiche e Vittimologia (SCRIVI), il cui intervento si è focalizzato sui confini ed i relativi ambiti di lavoro e di intervento delle professioni di criminologo e di criminalista, oltre a delineare modalità operative che consentano ai due professionisti di collaborare tra loro all’interno di un’indagine, nel rispetto dei reciproci parametri d’azione.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante la prima giornata di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">venerdì 17 novembre</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">si è proseguito con l’evoluzione tecnologica dell’insegnamento delle Scienze forensi nel contesto universitario con l’ing.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Andreas Melinato</span></b><span class="fs12lh1-5">, direttore dello European Forensic Institute (Istituto di istruzione superiore di Malta), per poi proseguire con l’intervento dell’ing.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Martino Jerian</span></b><span class="fs12lh1-5">, CEO e fondatore di Amped Software, azienda che produce software e applicazioni</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">utilizzati da Forze dell’Ordine, agenzie governative e specialisti forensi in più di cento paesi, che ci ha parlato di come immagini e filmati multimediali siano sempre più frequentemente presenti come fonti di prova, benché la loro interpretazione nasconda molte sfide tecniche che possono portare un’indagine nella direzione sbagliata. Un focus sulle varie forme di maltrattamenti che si nascondono nelle maglie delle separazioni coniugali si è avuto con l’avv.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Gaspare Polizzi</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e l’avv.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Francesca Gritti</span></b><span class="fs12lh1-5">, mentre l’avv.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Vincenzo Zurlo</span></b><span class="fs12lh1-5">, penalista tra i primi ad approfondire le indagini difensive e le tecniche di difesa attiva, ci ha parlato del ruolo delle donne nella criminalità organizzata di tipo mafioso, tra supplenza e funzione pedagogica. A conclusione della prima giornata, l’ing.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Michele Vitiello</span></b><span class="fs12lh1-5">, consulente tecnico informatico per le procure della Repubblica, ausiliario di P.G. e consulente tecnico di parte per procedimenti civili e penali in tutta Italia, si è concentrato sulla figura dell’informatico forense, le principali normative, le best practices, le attrezzature di laboratorio, le discipline della Digital Forensics e sui casi di investigazione digitale più comuni.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella prima parte della seconda giornata di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">sabato 18 novembre</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">si sono affrontati i temi del Geographical Profiling con il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Domingo Magliocca</span></b><span class="fs12lh1-5">, uno dei maggiori esperti nazionali in materia, dell’omicidio stradale e del conseguente danno biologico di natura psichica con il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Alessandro Calvo</span></b><span class="fs12lh1-5">, psicologo clinico e forense, e dei fraintendimenti interpersonali che possono generare delitti e vittimizzazioni con il prof. avv.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Guglielmo Gulotta</span></b><span class="fs12lh1-5">, avvocato, psicologo e psicoterapeuta, già ordinario di Psicologia giuridica all’Università degli Studi di Torino. Incisivi, poi, gli interventi dell’avv.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Claudio Salvagni</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">in merito alla difesa di Massimo Bossetti nel caso di Yara Gambirasio e della dr.ssa</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Ornella Lusa</span></b><span class="fs12lh1-5">, criminologa, ispettore della Polizia di Stato in servizio presso la Procura della Repubblica di Ravenna e specializzata nelle indagini da “Codice rosso”, la quale ha trattato il tema dell’identikit psicologico della vittima di violenza domestica e di abusi intrafamiliari.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel pomeriggio, il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Emanuele Ricifari</span></b><span class="fs12lh1-5">, Dirigente Superiore della Polizia di Stato e docente per i corsi di Sicurezza urbana all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha trattato, in chiave criminologica, l’analisi del contesto urbano e le strategie di prevenzione nell’ambito della sicurezza pubblica; il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Luca Cadonici</span></b><span class="fs12lh1-5">, informatico forense, consulente tecnico di parte, ausiliario di P.G. e consulente tecnico per l’Autorità giudiziaria, ha voluto dimostrare come la Mobile Forensics sia diventata una componente essenziale delle moderne indagini penali, contribuendo significativamente alla raccolta di prove cruciali per l’Autorità Giudiziaria e facilitando la risoluzione di casi complessi. Successivamente,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Marco Perino</span></b><span class="fs12lh1-5">, perito fonico forense, consulente tecnico per diverse procure e tribunali, ha descritto i principali errori che vengono commessi in materia di intercettazioni, trascrizioni e comparazioni vocali, errori dovuti spesso alla “superficialità” d’utilizzo di tali materiali. Il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Marco Del Giudice</span></b><span class="fs12lh1-5">, criminologo forense e ricercatore per ONG Live World sezione Osservatorio sulla criminalità organizzata, ha presentato uno studio sulla condizione attuale della criminalità organizzata nell’area di Napoli Nord.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La seconda parte della giornata si è svolta con due sessioni parallele. Il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Gianluca Lopez</span></b><span class="fs12lh1-5">, perito balistico, ha presentato uno studio sull’impatto dei proiettili, portando a supporto della sua analisi un caso sul quale l’esperto stesso ha indagato direttamente; la dr.ssa</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Hillary di Lernia</span></b><span class="fs12lh1-5">, criminologa e responsabile del Centro di Ricerca dell’Istituto di Scienze Forensi, ha presentato i risultati di una ricerca sul campo relativa al fenomeno delle baby gang nell’area metropolitana di Milano; il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Mirko Vicenzotto</span></b><span class="fs12lh1-5">, criminalista, caposettore della Divisione Investigazioni Scientifiche e docente dell’Istituto di Scienze Forensi, ha descritto i metodi tradizionali e le nuove tecnologie inerenti i rilievi sulla scena del crimine; il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Raffaele Luciano</span></b><span class="fs12lh1-5">, presidente di Psicogiuridico, associazione interdisciplinare di Psicologia e Diritto, ha parlato di evoluzione, prospettive e limiti delle tecniche investigative; il dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Davide Capsoni</span></b><span class="fs12lh1-5">, sovrintendente esperto della Polizia Locale di Milano in forza al Nucleo Falsi Documentali e docente all’ISF Corporate University, ha rappresentato le nuove prospettive e gli ambiti di applicazione del controllo di autenticità documentale. Infine,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Daniele De Laurentis</span></b><span class="fs12lh1-5">, docente all’ISF Corporate University, ha trattato il tema del corretto approccio alle indagini da parte dell’investigatore di polizia giudiziaria.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ultima giornata di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">domenica 19 novembre</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">si è aperta con l’intervento del prof.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Massimo Blanco</span></b><span class="fs12lh1-5">, criminologo, segretario generale ANCRIM e direttore generale dell’Istituto di Scienze Forensi, il quale ha parlato di Giulia Cecchettin, la ventiduenne recentemente scomparsa in modo tragico, sottolineando che tutti possiamo e dobbiamo fare qualcosa, armandoci di conoscenza rispetto al fenomeno e ai segnali premonitori, stando più vicino ad una potenziale vittima, ma anche al potenziale offender, perché la</span></div><div><span class="fs12lh1-5">prevenzione è l’unica arma che abbiamo per far sì che tali tragedie non accadano nuovamente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sono seguiti gli interventi del prof. avv.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Vincenzo Lusa</span></b><span class="fs12lh1-5">, criminologo, antropologo forense e docente universitario, nonché vicepresidente ANCRIM, il quale ha trattato la relazione tra norma penale e mente criminale, del dr.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Corrado Macrì</span></b><span class="fs12lh1-5">, preside vicario e docente di Scienza delle armi e balistica forense all’ISF Corporate University, il quale ha descritto il rapporto tra arma da taglio e crimine, e dell’ing.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Francesco Costanzo</span></b><span class="fs12lh1-5">, informatico forense, caposettore della Divisione Investigazioni Scientifiche e docente all’Istituto di Scienze Forensi, il quale ha trattato il tema della Digital Forensics in relazione alla prevenzione del crimine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, in collegamento dal Regno Unito, il prof.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Robert Milne</span></b><span class="fs12lh1-5">, investigatore forense per oltre quarant’anni a New Scotland Yard, già supervisore del servizio di Intelligence Forense del Met (Metropolitan Police Service di Londra), che ha illustrato le nuove tecniche di investigazione basate sulla mappatura del crimine.</span></div><div><br></div><div>ISF Ufficio Comunicazione</div><div><br></div><div class="imTACenter">Le foto del Convegno</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 21 Nov 2023 11:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Modellazione criminale, luoghi e “scena geografica del crimine”]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000061"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr. Domingo MAGLIOCCA</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Geographic Profiling Analyst certificato e docente di Criminologia applicata all'ISF Corporate University</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">1. Introduzione</b></div><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Cosa è un crime pattern? Come è possibile analizzare un modello criminale, in rapporto ai luoghi in cui si verifica una serie di eventi delittuosi? Questo articolo, partendo dal concetto di modellazione criminale e dall’assunto che un luogo non è mai un mero punto nello spazio, si focalizza sul significato che i luoghi del crimine hanno nell’ambito di una specifica tecnica investigativa denominata <i>geographic profiling</i> e sulla «scena geografica del crimine», intesa come criterio pratico di analisi dello scenario geo-grafico dei reati commessi da un serialista.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">2. Modellazione criminale</b></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Secondo l’International Association of Crime Analysts (IACA, 2017), un </span><i class="fs12lh1-5">crime pattern</i><span class="fs12lh1-5"> è rappresentato da un gruppo di due o più crimini denunciati o scoperti dalle agenzie di controllo, che denotano unicità poiché soddisfano le seguenti condizioni:</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs12lh1-5">condividono almeno una similarità rispetto alla tipologia del reato, al comportamento degli autori di reato o delle vittime, alle caratteristiche del reo, delle vittime o degli obiettivi, ai beni sottratti ed ai luoghi del crimine;</span></li><li>non esiste alcuna relazione nota tra vittima e reo (rapporto estraneo con estraneo);</li><li>le comunanze condivise rendono l’insieme dei reati unico e distinto rispetto alle altre attività criminose che si verificano nello stesso intervallo generale di tempo;</li><li>l’attività criminosa è tipicamente di durata limitata, variabile da settimane a mesi;</li><li>l’insieme dei reati connessi è trattato come un’unità di analisi ed è affrontato attraverso modalità mirate di sforzi e tattiche investigative.</li></ul><span class="fs12lh1-5">L’analisi di una modellazione criminale (</span><i class="fs12lh1-5">crime pattern analysis</i><span class="fs12lh1-5">) può essere pensata come un approccio sistematico rivolto alla valutazione ed all’interpretazione dei problemi legati alla criminalità, sia attinente ad un singolo reato e sia relativo a serie di crimini. Lo scopo dell’analisi di una modellazione criminale è quello di rivelare modelli distintivi e interpretabili che mettano in evidenza le caratteristiche peculiari di eventi criminosi rispetto ad una rappresentazione di reati valutati come accadimenti casuali (Brown, 2010).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Specialmente nei crimini seriali è possibile constatare la presenza di un </span><i class="fs12lh1-5">pattern</i><span class="fs12lh1-5">, di una modellazione comportamentale, spaziale e temporale. È stato osservato che gran parte degli autori di crimini violenti agisce spazialmente secondo una modellazione individuabile e tende a spostarsi relativamente vicino alla propria abitazione o attorno alle ancore geografiche delle loro normali attività quotidiane (Deslauriers-Varin, Beauregard, 2013).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Quindi, un “modello”, che si sviluppa all’interno di una interconnettività completa fra luoghi, oggetti presenti ed azioni, agevolerebbe, dopo essere stato decodificato, la comprensione della dinamica del delitto ed anche l’individuazione dell’autore di reato. In effetti, come è stato più volte rilevato, ciò che avremo sempre in ogni evento criminoso, anche in assenza di una evidenza o traccia criminalistica utile alle indagini, è </span><i class="fs12lh1-5">l’intreccio criminologico ed investigativo Persone - Luoghi - Tempo</i><b class="fs12lh1-5"> </b><span class="fs12lh1-5">(Magliocca, 2021), il collegamento tra la dimensione comportamentale del reo e gli aspetti temporali e spaziali dei reati.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Esistono sette tipi comuni di modellazioni criminali - crime patterns: series, spree, hot prey, hot product, hot spot, hot place, hot setting.</span><span class="fs12lh1-5">[1]</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei modelli criminali ha maggiore efficacia nei crimini in cui si rileva un’elevata possibilità di recidiva. Per lo scopo di questo articolo, la nostra attenzione è rivolta al </span><i class="fs12lh1-5">crime pattern series</i><span class="fs12lh1-5">, ovvero alle modellazioni generate da autori, singoli o che agiscono in gruppo, che commettono crimini simili, in serie, in un determinato contesto geo-grafico.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In ogni crime pattern esiste almeno un criminale all’azione, i crimini in una modellazione si verificano in un luogo o in più siti connessi, in un certo momento (Osborne, 2023). Pertanto, anche l’analisi delle modellazioni temporali è importante in quanto consente di rilevare la regolarità del fenomeno, come si muove l’autore del reato nello spazio ma anche nel tempo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il modello è casuale o insolito per quella zona? Vi è una anomalia spazio-temporale e da cosa è generata? Quindi, la geo-grafica di una modellazione spaziale criminale, cioè la visibile distribuzione spaziale di eventi criminosi collegati, è essenziale per riconoscere il ruolo del luogo in un modello criminale, per esporre la plausibile spiegazione per cui i crimini si verificano in quel determinato spazio ed individuare il significato dell’interazione tra ambiente, luoghi ed azioni del reo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il lavoro dell’analista investigativo è quello di formulare ipotesi per rilevare la presenza di un pattern criminale, comportamentale e spaziale, e fare previsioni riguardo alle caratteristiche dell’autore di reato.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">3. Crimine, mappe mentali e luoghi</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei modelli criminali deriva dagli approcci della criminologia ambientale, i quali si concentrano sulla distribuzione geografica della criminalità e sulla routine quotidiana delle attività delle persone (anche degli autori di reato). I criminologi ambientali analizzano i luoghi dei reati con l’obiettivo di trovare delle modellazioni rispetto a dove, quando ed a come i delitti si verificano (Brantingham P. &amp; P., 1981b; 1993b).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">P. &amp; P. Brantingham (1978; 1981) proposero un modello di selezione dei luoghi del crimine da parte dell’autore di reato, secondo cui l’ambiente trasmette molti segnali, indizi e sequenze di indizi relativi alle sue caratteristiche fisiche, spaziali, culturali, legali e sociali, che, utilizzati dal reo, contribuiscono a supportare la costruzione del processo decisionale ed a stabilizzare uno schema comportamentale in rapporto ai luoghi in cui decide di agire.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">I due ricercatori sostengono che il crimine è il risultato di una stretta transazione tra le persone coinvolte nell’evento delittuoso (reo e vittima) con il movimento che esse assumono in un determinato ambiente. Questa interazione è agevolata dalla interconnessione di tre elementi: </span><i class="fs12lh1-5">activity nodes, pathways, edge. </i><span class="fs12lh1-5">Le attività criminose avvengono nel tempo e nello spazio, in un ambiente caratterizzato da </span><i class="fs12lh1-5">nodi di attività, </i><span class="fs12lh1-5">che rappresentano le zone in cui gli individui spendono la maggior parte del loro tempo, da </span><i class="fs12lh1-5">percorsi</i><span class="fs12lh1-5"> o collegamenti da e tra i luoghi e da </span><i class="fs12lh1-5">bordi</i><span class="fs12lh1-5"> o barriere, sia fisiche che percettive, che incidono sugli spostamenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Mentre le vittime e gli obiettivi possono anche essere scelte casualmente, il processo di selezione è geograficamente strutturato all’interno dello spazio di consapevolezza individuale </span><i class="fs12lh1-5">(awareness space), </i><span class="fs12lh1-5">definito come “</span><i class="fs12lh1-5">tutti i luoghi di cui una persona ha una conoscenza superiore al minimo livello anche senza visitarne alcuni</i><span class="fs12lh1-5">” (Clark, 1990), nel quale un criminale ricerca gli obiettivi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Di conseguenza, l’autore di reato, agendo con un criterio razionale di bilanciamento tra guadagni attesi e di rischi, scansiona l’ambiente e gli obiettivi e, recependo quei segnali ambientali, geografici, spaziali, legali e simbolici che meglio si adattano al suo schema-modello di ricerca e selezione, riconosce un obiettivo appetibile ed il luogo idoneo per l’attacco.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Secondo il modello di selezione di un bersaglio suggerito dai Brantingham (1978; 1981), un reo non ricerca i bersagli in un’intera città, e i crimini si verificano in quelle aree o lungo i percorsi in cui la presenza di un obiettivo idoneo si sovrappone allo spazio di consapevolezza “ristretto” dell’autore del reato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Lo spazio di consapevolezza personale costituisce una parte della </span><i class="fs12lh1-5">mappa mentale. </i><span class="fs12lh1-5">Di fatto, l’attività spaziale umana è un riflesso della mappa cognitiva individuale dell’ambiente geografico (Lundrigan, Canter, 2001).</span><b class="fs12lh1-5"> </b><span class="fs12lh1-5">Per Downs e Stea (1977), una mappa mentale è un’astrazione che racchiude processi cognitivi in grado di raccogliere, archiviare e richiamare le informazioni riguardo all’ambiente spaziale, con il fine di trovare gli oggetti, come arrivarci in modo sicuro e dove localizzare le nostre attività di base. È una rappresentazione concettuale, organizzata secondo un ordine gerarchico, che una persona possiede di una parte dell’ambiente spaziale, delle destinazioni, dei percorsi e dei luoghi, e riproduce l’ambiente come un individuo crede che sia, non necessariamente dettagliato, a causa di possibili distorsioni cognitive.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Una mappa mentale non indica inevitabilmente che un individuo ha una conoscenza particolareggiata dell’area ma che ha un’immagine cognitiva della geografia di un’area specifica, la quale media il comportamento e gli consente di orientarsi nello spazio e nel tempo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le mappe mentali sono molto personali in quanto l’informazione spaziale è distorta dall’esperienza, dalle qualità e dalle capacità sensoriali personali. Tuttavia, Lynch (1960) individuò alcuni costituenti comuni di una mappa cognitiva e rilevò che l’immagine dell’ambiente si basa su determinati elementi (percorsi, margini, quartieri, nodi, riferimenti), i quali definiscono la figurabilità (le qualità che rendono uno spazio distinguibile, riconoscibile e funzionale) della forma e su tali elementi un individuo costruisce la struttura della sua mappa mentale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La configurazione della mappa cognitiva dipende in larga misura, ma non esclusivamente, dalla cognizione dei luoghi, spaziale, geografica ed ambientale dell’individuo in quanto “</span><i class="fs12lh1-5">gli ambienti forniscono sempre molte informazioni che possono essere processate”</i><span class="fs12lh1-5"> (Canter, 1977, p. 10). Se non si dispone di un pattern mentale che ci guidi o di una mappa mentale ben formata, molto probabilmente sperimenteremo difficoltà a orientarci in ambienti non familiari. Al di là dell’età, delle caratteristiche personali e sociali dell’individuo, solamente l’esperienza e la consapevolezza personale dei luoghi, prossimi e lontani, e le credenze su di essi ci consentono di configurare spazialmente la nostra mappa mentale. La mappa mentale, servendo come un quadro spaziale-geografico di riferimento, agisce sulla selezione del luogo del crimine, che non potrebbe essere altrimenti osservato ed individuato se il reo non ne avesse prima avuto conoscenza (Magliocca, 2020a).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Secondo la prima regola della geografia di Waldo Tobler </span><i class="fs12lh1-5">“tutto è legato a tutto il resto, ma le cose vicine sono più legate tra loro rispetto alle cose lontane”</i><span class="fs12lh1-5">[2]</span><span class="fs12lh1-5">. Di conseguenza, in via generale, i luoghi vicini sono preferiti ai siti distanti in quanto in quei luoghi riconosciamo le opportunità e le utilità, a meno che non si dispongano di informazioni spaziali precise sul luogo più lontano, che impegna tempo e sforzi per essere raggiunto. I movimenti che si protraggono su lunghe distanze rappresentano un’azione incerta e l’insicurezza genera preoccupazione e paura (Downs, Stea, 1977).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">David Canter (1977, p. 1) afferma che</span><i class="fs12lh1-5"> “Se vogliamo comprendere le risposte delle persone ai luoghi e le loro azioni al loro interno, è necessario capire cosa (e come) pensano”,</i><span class="fs12lh1-5"> riguardo a quei stessi luoghi. Per Canter, un luogo è l’associazione di tre elementi: le azioni, la forma fisica di quell’ambientazione e le concettualizzazioni associate alle attività in quel contesto. Il significato di un luogo è definito dalle azioni e dai comportamenti tenuti in quel luogo, le quali, di conseguenza, sono influenzate dalle valutazioni e dalle concezioni che l’individuo (autore di reato) ha riguardo alle caratteristiche del sito ed alla posizione in cui si trova, in rapporto ai luoghi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nelle nostre attività quotidiane, ci sono luoghi importanti (residenza, scuole, centri commerciali locali, abitazione di amici, strade, spiagge, ristoranti, parcheggi) che usiamo, che dobbiamo conoscere e rappresentare mentalmente perché ci aiutano a comprendere la componente spaziale del nostro ambiente e, pertanto, abbiamo la necessità di sapere l’ubicazione di questi luoghi, quanto sono lontani, cosa c’è, quanto sono utili ai nostri scopi e come raggiungerli (Downs, Stea 1977, p. 7). All’interno delle città o di un ambiente, siamo consapevoli delle differenze tra le varie aree. Esiste una gerarchia concettuale dei luoghi, che è parte integrante della nostra esperienza individuale (Canter, 1977). Se proviamo a dire a qualcuno come si sente o si riconosce riguardo a determinati luoghi, se descriviamo il nostro comportamento all’interno di una certa zona, e se realizziamo una mappa di quella zona, noteremo che esiste, nella rappresentazione interiore di quei luoghi e successivamente nella collocazione grafica, una relazione gerarchica tra questi siti, alcuni dei quali occupano, all’interno della nostra conoscenza spaziale e personale, una posizione dominante, per diverse ragioni, rispetto agli altri. Quindi, certi luoghi restituiscono rilevanti informazioni spaziali, le quali sono rielaborate dal nostro sistema cognitivo per un successivo recupero e riutilizzo, e sembrano avere delle funzioni specifiche e categorie di comportamenti appropriate per quel setting ambientale. Le persone creano l’ambiente in cui agiscono poiché seguono un modello cognitivo, che diviene la base di come esse si rapportano all’interno e tra quel territorio (Donald, 2022).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Pertanto, anche un autore di reato svilupperebbe valutazioni spaziali tratte dalla esperienza umana, regolate da una gerarchia di comfort in relazione ai luoghi ed all’ambiente dove delinque ed in cui non esistono forti barriere, fisiche e sociali, in grado di incidere negativamente sul suo sistema cognitivo a tal punto da essere percepite come limitative dei movimenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Gli studi della “criminologia dei luoghi” dimostrano che il comportamento delittuoso è influenzato dall’ambiente circostante in cui esso si genera e che gli eventi criminosi non sono distribuiti accidentalmente nello spazio e nel tempo (Wortley, Mazerolle, 2008). Ad esempio, nella Routine Activity Theory (Cohen, Felson, 1979), un evento criminoso si verifica quando un delinquente motivato e un bersaglio idoneo convergono nel tempo e nello spazio, in un luogo distinto e identificato. Come abbiamo già visto, per P. &amp; P. Brantingham (1981) gli eventi criminali si verificano prevalentemente in luoghi, in aree bersaglio situate nei nodi di attività e nei percorsi tra di loro. Questi approcci teorici fanno riferimento ad un luogo/sito specifico e non ad un’intera area. Da tali assunti deriva la pratica necessità di analizzare la </span><i class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine</i><span class="fs12lh1-5"> prendendo in esame anche i luoghi specifici delle offese.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Da un punto di vista criminologico, esiste un settore areale, un territorio distinto attorno alla residenza dell’autore di reato e/o a determinati luoghi, considerati ancore geografiche vicino alle quali il reo costruisce, all’interno di uno scenario geografico ed ambientale, un determinato spazio per l’attività criminosa e gestisce anche la sua mobilità. In questo sfondo, un autore di reato attribuisce ai luoghi specifiche esperienze, ruoli e/o regole che fungono da filtri per creare un ambiente in cui si sente logisticamente “comodo” durante l’esecuzione dei crimini.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il movimento sembrerebbe modellato e sussisterebbe una distorsione spaziale che si traduce, in un autore di reato, nella preferenza per spostamenti brevi rispetto a quelli più lunghi (P. &amp; P. Brantingham, 1984, p. 237). Infatti, sebbene esista una percentuale di autori di reato che si sposta lontano, è stato rilevato un riscontro empirico secondo cui l’attività criminosa decresce con l’aumentare della distanza tra i luoghi del crimine ed il punto di ancoraggio del reo, secondo il principio di </span><i class="fs12lh1-5">decadimento della distanza</i><span class="fs12lh1-5"> (Rengert </span><i class="fs12lh1-5">et al.</i><span class="fs12lh1-5">, 1999). La maggiore densità di interazioni in prossimità dell’abitazione dell’individuo e/o delle ancore geografiche è il risultato della conoscenza ambientale, dell’esperienza in quella medesima zona, e della minimizzazione del rischio (</span><i class="fs12lh1-5">principio del minor sforzo</i><span class="fs12lh1-5">, Zipf, 1965).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Lundrigan e Canter (2001) hanno osservato le modalità di smaltimento dei corpi delle vittime degli assassini seriali. Dopo aver esaminato i dati spaziali di 120 serial killer statunitensi, hanno rilevato che la base di residenza degli autori del reato assumeva un ruolo centrale nella modellazione spaziale dei luoghi utilizzati per il deposito dei corpi delle vittime e che erano presenti cambiamenti di direzione da parte del reo per i differenti siti di smaltimento utilizzati. Per i due ricercatori, questo cambiamento di direzione nella selezione dei siti del crimine avrebbe un significato nei processi concettuali del reo. In effetti, il primo sito di smaltimento è molto probabile che sia ubicato in un luogo di cui il reo ha familiarità, dove sa di poter muoversi in sicurezza. Al successivo evento criminoso, l’autore del reato potrebbe considerare il primo sito come rischioso, quindi sceglie di spostarsi in una direzione diversa. E così via con gli altri luoghi. Ad un certo punto, con il prolungarsi della serie criminosa e con l’utilizzo del medesimo spazio geografico, per ridurre il rischio di essere catturato il reo ritornerebbe nelle aree precedentemente utilizzate, in prossimità dei luoghi dove vive. Inoltre, sempre secondo Lundrigan e Canter, per gli offenders che hanno operato su una distanza più ampia (oltre i 30 km), la home-base, anche se continua ad avere un ruolo importante nell’influenzare la scelta del sito di smaltimento, non assume la stessa consistenza per i rei che agiscono su distanze inferiori ai 10 km, per i quali mantiene, invece, un ruolo spaziale più forte.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Seppur gli autori di reato tendono a seguire uno schema di ricerca e di selezione che, per quanto stabile si presenti, può subire modifiche in ragione anche delle categorie di crimine perpetrato (crimini violenti/crimini contro la proprietà), indicativamente la zona delle operazioni del reo sarà quella nei pressi del proprio punto di ancoraggio o in uno spazio noto, in un’area conosciuta in cui si sente più tranquillo e sicuro di agire.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">È pacifico, quindi, ritenere che un luogo in genere, ed in particolare la scena di un crimine all’interno di una modellazione geo-grafica criminale, supera il semplice concetto di fisicità, di mero punto nello spazio fisico. E se l’esperienza individuale e la consapevolezza dei luoghi e dell’ambiente modellano il comportamento, se esiste un ruolo spaziale centrale della home-base che “interviene” sugli spostamenti e sulle distanze percorse da un autore di reato, potremo certamente rilevare che il modo in cui un crimine è stato commesso, che il luogo e lo scenario ambientale degli eventi offensivi possono fornire informazioni riguardo all’autore di reato, localizzandolo, ed essere utilizzati per supportare le indagini attraverso l’analisi della </span><i class="fs12lh1-5">«scena geografica del crimine»</i><span class="fs12lh1-5"> ed il geographic profiling.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">4. La "scena geografica del crimine"</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La geo-grafica del crimine, cioè la visibile distribuzione spaziale degli eventi criminosi, può mettere in luce elementi apprezzabili dal punto di vista investigativo per individuare l’area in cui concentrare le investigazioni. La posizione dell’evento delittuoso costituisce una rilevante fonte di informazioni per le indagini. Il crimine ha una geografia intrinseca ed i rei si rivelano anche tramite l’ubicazione dei luoghi in cui commettono i reati.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nei contesti criminosi, specialmente seriali, oltre al necessario esame criminalistico della scena del crimine, diviene utile eseguire un sopralluogo criminologico sulla </span><span class="fs12lh1-5"><i>"</i></span><i class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine" </i><span class="fs12lh1-5">(Magliocca, 2020a-b).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nell’investigazione geografica di crimini seriali o di singoli eventi delittuosi con siti connessi, multipli e geograficamente disposti, le tecniche di geographic profiling si incentrano sull’analisi della </span><i class="fs12lh1-5">scena geografica del crimine</i><span class="fs12lh1-5">, “ambiente” delineato come un “</span><i class="fs12lh1-5">sistema strutturato di posizioni</i><span class="fs12lh1-5">” all’interno dello scenario geografico dei crimini perpetrati, formato da un livello duale di partizione (Magliocca, 2022a, 2023):</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><u class="fs12lh1-5">livello particolare</u></b></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">il singolo sito criminoso corrispondente alla specifica unità geografica dell’ambiente in cui l’evento offensivo si è verificato (luogo chiuso, all’aperto, in zona urbana, in prossimità a posti frequentati o generatori di crimini, zonizzazione specifica)</span></li></ul><b class="fs12lh1-5"><u class="fs12lh1-5">livello generale</u></b></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">le ubicazioni di tutti i siti coinvolti nel crimine, qualora siano conosciuti dalle agenzie di controllo (es., luogo dove la vittima è stata vista per l’ultima volta, luogo di abbandono di un veicolo, di acquisto di strumenti di offesa collegati al crimine principale) e/o le posizioni delle offese seriali, intese come struttura geografica generale dei luoghi degli eventi in rapporto alle azioni degli attori (reo/vittima, autore/obiettivo), al significato-valore ambientale e alle qualità fisiche dei luoghi: il contesto sociale, demografico ed economico dello scenario criminoso, la presenza di barriere fisiche (laghi, mare, montagne) o psicologiche (inopportunità di attraversare un quartiere abitato da un gruppo etnico differente dal proprio per non destare sospetti, presenza di una stazione di polizia), la struttura del sistema stradale (strade cittadine, autostrada, strade extraurbane), gli hub di trasporto, le direzioni delle vittime e del reo dopo il crimine, il tempo di commissione dei delitti, le caratteristiche di sfondo dell’ambiente entro cui si muovono le vittime o sono collocati i bersagli, i fattori di rischio connessi.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">La valutazione della scena geografica del crimine richiede una metodologia di analisi. La posizione dei punti in una modellazione può essere esaminata rispetto all’intera area e/o anche l’una rispetto all’altra. Block e Block (1995, p. 146) propongono la distinzione tra “luogo” come un punto nello spazio (un edificio, un parco, un incrocio, ecc.) dove un evento si verifica e gli “spazi”, cioè aree che contengono gli eventi, le situazioni specifiche e gli attributi spaziali caratteristici dei singoli luoghi; gli spazi forniscono il contesto o lo sfondo (</span><i class="fs12lh1-5">backcloth,</i><span class="fs12lh1-5"> in P. &amp; P. Brantingham, 1993) per i luoghi e le specifiche situazioni e ci permettono di collegare la situazione al luogo e il luogo allo spazio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’analisi dei luoghi specifici dei crimini produce maggiori livelli di specificità geografica. Nei contesti criminologici ed investigativi, le località dei crimini vengono solitamente raffigurate in aggregazioni, le quali, però, se utilizzate per spiegare relazioni individuali o di livello “particolare”, generano distorsioni concettuali nella valutazione delle correlazioni fra persone e luoghi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ai fini di un’adeguata analisi del caso, la suddivisione in livello particolare e livello generale è essenziale perché la differenziazione e le variazioni qualitative tra gli spazi generano previsioni e scenari diversificati. Praticamente, l’aggregazione spaziale dei dati criminali può mascherare un pattern localizzato e ostacolare l’individuazione delle variabili qualitative individuali e specifiche dei siti criminosi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pertanto, il problema del livello aggregato o “generale” di analisi può essere affrontato con la scomposizione in sub-unità. Infatti, i luoghi (del crimine) sono distinte e specifiche unità di analisi, hanno una collocazione ben definita, sono entità geografiche e circoscrizioni fisiche con proprie caratteristiche, distribuite all’interno di un contesto territoriale più esteso, articolato da un insieme ampio ed eterogeneo di legami e di proprietà spaziali, ambientali, temporali, fisiche e sociali nonché contrassegnato da geo-diversità criminale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Indirizzare l’attenzione, spaziale e geo-grafica, anche sui singoli luoghi del crimine ovvero micro-luoghi in una modellazione criminale rinforza il rilevamento della mobilità del reo, delle qualità criminogene dei medesimi luoghi e della loro relazione con la serie completa dei crimini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le interrelazioni geografiche ed ambientali tra i diversi luoghi del crimine, le quali denotano lo spostamento dell’aggressore da un sito all’altro, forgiano le valutazioni riguardo alla scena geografica del crimine, che, quindi, divenire un pratico criterio di analisi per formulare, in tutte quelle situazioni criminose che implicano scene del crimine spazialmente dislocate, le inferenze criminologiche circa il significato delle posizioni dei luoghi nel contesto criminoso e la spazialità del reo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni indizio spaziale, geografico, ambientale e temporale degli eventi criminosi può essere utilizzato per poter formare un quadro olistico della geo-grafica di un serialista, che non comprende solamente la mera posizione dei siti del crimine. In una serie di aggressioni sessuali, di incendi o di omicidi, il lavoro del profiler geografico consiste nello studiare necessariamente dapprima il comportamento di caccia dell’autore di reato e determinare come quell’individuo sta selezionando i suoi obiettivi, come si muove, come interagisce con lo spazio in accordo con il fattore temporale. Per esempio, in alcuni casi il reo potrebbe utilizzare un’area “esca” per selezionare la vittima - un gruppo di strade in un centro urbano dove il reo gira, aspetta una vittima adatta e poi l’attacca - e tale condizione potrebbe generare un profilo geografico non decisamente pertinente riguardo all’individuazione della posizione della residenza del reo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Stabilito il concetto di scena geografica del crimine, dunque, è evidente che il geographic profiling, diversamente da come si pensa, non è per niente una metodologia investigativa mediante cui vengono inserite le coordinate degli eventi delittuosi in un sistema computerizzato.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">5. Il Geographic Profiling</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Una delle applicazioni più conosciute delle teorie della criminologia dei luoghi è il </span><i class="fs12lh1-5">geographic profiling</i><span class="fs12lh1-5">, metodologia investigativa che mira ad esaminare le dinamiche criminali, spaziali e comportamentali, in un crimine seriale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il geographic profiling è il metodo investigativo specializzato, di estrazione criminologica, qualitativo e quantitativo, che contribuisce, tramite lo studio delle informazioni temporali e geografiche degli eventi offensivi seriali, a delimitare un’area geografica in cui concentrare le ricerche dell’autore di reato sconosciuto, in particolare dove l’autore del reato potrebbe avere la sua base (Rossmo 2000, 2005, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il geographic profiling è utilizzato nei crimini seriali</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">come l’omicidio seriale, lo stupro, l’incendio doloso, le rapine. L’attenzione è rivolta ai crimini più gravi, ma il profiling geografico interviene anche nelle investigazioni sui crimini seriali contro la proprietà (Miller, 2003). Tuttavia, la profilazione geografica può essere utilizzata anche per i reati non seriali che coinvolgono più scene/luoghi del crimine, collegate allo stesso evento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il profiling geografico è uno strumento utile nella pratica della polizia investigativa per la comprensione dei modelli dei criminali seriali secondo una prospettiva geografica organizzata, per dare priorità a un elenco di potenziali autori di reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il punto di vista di questo autore, il geographic profiling si colloca al di sopra del </span><i class="fs12lh1-5">crime mapping</i><span class="fs12lh1-5">, utilizzato specialmente negli ambiti preventivi della sicurezza urbana, o della semplice mappatura spaziale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In Italia, negli ambienti di ricerca e di analisi di geographic profiling su specifici reati, questo autore adotta un approccio computazionale per generare, dopo l’analisi investigativa della scena geografica del crimine, un’area di probabilità elaborata dall’algoritmo “</span><i class="fs12lh1-5">Criminal Geographic Targeting</i><span class="fs12lh1-5">” (CGT) di Rossmo (2000), ed utilizza costantemente il sistema professionale di geographic profiling Rigel di Ecri, che esamina la relazione tra gli spostamenti del reo e la probabilità di commettere un reato nonché determina la possibile area del punto di ancoraggio dell’autore di reato attraverso la produzione del profilo geografico criminale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il successo del risultato finale generato da Rigel viene misurato con la percentuale di </span><i class="fs12lh1-5">hit score</i><span class="fs12lh1-5">. In pratica, si misura l’area di caccia dell’autore del reato, in particolare la percentuale di picco dell’area di caccia in cui, secondo l’analisi, dovrebbe essere localizzata la home-base del reo. Ad esempio, se dal profilo si rileva che l’area di caccia è di 100 chilometri quadrati, questo spazio indica l’estensione dell’area in cui l’autore del reato sta agendo. Se emerge una previsione secondo cui sarebbe possibile localizzare la home base del reo nel 10% della zona di picco dell’area di caccia, ciò significa che su 100 chilometri quadrati è possibile localizzare l’autore del reato in una zona di picco di 10 chilometri quadrati. Secondo i maggiori esperti profiler geografici un valore di hit score inferiore al 15% è soddisfacente (in Konable, 2003).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rigel è uno strumento che non sostituisce l’indagine. L’informazione è valutata dall’investigatore. Il sistema automatizza processi di analisi matematici, statistici e spaziali, evitando che l’analista sottragga tempo alle indagini. Lo scopo di Rigel è quello di aiutare a focalizzare e indirizzare l’indagine, consentendo alle agenzie di controllo di impiegare le risorse investigative in modo più efficace (Miller, 2003).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di operare con il sistema professionale di profiling geografico, all’analista spetta il compito di esaminare la scena geografica del crimine.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">6. Conclusioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La tecnica del Geographic Profiling contribuisce a dare un valore investigativo alla modellazione spaziale dell’autore di reato ed ai luoghi del crimine con la precipua finalità di poter individuare la probabile area del punto di ancoraggio dell’offender.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’aspetto geografico applicato all’investigazione, lo studio dei pattern criminali e la criminologia dei luoghi sono ormai strumenti al servizio dell’attività di profiling criminale, comportamentale e geografica. Tuttavia, quando si costruisce un profilo criminale, un profondo interesse per le motivazioni interiori o intrapsichiche dell’autore di reato può essere pericoloso perché rischia di creare, a volte, una storyline investigativa fuorviante. Invece, nella realizzazione del profilo geografico, è pur vero che l’ambiente influenza le azioni e la spazialità dell’autore del reato, ma le valutazioni investigative circa il reo saranno “ambientali” e, strutturalmente, più oggettive e coerenti. &nbsp;&nbsp;</span></div><div><br></div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span> &nbsp;<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTALeft"><hr></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><b>Domingo Magliocca </b>è lecturer presso l’Istituto di Scienze Forensi Corporate University di Milano, laureato in Criminologia Applicata per l’Investigazione e la Sicurezza presso l’Università degli Studi di Bologna - Polo universitario di Forlì, Geographic Profiling Advisor con un training avanzato in geographic profiling analysis nelle investigazioni su specifici crimini seriali. </span></div><div class="imTALeft"><hr></div><b><div class="fs11lh1-5"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><span class="fs12lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><ol><li><span class="fs12lh1-5">Andresen M.A., <i>Environmental Criminology. Evolution, Theory and Practice</i>, Routledge, 2020.</span></li><li>Block R., Block C., <i class="fs12lh1-5">Space, place, and crime: Hot spot areas and hot places of liquor-related crime</i><span class="fs12lh1-5"> in Crime Prevention Studies, 4, 1995, 145-184.</span></li><li>Brantingham P.J., Brantingham P.L., <i class="fs12lh1-5">A theoretical model of crime site selection, </i><span class="fs12lh1-5">in Krohn M.D., Akers R.L. (eds.), Crime, Law and Sanctions, Beverly Hills (Cal.), Sage, 1978, pp. 105-118.</span></li><li>Brantingham P.L., Brantingham P.J., <i class="fs12lh1-5">Note on geometry of crime</i><span class="fs12lh1-5">, in Canter D., Youngs D., Principles of Geographic Offender Profiling, Ashgate, Burlington, 1981, pp. 81-107.</span></li><li>Brantingham P.L., Brantingham P.J., <i class="fs12lh1-5">Environmental Criminology</i><span class="fs12lh1-5">, Sage, 1981b.</span></li><li>Brantingham P.L., Brantingham P.J., <i class="fs12lh1-5">Pattern in Crimes</i><span class="fs12lh1-5">, Pearson College Div, 1984.</span></li><li>Brantingham P.L., Brantingham P.J., <i class="fs12lh1-5">Nodes, paths and edges: Considerations on the complexity of crime and the physical environment</i><span class="fs12lh1-5">, in Journal of Environmental Psychology, 1993a, pp. 3-28.</span></li><li>Brantingham P.L., Brantingham, P.J., <i class="fs12lh1-5">Criminality of Place: Crime Generators and Crime Attractors. </i><span class="fs12lh1-5">European Journal on Criminal Policy and Research, 3, 3, 1995, pp. 5-26.</span></li><li>Brantingham P.L., Brantingham P.J., <i class="fs12lh1-5">Crime pattern theory</i><span class="fs12lh1-5">, in Wortley R., Mazerolle L. (Eds.), </span>Environmental criminology and crime analysis, 2008.</li><li>Brown J., <i class="fs12lh1-5">Crime Pattern Analysis,</i><span class="fs12lh1-5"> in The Cambridge Handbook of Forensic Psychology, Cambridge University Press, 2020, p. 159 – 165.</span></li><li>Canter D., <i class="fs12lh1-5">The psychology of place</i><span class="fs12lh1-5">, The Architectural Press, London, 1977.</span></li><li>Canter D., Hodge S., <i class="fs12lh1-5">Criminals’ Mental Maps, </i><span class="fs12lh1-5">in L.S. Turnbull, EH. Hendrix, B.D. Dent Atlas of Crime: Mapping the criminal landscape, Oryx Press, 2000.</span></li><li>Canter D., Youngs D., <i class="fs12lh1-5">Applications of Geographical Offender Profiling</i><span class="fs12lh1-5">, Ashgate, 2008b.</span></li><li>Clark A. N., <i class="fs12lh1-5">The New Penguin dictionary of geography</i><span class="fs12lh1-5">. 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A short overview about the geographical crime scene investigation</i><span class="fs12lh1-5">, e-book, Youcanprint, 2021.</span></li><li>Magliocca D., <i class="fs12lh1-5">La scena geografica del crimine. Oltre il confine della criminalistica</i><span class="fs12lh1-5">, su rivista Criminologia Italia, 2022a.</span></li><li>Magliocca D., “<i class="fs12lh1-5">La geografia di un cybercrime. L’utilizzo dei principi criminologici e degli strumenti del geographic profiling per investigare lo schema spaziale ed individuare la probabile area del «punto di ancoraggio» di un truffatore seriale on-line</i><span class="fs12lh1-5">”, relazione al XXXV Congresso della Società Italiana di Criminologia, Roma, 2022b, 6-8 Ottobre.</span></li><li>Magliocca D., <i class="fs12lh1-5">Analisi della scena geografica del crimine. 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			<pubDate>Wed, 15 Nov 2023 17:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il decreto Caivano diventa legge: ecco le principali misure]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000060"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr.ssa Hillary di LERNIA</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo il via libera del Senato ricevuto lo scorso 27 ottobre, anche l'Aula della Camera dice sì al voto di fiducia chiesto dal Governo sul </span><b class="fs12lh1-5">decreto Caivano</b><span class="fs12lh1-5"> (d.l. 123/2023), che contiene “misure urgenti di contrasto al disagio giovanile e alla criminalità minorile” e prevede un generale inasprimento delle pene e un più facile accesso al carcere per il minore autore di reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel decreto, che porta il nome della città a nord di Napoli balzata agli onori della cronaca dopo i casi di stupro ai danni di due bambine del Parco Verde, vengono introdotte misure per la riqualificazione del territorio del Comune di Caivano al fine di favorire lo sviluppo economico e sociale dell’area. Inoltre, l’intervento normativo si pone l’obiettivo di dissuadere il minore dal tenere comportamenti contrari alla legge sia mediante la fruizione di percorsi rieducativi sia con il rafforzamento delle disposizioni sanzionatorie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di seguito alcune delle principali misure inserite nel provvedimento.</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">L'introduzione del </span><b class="fs12lh1-5"><i>reato di stesa</i></b><span class="fs12lh1-5">, in materia di pubblica intimidazione con uso di armi, che punisce, con la reclusione da 3 a 8 anni, “chiunque, al fine di incutere pubblico timore o di suscitare tumulto o pubblico disordine o di attentare alla sicurezza pubblica, fa esplodere colpi di arma da fuoco o fa scoppiare bombe o altri ordigni o materie esplodenti”.</span></li><li>Una <b class="fs12lh1-5">stretta in materia di porto di armi</b><span class="fs12lh1-5">, anche mediante la prospettiva di una nuova fattispecie che punisce, con la reclusione da 1 a 3 anni, chiunque, fuori della propria abitazione o delle appartenenze di essa, porta un’arma per cui non è ammessa licenza.</span></li><li>L'introduzione dell'obbligo di adottare <b class="fs12lh1-5">sistemi per la verifica della maggiore età </b><span class="fs12lh1-5">degli utenti per i </span><b class="fs12lh1-5">siti pornografici.</b></li><li>L’inosservanza dell'obbligo dell'istruzione dei minori viene trasformato da contravvenzione in delitto: <b class="fs12lh1-5">chi non iscrive il minore rischia la reclusione </b><span class="fs12lh1-5">fino a 2 anni, mentre per le assenze ingiustificate si prevede la reclusione fino a 1 anno.</span></li><li>Ampliata la platea dei reati per i quali può essere disposta la<b class="fs12lh1-5"> custodia cautelare</b><span class="fs12lh1-5"> e viene abbassata da 9 a 6 anni la soglia edittale che consente di applicare la misura detentiva; inoltre, i detenuti che abbiano compiuto i 21 o i 18 anni e che hanno atteggiamenti considerati violenti potranno essere trasferiti in carceri per adulti.</span></li><li>Inasprite le pene previste per lo <b class="fs12lh1-5">spaccio di stupefacenti</b><span class="fs12lh1-5">, anche di lieve entità.</span></li><li>Previsto il rafforzamento dell’operatività dell’<b class="fs12lh1-5">Agenzia per la cybersicurezza nazionale </b><span class="fs12lh1-5">nella lotta contro la pirateria digitale.</span></li><li>L'istituzione dell’<b class="fs12lh1-5">Osservatorio sulle periferie</b><span class="fs12lh1-5">, avente il fine di monitorare le condizioni di vivibilità e decoro delle aree periferiche delle città.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Un decreto che ha suscitato e suscita ancora diverse polemiche, non solo nelle aule politiche. Il fatto che desta più preoccupazione risiede nelle “</span><b class="fs12lh1-5">carcerocentricità</b><span class="fs12lh1-5">” dell’intervento normativo e pone dubbi sull’effettiva utilità dello stesso nel contrasto al fenomeno della criminalità minorile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“La vera emergenza non è quella di prevedere un maggior ricorso al carcere, ma quella di potenziare le strutture, sia carcerarie che comunitarie, per renderle luoghi di efficace e reale recupero dei minorenni. È necessario chiedersi, prima di tutto, quale debba essere il fine di un periodo di carcerazione, non limitarsi al mezzo”, ha dichiarato </span><b class="fs12lh1-5">Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza</b><span class="fs12lh1-5">, che ribadisce l’importanza di valorizzare la giustizia riparativa in ambito minorile. “È uno strumento prezioso, che incide positivamente sulla vita delle persone coinvolte, sul tasso di recidiva e si affianca alle risposte della giustizia tradizionale senza sostituirle”.</span></div><div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Di parere opposto il pensiero di </span><b class="fs12lh1-5">Riccardo De Corato, vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera</b><span class="fs12lh1-5">. “Pensiamo infatti che i giovani possano essere rieducati, come previsto dalla Costituzione, anche attraverso la pena, per far sì che non commettano più reati tali da compromettere non solo il futuro di altre persone, ma anche il loro”.</span></div><div><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div><i class="fs12lh1-5"><a href="https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/428646.pdf" target="_blank" class="imCssLink">https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/428646.pdf</a></i></div></div><div><br></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Nov 2023 13:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ibristofilia: quando il fascino del male diventa ossessione]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005E"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr.ssa Martina PENAZZO</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">L’ibristofilia rappresenta la tendenza a provare attrazione sessuale e mentale di tipo morboso verso persone che hanno commesso crimini di varia natura. Il termine è stato coniato dallo psicologo e sessuologo neozelandese John Money nel 1986 e deriva dall’unione delle parole greche </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">“hubrizein</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">”, letteralmente “commettere un oltraggio verso qualcuno” e “</span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">philo”</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, che significa “avere una forte affinità/preferenza per”.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">L’ibristofilia risulta essere un fenomeno maggiormente femminile, sia per il fatto che statisticamente risultano esserci più criminali di sesso maschile, sia a causa dello stereotipo che porta a vedere le donne in una veste maggiormente passiva (Money, 1986). &nbsp;Uno dei casi più noti riguarda Susan Atkins, complice di Charles Manson, che durante il periodo di detenzione si è sposata due volte, entrambe le volte con uomini conosciuti tramite corrispondenza epistolare, noti come "</span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">pen pal</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">"</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">[1]</span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Nonostante ciò, in letteratura si riscontrano anche casi di ibristofilia al maschile. Ad esempio, il sociologo americano Pettigrew, nel suo articolo </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">“Aggressive hybristophilia in men and the affect of a female serial killer”</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> pubblicato sul Journal of Forensic Psichiatry and Psychology, presenta un caso in cui alcuni uomini si erano resi complici di una donna serial killer poiché da lei affascinati.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Una specifica tipologia di ibristofilia è quella che comporta la ricerca di detenuti come partner e si definisce </span><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><i>prison groupies</i></b><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> (Viello, 2006). In riferimento a ciò, fu condotta un’ampia ricerca volta a studiare ottantanove donne che avevano scelto di legarsi sentimentalmente a uomini detenuti che non conoscevano prima della carcerazione &nbsp;(Slavikova &amp; Panza, 2014). Queste donne avevano intrapreso relazioni sentimentali perfino con carcerati che avevano da scontare pene molto lunghe, alcuni (cinque di loro) nel braccio della morte, e ciò confermerebbe lo scarso interesse con la sessualità a vantaggio di una relazione prettamente di tipo “romantico”. Slavikova e Panza, autrici della ricerca e professoresse di psicologia alla California State University, sottolineano che nessuna di queste donne mostrava disturbi della sfera sessuale. Inoltre, il campione si distribuiva in un ampio range di età e non si differenziava dalla popolazione generale dal punto di vista etnico, religioso, scolare e lavorativo. Un elemento significativo riguardava l’infanzia di queste donne: molte di loro risultavano essere state vittime di abusi fisici e/o sessuali durante l’infanzia. Molte delle donne studiate avevano avuto un padre e/o un marito dominanti, controllanti e abusanti, e questo potrebbe spiegare la scelta di un partner simile o di uno che, viceversa, può essere controllato poiché detenuto.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Secondo l’autrice Sheila Isenberg (1991) ci sarebbero diverse ragioni che spingono alcune donne a scegliere un detenuto come partner:</span></div><div><ul><li><span class="imTAJustify fs12lh1-5">poiché mosse da un desiderio di accudimento e dal desiderio che una persona dipenda da loro. In altre parole, tale bisogno può essere ricondotto alla </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Sindrome della crocerossina</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">, ovvero a quella dinamica psicologica che porta la persona a sentirsi gratificata nel vedere l’altro “salvo” per merito dei suoi sacrifici e del suo aiuto;</span></li><li>per ricreare, consapevolmente o meno, la relazione che avevano durante l’infanzia con il padre;</li><li>per un desiderio autolesionista di sottoporsi alla sofferenza e allo stigma sociale.</li><li>poiché attratte da uomini il cui crimine ha reso famosi.</li></ul><span class="fs12lh1-5">Secondo alcuni autori, tra cui lo psicologo e ricercatore Mark Griffiths, queste donne sarebbero spinte da un impulso biologico inconscio che fa loro ritenere che i figli di uomini violenti e criminali avrebbero maggiori chance di sopravvivenza. Secondo il medesimo autore, inoltre, le donne “ibristofile” si sentirebbero “speciali”, in quanto pur consce del fatto che il loro amato abbia ucciso in passato, sono convinte che non farebbe mai loro del male.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Per le più giovani, in particolare, sembrerebbero entrare in gioco il fascino e il carisma del “cattivo ragazzo”, uno stereotipo spesso promulgato dai media, che sensazionalizzano il crimine e presentano lo stesso e chi lo commette attraverso aspetti erotici (Erlbaum, 1999).</span></div><div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="imTAJustify fs14lh1-5">Ibristofilia in Italia e nel mondo</b></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Fra i serial killer oggetto delle più svariate proposte sessuali si citano Charles Manson, Jeffrey Dahmer e Ted Bundy (Griffiths, 2013). </span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Ne è un esempio anche il serial killer Richard Ramirez, conosciuto anche come “The night stalker”, in quanto era solito operare di notte. Nel 1989 l’uomo venne riconosciuto colpevole di tredici omicidi e condannato alla pena di morte. Nonostante ciò, morì nel 2013 per problemi di salute.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Ramirez, dunque, attese per molti anni l’esecuzione nel braccio della morte nel carcere di San Quintino, in California, e durante questo periodo ricevette centinaia di lettere da ammiratrici innamorate di lui, molte delle quali partecipavano anche ai numerosi processi che lo vedevano protagonista. In particolare, nell’ottobre 1996 si sposò con la giornalista free-lance Doreen Lioy, mediante una cerimonia all’interno del carcere.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il fascino del serial killer aveva colpito, oltre che centinaia di ammiratrici, anche una donna di nome Cindy Haden: una giurata durante uno dei suoi processi. La donna non si tirò indietro dall’esternare il suo amore per il killer, tantoché un giorno gli portò un piatto riempito di cupcakes con il messaggio “Ti amo” scritto sopra. La donna, in origine, era un giurato di riserva, ma fu convocata quando uno dei giurati primari venne licenziato. Ramirez, dunque, colse l’occasione per manipolare la donna attraverso seducenti sguardi nella speranza che potesse essere una risorsa all’interno della giuria. Come sappiamo, i suoi sforzi risultarono vani poiché venne ritenuto colpevole di tutte le accuse.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Anche in Italia si sono verificati diversi casi di ammirazione nei confronti di criminali, seriali e non. Pietro Maso, Renato Vallanzasca, Benno Neumair, per citarne alcuni, hanno ricevuto numerose lettere di ammiratori.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Un altro caso che coinvolge l'Italia è quello di Erika Di Nardo, responsabile insieme all’allora fidanzato, Omar Favaro, della strage di Novi Ligure, avvenuta agli inizi degli anni 2000, in cui persero la vita la madre e il fratellino della giovane. Durante il periodo di reclusione, Erika intraprese una relazione con un ragazzo conosciuto tramite corrispondenza epistolare.</span></div><div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="imTAJustify fs14lh1-5">Write a Prisoner - Scrivere ad un carcerato</b></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Non sempre intrattenere un rapporto epistolare con i detenuti si configura come scelta riprensibile, Un esempio virtuoso rappresentato dalla piattaforma “Write a prisoner”, un sito web che offre la possibilità di entrare in contatto, tramite e-mail o posta, con detenuti reali.</span></div><div><i class="imTAJustify fs12lh1-5">«Un sito che aiuta le persone realmente recluse a trovare amici per corrispondenza. Tantissimi uomini e donne che sono prigionieri e soli al mondo si rivolgono a noi per trovare un amico fuori dalle mura della prigione. Le persone che state per incontrare su questo sito variano ampiamente per età, per dove “vivono", e più importante ancora per il motivo per cui sono finiti in prigione. Una cosa che li accomuna tutti è tuttavia l’insopportabile solitudine e l’ardente desiderio di avere un amico». </i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Così si legge</span><i class="imTAJustify fs12lh1-5"> </i><span class="imTAJustify fs12lh1-5">nella presentazione della piattaforma</span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">,</i><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> che continua dicendo: </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">«Le vostre lettere sono uno strumento importante per promuovere i diritti umani e la riabilitazione quando scrivete ai prigionieri».</i></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Per ciascuno di loro, è possibile visualizzare una fotografia, lo status, la condanna e il reato per il quale sono detenuti, ma anche scoprire i loro hobby, interessi, aspirazioni e gusti. Tutti gli iscritti sono catalogati in diverse categorie, inclusa l'istruzione, il profilo legale e se ricevono già corrispondenza o meno.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">La procedura per scrivere a un detenuto è molto rigorosa, come spiega il sito del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria della Florida. Le lettere devono rispettare determinate dimensioni e standard di qualità, non è consentito inviare Polaroid e bisogna fare estrema attenzione al contenuto delle missive.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Il fondatore del sito, Adam Lovell, sostiene che scrivere a un prigioniero non è solo un atto personale, ma può contribuire a combattere la recidiva. Mantenendo un contatto con il mondo esterno e non sentendosi esclusi dalla società, i detenuti possono essere aiutati a evitare di cadere nuovamente nella delinquenza una volta usciti di prigione.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Studi come quelli svolti dalle sociologhe e ricercatrici Hoan Bui e Merry Morash pubblicati nel 2010 sul Journal of Offender Rehabilitation, confermano quest'effetto positivo.</span></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Va evidenziato comunque che l'idea della corrispondenza tra carcerati e il mondo esterno non è nuova; esistono già associazioni, come Human Wright, che inviano lettere di solidarietà a chi si trova nel braccio della morte. In Italia, la Comunità di Sant'Egidio organizza iniziative simili con condannati provenienti da molti Paesi del mondo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, ciò che suscita qualche preoccupazione riguardo a "writeaprisoner" è la sistematica esposizione dei detenuti e dei loro dati sensibili, accessibile a chiunque navighi in rete. Questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali alcuni governatori degli Stati Uniti hanno deciso di non permettere questo servizio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><hr></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b class="imTALeft fs12lh1-5">Bibliografia e sitografia</b></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="imTALeft fs11lh1-5">Rassegna Italiana di Criminologia, “Dall’ibristofilia al narcisismo: il fascino del male”, 2021</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Slavikova, M., &amp; Panza, N. R. (2014). <span class="imTALeft">Characteristics and personality styles of women who seek incarcerated men as romantic partners: Survey results and directions for future research. Deviant Behavior</span></span></li><li><div class="imTALeft fs11lh1-5"><div>Magro I., Stati Uniti: i detenuti della rete di writeaprisoner.com…, articolo di Ilaria Magro su "Ristretti Orizzonti" (<a href="https://ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=14027%3Astati-uniti-i-detenuti-della-rete-di-writeaprisonercom&catid=16%3Anotizie-2010&Itemid=1" target="_blank" class="imCssLink">» Vai alla pagina</a>)</div></div></li><li><div><span class="fs11lh1-5">https://writeaprisoner.com/</span></div></li><li><div><span class="imTALeft fs11lh1-5">https://indaginidigitali.altervista.org/richard-ramirez/#Le_fan_di_Ramirez</span></div></li><li><div><span class="imTALeft fs11lh1-5">https://it.mydailyselfmotivation.com/articles/creepy/10-creepy-fan-letters-written-to-mass-murderers-and-monsters.html</span></div></li><li><div><span class="imTALeft fs11lh1-5">http://www.latelanera.com/serialkiller/serialkillerdossier.asp?id=RichardRamirez&amp;pg=6</span></div></li></ul></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"> &nbsp;<!--[endif]--> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Note</b></span></div><div><!--[if !supportFootnotes]--><span class="fs11lh1-5">[1]<!--[endif]--> Letteralmente “amico di penna”.</span> </div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 14 Sep 2023 10:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La vulnerabilità di Pietro e l’onnipotenza di Maso: il potere del narcisismo patologico]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005D"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr.ssa Beatrice DE BENEDETTI<br></b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Supervisione: dr.ssa Micol TROMBETTA</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Introduzione</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Denaro, fama, potere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Obiettivi che molti perseguono, per i quali in pochi sono disposti ad uccidere. Tra questi, Pietro Maso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Risulta difficoltoso comprendere come un essere sociale ed evoluto quale l’uomo possa non essere in grado di provare sentimenti, possa vivere per raggiungere l’onnipotenza, ma soprattutto non è facile comprendere come possa arrivare a togliere la vita a coloro che gliel’hanno donata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso visse tutto questo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dichiarò di aver perso il controllo della sua vita, in quanto pervaso da due entità: Pietro, il vulnerabile, e Maso, l’onnipotente, la sua maschera.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le esperienze, l’ambiente, la famiglia, la cultura, la società, gli amici. Sono gli stimoli esterni che plasmano la personalità e, attraverso un’analisi approfondita della storia di vita del soggetto, è possibile comprenderne il comportamento che, secondo Goethe,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">è lo specchio in cui tutti mostrano la loro vera identità.</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, a volte, disturbi come quello narcisistico di personalità non solo caratterizzano, ma definiscono l’essenza di una persona, cosa significherebbe sradicarli?</span></div><div><br></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">1. Il “caso Maso”</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1.1 Pietro Maso</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso è uno dei più clamorosi rei confessi della storia della cronaca nera italiana relativa all’omicidio familiare, in quanto massacrò entrambi i genitori, con l’aiuto di tre complici, nella loro casa a Montecchia di Crosara.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per poter comprendere, o quanto meno contestualizzare, un fenomeno brutale come quello del parricidio, ossia l’uccisione dei genitori, è fondamentale approfondire l’infanzia dell’omicida.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso nacque il 17 luglio 1971 a San Bonifacio, autentico borgo in provincia di Verona, e fu immediatamente ricoverato in terapia intensiva neonatale per prematurità e diagnosi di meningite acuta che causò gravi danni ai polmoni e ad altri organi. Le condizioni critiche e la febbre alta condussero i medici a convocare i genitori e il parroco per l’estrema unzione ma, quasi miracolosamente, le funzioni vitali ripresero a lavorare e il piccolo Pietro venne dimesso prima dell’anno di età con l’avvertimento, nonostante la repentina guarigione, che non avrebbe vissuto un’infanzia ordinaria. A causa delle difese immunitarie tanto basse da costringerlo a letto ogni qualvolta venisse sottoposto ad uno sforzo fisico o ad una variazione di temperatura, trascorse i primi cinque anni di vita all’interno delle mura di casa. Presentava, inoltre, delle difficoltà fonologiche, risultando incapace di emettere suoni e iniziando a parlare solo all’età di quattro anni. Nell’autobiografia intitolata “Il male ero io”, pubblicata nel 2013, Maso collega la sua infanzia all’assidua presenza del medico che lo sottoponeva a cure a domicilio e alla figura materna che vegliava su di lui e lo viziava, nel tentativo di sopperire alle numerose difficoltà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Iniziò a frequentare la scuola in prima elementare accompagnato da un’insegnante di sostegno per le criticità nell’apprendimento e nel movimento, inoltre, perdurando un’alta propensione ad ammalarsi, non gli era permesso uscire in cortile con gli altri compagni. Tale condizione lo portò a sentirsi diverso dai pari e, gradualmente, anche inferiore. Dal momento che in quinta elementare il suo sistema immunitario cominciò ad irrobustirsi, i genitori lo mandarono ad un campo estivo a sfondo cattolico dove si avvicinò così tanto alla religione da chiedere di essere iscritto in seminario. Lo frequentò per un anno, senza ammalarsi e sviluppando un senso di appartenenza al gruppo, sentendosi socialmente apprezzato e, per la prima volta, alla pari dei suoi coetanei. Tuttavia, le sue aspettative vennero infrante quando venne espulso a causa degli scarsi risultati scolastici. Si scontrò con la sua prima delusione, temendo di regredire alla precedente situazione di diversità e isolamento dal mondo. Era solito essere assecondato dai genitori, viziato dai parenti, coccolato dalle sorelle ma, in questo frangente, gli venne imposto il primo inaspettato</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">no.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Non gli era più possibile vivere e studiare fuori casa, non poteva seguire la strada del parroco e questo divieto lo demoralizzò al punto da non riuscire mai ad accettare l’episodio che, sia nella biografia che nelle interviste, ricorderà con grande rammarico e disappunto. L’ipotesi avanzata dalla psicologa Laura Baccaro, fondatrice e presidente dell’Associazione “Psicologo di strada” e docente di Psicologia criminale e Criminologia in svariate università italiane, interpreta il desiderio di Pietro di allontanarsi da casa, andando a studiare in seminario, come un modo per dimostrare ai genitori di essere all’altezza di vivere autonomamente un’esperienza; mentre l’espulsione sarebbe stata vissuta come un ritorno forzato a quelle mura che lo avevano intrappolato per anni e, di conseguenza, a sviluppare un sentimento di avversità verso quel luogo e verso le persone che vi abitavano. Nella psiche di Pietro, questo confronto con la realtà, innescò una reazione difensiva; cominciò ad allontanare sempre più i genitori, rinnegò il cattolicesimo e, una volta tornato a scuola, sentendosi nuovamente fuori luogo, iniziò con gli eccessi: si tagliò i capelli, esagerò con l’abbigliamento e gli accessori per attirare l’attenzione, finché, non solo venne notato, ma anche imitato dai compagni. L’ammirazione iniziò a conferirgli soddisfazione e piacere psicologico, accrescendo il suo ego fino a generare un vero e proprio bisogno di essere considerato come punto di riferimento, di essere compiaciuto ed emulato. I genitori, d’altra parte, non smisero di vederlo come il loro piccolo, fragile figliolo. Quel bimbo malato che necessitava continue cure e attenzioni, il cui singolo desiderio veniva esaudito al fine di distogliere il suo pensiero dalla malattia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il nucleo famigliare di Pietro Maso era composto dalla madre Mariarosa Tessari, il padre Antonio Maso e le sorelle Laura e Nadia, rispettivamente 6 e 8 anni più grandi di lui. Rosa e Antonio vengono ricordati come dei classici genitori veneti degli anni ’70-’80, devoti a valori tradizionali quali il lavoro, la terra e la famiglia ma già protagonisti di un cambiamento epocale: l’industrializzazione e la diffusione del benessere. Lei viene ricordata dai compaesani come “una brava donna", casalinga e dedita alla cura della casa e dei figli; lui, invece, il classico cosiddetto “pezzo di pane” e gran lavoratore che trascorreva le giornate, senza vacanze o giorni di riposo, nei campi, coltivandoli più del rapporto con i figli. Secondo i racconti circolanti in paese, i Maso erano una famiglia agiata, proprietari di terreni da frutto e da semina, devoti frequentatori delle attività proposte dai gruppi di preghiera presso i Frati di Lonigo, un paesino ad una ventina di chilometri da Montecchia di Crosara.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Montecchia è, tutt’oggi, una terra di contadini, abitanti che non solo lavorano, ma vivono per i loro terreni, i quali sono posti come priorità verso qualsiasi altro aspetto della vita. Uno dei detti storici che i genitori ripetono ai figli è:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">fameja lasagna, chi laora magna</span></i><span class="fs12lh1-5">, che in dialetto veneto significa come la famiglia sia paragonabile a una lasagna formata da vari strati, ossia i componenti della stessa, e solo chi lavora e si dà da fare può vivere e mangiare sotto quel tetto. A tavola si parlava di terreni, raccolto, semina; questo perché il lavoro e il denaro erano, e sono tutt’ora, i cardini di una società come questa. Lavoro inteso come fatica fisica; denaro guadagnato con sudore e che deve essere risparmiato, ponderando accuratamente le spese e limitandole solo al necessario o all’acquisto di altri terreni per ampliare le proprie coltivazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sotto questa scia, Pietro frequentò tre anni di istituto agrario ma lasciò gli studi da sedicenne per andare a lavorare, com’era tradizione, nell’attività di famiglia. Nonostante i tentativi, Pietro non era per nulla portato per la vita nei campi; a lui non piaceva svegliarsi presto, il freddo o sporcarsi le mani come i suoi antenati. Non combaciava con il suo stile di vita che, a partire dall’adolescenza, prevedeva lunghe serate tra locali, vestito di abiti firmati e con massima cura della propria immagine. Pertanto, trovò lavoro altrove, licenziandosi spesso per cambiare mansione o ambiente, senza alcun intervento da parte dei genitori. Nonostante si dimostrassero preoccupati per la vita irregolare del figlio, non si imposero con lui e non provarono ad indirizzarlo verso un’altra condotta. I licenziamenti improvvisi, gli episodi di furto, le nottate in discoteca e le spese eccessive, oltre le effettive possibilità economiche, non hanno mai incontrato ostacoli o rimproveri da parte dei genitori; al punto che il suo atteggiamento divenne sempre più eccentrico, teatrale, fino a toccare l'eclatante. Più Pietro, il bambino gracile, cresceva e più Maso, l’uomo onnipotente, prendeva il sopravvento, incitato e supportato dalla cerchia di amici che lui stesso si era creato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro era considerato il leader di un gruppo molto ristretto di compaesani, riusciti a conquistare la sua fiducia, assecondandolo ed emulandolo così da accresce ancor di più il suo egocentrismo. Giorgio Carbognin era il suo braccio destro, figlio di contadini come lui, timido e impacciato ma ambizioso. Pietro si vantò di averlo plasmato a sua immagine e somiglianza, di avergli insegnato come muoversi, come vestirsi, come approcciare con le ragazze, creando con lui un legame profondo e particolare. Sviluppando un vero e proprio disturbo dipendente nei confronti di Pietro, per tempo, Giorgio visse di luce riflessa ma, progressivamente, anche di luce propria</span><sup><sup>[1]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, arrivando in alcuni momenti a superare la sua stravaganza o sfrontatezza. Paolo Cavazza decise di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">entrare nel giro</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">poiché vedeva che Giorgio e Pietro si distinguevano dalla massa: avevano sempre denaro a disposizione, indossavano abiti firmati, offrivano da bere nei bar o nelle discoteche e giocavano a poker. Damiano Burato era ancora minorenne al tempo, ragazzo semplice e cordiale ma immaturo, al tempo, conosciuto nella zona perché lavorava presso una carrozzeria e suonava come DJ alle feste. Le caratteristiche psicologiche e di personalità della compagnia che Maso si era creato, si incastravano perfettamente con le sue necessità ed il suo desiderio di essere compiaciuto; l’immaturità e la fragilità psicologica, dovute alla scarsa autostima, li rendevano dei discepoli perfetti, tanto da seguirlo in un piano omicida.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1.2 Il parricidio</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 17 aprile 1991, poco dopo le undici di sera,</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso, Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato uccisero Mariarosa Tessari e Antonio Maso - genitori di Pietro - nel pianerottolo della loro casa, mentre stavano rientrando da un incontro di preghiera. Ciò che più colpisce di questo orribile gesto, è il movente: non per odio o vendetta, bensì per ottenere il loro patrimonio e vivere la vita sfarzosa che tanto desideravano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I quattro aggressori assalirono i coniugi con ferocia avvalendosi di spranghe, padelle e un bloccasterzo, in aggiunta a tentativi di soffocamento con tende e cuscini. Perpetrarono un massacro della durata di 53 minuti. Pietro sferrò il primo colpo ma tutti, a turno, colpirono le vittime, tranne Damiano che si chiuse in bagno sotto shock. Dall’esame autoptico del padre emersero cranio fracassato e mandibola spezzata in due parti, per la pressione che Paolo fece col piede sulla gola dell’uomo mentre provava a soffocarlo con una tenda. La madre, invece, venne percossa con violenza anche maggiore, colpita da Giorgio con una padella fino a che si ruppe il manico e, dopo un tentativo vano di soffocamento con un cuscino, fu Pietro a prendere in mano la situazione e darle il colpo letale con una spranga.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Analizzando la criminodinamica</span><sup><sup>[2]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, si osserva come il piano di Maso fosse quello di cogliere alla sprovvista i genitori, colpendoli al buio appena saliti dal garage sottostante. Per evitare che accendessero la luce e li vedessero, i quattro svitarono le lampadine e si nascosero nel ballatoio. Una volta compiuta la mattanza, decisero di simulare una rapina finita male, aprendo cassetti e rubando oggetti di valore. Successivamente, si lavarono e radunarono le lenzuola utilizzate per coprire i cadaveri, le tute e i vestiti sporchi di sangue in un borsone che gettarono nel fiume da un ponte. Infine, salirono in macchina diretti verso il loro alibi: l’Alter Ego, una discoteca di Verona.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">A loro insaputa, l’ingresso quella sera era solo su invito e, temendo di non avere testimoni, decisero di farsi notare alzando la voce e lamentandosi rumorosamente all’ingresso del locale così da attirare l’attenzione dei presenti. Terminarono la serata in un bar della città per poi fare rientro verso a casa verso le 2 di notte. Qui, posero in essere un tentativo di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">staging</span></i><span class="fs12lh1-5">, ossia una “messa in scena”, un’alterazione volontaria della scena del crimine volta a depistare le forze dell’ordine sul movente originario dell’atto e sui sospettati</span><sup><sup>[3]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Tuttavia, il tentativo di mascherare le loro identità e di sviare gli investigatori dalle reali circostanze del reato non fu privo di errori banali. Per esempio, si dimenticarono di riavvitare le lampadine lasciandole sul tavolo, si scordarono le maschere che indossarono vicino ai cadaveri e non ripulirono accuratamente il bagno tralasciando residui di sangue. Tutti questi indizi</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">permisero</span><span class="fs12lh1-5 cf2"> </span><span class="fs12lh1-5">agli investigatori di ricostruire la dinamica criminale, ipotizzando che gli aggressori avessero avuto molto tempo a disposizione e che non potessero essere stati degli estranei ad introdursi nell’abitazione dal momento in cui erano assenti segni di effrazione.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">A tal proposito, è possibile affermare che l’omicidio sia stato caratterizzato dalla premeditazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il Codice Penale, la premeditazione è una</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">forma di cosiddetto dolo di proposito che richiede da un alto un notevole lasso di tempo tra l'ideazione del reato e la sua concreta attuazione (elemento cronologico) e dall'altro una preordinazione di modalità e mezzi per assicurare al piano criminoso una possibilità di riuscita (elemento ideologico). Ha una sua rilevanza quale circostanza aggravante nei delitti di omicidio (</span></i><span class="fs12lh1-5">art. 577 n. 3) e di lesione personale (art. 585)</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[4]</span></sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come dichiarato da Pietro Maso stesso nel suo libro “Il male ero io”, l’idea di commettere il reato era sorta già l’autunno precedente al misfatto. Lui e i suoi amici erano soliti ad uno stile di vita medio-alto che prevedeva abiti griffati, auto sportive e lunghe serate di divertimento all’insegna della competizione a chi spendeva di più. Aspirando ad osare sempre più, crebbe in loro il bisogno di avere maggiore denaro a disposizione. L’idea di ricorrere al gesto estremo venne proposta con la massima leggerezza da Pietro come risposta alla domanda di Giorgio in merito alle possibili alternative per avere tanti soldi velocemente. Uccidere i genitori e le sorelle, nella sua testa, era l’unica soluzione possibile in quanto avrebbe consentito loro di ottenere l’eredità e vivere la vita che sognavano. Di fronte una tale constatazione, Giorgio sorrise complice, senza replicare o palesare alcuna repulsione. Il discorso, fatto in macchina a metà novembre 1990 e non più approfondito, venne ripreso il gennaio successivo di fronte ad una situazione di emergenza economica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Giorgio Carbognin ottenne un prestito di 25 milioni di lire per acquistare una macchina ma quei soldi li inebriarono a livello che, in un solo mese, spesero l’intera somma per soddisfare i loro vizi. Così si ritrovarono con un enorme debito da restituire entro la metà di aprile. Per tale motivo, giocando a biliardo nel loro punto di ritrovo, il Bar John di Montecchia di Crosara, Pietro e Giorgio illustrarono l’idea dell’omicidio anche a Paolo Cavazza che rimase sconcertato. L’ultimo che ne fu messo a conoscenza fu Damiano Burato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È necessario evidenziare come la banda</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5">abbia gestito l’idea criminale e i preparativi con la massima freddezza e riferendosi a dover fare quella cosa come se fosse doveroso, senza attribuirci un valore morale o approfondendo le possibili conseguenze. Ne parlavano al bar o in macchina senza usare mai esplicitamente i termini “uccidere” o “ammazzare”, riducendo gradualmente di gravità l’azione al fine di normalizzarla ed arrivare a compierla senza emotività.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parte della dottrina e della giurisprudenza aggiungono, quale ulteriore requisito della premeditazione la c.d. macchinazione, consistente nella predisposizione dei mezzi e delle modalità per la realizzazione del reato</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[5]</span></sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sera del delitto, la banda simulò una classica uscita in compagnia: Pietro si fece accompagnare al Bar John dai suoi genitori e lì si ritrovò con Giorgio e Paolo. Parlarono di “andare in discoteca” davanti ai presenti in modo tale che sembrasse tutto regolare. In realtà, lasciato il bar, si diressero verso casa di Damiano, che custodiva, dal giorno precedente, i borsoni con le tute da lavoro e le maschere di carnevale, utili per nascondere il volto e proteggersi da eventuali schizzi di sangue.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oltre la vera e propria deposizione rilasciata ai Carabinieri, sono molti i fatti dimostranti che l’omicidio fosse stato organizzato e premeditato. A tal proposito, le tute vennero procurate da Burato presso la carrozzeria dove lavorava qualche giorno prima, a conferma del fatto che stavano macchinando il progetto omicida con anticipo, muovendosi per procurare tutto il materiale necessario.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Raggiunta la dimora Maso, trascorsero un’ora e mezza ad organizzare lo svolgimento del massacro. Allestirono la scena del crimine, svitarono le lampadine, si vestirono e cercarono gli arnesi per compiere la mattanza. Anticiparono i movimenti di Rosa e Antonio, pianificarono dove nascondersi, simularono i movimenti per colpirli, dividendosi i compiti e chi aggredire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel delitto di omicidio, la premeditazione si ha quando la risoluzione di uccidere è condizionata al verificarsi di un evento futuro. A tal proposito la giurisprudenza distingue tra condizione propria, in cui l'evento non solo è futuro ma anche incerto (es. uccido il seduttore di mia figlia se non la sposa); condizione impropria, in cui l'evento futuro è certo (uccido il mio vicino appena mi sarà consegnata la pistola che ho acquistato). La giurisprudenza ritiene compatibile la premeditazione solo con la condizione impropria.</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[6]</span></sup></sup></div><div><span class="fs12lh1-5">Tutti e quattro i complici parlavano dell’omicidio da almeno sei mesi, riferivano a</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">dover fare quella cosa</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">con naturalezza durante le loro serate e, nonostante a turno decelerassero, accelerassero e indietreggiassero, nessuno si tirò mai indietro definitivamente. Dimostrarono la loro convinzione a compiere l’atto anche dopo svariati tentativi con esito negativo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La mattanza del 17 aprile, di fatto, non fu il primo e unico momento in cui i ragazzi provarono ad uccidere i coniugi Maso. Vi furono tre tentativi precedenti, elaborati e posti in essere da Pietro e Giorgio:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">la prima idea fu di Giorgio, ad inizio marzo 1991, che propose di trovare un killer che si occupasse dell’omicidio al posto loro. A tal proposito si recarono a Vicenza ma, nonostante vagassero per le zone meno raccomandabili, si resero conto che la ricerca sarebbe stata vana. Pertanto, decisero di acquistare sonniferi e topicida per avvelenare il cibo di Rosa e Antonio. Appena tornati a casa, le loro convinzioni cominciarono a vacillare per paura che i coniugi Maso si accorgessero delle sostanze tossiche dall’odore, così, buttarono tutto nella spazzatura;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">il secondo tentativo si verificò a metà marzo quando provarono a far esplodere la casa con il gas, tramite delle bombole in garage e un marchingegno, azionato da una sveglia, che avrebbe fatto scattare la scintilla. Il piano non andò a buon fine poiché non venne mai impostata la sveglia, o, più probabilmente, Pietro non ebbe il coraggio di farlo. Dimostrò la sua ingenuità dimenticando di smontare la scena che i genitori notarono, ma a cui decisero di non prestare attenzione;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la terza volta architettarono che Giorgio colpisse la signora Rosa durante un viaggio in macchina, in cui si sarebbe seduto dietro di lei mentre Pietro guidava. Anche in questo caso, mancò il coraggio di compiere l’azione.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Nonostante la quarta volta fu quella decisiva, a turno, tutti e quattro, tentennarono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’atteggiamento di Pietro Maso a questo proposito potrebbe suscitare qualche perplessità. Sono molti i segnali che dimostrano il suo indugio. Pochi minuti prima che arrivassero i genitori si chiese perché non si fosse tirato indietro, disse di aver colpito chiudendo gli occhi e, una volta terminato il massacro, dichiarò di essersi guardato allo specchio e di non essersi riconosciuto. Successivamente, decise di coprire i corpi con un lenzuolo per non vederli mentre allestiva lo staging. Questo comportamento è chiamato undoing ed è tipicamente posto in essere da coloro che tolgono la vita a soggetti a loro cari, provando imbarazzo o vergogna decidono di coprire il volto della vittima per non imprimere nella loro mente l’immagine del massacro compiuto. Aggiunse, inoltre, di aver steso i teli guardando altrove, così come di averli tolti prima di lasciare la scena criminis prestando attenzione a non toccare il corpo dei genitori. La freddezza da un lato e la vulnerabilità dall’altro, introducono la personalità narcisistica di Pietro Maso. Il soggetto dimostrò una certa ripugnanza verso l’atrocità commessa ma nonostante ciò, affrontò con freddezza i carabinieri, il processo e le sue sorelle, dormendo in mezzo a loro la notte dopo il massacro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nell’autobiografia dichiarò di aver avuto solo 14 anni la prima volta che pensò di uccidere suo padre, dacché lo sgridò per aver lasciato il motorino nuovo incustodito in paese ed essere andato fino in città a Verona in moto con un amico molto più grande di lui. Tale rimprovero, giustificato dall’apprensione di un genitore verso il figlio adolescente, venne percepito come affronto alla sua indipendenza; la rabbia e la convinzione di non poter essere sottomesso e non voler ubbidire fecero sì che qualcosa nel loro legame si ruppe per sempre. Secondo il Manuale MSD</span><sup><sup>[7]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, l’adolescenza è il momento della vita in cui si sviluppa l’autonomia personale, spesso entrando in conflitto con le regole imposte dai genitori. Nel caso in cui non si riesca a trovare un punto d’incontro, potrebbe crearsi una frattura nel legame genitore-figlio</span><sup><sup>[8]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che, come nel caso di Maso, non viene mai più risanata. La situazione si aggraverà ulteriormente a causa del disturbo narcisistico di personalità che gli verrà, in seguito, diagnosticato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Indagando circa il movente a partire da una visione superficiale, i quattro ragazzi uccisero per ottenere l’eredità dei coniugi Maso che ammontava circa a un miliardo di lire, ossia all’incirca 500.000 euro. Gli accordi erano di suddividere la somma in quattro parti, attribuendo a Paolo e Damiano 200 milioni di lire ciascuno e a Giorgio e Pietro 300 milioni cada uno. Il desiderio nacque per avidità, non per mancanza di finanze da parte dei giovani, in quanto i soldi di cui disponevano finivano sempre troppo velocemente a causa delle spese compulsive. La gestione dei soldi da parte di un soggetto narcisista, come quello in questione, è di tipo patologico, con frequente accumulo di debiti o situazioni di bancarotta a causa delle fantasie di potere e successo che spingono a vedere il denaro come uno strumento necessario per ottenere quanto si desidera oppure per raggiungere, o mantenere, un certo status di superiorità. Emerse il bisogno, quindi, di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">fare tanti soldi e in fretta</span></i><span class="fs12lh1-5">, come dichiarò Maso nel suo scritto. La fretta nel compiere la tragedia, venne infine sollecitata dal fatto che Pietro falsificò un assegno con la firma della madre per permettere al Carbognin di ripagare il prestito che doveva alla banca; consci che, nel giro di poco, si sarebbe resa conto dell’assenza di 25 milioni di lire nel suo conto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Può il solo motivo economico rendere possibile tale scempio? Può il solo desiderio di denaro comportare un totale distacco affettivo-emotivo? Maso dimostrò totale assenza di empatia verso le persone che hanno dato lui la vita, affermando di aver alzato tutte le barriere per affrontare il momento, di essersi allontanato da loro così tanto da arrivare non solo ad oggettivizzarli, ma addirittura ad annullare la loro esistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In psicologia, l’empatia è considerata una competenza emotiva che, attraverso l’osservazione o l’immaginazione degli stati affettivi altrui, induce l’osservatore a condividere la stessa condizione; per questo viene anche tradotta come la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”. Tale compassione attiva, da un lato, la sfera emotiva, ossia l’avvertimento del disagio altrui e, dall’altro, la sfera cognitiva, con la comprensione dei motivi di tale tristezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico di chi presenta tratti borderline di personalità, come i narcisisti, si intacca prevalentemente l’ambito cognitivo, rendendo loro difficile comprendere che anche gli altri hanno dei bisogni e che potrebbero essere più o meno uguali ai loro. Lo sviluppo dell’empatia è appreso e dipende da fattori bio-psico-sociali, ciò significa che incide sia la sfera genetico-ereditaria, sia quella psichica e di personalità, così come anche fattori socio-ambientali, culturali e l’educazione ricevuta</span><sup><sup>[9]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5">Io non sentivo alcun richiamo da dentro. Né qualcosa che potesse pescare in un odio antico verso mamma e papà. O forse c’era e non me ne rendevo conto. Forse gli avevo già uccisi dentro di me, tanto tempo prima. Ma non erano neppure estranei. Perché pensare ad un estraneo vuol dire attribuirgli comunque l’esistenza. Non c'era neppure questo. Mio padre e mia madre erano figure inanimate che si muovevano nella mia realtà di allora. Colpire è stato come colpire un sacco vuoto. È avvenuto nella più completa e totale assenza del tutto.</span></i></div><div><span class="fs12lh1-5">Una dichiarazione agghiacciante dimostrata con i fatti anche dal modo impassibile col quale Maso reagì una volta rinvenuti i corpi. È stato lui stesso a correre dai vicini di casa per avvertirli impaurito che sospettava fosse successo qualcosa, inventando di aver visto delle gambe spuntare dal bancone della cucina una volta rientrato dalla discoteca. Ha accompagnato gli agenti in un tour della casa quando vi erano ancora i cadaveri sul pavimento e risposto con totale distacco e freddezza ai giornalisti e ai carabinieri, comparendo nei telegiornali quasi annoiato e indifferente ai fatti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A differenza degli assassini seriali che uccidono spinti da un bisogno psicologico personale, inteso come pulsione interiore incontrollabile, Maso nega tale impulso di uccidere, confermando che l’atto fosse stato compiuto solo per ottenere un vantaggio personale: il denaro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Analizzando più in profondità il movente, si può azzardare un altro tipo di bisogno psicologico collegato al disturbo narcisistico di personalità. L’obbiettivo principale potrebbe essere diventato quello di contrastare la sua debolezza, provare a se stesso di essere capace di fare qualsiasi cosa per coronare il desiderio di onnipotenza, frutto dei suoi pensieri malati. Raggiunse l’apice del suo delirio con un gesto forte, anzi il più terribile che esista, il parenticidio, ossia l’omicidio di entrambi i genitori. Secondo alcuni studi, in Italia i casi sono aumentati notevolmente dalla seconda metà degli anni ’80, soprattutto nelle regioni del nord di Veneto, Lombardia e Liguria. È interessante notare come il responsabile sia quasi esclusivamente di sesso maschile, mosso da ragioni di interesse economico, che non agisce quasi mai in maniera improvvisa e cerca di eliminare anche eventuali fratelli nel caso ci fossero. Tutte caratteristiche presenti nel suddetto genitoricidio e che portano Pietro Maso ad essere citato come esempio di riferimento nella letteratura in questo ambito</span><sup><sup>[10]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">2. La personalità di Pietro Maso</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.1 I tratti della personalità</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella perizia psichiatrica redatta a carico di Pietro Maso si legge che il soggetto è affetto da</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">disturbo narcisistico di personalità lieve-medio, aggravato dall’ambiente familiare e sociale; una modalità pervasiva di grandiosità nella fantasia e nel comportamento, di ipersensibilità nel giudizio degli altri e mancanza di empatia che è presente dalla prima età a quella adulta.</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[11]</span></sup></sup></div><div><span class="fs12lh1-5">L'assoluta necessità di ricevere ammirazione e la sensazione di umiliazione se posto in secondo piano, lo hanno portato a manifestare comportamenti esuberanti per attirare l’attenzione degli altri e a coltivare relazioni solo se queste gli avessero generato un vantaggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo psichiatra Vittorino Andreoli ha scritto sulla mia perizia che ero affetto da “narcisismo bipolare”. Forse era vero. Ma non me ne rendevo conto. Oggi so che tutto quello che vivevo era assurdo. Sbagliato. Io ero sbagliato. Negli anni avevo lavorato sull’immagine di Maso. Avevo costruito quella che consideravo la mia creatura perfetta, invincibile, immortale. Per molto tempo Maso aveva convissuto insieme a Pietro, come due gemelli uguali ma profondamente diversi. Maso si alimentava di narcisismo. E quel narcisismo faceva sì che io godessi solo quando gli altri mi guardavano. O ancora di più quando gli altri provavano a imitarmi. Erano lo specchio nel quale io potevo ammirarmi. Mi dava l’illusione di un potere immenso. Delirio. Ebbrezza. Ecco perché non ho mai avuto bisogno né di alcol, né di droghe. Volevo, dovevo essere lucido per godere di ogni minimo dettaglio. Bere dai loro sguardi, pensieri, parole. Saziarmi della loro ammirazione. Solo allora mi sentivo di esister</span><span class="fs12lh1-5">e</span><sup><sup>[12]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span><i><span class="fs12lh1-5 cf3"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Una dichiarazione lucida, un’interpretazione perspicace della propria condizione cercando, però, una giustificazione al suo essere.</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso disse che all’epoca dei fatti era pervaso da due entità: Pietro e Maso. Pietro era il bravo ragazzo, fragile e timido; mentre Maso incarnava il suo narcisismo, era esibizionista e assetato di attenzioni. Dichiarò, anche, di essere invaso dal vuoto, di aver perso il controllo sulle sue decisioni e smesso completamente di provare emozioni. Maso prese possesso della vita di Pietro e, sulla base di questo, Pietro continuò a dichiararsi</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">vittima di Maso</span></i><span class="fs12lh1-5">, il suo stesso narcisismo perverso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A questo punto, sorge spontanea una questione: Pietro potrebbe esistere senza Maso? O viceversa, Maso potrebbe sussistere senza Pietro? E quindi, un disturbo come il narcisismo può essere sradicato dalla personalità o ciò significherebbe annullare l’identità stessa della persona? Al fine di rispondere a tale quesito è necessario definire cosa si intenda con disturbo di personalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La personalità di un individuo è l’insieme delle caratteristiche psichiche e delle modalità comportamentali che lo rendono unico e irripetibile. La personalità è un concetto dinamico, in quanto il soggetto tende a evolvere la propria maturazione psicofisica adeguandosi al contesto in cui è inserito. La personalità, infatti, si manifesta attraverso il vivere sociale del soggetto in funzione della sua capacità e efficienza di interagire con altri individui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando si discute sulla personalità è d’obbligo fare riferimento agli studi del padre della Psicanalisi, Sigmund Freud. Lo psicologo austriaco formulò, nel particolare, due teorie sulla struttura della personalità: il Modello topografico nel 1915 e, qualche anno dopo, il Modello strutturale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il Modello strutturale, elaborato nel 1922, l’apparato psichico è formato da tre istanze o strutture:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Es, l’inconscio. Comprende l’insieme dei tratti ereditari e biologici, inclusi istinti, pulsioni, passioni e sentimenti rimossi o di cui il soggetto non è a conoscenza;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Io, il conscio. Quel lato della personalità che si forma in seguito al soddisfacimento dei bisogni sulla base dei rapporti con la realtà oggettiva, valutando le reali possibilità del mondo esterno;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Super-Io, la moralità. Il contenitore interno di valori etici e norme sociali apprese nell’infanzia tramite divieti, ricompense o punizioni</span><sup><sup>[13]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Esercita la funzione di arbitro morale interno della condotta, sia disapprovando i comportamenti contrari alle norme sociali e facendo sentire l’uomo colpevole, sia approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di sé quando la sua condotta è conforme alle regole e adeguata a quell’ideale di sé che ciascuno tende a perseguire secondo i modelli che i propri cari e la società impongono. Il Super-Io controlla ed inibisce gli impulsi dell’Es.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Secondo Freud, la personalità è il risultato del conflitto tra coscio e inconscio, raggiunto tramite le modalità con cui l’Io costruisce le proprie relazioni con gli altri. Quest’ultima è l’istanza che media tra l’istintività dell’Es e i divieti del Super-Io decidendo se, e quando, autorizzare l’espressione degli impulsi e, quindi, determinando il funzionamento normale o patologico dello stato psichico</span><sup><sup>[14]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. I bisogni istintivi dell’Es e le censure del Super-Io sono in perenne conflitto. Quando l’Io viene sopraffatto da uno stimolo eccessivo che non riesce a dominare e non è possibile trovare una situazione di equilibrio tra le forze antagoniste dell’Es e del Super-io, l’Io stesso vive una situazione di pericolo che si realizza in ansia o angoscia. Nell’ottica psicoanalitica proposta da Freud, i problemi psichici attuali derivano sempre da precursori infantili che vanno approfonditi per spiegare i comportamenti adulti. Questo perché le interazioni e gli schemi comportamentali appresi nei primi anni di vita costituiscono un modello che viene assimilato e successivamente considerato per valutare il livello evolutivo di una persona</span><sup><sup>[15]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso di Pietro Maso è possibile riscontrare alcune carenze nella formazione dell’Io, a causa dell’educazione poco rigida da parte dei genitori, i quali, di fronte alle numerose difficoltà psico-fisiche del figlio, preferivano assecondarlo senza rimproverarlo, evitando di innescare un sistema di punizioni e ricompense. Inoltre, è identificabile uno scarso confronto con la realtà durante l’infanzia, probabilmente anche a causa della condizione di isolamento dai coetanei che ha sicuramente contribuito a sviluppare delle notevoli difficoltà relazionali e una scarsa visione oggettiva del mondo circostante.</span></div><div><i><span class="fs12lh1-5">Un disturbo di personalità è un pattern permanente di esperienze interne (pensieri, sentimenti ed emozioni) e comportamenti che sono marcatamente differenti da quelli definiti dalla propria cultura, è pervasivo e inflessibile, ed emerge in adolescenza o nella prima età adulta. È</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">stabile nel tempo e conduce a sofferenza o disabilit</span></i><span class="fs12lh1-5">à</span><sup><sup>[16]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Una costruzione complessa che ci accompagna per tutta la vita, contraddistinguendoci in aspetti e caratteristiche che, in parte, restano immutati per tutta la vita e, in parte, si evolvono sulla base delle esperienze vissute. Questo perché l’obiettivo della personalità tende a stabilire un equilibrio con se stessi e la realtà circostante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per valutare la struttura della personalità bisogna considerare diversi parametri</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[17]</span></sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Innanzitutto, si esaminano i meccanismi di difesa adottati dal soggetto; ossia i processi psichici, spesso implementati da un comportamento, adottati per fronteggiare le tensioni della vita mediando tra gli impulsi interni e le proibizioni esterne</span><sup><sup>[18]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Si tratta di funzioni che l’Es utilizza per salvaguardarsi di fronte a richieste istintive o pulsioni troppo intense che potrebbero risultare pericolose. Essi si formano nel corso dell’infanzia e sono fondamentali per gestire efficacemente stimoli inappropriati che, nel caso si implementassero, provocherebbero ansia o risulterebbero incompatibili con la realtà circostante</span><sup><sup>[19]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In aggiunta, si valuta il livello di integrazione dell’identità, cioè la chiarezza nel valutare se stessi e comprendere gli altri. Un’identità integrata è in grado di formulare rappresentazioni del sé e degli altri differenziate ed elaborate, riconoscendo pregi e difetti in maniera oggettiva e attendibile e instaurando una serie di relazioni sociali ed affettive adeguate. D’altro canto, un’identità viene definita diffusa se vi è la presenza di rappresentazioni del sé, e degli altri, povere o facilmente mutevoli, così come di relazioni affettive o sentimenti labili, incostanti o addirittura violenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente, si approfondisce l’esame di realtà, che consiste nella capacità e nelle modalità con cui il soggetto mantiene il contatto col mondo circostante. Si riferisce, quindi, all’abilità di distinguere se stessi e la propria vita da quella delle altre persone, valutando i propri sentimenti, i pensieri e i comportamenti nel quadro delle norme sociali</span><sup><sup>[20]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre, è fondamentale analizzare le principali preoccupazioni e angosce del soggetto per identificare eventuali esperienze negative, precursori di traumi irrisolti. Questi eventi, soprattutto se vissuti in età infantile, modulano la personalità di un individuo, possono provocare l’insorgenza di disturbi d’ansia o incidere in alcuni tratti caratteriali come la timidezza, la tendenza al senso di colpa oppure forti sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri, scarsa affettività e perdita di positività verso le prospettive future. Questo perché un trauma irrisolto genera una sollecitazione disfunzione nel cervello che porta il soggetto ad essere meno resiliente e ad incontrare maggiori difficoltà nel gestire eventuali situazioni complesse nella vita</span><sup><sup>[21]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò incide anche nelle capacità e modalità relazionali, altro argomento di notevole importanza nella valutazione della personalità. Gli schemi relazionali, infatti, sono dei modelli predefiniti attraverso cui gli individui interpretano e si approcciano alla realtà al verificarsi di determinate situazioni. Essi raccontano molto sull’educazione ricevuta, la cultura, l’ambiente e talvolta anche la religione con cui si è cresciuti, anche se vengono parzialmente riadattati sulla base delle esperienze vissute</span><sup><sup>[22]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, si tiene presente anche dell’abilità dell’individuo di stabilire un legame con lo specialista che valuta la personalità, ossia psicologi, psichiatri o psicoterapeuti che cercano di effettuare una diagnosi. I pazienti, a questo proposito, possono dimostrarsi completamente disinteressati, infastiditi dalle domande che gli vengono poste, timidi e riservati, esageratamente aperti o collaborativi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da tale valutazione emerge un profilo complesso che tiene conto di processi interni e meccanismi esterni al soggetto che lo rendono unico nel suo modo di pensare e agire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Applicando i criteri appena descritti alla personalità di Pietro Maso è possibile ipotizzare che utilizzò meccanismi di difesa tipici del narcisismo come l’onnipotenza, l’idealizzazione e la svalutazione. Egli, infatti, dimostrò di agire con la convinzione di essere superiore agli altri, gestendo emozioni e pensieri angoscianti con l’approccio e il comportamento di chi crede di possedere doti ineguagliabili, trasmettendo l'idea di poter fare qualsiasi cosa. Affinché questo fosse possibile, arrivò a mitizzare la propria figura, ossia immaginare di possedere caratteristiche uniche e speciali, svalutando il prossimo al fine di aumentare la propria autostima</span><sup><sup>[23]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Da un lato, l’idealizzazione gli permise di fronteggiare sensazioni spiacevoli o idee negative grazie alla credenza di avere talenti straordinari e, dall’altro lato, la svalutazione gli consentì di gestire questi pensieri angoscianti scaricando eventuali fallimenti, delusioni o desideri inappagati sul mondo esterno</span><sup><sup>[24]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste strategie per affrontare le problematiche sono collegate ad un’identità diffusa, che gli fa percepire un senso di vuoto interiore, portandolo ad essere discontinuo nella visione di sé e degli altri, ad avere comportamenti contraddittori e a non integrarsi sul piano affettivo, instaurando relazioni opportunistiche e prive di empatia. Di fatto, aveva una cerchia di amici molto ristretta e, nonostante l’atto commesso dimostrò un altissimo grado di lealtà, il rapporto che li univa era superficiale, tanto che non si confidavano circa situazioni sentimentali o non si davano consigli in caso di problemi personali. Il loro rapporto era finalizzato a condividere del tempo insieme, come uscite, serate nei locali o pomeriggi al bar. Considerando esclusivamente i propri interessi e bisogni, dimostrò di avere difficoltà nel valutare oggettivamente la realtà e comportarsi in maniera socialmente adeguata. Il reato fu l’episodio estremo dove, di fronte alla necessità di reperire denaro, cercò la via più diretta ignorandone le conseguenze, il dolore che avrebbe provocato o qualsiasi alternativa legale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Approfondendo le sue angosce e preoccupazioni, emerge un forte timore di regredire allo stato di isolamento e solitudine già vissuto da bambino. Per evitare di risultare debole o diverso, si è assicurato personalmente di “costruirsi” la sua compagnia di amici, affinché rispondessero alle sue necessità di essere compiaciuto ed emulato. Dimostrò un certo grado di introversione verso le nuove conoscenze, evitando chiunque potesse giudicarlo e stringendo rapporti interpersonali solo in caso di profitto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, dimostrò un atteggiamento evitante e un forte distacco con gli esperti che valutarono la sua personalità una volta entrato in carcere, presentandosi ai colloqui con un approccio schivo, superficiale, raccontando fandonie, facendo vanterie esagerate e prendendosi gioco degli specialisti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo quadro suggerisce, anche se in maniera sintetica, che le difficoltà intra psichiche e interpersonali del soggetto in questione hanno consolidato una serie di tratti di personalità rigidi e impattanti, tanto da causare un disagio sia a se stesso sia a coloro che lo circondavano. Questo è il presupposto per determinare lo stato patologico della personalità. Esso si sviluppa con la presenza di una condizione clinica di disagio sociale, personale e lavorativo, molto spesso senza la consapevolezza del paziente. Si parla di organizzazione borderline di personalità, dal momento in cui il funzionamento è in bilico tra la nevrosi e la psicosi, con difficoltà di interazione sociale, sbalzi d’umore e nell’empatia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con riferimento all’appena citata “organizzazione", secondo gli esperti del filone freudiano, la struttura della personalità viene definita attraverso i livelli di organizzazione interna, distinguendo tre macro-categorie di patologia mentale:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">disturbi dell’area psicotica, in cui la sofferenza è causata da difese dell’Io troppo deboli che non riescono ad arginare l’Es. In questo caso, il soggetto perde il contatto con la realtà, non si accorge che i suoi comportamenti non sono conformi a quelli convenzionalmente condivisi e non riesce a distinguere ciò che è reale da ciò che è frutto di deliri o allucinazioni dettati dalla malattia. Non essendo in grado di rendersi conto del disagio che vive, non crede neanche di aver bisogno di aiuto o supporto psicologico;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">disturbi dell’area nevrotica, ove la sofferenza è causata da difese dell’Io troppo rigide che non permettono di entrare in contatto con l’Es. Non venendo compromesso il contatto con la realtà, il soggetto è in grado di riconoscere di avere un problema e chiedere aiuto;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">disturbi dell’area borderline, come nel caso del disturbo narcisistico di personalità, le difese utilizzate sono primitive, ossia impediscono la formazione di rappresentazioni del sé e del prossimo adeguatamente differenziate e realistiche rendendo difficile per il soggetto la ricerca di soluzioni di compromesso senza distorcere la realtà. Questo livello si può paragonare all’area psicotica nei momenti di regressione ma si distingue da essa per una maggiore integrazione di personalità, mantenendo un contatto con la realtà, nonostante le scarse capacità di osservare la propria patologia</span><sup><sup>[25]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.2 Il disturbo narcisistico di personalità</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nello specifico, la quinta versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V), raggruppa i disturbi di personalità in Cluster A, B e C, tre sezioni distinte sulla base delle analogie circa le sfere che colpiscono maggiormente. Per definizione, infatti, i disturbi di personalità provocano difficoltà in almeno due aree tra: sfera cognitiva, affettività, relazioni interpersonali e controllo degli impulsi. Il narcisismo rientra all’ interno del Cluster B dei disturbi di personalità, caratterizzati da comportamenti esasperati e drammatici, con scarsa regolazione dell’impulsività e dell’emotività.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come per ogni questione psicologica, è impossibile definire con certezza che vi siano delle cause scatenanti univoche ma sono riscontrabili alcuni fattori che ne aumentano il rischio:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">storia familiare di disturbi mentali;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">fattori genetici;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">famiglie abusanti o instabili, questo perché l’interazione tra caregiver e bambino è di fondamentale importanza nello sviluppo di affettuosità e personalità;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">disturbo della condotta dell’infanzia;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">anomalie cerebrali chimiche e di struttura;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">eventi traumatici in seguito a forte stress o situazioni sociali complesse o destabilizzanti</span><sup><sup>[26]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Sulla base di ciò, i fattori di rischio vengono raggruppati in tre macro-categorie: ambiente familiare, fattori neurobiologici e relazioni sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con riferimento alla componente familiare, numerosi studi, come quello pubblicato dall’Università di Chicago nel 1998, hanno confermato l'importanza di una relazione sana e positiva tra genitore e figlio al fine di raggiungere autostima, indipendenza e trovare la propria identità. Destreggiarsi indipendentemente implica il distacco dai genitori, negoziando con loro ruoli e limiti e gestendo in maniera costruttiva i conflitti, sia superficiali che rilevanti, che potrebbero generare. Di conseguenza è possibile superare le avversità dell’adolescenza e della prima età adulta se si riesce a costruire un rapporto sano ed equilibrato con i genitori, meglio se con entrambi. Da un punto di vista teorico, infatti, i due genitori forniscono esperienze di socializzazione diverse durante l’infanzia. A tal proposito, la creazione dell’identità personale è particolarmente influenzata da un’educazione esclusivamente materna e l'assenza di una figura paterna nell’infanzia. I padri, infatti, incoraggiano maggiormente la sfera sessuale nei bambini. Ne deriva, quindi, che i bambini maschi cresciuti prettamente dalle mamme senza figure maschili positive, tendono ad esagerare con lo stereotipo della mascolinità, dimostrandosi eccessivamente aggressivi, assertivi e a volte antisociali</span><sup><sup>[27]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Effettuando un’analisi familiare di Pietro Maso è possibile rilevare, da un lato, una madre estremamente permissiva che, con cure eccessive e concessioni gratuite, potrebbe aver influenzato il bambino a bramare quello stesso atteggiamento da chiunque altro gli stesse intorno. Dall’altro lato, si riscontra una carenza evidente nel rapporto col padre che non ha mai espresso affetto nei suoi confronti e con il quale non ha sviluppato un dialogo produttivo. Pietro riferisce di non aver mai affrontato con lui discorsi legati all’ambito sessuale e, dall’adolescenza, dimostra un approccio all’amore poco adeguato, cambiando più partner a settimana e ricorrendo anche a prostitute per rapporti ancor più distaccati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Passando all’ambito fisiologico, con riferimento alle anomalie cerebrali, numerosi studi hanno riscontrato che i neonati che hanno sofferto di meningite riportano una serie di danni neurologici, tra cui: deficit cognitivi e dell’apprendimento; ritardi nello sviluppo; ritardi nel linguaggio; problemi comportamentali; problemi a polmoni e reni; cefalea ed episodi convulsivi</span><sup><sup>[28]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico di Pietro Maso, sin da piccolo manifestò alcuni ritardi nello sviluppo e nel linguaggio, con difficoltà nell’acquisizione di abilità di carattere motorio, relazionale ed emotivo; nei primi anni di vita non era in grado di emettere alcun suono e cominciò a parlare solo all’età di quattro anni. Sono, inoltre, riscontrabili lievi disturbi dell’apprendimento e carenze intellettive, non a caso gli venne assegnata un’insegnante di sostegno durante tutte le scuole elementari e venne espulso dal convento proprio per scarsi risultati scolastici, nonostante professasse di impegnarsi molto. Per quanto riguarda i problemi comportamentali, sin da quando era adolescente non accettava i rimproveri dei genitori, ha spesso avuto comportamenti cleptomani e dimostrato un’incapacità nella gestione delle spese e nell’autocontrollo. Inoltre, ha riportato di aver sofferto spesso di forti emicranie ma di non essere mai stato sottoposto a cura farmacologica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, in relazione alle relazioni interpersonali, è rilevante il suo isolamento dai coetanei durante l’infanzia per i problemi di salute, in quanto vi è ampio consenso sui benefici delle relazioni precoci tra pari. Uno studio condotto nell’Università di Waterloo (Ontario, CA) ha ipotizzato e approfondito le correlazioni tra solitudine infantile e alti livelli di ansia e percezione negativa di sé. Le scarse interazioni sociali nell’infanzia avrebbero influenza sui processi di interiorizzazione, incidendo sulla serenità psicologica, sicurezza in se stessi e integrazione. Non ottenere feedback sociali positivi incide nella maggiore difficoltà ad ottenere successi e ad innescare meccanismi di dispercezione sociale con conseguenti sentimenti di solitudine. Si azzarda anche un collegamento tra isolamento e aggressività, per le incapacità a rapportarsi in maniera sana e congrua al contesto.</span><sup><sup>[29]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Tutte queste constatazioni potrebbero, almeno in parte, aver inciso nella creazione di un profilo di personalità patologico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In accordo con il DSM-V, il disturbo narcisistico di personalità si rivela in un profilo pervaso dalla grandiosità, esigenza di ricevere ammirazione</span><sup><sup>[30]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e difficoltà nel costruire relazioni interpersonali per mancanza di empatia, interesse e affettività, se non per ottenere dei vantaggi personali o accrescere il proprio ego</span><sup><sup>[31]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine narcisismo deriva da Narciso, personaggio della mitologia greca famoso per la sua bellezza ma insensibile all’amore perché concentrato solo su di sé e, per la sua superbia, punito dalla dea Nemesi ad innamorarsi della sua stessa immagine. Ed è specchiandosi in un lago che morì annegato cercando di raggiungere il proprio riflesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il concetto generale di narcisismo si riferisce alla necessità di trasmettere una buona immagine di sé e all’aspettativa che essa venga supportata dall’ambiente esterno. Si sfocia nella forma patologica nel momento in cui si cercano di soddisfare questi bisogni in maniera maladattiva o si genera un alto disagio emotivo se non vengono rette le aspettative</span><sup><sup>[32]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Ciò accade perché, anche se dall’esterno sembrerebbe il contrario, il fulcro patologico del narcisista è dato da pattern anomali riguardanti la propria autostima, l’inferiorità e la paura verso la solitudine che vengono compensati con la necessità di ammirazione, riconoscimento, popolarità e il rigetto delle critiche che vanno invece ad alimentare le proprie insicurezze</span><sup><sup>[33]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con riferimento alla regolazione dell’autostima, dei comportamenti, alle emozioni e ai pensieri esplicitati dal soggetto, è possibile suddividere il narcisismo in due categorie: covert e overt.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La prima consiste nella manifestazione implicita ed inconscia del disturbo, dove il soggetto prova un profondo senso di inferiorità, umiliazione e vergogna con conseguente sensibilità estrema al giudizio altrui. L’atteggiamento è riluttante e dimostra falsamente gentilezza e modestia, evitando situazioni in cui potrebbe ricevere critiche o fallire. La forma manifesta, invece, è quella overt, in cui rientra anche il protagonista di questo lavoro. È detta anche grandiosa perché esplicita, caratterizzata da un senso di superiorità accentuato, arroganza, disprezzo e utilizzo strumentale del prossimo. In questo caso, la fragilità interiore viene nascosta con una maschera che esprime unicità e un senso di importanza esagerato</span><sup><sup>[34]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La maschera che indossava Pietro era quella del Maso invincibile, sicuro di sé, esclusivo e superiore agli altri. Questo personaggio si distingueva con l'apparenza. I capelli perfettamente in ordine, gli abiti all’ultimo grido, i travestimenti durante le serate e gli ingressi in discoteca, dove confidava di venir osservato e invidiato da tutti. Sentiva il bisogno interiore di stupire se stesso e gli altri con idee, accessori o comportamenti ogni giorno differenti. Superare in stravaganza ogni sera la precedente era diventato un vero e proprio lavoro che gli impiegava moltissimo tempo ed energie mentali, tanto che arrivò ad affermare che, per anni, Maso, il suo lato dominante, eccentrico e assetato di attenzioni, avesse preso il sopravvento su Pietro, la sua parte vulnerabile e fragile. Come se quel re delle discoteche e dei travestimenti avesse imprigionato il bambino che trascorreva le giornate malato nel suo letto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alcuni studi clinici, come quello condotto dagli psicologi americani Elisabeth A. Edershile e Aidan G. C. Wright dell’ Università di Pittsburgh, hanno evidenziato che il narcisista oscilla tra fasi di grandiosità e altre di vulnerabilità, specificando che sono le situazioni interpersonali ad influenzare maggiormente l’espressione della personalità e della psicopatologia</span><sup><sup>[35]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Si parla infatti di “dinamica narcisistica" per spiegare l’andamento variabile di questo disturbo che non presenta sintomi stabili ma una serie di fluttuazioni psicologiche volte a regolare l’autostima. Questa dinamica prevede che il narcisista navighi all’interno di un circolo vizioso: egli è ossessionato dal sentirsi ed essere considerato unico e speciale (grandiosità) per allontanare il senso di vuoto (vulnerabilità), ricorrendo a strategie disfunzionali che conducono a problemi relazionali e, di conseguenza, ad un ulteriore abbassamento dell’autostima con sentimenti di ansia, tristezza o rabbia. La prevalenza della componente grandiosa o vulnerabile in un momento della vita potrebbe oscurare totalmente l’altra, portando il soggetto a sentirsi guidato da due identità. Questa interpretazione supporta le numerose dichiarazioni del protagonista sul fatto di non avere il controllo sulle proprie azioni e di essere stato “sottomesso” dalla malattia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante l’intervista concessa a Maurizio Costanzo il 5 ottobre 2017, a 26 anni dal delitto, Pietro Maso dichiarò di aver indossato una maschera per nascondere tutte le sue fragilità, sia psicologiche che fisiche, e che lentamente questa corazza lo avesse inghiottito, portandolo a staccarsi dalla realtà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa visione del disturbo permette di comprendere le contraddizioni presenti nella storia cardine di questo lavoro, gli indugi e le spiegazioni date dall’autore circa il reato commesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, altri esperti, tra cui George Armitage Miller, uno dei fondatori e massimi esponenti storici della psicologia cognitiva, sostengono che vulnerabilità e grandiosità siano le due forme opposte che può assumere la patologia e non dimensioni in cui la stessa possa oscillare</span><sup><sup>[36]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Una visione più statica di un disturbo di personalità troppo articolato per essere ristretto entro limiti così poco flessibili.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">3. Rieducazione e reinserimento sociale</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3.1 La confessione e la perizia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso venne arrestato il 19 aprile 1991. Agli inquirenti bastarono meno di 48 ore per comprendere che il massacro non era il frutto di una rapina finita male ma di un omicidio premeditato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alcuni errori commessi nella scena del crimine suggerirono che il colpevole non fosse estraneo ai coniugi Maso o, perlomeno, alla dimora. Nella fattispecie, si riscontrò la mancanza di segni d’effrazione, indizio che non si era avuto bisogno di forzare la porta d’entrata o una finestra dell’abitazione per accedervi; e vennero ritrovate sul tavolo le lampadine della cucina, svitate affinché non venissero accese le luci, segnale che i colpevoli si trovavano già sulla scena del crimine prima dell’arrivo delle vittime e che sapevano da dove queste ultime avrebbero fatto ingresso</span><sup><sup>[37]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. In aggiunta vennero rinvenute, accanto ai cadaveri, delle maschere da carnevale indossate dagli aggressori al fine nascondere il loro volto; disattenzione che denota una certa immaturità e mancanza di esperienza nell’agire criminale, di fatti, un criminale professionista e organizzato avrebbe prestato particolare attenzione a non lasciare tracce e materiale genetico sulla scena criminis.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I sospetti ricaddero precisamente sul figlio minore della coppia, Pietro, anche osservando il suo atteggiamento freddo e distaccato, quasi indifferente, all’improvvisa perdita dei genitori. Il giorno dopo il massacro comparì al telegiornale apatico e imperturbabile a differenza delle sorelle e dei vicini di casa intervistati che erano sconvolti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, l’indizio che maggiormente insospettì i poliziotti fu l’emissione di un assegno da 25 milioni di lire da parte della vittima Rosa Tessari nei confronti di Giorgio Carbognin solo pochi giorni prima del misfatto. Destò diffidenza il fatto che una signora avesse trasferito una somma di denaro tanto sostanziosa ad un amico diciottenne del figlio e, confrontando la firma apposta sul titolo di credito con quella reperita su altri documenti depositati in banca, emersero alcune disparità. Totalmente ignare della circostanza, le sorelle di Pietro, Nadia e Laura, rimasero perplesse e cominciarono ad indagare personalmente a riguardo, finché trovarono in casa un foglio con svariate imitazioni della firma della madre. Si trattava delle esercitazioni poste in essere dal fratello Pietro per contraffare al meglio l’assegno necessario per saldare il prestito che l’amico Giorgio doveva restituire alla banca</span><sup><sup>[38]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste evidenze indussero Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato a confessare e, di fronte alle loro deposizioni, anche Pietro ammise freddamente le sue colpe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Arrestato il giorno stesso, attirò subito una grande folla di giornalisti e curiosi data la sua immagine sempre impeccabile da ragazzo di buona famiglia e un atteggiamento adiaforo al male commesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quello di Pietro Maso è stato uno dei primi casi mediatici in Italia trasmesso in tutte le televisioni e discusso nei giornali. Veniva ripreso dalle telecamere dentro l’auto della Polizia o in Tribunale con abito elegante, l’immancabile foulard Hermès e il sorriso superficiale di chi si sente orgogliosamente famoso, ignorandone le motivazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A trent’anni dall’omicidio, raccontò a Cronache Crimina</span><span class="fs12lh1-5">li</span><sup><sup>[39]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">di aver assunto volontariamente un atteggiamento provocatorio, sia dietro le sbarre che in aula processuale, sorridendo ai cameramen e al pubblico presente per mascherare la solitudine e le paure nei confronti di una realtà molto più grande di lui. Di fatto, non sembrava far trasparire alcun sentimento di rimorso, tristezza o pentimento nemmeno di fronte alle accuse recitate dal giudice.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sentenza definitiva venne pronunciata il 29 febbraio 1992, emessa in primo grado di giudizio presso la Corte d’Assise di Verona, omologata in secondo grado presso la Corte d’Appello di Venezia e successivamente convalidata anche in Corte di Cassazione. Pietro Maso venne condannato a trent’anni e due mesi di reclusione, con riconoscimento dell’efferatezza del crimine per le modalità con le quali si era consumato, ma anche attenuanti per la giovane età e la parziale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Fu rilasciato dopo aver scontato circa ventidue anni di reclusione, con precisione ventidue anni meno quattro giorni prima al carcere Campone di Verona e dal 3 febbraio 1994 presso la Casa di Reclusione di Milano Opera. Beneficiò in tutto di tre anni di indulto e 1800 giorni di liberazione anticipata, oltre che della misura alternativa della semilibertà dal 2008 al 2013.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La difesa, affidata ai professori Carlo Andrea Robotti e Ivan Galliani puntava all’infermità mentale, riconoscendo, oltre che al disturbo di personalità, anche uno di coscienza che, dal punto di vista psichiatrico- forense, avrebbe costituito vizio parziale di mente. Ipotesi confutata dal prof. Vittorino Andreoli, facoltoso perito nominato dalla procura di Verona per stabilire se Maso fosse in grado di intendere e di volere al momento del fatto. &nbsp;Andreoli, psichiatra di fama internazionale, dichiarò che Pietro fosse affetto da disturbo narcisistico della personalità di grado lieve-medio, con alterazione del giudizio etico sostenuto dall'ambiente familiare e sociale in cui era cresciuto. Tuttavia, sottolineò che conservò inalterata la sua capacità di intendere e di volere sia durante la progettazione, sia in seguito al misfatto. Nel giudizio espresso, il professor Andreoli aggiunse che, esclusivamente nel momento dell’esecuzione del misfatto, il disturbo narcisistico potrebbe aver limitato la sua capacità di volere, intesa come potere di controllo dei propri stimoli ed impulsi ad agire. Ne deriva che Pietro Maso era da considerarsi imputabile, in quanto consapevole e consenziente delle azioni commesse.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le perizie, affidate al professor Andreoli con la collaborazione dei professori Gatti, Rizzuto e Pistoleri, oltre che il dottor Berto e la dottoressa Molinari, mirarono a redigere una valutazione clinico-diagnostica circa le cause che condussero al reato</span><sup><sup>[40]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. La Sezione Genetica dell’Università̀ di Verona, diretta dal professor Mario Gatti, elaborò un’analisi citogenetica del protagonista in questione, non rilevando alcuna anomalia cromosomica degna di nota e neanche problemi somatici, scheletrici o cardiaci. L’esame neurologico risultò privo di precedenti neuropsichiatrici o sintomi di compromissione del sistema nervoso, con assenza anche di alterazioni di coordinazione motoria o dei nervi cranici. Nonostante il manifestato disturbo di personalità, per il prof. Andreoli, all’epoca, non erano presenti segnali di malattia neurologica. Unica nota sottolineata dal punto di vista neuroscientifico fu il risvolto dell’episodio meningeo in età neonatale che avrebbe compromesso lo sviluppo neuropsichico con una sindrome caratteriale evidenziata soprattutto nell’età scolare</span><sup><sup>[41]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, la quale manifestò un focus verso i bisogni interni delle modalità di sentire e agire peculiari o abnormi e alcune alterazioni comportamentali e affettive che spiegano l’alto egocentrismo e la mancanza di empatia e d’interesse verso il prossimo. Emerse anche che il concetto di “relazione”, per Maso, era grandemente incline alla strumentalizzazione e alla manipolazione, l’interazione aveva il solo obiettivo di ottenere conferme, risultando poco propenso alle critiche, a cui reagiva in maniera ostile e aggressiva. Andreoli sintetizzò la personalità di Maso come un’alternanza di atteggiamenti di ipervalutazione di sé e altri di negazione, un’oscillazione tra impulsività ed estrema riflessione con inclinazione a rimuginare tormentosamente sulle proprie idee, pensieri e percezioni. Infine, trasparirono modalità adattive di tipo autoplastico, termine con cui ci si riferisce alla tendenza tipica di chi soffre di disturbi di personalità di modificare se stessi come alternativa al fatto di non riuscire a modificare il mondo circostante. Questo perché il narcisista si concentra solo sulla sua persona, sui propri bisogni e sentimenti senza valutare, né addirittura considerare, la presenza del prossimo e di una realtà al di fuori di se stesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oltre che ai colloqui, per valutare in maniera più oggettiva e standardizzata le caratteristiche intrapsichiche dei periziandi, si propongono alcuni test psicologici che, nel caso di Pietro Maso, confermarono la presenza di disturbi dell’affettività e della personalità. In data 13 maggio 1991, Pietro venne sottoposto alla Scala Wechsler, uno tra i test più utilizzati per misurare le abilità intellettuali, ottenendo un risultato finale di 79 punti e, quindi, un quoziente intellettivo inferiore alla media nazionale corrispondente a 102. Successivamente, gli venne somministrato il Koch Test, un test proiettivo che interpreta la personalità del paziente sull’analisi del disegno di un albero. Il risultato fece emergere una tendenza introspettiva e regressiva con desiderio di rivalsa, ipoteticamente riconducibile al sentimento di inferiorità che lo accompagnò durante tutta l’infanzia e il desiderio di vendetta verso i genitori che gli impedivano di condurre la vita lussuosa che desiderava, limitandogli le finanze. Infine, fu sottoposto anche al Machover Test, altro test proiettivo di personalità che richiede di disegnare una figura umana. L’interpretazione data dal professor Andreoli era quella di un soggetto che presentava degli ostacoli legati alla sessualità, intesa sia come identificazione che come differenziazione, in quanto sottomesso al contesto sociale. Dimostrava di non riuscire a reagire adeguatamente agli stimoli esterni, di avere tendenze egocentriche e bassa tendenza alla socialità a causa delle alte aspettative verso se stesso e della necessità di soddisfare i suoi bisogni interiori. Dall’interpretazione dei sopracitati test, si dedussero difficoltà relazionali con l’ambiente circostante, complicanze nel processo di maturazione, scarso grado di concentrazione e marcato distacco emotivo-affettivo</span><sup><sup>[42]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Da un punto di vista psicologico, si può riassumere che Pietro Maso fosse caratterizzato da un’intelligenza non particolarmente spiccata; un’indiscussa ipertrofia dell’io, ossia il bisogno patologico del narcisista di sentirsi e dover essere considerato superiore a tutti</span><sup><sup>[43]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e gravi difficoltà affettivo- relazionali, con mancanza di empatia e interesse nei confronti del prossimo ma spiccata sensibilità verso i giudizi altrui. La comorbilità di questi tratti colloca la personalità del Maso all’interno dell’area borderline di personalità</span><sup><sup>[44]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">All’interno della sua biografia, Maso raccontò di essersi sentito psicologicamente pressato e trattato come una cavia durante i colloqui col professor Andreoli, in quanto i suoi test gli apparivano come dei rompicapi e le domande ripetitive, se non martellanti. L’insistenza da parte degli specialisti nell’approfondire la sua personalità ha innescato l’impertinenza da parte di Pietro, con risposte inventate, ironia e prese in giro. Un atteggiamento che ha dimostrato di per paura che qualcuno riuscisse a captare le sue fragilità o si permettesse di giudicare qualche suo tratto di personalità. Questa tendenza può ricondursi alla svalutazione che il narcisista tende a dare al prossimo e al tentativo di affermarsi come il migliore, privo di difetti. Si comportò allo stesso modo anche con l’unica persona che lo accompagnò nel suo percorso rieducativo in carcere: Don Guido Todeschini.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3.2 La condanna e la scarcerazione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso della detenzione Maso seguì un percorso spirituale di supporto con D</span><span class="fs12lh1-5">on Guido Todeschini, direttore di Telepace</span><sup><sup>[45]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e della Editrice Cattolica Italiana</span><sup><sup>[46]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, che attirò la sua attenzione per aver pubblicamente espresso dispiacere nei suoi confronti durante una trasmissione radiofonica. Nel corso dei primi mesi di incontri, ancora detenuto al carcere di Verona, Pietro si presentava svogliato e distaccato rispondeva in maniera sfacciata, ironica o peggio blasfema, dimostrando di non voler farsi avvicinare. Cominciò ad intraprendere le sedute con un approccio maggiormente costruttivo solo dopo che il sacerdote lo affrontò con convinzione e gli alzò la voce, minacciandolo di non avere tempo da perdere se avesse continuato a comportarsi in maniera tanto menefreghista e immorale. Un rimprovero vero e proprio. Ciò che, probabilmente, non era stato abituato a subire da bambino ma che gli sarebbe servito per innescare dei meccanismi di divieti e punizioni atti ad indirizzarlo verso la conformità sociale. Il risultato fu alquanto efficace dato che, da quel momento, il suo atteggiamento mutò radicalmente, diventando più collaborativo ed educato con colui che, ancora oggi, considera la sua guida spirituale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ho sempre pensato che la mia vita sia stata più grande di me. Ma non che avrei avuto la forza di sopportare quello che poi è accaduto. Quello che ho fatto è un peso enorme, grande da sopportare. Fuori dalla portata umana. E credo che se qualcosa mi ha salvato, in questi vent'anni, è stata la fede. Se qualcuno mi ha salvato è stato Dio</span><sup><sup>[47]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Con queste parole a</span><span class="fs12lh1-5">utobiografiche, Maso dichiarò che il percorso di conversione lo avesse portato al pentimento e alla redenzione, dandogli il coraggio di rivedere le sue sorelle, di salvarsi dalla perdizione e di tornare sulle tombe dei genitori appena gli vennero concessi i permessi premio. Scrisse di aver chiesto a Dio di pagare per ciò che aveva compiuto, di aver fatto sacrifici e pregato ogni giorno fino ad aver raggiunto la sua punizione eterna: la consapevolezza. Tale coscienza sarebbe stata acquisita dal solo percorso religioso, in quanto non seguì altre terapie, come sedute psicologiche o gruppi di sostegno specifici per il suo disturbo; complice sicuramente il sistema carcerario dell’epoca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nonostante la riforma sull’Ordinamento Penitenziario, attuata con la legge 354 del 1975, abbia introdotto i concetti di trattamento e rieducazione dei detenuti, successivamente approfonditi con la Legge Gozzini nel 1986, negli anni ’90 molte concessioni di misure alternative alla detenzione e permessi premio vennero interrotte a causa dei numerosi attentati mafiosi che si verificarono in Italia. Accedere al lavoro intra ed extra murario, partecipare ad attività ricreativo-culturali od ottenere permessi premio era un privilegio, non parte della routine dei detenuti. La maggior parte del tempo all’interno degli istituti veniva trascorso in cella o all’aria aperta per i periodi di tempo previsti. Ciò faceva sì che si condividesse la maggior parte della giornata in solitudine o con i compagni di cella, scambiando con loro esperienze di vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A tal proposito, vi è una lunga letteratura circa la subcultura carceraria, ossia l’insieme di valori e pensieri che vengono condivisi dai detenuti, ma anche lo stile di vita e le sensazioni comuni. Ciò è dato sia dal gran numero di soggetti che hanno commesso crimini, e quindi sono caratterizzati da mentalità antisociale, piuttosto che da tendenze maliziose o crudeli, sia dalla dicotomia tra guardie e prigionieri. Da un lato, uno dei passatempi preferiti per i detenuti è quello di raccontarsi le proprie avventure criminali o scambiarsi idee e trucchi del mestiere, al punto che molti, quando escono, si impegnano immediatamente a ricommettere il crimine in maniera più efficiente dopo averne analizzato e perfezionato la criminodinamica in carcere; dall’altro lato, la mancanza di libertà, gratificazione e la sottomissione possono generare stati d’ansia e depressione, soprattutto nei ragazzi più giovani con una personalità non totalmente sviluppata, e quindi facilmente influenzabili, come Pietro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo la condanna definitiva nel 1994, venne trasferito nella Casa di Reclusione di Milano Opera per la sua giovane età, al fine di garantirgli una delle esperienze detentive più efficienti d’Italia. Per l’appunto, quello di Opera, viene considerato uno dei penitenziari più importanti e sorvegliati a livello europeo per la sua complessità gestionale, la pluralità di attività trattamentali proposte e le numerose iniziative rivolte sia alla popolazione detenuta che alla comunità esterna. In seguito ad un periodo di auto-isolamento e stato depressivo, Pietro decise di mettersi in graduatoria per lavorare. Grazie alle raccomandazioni da parte di Don Guido riuscì ad essere assunto alla Spes, una ditta per la quale si occupò di inserimento dati per tre anni. Riprese a studiare concludendo un ciclo di cinque anni di scuola superiore e, insieme ad un altro detenuto body-builder, fondò la prima palestra del carcere di Milano Opera. Iniziò anche a leggere molto, soprattutto libri sacri, ispirato da altri detenuti come ex terroristi o dissidenti politici che gli raccontavano le loro ideologie politiche con riferimento alla storia e a teorie filosofiche. Può sorgere spontaneo pensare che tutte queste attività e iniziative manifestassero un cambiamento caratteriale e interiore del protagonista in questione, tuttavia, sono stati molti i segnali che, nell’ immediato futuro, dimostrarono il persistere della sua tendenza narcisistica altalenante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante la permanenza in carcere, i suoi comportamenti furono educati e sereni, per questo venne accettato per il lavoro extra murario, gli venne concesso il primo permesso premio a 15 anni dall’arresto e anche la misura alternativa della semilibertà, erogata unicamente a chi viene considerato affidabile, che non presenta rischio di fuga, recidiva o, in generale, pericolosità sociale. Per 5 anni si recò ogni mattina presso un’associazione che si occupava di reinserimento detenuti in società per poi fare rientro in carcere per la successiva parte della giornata, dimostrandosi operoso, puntuale e diligente. Tuttavia, nell’aprile 2011, il Tribunale di Sorveglianza pronunciò la sospensione della semilibertà dopo che un collega denunciò Pietro sostenendo che avesse dei debiti verso di lui e che, oltre a non restituirgli il denaro, lo avesse minacciato di morte. Dopo tre mesi, la misura alternativa gli venne nuovamente concessa in quanto venne accolta la controdenuncia di Pietro Maso che smentì completamente il fatto, accusando il collega di estorsione e rivelando che la dinamica era opposta e, in realtà, era proprio quest’ultimo a dovergli restituire dei soldi</span><sup><sup>[48]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sua affidabilità venne supportata dal fatto che non diede segnali di negligenza, non venne trovata alcuna prova e, inoltre, nello stesso periodo, dimostrò un “progresso affettivo” innamorandosi di Stefania Occhipinti, una ragazza milanese che conobbe al bar della medesima comunità e che sposò in segreto nel 2010. A detta della donna, di Don Guido e delle sorelle, Pietro in quel periodo era sereno, una persona zelante e profondamente maturata. Dopo la scarcerazione, andò a vivere con Stefania e continuò a lavorare presso le comunità gestite da Don Guido, finché prese la decisione di scrivere un libro sulle sue memorie, pubblicato da Mondadori nel 2013. Al suo interno descrisse, con la collaborazione di una giornalista, in maniera molto approfondita e diretta, tutti i pensieri che gli pullulavano in mente all’epoca del parricidio, come usava comportarsi da giovane e i dettagli agghiaccianti sulla criminogenesi</span><sup><sup>[49]</sup></sup><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e criminodinamica</span><sup><sup>[50]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Tale decisione aprì un ampio dibattito tra giornalisti ed esperti in campo psicologico e sociale in quanto alcuni la considerarono come una vera e propria dichiarazione di pentimento e altri come un’ulteriore strategia per far parlar di sé. Analizzando ciò che successe in seguito, risulta maggiormente plausibile associare la pubblicazione dell’autobiografia ad una strategia per attirare l’attenzione dei giornali dopo diversi anni lontano dalla scena pubblica. Infatti, nel 2015, il matrimonio terminò, proprio a causa di un ritorno ai vizi passati. L’ex moglie raccontò di non riconoscerlo più, in quanto iniziò ad essere particolarmente irritabile, impulsivo, incontrollabile e aggressivo. Questo fu dovuto al fatto che, tornato in libertà, la considerazione e l’etichettamento da parte della comunità lo fecero sprofondare in una buia depressione. A causa dei suoi precedenti penali, non fu in grado di trovare occupazione lavorativa e, per questo, si sentì stigmatizzato come se non avesse mai pagato il suo debito con la giustizia. È ipotizzabile ritenere che questo sia stato un evento trigger, ossia uno stimolo che lo ha riportato ad un’esperienza traumatica precedente, facendo emergere quei sentimenti di diversità, inferiorità ed emarginazione che provava nell’infanzia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La fragilità lo condusse verso la strada della tossicodipendenza con l’accumulo di grossi debiti e l’abuso di cocaina che sfiorò più volte l’overdose. È da notare che la dipendenza verso questa sostanza viene citata tra le problematiche in comorbidità col disturbo narcisistico di personalità. &nbsp;L’effetto psicoanalettico della cocaina attribuisce euforia, coraggio, autostima per affrontare situazioni di stress e perdita del controllo che il narcisista vive come un’enorme delusione e sconfitta personale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Fu così che nel 2015, in preda ad episodi di onnipotenza e pericolosità sociale, accettò, sotto consiglio di Don Guido, di farsi ricoverare in una comunità di recupero dalle dipendenze in Trentino Alto Adige. Durante la sua permanenza, venne pubblicato in anteprima su “Il Giornale” e successivamente in molti altri quotidiani, un articolo che fece particolarmente riflettere. Conteneva una lettera scritta da Pietro Maso a Manuel Foffo, il quale, condannato nel 2016 per l’omicidio di Luca Varani, ammise di averlo fatto per sfogare la propria rabbia sadica derivante dal desiderio di ammazzare il padre. Pietro scrisse:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Io sono stato peggiore di te, ma posso capire perché</span></i><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><i><span class="fs12lh1-5">volevi ammazzare tuo padre. Un cupo e rarefatto istinto di rivalità per catturare tutto l’affetto delle donne di casa e dimostrare di non essere solo il cucciolo fragile e indifeso</span></i><span class="fs12lh1-5">. Per poi aggiungere:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Non posso biasimarti per quello che hai fatto […] ti aspetta un periodo duro per molti anni ancora. L</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">isolamento, la disperazione, gli sputi in faccia degli altri detenuti e la durezza delle guardie. La voglia di suicidarti e l</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">illusione di svegliarti da un brutto sogno e tornare alla vita di sempre.</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Per poi concludere consigliandogli di leggere molto e rivolgersi a lui per qualsiasi consiglio. Parole che, a ventiquattro anni dal delitto, dimostrano un certo rimuginio sui fatti, interpretato dagli avvocati di Foffo come un tentativo di farsi pubblicità e un’espressione di egocentrismo</span><sup><sup>[51]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, a prova che, in situazioni stressanti, Pietro tende ad adottare pensieri e schemi comportamentali passati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Concluso il percorso di disintossicazione, per dare una svolta alla sua vita, decise di abbandonare lo stato che tanto lo pregiudicava, impegnandosi nell’apertura di un centro di recupero in Spagna. Purtroppo, l’iniziativa imprenditoriale non diede i risultati sperati e fu costretto a tornare in Italia. Quale tipica reazione dei soggetti narcisisti, il fallimento lo ricondusse nel baratro, facendolo precipitare nuovamente in uno stato depressivo, fino ad un episodio cruciale verificatosi nel gennaio del 2016. Pietro inviò, per errore, un SMS alla sorella Nadia, con scritto: Ora Fabio pensaci bene. Domani mattina ti chiamo e se rispondi bene, e fai quello che dico, ok. Altrimenti vengo lì e ti stacco quella testa di cazzo che hai. Il massaggio, in realtà, era indirizzato ad un uomo al quale doveva 25 mila euro. Nadia lo denunciò subito ai Carabinieri, rendendosi conto che, ancora una volta, il denaro si era preso possesso della mente del fratello, facendole affiorare alla mente un déjà vu circa l’assegno del ’91. Pietro reagì in maniera aggressiva, contro denunciando entrambe le sorelle per diffamazione e minacciandole di averlo compromesso. Il culmine venne raggiunto con l’intercettazione di una sua conversazione telefonica mentre pronunciava: Faccio quello che dovevo finire nel 1991… Faccio il lavoro che so fare meglio e poi mi ammazzo. Si confermò, dunque, in preda ad un delirio di onnipotenza che gli fece perdere completamente il controllo, tanto che anche una delle due sorelle si espresse pubblicamente dicendo: L’ho visto in uno stato confusionale e di onnipotenza. L'ho trovato con deliri euforici che mi hanno lasciato basita e spaventata e mi hanno ricordato lo stato in cui versava nel 1991 prima degli omicidi.</span><sup><sup><span class="fs8lh1-5">[52]</span></sup></sup></div><div><span class="fs12lh1-5">È da ricordare che il piano originario di Pietro non era solo quello di eliminare i genitori, bensì anche le sorelle, i cognati e per ultimi gli amici Paolo Cavazza e Damiano Burato, in modo tale che l’intera eredità venisse attribuita a lui, il quale l’avrebbe poi condivisa con il socio Giorgio Carbognin.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa, forse, che nel 2016, dopo ventidue anni di detenzione e percorsi di terapia in comunità di recupero, stava pensando di portare a termine il piano del ’91? Ciò dimostrerebbe la completa inefficienza delle strutture riabilitative e del percorso di rieducazione e trattamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sulla base di queste ipotesi, a Nadia e Laura venne affidata una scorta e Pietro accettò di essere internato nell’istituto di cura per problemi psichiatrici “Villa Santa Chiara” in provincia di Verona.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Don Mazzi, presbitero, educatore e attivista italiano impegnato nella lotta contro la tossicodipendenza attraverso la fondazione della rete di oltre quaranta comunità terapeutiche chiamata “Exodus”, nel 2016 si espresse a favore di Maso dimostrando la sua disponibilità a collaborare con Don Guido per salvarlo. Nel giornale L’Arena pubblicò:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Io sono disponibile ad accogliere Pietro in Exodus. Ma non a Milano n</span></i><i><span class="fs12lh1-5">é</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><i><span class="fs12lh1-5">a Verona. Abbiamo quaranta comunità: non sarà difficile trovare per lui un posto più tranquillo e defilato. Se Don Guido è d</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">accordo, mi darò da fare.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Riguardo le minacce ad amici e parenti, commentò:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Forse, dopo la scarcerazione, abbiamo lasciato Pietro troppo solo,</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">per poi aggiungere un messaggio di speranza:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Se Maso è recuperabile? Certo. Tutti lo sono. Però bisogna crederci.</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">Specificando infine</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">che:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">L</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">importante è che non venga più lasciato solo, perch</span></i><i><span class="fs12lh1-5">é</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><i><span class="fs12lh1-5">i fatti hanno dimostrato che non è in grado di andare avanti con le proprie gambe</span></i><sup><sup>[53]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quest’insieme di avvenimenti dimostrò un persistere nell’instabilità caratteriale di Pietro, confermando il concetto di dinamica narcisistica, ossia l’altalenare di momenti di lucidità e altri di perdizione, come principio cardine di questo disturbo di personalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A partire dall’atteggiamento, insieme agli scandali verificatisi dopo la scarcerazione, alla tossicodipendenza, ai debiti, ai licenziamenti e alle minacce, è difficile sostenere l’ipotesi che Pietro sia uscito dal “tunnel del narcisismo”. Negli anni ha continuato ad essere protagonista di articoli di giornale a causa della sua precarietà comportamentale, dimostrando difficoltà nel gestire pressioni e fallimenti, nel vivere autonomamente in maniera stabile e coltivare relazioni interpersonali prosperamente, presentando una persistente e marcata mancanza di empatia a favore di una visione della vita focalizzata sul sé. &nbsp;Ciò dimostra che il disturbo narcisistico si è radicato nella sua personalità e, nonostante i tentativi di sopprimerlo, emerge ogni qualvolta il soggetto venga sottoposto ad una situazione di stress. Si sarebbe dovuto curare tempestivamente con percorsi di psicoterapia e cura farmacologica mirati alle sue difficoltà, percorso alquanto difficile per la tendenza del soggetto a respingere tutte le persone che tentavano di avvicinarsi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il trattamento generale del disturbo narcisistico di personalità è simile a quello degli altri disturbi psichici. Tra le opzioni, troviamo la terapia psicodinamica che ha lo scopo di ristabilire un equilibrio nei conflitti di fondo e può essere di particolare aiuto in individui con scarsa autostima, instabili emotivamente e irregolari nel comportamento. Inoltre, risultano efficaci anche altri approcci, come trattamenti basati sulla mentalizzazione, psicoterapia focalizzata sul transfert, terapie cognitivo-comportamentali o metacognitive-interpersonali; metodi di stampo psicanalitico che mirano a far emergere le tensioni di fondo per colmare le lacune intrapsichiche e relazionali del paziente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda il trattamento farmacologico, potrebbe essere risultato interessante tentare, sin dal suo ingresso in carcere a diciannove anni, la somministrazione di medicinali stabilizzatori dell’umore, atti a placare stati d’ansia o d’impotenza rabbiosa</span><sup><sup>[54]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, così da evitare reazioni abnormi di fronte alle difficoltà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il percorso di guarigione dal disturbo narcisistico di personalità, secondo Psychology Today, la rivista statunitense di psicologia gestita dall’American Psychological Association</span><sup><sup>[55]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, prevede dieci fasi che mirano a creare una maggiore consapevolezza nel soggetto e recuperare il suo contatto con la realtà. Tra le tappe fondamentali, vi è la comprensione dei fattori scatenanti il disturbo e i meccanismi di difesa utilizzati, l’inibizione delle abitudini disfunzionali, la creazione di nuove strategie di copying e la diminuzione della grandiosità, focalizzandosi a dare maggiore considerazione al prossimo, fino ad imparare a provare empatia. Il fine è quello tornare ad essere autentici, far cadere la maschera del narcisismo ed interessarsi ad altre persone, entrando in risonanza con loro senza secondi fini</span><sup><sup>[56]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Analizzando i comportamenti e lo stile di vita di Pietro Maso, si riscontra una mancanza di consapevolezza di base perché, nonostante non si sia mai fatto remore nel raccontare i dettagli più profondi delle sue pulsioni, non si è mai scostato dal suo punto di vista. Egli ha sempre risposto a tutte le domande che gli venivano poste con dettagli, anche riguardanti questioni strettamente personali e ammettendo le proprie colpe ma sempre sottolineando che fosse stata la malattia a compiere quelle azioni, e non lui. Questa strategia è particolarmente marcata nell’intervista rilasciata a Maurizio Costanzo il 3 ottobre 2017, a ventisei anni dall’omicidio, dove ha ripercorso tutti gli eventi e comportamenti che poneva in essere negli anni del parricidio, ripetendo molte volte che era la malattia ad agire, mantenendo le distanze da quanto accaduto e attribuendole la colpa. Dichiarò di aver vissuto la propria vita in terza persona, il che potrebbe essere letto come una modalità per scaricare la responsabilità degli atti compiuti all’esterno, a supporto che il narcisista svaluta il mondo circostante e tende a legittimare ogni sua azione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ultima apparizione pubblica di Pietro Maso fu il 16 novembre 2022 al programma “Cronache Criminali”, dove rilasciò quella che definì l’ultima intervista sull’omicidio del padre e della madre ed espresse il desiderio di voler essere dimenticato. Per la prima volta dichiarò di voler tornare indietro nel tempo per restituire la vita ai suoi genitori, di avere il desiderio di stringere le loro mani e dire loro di volerli bene. Si disse pentito, assicurò di essere diverso dal ragazzo che, spinto dall’avidità, decise di togliere la vita alle persone che gliel’avevano donata, seguendo l’obiettivo sociale dell’epoca: il successo, il denaro, i beni materiali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dichiarò:</span><i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Adesso cerco di raccogliere dalla vita le cose vere, un tempo invece raccoglievo cose futili, una macchina migliore, un vestito in più, altri soldi… ora invece la ricerca è in un</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">altra direzione, cerco esattamente l</span></i><i><span class="fs12lh1-5">’</span></i><i><span class="fs12lh1-5">opposto rispetto al passato</span></i><i><sup><b><sup>[57]</sup></b></sup></i><span class="fs12lh1-5">. A questo proposito decise di dedicarsi a tempo pieno all'inserimento lavorativo e sociale dei detenuti, tramite la Onlus "La Pietra Scartata”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si può arrivare al punto di rinunciare al richiamo del narcisismo? Cosa lo alimenta di più? La condizione psicologica o quella ambientale? E quanto incide la società?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">4. Il Veneto degli anni ’90: l’influenza dell’ambiente sociale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Alle numerose testate giornalistiche che annunciarono il parricidio per mo</span><span class="fs12lh1-5">tivi economici, Pietro Maso ribatté dicendo: Hanno scritto di me, di noi, che abbiamo ucciso per fare la bella vita. Noi volevamo entrare nella vita</span><sup><sup>[58]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. È impossibile, infatti, analizzare questo caso senza fare riferimento al contesto storico e culturale dell’epoca, il quale aprì un dibattito talmente ampio che venne addirittura riportato nella perizia a causa del ruolo fondamentale che giocò nel caso in esame.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il contesto sociale e ambientale del Veneto e, in questo caso specifico, della cittadina di Montecchia di Crosara nella provincia di Verona, è un esempio del cambiamento epocale che si è vissuto negli anni Novanta. Un’epoca di transizione cruciale, simbolo che il mondo stava cambiando e anche molto velocemente: venne abbattuto il muro di Berlino, Nelson Mandela venne eletto primo presidente di colore del Sud Africa, crollò l’impero Sovietico, si firmò il trattato per l’ambiente di Kyoto e nacque l’Unione Europea. Ma si verificarono anche tragedie, come lo scoppio della Guerra del Golfo, la morte di Falcone e Borsellino, le inchieste su Tangentopoli e il genocidio in Rwanda.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dalla tranquillità degli anni ’80 al realismo dei ’90 che, tra alti e bassi, ha imboccato il grande fenomeno della globalizzazione. Dalla povertà e l’arretratezza di un’economia contadina si è passati all’esplosione industriale e alla modernità che, se da un lato ha diffuso il benessere, dall’altro ha causato una perdita dei valori fondamentali, un cambiamento nel modo di vivere e di relazionarsi e una nuova venerazione verso il “dio denaro”. Per decenni, il benessere era stato collegato al duro lavoro che impiegava tanto tempo e sudore, ma le nuove generazioni cominciarono ad essere meno consapevoli di tale fatica. Parte dei giovani come Pietro irruppero nella scena sociale non solo senza contezza, ma con cinismo e ferocia, chiedendo tutto subito e spingendosi oltre i limiti, complice sicuramente l’alta permissività dei genitori e il consumismo in avanzamento. Il professor Andreoli, nella sua perizia, enfatizzò a lungo l’incisione dell’ambiente in questo omicidio, riferendosi all’ipocrisia e ai falsi miti della cittadina di Montecchia, dove azzardò che il maiale vale più della moglie. Un modo per dire che al primo posto non vi erano gli affetti, ma il patrimonio. Confermato, per esempio, dallo stile di vita della famiglia Maso, in cui al centro di ogni conversazione vi era il lavoro e non questioni personali o sentimentali. Pietro stesso scrisse che la cittadina di 4.000 anime dove abitava era terra da coltivare su una provinciale con una piazza e una chiesa, un cinema parrocchiale, una sala giochi e un paio di bar</span><sup><sup>[59]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. I più fortunati erano coloro i cui padri possedevano campi, che implicavano di svegliarsi ogni giorno alle 6:30 e tornare a casa quando il sole era già tramontato; invece quelli più sfortunati facevano gli operai, perché in Veneto l’economia correva più che nel resto d’Italia e i veneti lavoravano, a testa bassa, anche fino a sedici ore al giorno. L’unico spiraglio era rappresentato dal weekend, in cui ci si divertiva senza freni, per poi ricominciare da capo la settimana. I genitori di Pietro erano grandi lavoratori, erano riusciti ad acquistare diversi terreni coltivabili e quindi a risparmiare parecchio, garantendosi una sicurezza economica. Tuttavia, la loro mentalità rimase quella dell’epoca precedente, non coltivavano passioni, non si concedevano un capo d’abbigliamento nuovo, né una cena fuori e tantomeno una vacanza. Reduci dagli anni della miseria, nulla era concesso, solo fare sacrifici e accantonare. Pietro, così come i suoi amici, guardava la vita che facevano i genitori che si sentivano già morti. D’altro canto, in televisione spopolava Miami Vice, la serie tv che narrava le peripezie di due detective sotto copertura che lottavano contro il narcotraffico e la prostituzione a Miami, con completi di alta moda su auto di lusso</span><sup><sup>[60]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Scoprì così che, al di fuori di Montecchia, c’era un altro mondo, fatto di belle ragazze, lusso e tramonti mozzafiato. Lui ambiva a quell’ “American Dream” e, dentro di lui, si sentiva come il protagonista Don Johnson, diverso dalla massa, ammaliante. Ma non gli interessava che combattesse il crimine, Maso si fermava all’apparenza, sognava gli occhiali a specchio, le T-shirt nere di Armani, le giacche eleganti e la Ferrari personalizzata. Viveva per apparire, in un contesto dove l’apparenza era molto più in voga dell’essere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante la stesura del presente elaborato, sono state raccolte testimoniante dirette da chi Pietro Maso l’ha conosciuto e frequentato, fornendo un inquadramento sociale e racconti che hanno permesso di comprendere la sua vera personalità e storia. Ancora oggi Montecchia di Crosara è un piccolo paesino di campagna, conosciuto come terra di contadini e isolato da tutto. Non essendo molto dinamico e attivo, Pietro e suoi amici si ritrovavano nel piccolo bar di paese, il Bar John, ancora oggi luogo di incontro tra i compaesani. Tuttavia, per trovare un po’ più di persone e vitalità, oggi come allora, i ragazzi si spostavano al primo paese vicino, San Bonifacio, che conta 20.000 abitanti, un certo numero di bar e ristoranti e da sempre, una discoteca. Oggi conosciuta come Skylight, il precedente Alibi era tappa fissa dei ragazzi tra i 15 e 20 anni ogni domenica pomeriggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Reduci dal fenomeno di costume dei Paninari</span><sup><sup>[61]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, la popolarità veniva raggiunta solo se si ostentava. I giovani cominciarono a rifiutare ogni forma di impegno sociale e politico, abbracciando per la prima volta il consumismo e mettendosi in mostra con capi griffati</span><sup><sup>[62]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">. Durante la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le compagnie si distinguevano per essere le più eccentriche possibile; non era apprezzato lo stile singolare di una persona, o quello che aveva da offrire, bensì quanto era al passo con la moda. Ostentare, al tempo, non significava avere un lavoro prestigioso o una casa propria, contava ciò che si indossava, l’auto o il motorino che si guidava, anche se erano stati regalati o di proprietà del padre. Entrare nella compagnia giusta era molto importante perché stabiliva lo status sociale del singolo, anche se era solo apparente e non reale. Di fatto, a Montecchia le mansioni lavorative rimanevano legate alla terra o alle aziende, non si raggiungevano posizioni autorevoli e, di conseguenza, neanche stipendi consistenti; ne deriva che tutto ciò che si guadagnava veniva speso. Questo però non aveva importanza, l’obiettivo non era quello di essere ricchi, ma sembrarlo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il senso di appartenenza al gruppo era molto marcato perché attribuiva forza e gratitudine al singolo, oltre che definire la sua identità. È per questo che il legame che si andava a creare diventava indistruttibile e la difesa dei soci andava combattuta. A tal proposito, si verificavano molte risse e litigi tra gruppi se veniva a mancare il rispetto nei confronti di un membro, si osava occupare il bar di un’altra compagnia o semplicemente si parlava con una ragazza del “territorio nemico”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La compagnia di Pietro Maso, dal 1989 circa, si aggregava spesso a quella più popolare di San Bonifacio. Entrambe erano molto attente ai dettagli e provenivano da famiglie benestanti dove i genitori facevano in modo di soddisfare tutti i desideri dei figli, per concederli una vita migliore dopo tutte le rinunce che avevano dovuto fare loro da bambini. Gli argomenti principali delle conversazioni all’interno della compagnia erano relativi a feste o acquisti futuri: dove comprare il Levis appena uscito, di che colore ordinare la giacca nuova o in quale locale uscire nel weekend. Il tutto accompagnato dalla massima cura nei dettagli e nello stile, perché ogni passo falso veniva notato e l’intera compagnia veniva etichettata. L’aspetto più curioso riportato dai compaesani di Pietro degli anni ’90 è che non era lui a dettare le mode, non era preso come punto di riferimento, non veniva imitato o emulato come lui ha sempre sostenuto durante interviste o nella sua autobiografia. Le persone in paese lo ricordano come una persona particolarmente raffinata, che curava moltissimo la sua immagine, sempre vestito di tutto punto con giacche elegantissime, foulard Ascot al collo e i capelli immancabilmente pettinati all’indietro come il suo idolo Sonny Crockett</span><sup><sup>[63]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, nessuno dei ragazzi che usciva con lui ha confermato che fosse un idolo tra i coetanei, tanto meno che venisse annunciato quando faceva il suo ingresso in discoteca, come ha spesso rimarcato nel suo libro o in interviste. All’interno della sua cerchia ristretta era considerato come un punto di riferimento per la sicurezza che trasmetteva e l’immagine impeccabile ma, al di fuori di essa, lui e i suoi amici, rimanevano pur sempre “quelli da Montecchia”; i quattro ragazzi proventi da quel paesino di contadini disperso nel nulla. Secondo una testimonianza, loro erano, ma soprattutto si sentivano, su un piedistallo. A partire da dove vivevano, in una cittadina di altitudine leggermente superiore rispetto al resto della vallata, e dove si incontravano, nel celebre Bar John a nord di essa, il quale veniva chiamato anche “quello in alto” per distinguerlo dall’altro più a valle. L’impressione che davano era quella di guardare le persone dall’alto verso il basso e che volessero essere ammirati dal basso verso l’alto. Questa percezione ha gradualmente staccato Pietro dalla realtà, convincendolo di essere il migliore e che, in un certo senso, nessuno potesse eguagliarlo. Lo dimostrava nel suo atteggiamento sociale ed esagerando nell’apparenza. Per esempio, verso l’inizio degli anni ’90, si ripropose la moda anni ’60 e i ragazzi in paese cominciarono ad imitarne lo stile con abiti similari, mentre Pietro e la sua compagnia andarono alla ricerca degli originali dell’epoca. Furono i primi in paese a rappresentare quella moda alla perfezione, essendo il più autentici possibile e dimostrandosi metodici e maniacali nel rispettare la corrente del momento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La differenza principale tra loro e il resto della società era che, mentre tutti gli altri giovani cercavano di essere il più alla moda possibile per rimorchiare, i quattro da Montecchia lo facevano per sé stessi, per compiacersi degli sguardi altrui. A loro non interessava conoscere nuove ragazze, era sufficiente che queste li notassero. Di fatto rimanevano quasi sempre in disparte ma proponevano ogni settimana estrosità nuove, convinti di essere diversi e, quindi, esclusivi, intoccabili.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La verità è che Pietro si presentava come una persona altezzosa e abbastanza introversa, non socializzava praticamente mai con persone sconosciute e tendeva a rimanere sempre con i suoi tre amici. Erano, quindi, un branco molto unito ma chiuso, abbastanza isolati e restii ad aprirsi a nuove conoscenze. Nei locali sorseggiavano il loro drink in disparte, muovendosi moderatamente e senza dare troppo nell’occhio. Non viene ricordato come un gran bevitore, né consumatore di droghe, la sua dipendenza era solo quella di ricevere attenzioni e, per godere a pieno dell’ammirazione altrui, preferiva rimanere lucido, onde evitare di perdersi qualche dettaglio. Il fatto di essere molto concentrato su se stesso, e non su quello che c’era attorno, lo portò a non avere molto seguito. Durante la detenzione, Maso fece scalpore per la quantità di lettere d’amore o d’ammirazione che riceveva da fans, soprattutto donne, ma non vi sono testimonianze che fosse lo stesso anche prima dell’omicidio, a differenza di quanto da lui dichiarato. Esperto per via d'apparenza, ma non per abilità sociali, era stato visto parlare con qualche nuova ragazza solo poche volte durante le serate nei locali. Al massimo, si limitava a fare qualche complimento o commento per poi andarsene senza dar vita ad una vera e propria conversazione. Lavorando in un supermercato ed occupandosi anche del reparto profumi, Pietro era solito avvicinarsi alle ragazze per annusare la loro fragranza e decifrare quale fosse. Non tanto un modo per approcciare ma più che altro per mostrare una sua abilità e, quindi, godere dello stupore della ragazza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Concretamente, era difficile sostenere una conversazione con lui, viene descritto come una persona abbastanza povera di interessi o passioni e, quindi, anche di argomenti. I ragionamenti che faceva erano molto limitati, anche a causa dell’epoca che non incentivava a sviluppare conoscenze. In compagnia tendeva a stare in silenzio, ridendo alle battute degli altri, o si limitava a scambiare qualche frase con Giorgio e Paolo, con una dialettica molto basica e discorsi di scarso spessore. A prova della carente profondità personale, viene ricordato che Pietro e Giorgio parlavano anche per un’intera ora del nuovo foulard Ascot che si erano comprati, loro tratto distintivo dato che erano gli unici ad indossarlo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di certo Maso era noto tra i coetanei per l’abbigliamento o l’auto che guidava, così come per certi comportamenti, come quello di accendere le sigarette con le banconote da 100 mila lire, ma non era mai sopra alle righe. In un’epoca di grandi risse, litigi e faide tra compagnie, lui e la sua cerchia non erano mai finiti al centro di scandali o comportamenti fuori luogo. L’omicidio fu, a maggior ragione, uno shock in paese perché, contrariamente ai modi di fare possessivi e impetuosi dei ragazzi dell’epoca, la banda di Montecchia non aveva neanche mai alzato la voce contro qualcuno, si era sempre mostrata pacata e con modi di fare educati. Il loro scopo era sempre stato quello di attirare l’attenzione con stile, di far sì che gli altri si girassero a guardarli, anche se in realtà chi li conosceva bene non li prendeva molto sul serio dato che non avevano una vita diversa da tanti altri coetanei e lavoravano come semplici operai.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Approfondendo e analizzando questo racconto, è bene enfatizzare proprio il distacco dalla realtà; caratteristica tipica dei disturbi di personalità. Non solo Maso metteva i propri bisogni al primo posto senza accorgersi del mondo circostante, ma arrivò addirittura a farsi governare da questi ultimi. Il narcisismo raggiunse un livello patologico tale da fargli credere di essere il migliore, ammirato e adulato. In certe situazioni, come nei locali o in quella fatidica notte, l’insicurezza e la scarsa autostima fecero indossare una maschera a Pietro, convincendolo di essere esclusivo e onnipotente. Un impulso disfunzionale per raggiungere, almeno per un breve lasso di tempo, un sentimento di soddisfazione e superiorità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo psichiatra Roberto Delle Chiaie paragonò il disturbo di Maso ad una dipendenza verso l'approvazione e il riconoscimento di un ruolo di superiorità che cercò di raggiungere costruendo un personaggio opposto alle insicurezze interne, ma che lo portò a vivere in terza persona la sua stessa vita. Nelle motivazioni della richiesta d’Appello del processo, si legge che le</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">patologie ad incastro</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs12lh1-5">degli imputati, Pietro, Giorgio e Paolo (escluso Damiano perché minorenne e quindi giudicato dal Tribunale dei Minori), hanno reso possibile il reato. Personalità borderline e disturbo narcisistico per Maso, personalità dipendente per Carbognin, immaturità e gregarismo per Cavazza. Pietro ha influenzato ed è stato influenzato dai suoi complici, si sono attratti a vicenda creando una miscela esplosiva imprevedibile ma, non per questo, impossibile. Le influenze esterne, la bassa autostima e l’alta propensione a lasciarsi influenzare hanno rafforzato le patologie dei singoli dando vita ad un circolo vizioso in cui ognuno trovava supporto e piacere nella condizione psicologica dell’altro. L’atto estremo è stato il culmine di anni di insoddisfazione personale, incapacità di ottenere successi e difficoltà nel leggere, interpretare ed agire nella scena sociale in maniera efficace e adattiva. Il desiderio di affermarsi portò ad un progressivo distacco dalla realtà, che ha raggiunto l’apice della degenerazione con la violenza espressa nel duplice omicidio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso ha compiuto un’azione che, da solo, non avrebbe mai avuto il coraggio di fare, a prova del potere dell’ambiente circostante in ogni esperienza di vita, anche in quelle più terribili</span><sup><sup>[64]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si può dedurre che le cause scatenanti i deliri narcisistici di Pietro Maso siano proprio l’ambiente, gli stimoli esterni e le situazioni che non riesce a gestire in maniera proficua. Per tale motivo, è possibile sostenere che il suo disturbo non sia stato debellato ma che si sia evoluto con l’età e con le esperienze di vita. Tramite il carcere, lo studio e il lavoro ha imparato a sopravvivere; ha capito come tenere a bada certi suoi comportamenti indossando un’ulteriore maschera; ha cercato, per esempio, di non attirare l’attenzione con travestimenti o dimostrazioni di forza, ma scrivendo un libro autobiografico e rilasciando interviste in cui parla senza freni dei dettagli agghiaccianti delle sue azioni, sapendo che ciò farà parlare di lui.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le maschere, però, talvolta cadono, come dimostrano i numerosi crolli in situazioni stressanti. Questo è la prova della dinamica principale di questo disturbo di personalità: l’oscillazione tra vulnerabilità e onnipotenza, espressa dall’alternanza tra</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Pietro</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Maso</span></i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una personalità opportunista e influenzabile come la sua, considerando il suo passato è l’età attuale, potrà mai raggiungere un’identità stabile? Di quante maschere dispone? Quale starà indossando ora?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Conclusione</span></b></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso di Montecchia di Crosara è un esempio di riferimento nello studio del parricidio come fenomeno criminoso e il suo artefice rappresenta l’emblema del narcisismo patologico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non si possono definire univocamente le cause che scatenano un disturbo della personalità come questo ma, se si analizza la storia di vita di Pietro Maso, sono molti i fattori che potrebbero aver influito. A partire dal fenomeno meningeo, l’isolamento durante l’infanzia e le fragilità psico-fisiche; per poi continuare con la delusione di non essere idoneo al seminario e l’essere trattato come una bambola, piccola e fragile, dai genitori e dalle sorelle. Tutto ciò, unito a scarse abilità intellettive ed emozionali, lo portarono a vivere una vita diversa dai coetanei e lo condussero a sentirsi inferiore, sbagliato. D’altro canto, il desiderio di sentirsi alla pari degli altri fece emergere in lui, lentamente, un sentimento di rivalsa. Non disponendo di particolari abilità, cercò di raggiungere la superiorità costruendosi una maschera, che indossò sempre più spesso fino a farsi inghiottire da essa. È così che l’ego maturò, mettendo le emozioni in un cassetto, stringendo relazioni superficiali solo con chi potesse generargli un vantaggio ed evitando qualsiasi contesto facesse emergere i suoi difetti o le sue debolezze. Iniziò curando la sua immagine, creandosi un personaggio, ad attirare l’attenzione con l’estrosità, ad accerchiarsi di un gruppo di fedelissimi che gli garantissero il consenso, ad ambire sempre più alla perfezione, sebbene esteriore. Quando l’apparenza non fu più sufficiente, passò al gesto estremo per antonomasia, il tentativo maggiore di onnipotenza: l’omicidio; per provare a sé stesso e agli altri di essere forte. Nella fattispecie, quello dei genitori i quali, ai suoi occhi, rappresentavano un ostacolo all’emancipazione, alla libertà e l’unico ostacolo per mantenere, anzi alzare, l’asticella del suo tenore di vita, della sua felicità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Maso disse di aver ucciso per entrare nella vita, di essere arrivato ad annullare l’esistenza dei genitori ancor prima del massacro e che, all’epoca, era stato come colpire dei</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">sacchi inanimati</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e non delle persone. Tuttavia, sono molti gli indizi e le azioni che hanno dimostrato il suo tentennio, l’insicurezza e gli attimi di lucidità in cui si rendeva conto dell’orrore che stava commettendo e aveva commesso. Lo ha dimostrato con i tre tentativi di omicidio mai portati a termine o coprendo i corpi con un lenzuolo dopo averli massacrati per evitare di vederli. Si può leggere una costante ambivalenza nel pensiero e nell’agire di Pietro, a prova della dinamica narcisistica che si innesca nella personalità dei soggetti affetti da questo disturbo. Un’alternanza di momenti di grandiosità e altri di vulnerabilità, ostentazione e fragilità. Questi schemi comportamentali persistono perché ormai consolidati nella sua personalità e utilizzati come metodo per affrontare ogni situazione. Probabilmente sono proprio queste caratteristiche che definiscono la sua identità e lo rendono unico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Avendolo sempre tenuto dentro una campana di vetro e trattato come un ragazzo limitato, si può ipotizzare che Pietro abbia voluto eliminare i genitori per sentirsi uomo. Per togliersi quell’etichetta del bambino malato quale era da piccolo. Per liberarsi di quella fragilità che pensava gli avessero attribuito i genitori ma che, in realtà, sono caratteristiche della sua personalità. Esempio di come il narcisista tenda a deresponsabilizzarsi delle delusioni della vita e scaricare la colpa verso l’esterno. Atteggiamento che ha continuato a dimostrare sia durante la detenzione che dopo la scarcerazione, confermando di non saper gestire le pressioni e di reagire in maniera disfunzionale se la sua immagine non venisse esaltata o le cose non andassero come voleva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ho scelto questo caso perché si è consumato a pochi chilometri da casa mia e ne sento parlare da quando sono piccola. Sono, e siamo, abituati ad ascoltare le notizie di cronaca nera al telegiornale pensando che non potrebbero mai accadere vicino a noi. Ed invece, i miei nonni conoscevano le vittime Rosa e Antonio, mia mamma era una cara amica dell’allora fidanzata di Pietro e lavorava con la sorella Laura. Mi ha sempre affascinato sapere che alcuni miei conoscenti avessero trascorso del tempo con quel Maso di cui i professori mi avrebbero parlato all’università. E mi ha stupito ancor più capire che non tutta la verità era stata detta, che Maso, in fondo, aveva vinto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nelle trasmissioni televisive, Pietro Maso viene presentato come lui ha deciso di essere descritto: un idolo, il ragazzo che dettava le mode e che tutti volevano imitare. È riuscito nel suo intento, ha raggiunto la fama, è conosciuto come il leader che vuole essere. Anche nell’ultima intervista rilasciata pubblicamente nel 2022</span><sup><sup>[65]</sup></sup><span class="fs12lh1-5">, quindi a trent’anni dal duplice omicidio, ricordò di doversi inventare qualcosa di nuovo ogni sera per “accontentare il suo pubblico”, che le persone facevano a gara per uscire con lui e che era molto ambito anche dalle ragazze. Il mondo perfetto per un narcisista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non sono riuscita a trovare una trasmissione o un articolo di giornale che dicesse che tutte queste percezioni erano solo nella sua testa, create dal grande “Maso” per raggiungere i desideri di superiorità e unicità del piccolo e fragile “Pietro”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È vero che dava all’occhio per l’estrema cura della sua persona; molti in paese lo ricordano ancora oggi per gli abiti che indossava, l’auto che guidava o alcuni gesti eclatanti che faceva. Tuttavia, non veniva preso troppo sul serio; chi lo ha conosciuto di persona sapeva che era un diciottenne come un altro, con un lavoro umile e una famiglia come tante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Avvantaggiato dal crescente benessere e incitato dal consumismo, Pietro Maso è caduto nella trappola del “dio denaro” e, non avendo ricevuto tempestivamente una terapia adeguata, farà molta fatica a liberarsene. Lo dimostrano le reazioni abnormi di fronte alle delusioni e i ricoveri in comunità di recupero in seguito a periodi di tossicodipendenza o deliri di onnipotenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso, ormai cinquantaduenne, non è ancora riuscito liberarsi della dinamica narcisistica, e, probabilmente, continuerà per tutta la vita a oscillare tra</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Pietro</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">il vulnerabile e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">Maso</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">l’onnipotente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La cura? Iniziare a credere in se stesso, accettarsi per chi è, accontentarsi di quel che può avere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Pietro Maso è un po’ tutti noi, persone degli anni 2000, vittime delle apparenze, del confronto, delle mode, dei social. Tutti noi dovremmo liberarci delle nostre maschere, guardare oltre l’apparenza e ricercare l’autenticità.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b><br></b></div><div><hr></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Bibliografia</span></b><br></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-5-TR</span></i><span class="fs11lh1-5">, Edizione Italiana della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Test Revision</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a cura di NICOLO’ G., POMPILI E.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">BIONDI M., Raffaello Cortina Editore, Milano, 2023</span></li><li><span class="fs11lh1-5">ANDREOLI V.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Perizie di Pietro Maso</span><span class="fs12lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">1992</span></li><li><span class="fs11lh1-5">BLANCO M.</span><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Milano</span></li><li><span class="fs11lh1-5">EDERSHILE E. 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L.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The many Faces of Social Isolation in Childhood</span><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs12lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Journal of Consulting and Clinical Psychology, University of Waterloo, 1988</span></li><li><span class="fs11lh1-5">STRANO M.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Manuale di criminologia clinica</span></i><span class="fs11lh1-5">, SEE, 2003</span></li></ul></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Sitografia</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Aforisticamente.com,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Frasi, citazioni e aforismi sul comportamento,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">https://aforisticamente.com/frasi-citazioni-e-aforismi-sul-comportamento/ Brocardi.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Premeditazione</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://www.brocardi.it/dizionario/5221.html#:~:text=Forma%20di%20c.d.%20dolo%20di,di%20riuscita%20(elemento%20ideologico)</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Cinefilos.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Miami Vice: trama, cast e curiosità sul film</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Gianmaria Cataldo del 13 dicembre 2021 https://www.cinefilos.it/tutto-film/approfondimenti/miami-vice-trama-cast-colonna-sonora-streaming-508073</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Corrieredelveneto.corriere.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Maso ora chiede i danni alle sorelle «Ma noi lo volevamo aiutare»,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">articolo di Laura Tedesco del 26 gennaio 2016 https://corrieredelveneto.corriere.it/rovigo/notizie/cronaca/2016/26-gennaio-2016/maso-ora-chiede-danni-sorelle-ma-noi-volevamo-aiutare-2302499751609.shtml</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Cronaca-nera.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Pietro Maso: tutta la ricostruzione della vicenda giudiziaria</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Valentina Magrin del 16 aprile 2013 http://www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dannidaparto.legal,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Meningine ed infezioni nel neonato,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo di Stefano Gallo https://www.dannidaparto.legal/danni-successivi-al-parto/meningite/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dizionari.simone.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Premeditazione</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://dizionari.simone.it/1/premeditazione &nbsp;</span></div><div><span class="fs11lh1-5">gabriellagiudici.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Le teorie della personalità,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">articolo di Gabriella Giudici del 15 novembre 2017 https://gabriellagiudici.it/le-teorie-della-personalita/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">guidapsicologi.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Meccanismi di difesa: cosa sono e come li utilizziamo</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo dell’ 11 settembre 2019 https://www.guidapsicologi.it/articoli/meccanismi-di-difesa-cosa-sono-e-come-li-utilizziamo</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Healthy.tehwhom.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Disturbo di personalità: caratteristiche, sintomi e cure,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo di Roberta Kayed del 17 novembre 2021 https://healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Humanitas-care.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Dentro l’empatia</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 13 aprile 2021 https://www.humanitas-care.it/news/dentro-lempatia/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ilmattino.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">"Mi avete messo nei casini", Pietro Maso contro le sorelle che lo hanno denunciato</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 27 gennaio 2016 https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_sms_sorelle_denuncia-1509026.html</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ilmessaggero.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Pietro Maso scrive a Manuel Foffo: «Caro Manuel, capisco perché volevi ammazzare tuo padre»</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 18 aprile 2016 www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_manuel_foffo_lettera-1674006.html?refresh_ce</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Inpsiche.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Personalità, nevrosi, psicosi, borderline. Livelli evolutivi dell’organizzazione della personalità</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Luigi Antonio Perrotta dell’ ottobre 2018 https://www.inpsiche.it/1018-2/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ipsico.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Trauma psicologico: sintomi e cura</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Francesco Bulli del 1 novembre 2013 https://www.ipsico.it/sintomi-cura/trauma-psicologico/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istitutobiofisicainformazionale.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Gli schemi relazionali</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Roberto Fabbroni del 26 agosto 202 http://www.istitutobiofisicainformazionale.it/Articoli/gli-schemi-relazionali/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Larena.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">«Maso va aiutato, lo accoglierei nella comunità»</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Lorenza Costantino del 7 marzo 2016 https://www.larena.it/territorio-veronese/citta/maso-va-aiutato-lo-accoglierei-nella-comunità-1.4698020</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Meetingecongressi.com,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Gli Anni 90 - La società,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">https://www.meetingecongressi.com/it/speciale40/gli_anni_90/la_societa/1215/il_decennio_in_bilico.htm</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Msdmanuals.com,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Problemi di comportamento negli adolescenti</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Sharon Levy di luglio 2022 https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/pediatria/problematiche-negli-adolescenti/problemi-di-comportamento-negli-adolescenti</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nurse24.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Disturbo narcisistico di personalità</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Francesca Gianfrancesco dell’ 11 giugno 2021 https://www.nurse24.it/specializzazioni/salute-mentale/disturbo-narcisistico-personalita.html#:~:text=Il%20disturbo%20narcisistico%20di%20personalità,provare%20empatia%20verso%20altri%20individui</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ospedalemarialuigia.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Disturbo narcisistico di personalità,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo del 16 febbraio 2021 https://www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico-personalita/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Psychologytoday.com, 1</span><i><span class="fs11lh1-5">0 Stages in the Treatment of Narcissistic Disorders</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Elinor Greenberg del 3 agosto 2019 www.psychologytoday.com/us/blog/understanding-narcissism/201908/10-stages-in-the-treatment-narcissistic-disorders</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Rainews.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Pietro Maso, a 31 anni dall’omicidio dei genitori: “Mi piacerebbe dir loro vi voglio bene”,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo di del 14 novembre 2022 https://www.rainews.it/tgr/veneto/articoli/2022/11/pietro-maso-a-31-anni-dallomicidio-dei-genitori-mi-piacerebbe-dir-loro-ti-voglio-bene-7fe9a61d-ee32-4eb2-a680-fa458eeace58.html</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ristretti.org,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Milano: Pietro Maso in Tribunale accusato di minacce, rischia di perdere la semilibertà</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 6 maggio 2011 https://ristretti.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7529:milano-pietro-maso-in-tribunale-accusato-di-minacce-rischia-di-perdere-la-semiliberta&amp;catid=16:notizie-2010</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sanitainformazione.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Narcisismo, una patologia sottovalutata. De Berardis: «La terapia è vitale non solo per il malato ma per la comunità»,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">articolo di Serena Santi del 20 settembre 2018</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">https://www.sanitainformazione.it/salute/narcisismo-una-patologia-sottovalutata-de-berardis-la-terapia-e-vitale-non-solo-per-il-malato-ma-per-la-comunita/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tagesonlus.org,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Che cos’è - La diagnosi</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Veronica Cavallettihttps://www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Treccani.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Svalutazione</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://www.treccani.it/enciclopedia/svalutazione#:~:text=svalutazione%20In%20economia%2C%20la%20riduzione,altri%20paesi%20o%20di%20oro</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Unisalento.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sulle tre principali organizzazioni di personalità</span></i><span class="fs11lh1-5">, https://www.scienzemfn.unisalento.it/c/document_library/get_file?folderId=2131375&amp;name=DLFE-327011.pptx</span></div><div><br></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><sup><sup>[1]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">V. ADREOLI, Perizia di Pietro Maso, p. 92.</span></div><div><sup><sup>[2]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Con il termine criminodinamica ci si riferisce a come si è sviluppata la sequenza cronologica delle azioni costituenti l'idea criminale</span></div><div><sup><sup>[3]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza, M. Blanco</span></div><div><sup><sup>[4]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.brocardi.it/dizionario/5221.html</span></div><div><sup><sup>[5]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">dizionari.simone.it/1/premeditazione</span></div><div><sup><sup>[6]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">dizionari.simone.it/1/premeditazione</span></div><div><sup><sup>[7]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Manuale Merck di Diagnosi e Terapia</span></div><div><sup><sup>[8]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.msdmanuals.com/it-it/professionale/pediatria/problematiche-negli-adolescenti/problemi-di-comportamento-negli-adolescenti</span></div><div><sup><sup>[9]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.humanitas-care.it/news/dentro-lempatia/</span></div><div><sup><sup>[10]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Manuale di criminologia clinica, M. Strano, SEE, 2003</span></div><div><sup><sup>[11]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">V. ANDREOLI, Perizia di Pietro Maso</span></div><div><sup><sup>[12]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli,Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[13]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza, M. Blanco</span></div><div><sup><sup>[14]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">gabriellagiudici.it/le-teorie-della-personalita/</span></div><div><sup><sup>[15]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.inpsiche.it/1018-2/</span></div><div><sup><sup>[16]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-5-TR, Giuseppe Nicolò, Enrico Pompili, Massimo Biondi, Raffaello Cortina Editore</span></div><div><sup><sup>[17]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.psychologytoday.com/us/archive?search=personality&amp;op=Search&amp;section=All&amp;page=1</span></div><div><sup><sup>[18]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">I meccanismi di difesa, M. C. Verrocchio, Università G. D’Annunzio, Chieti</span></div><div><sup><sup>[19]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.inpsiche.it/1110-2/</span></div><div><sup><sup>[20]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">18. Organizzazioni della personalità, Università del Salento</span></div><div><sup><sup>[21]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ipsico.it/sintomi-cura/trauma-psicologico/</span></div><div><sup><sup>[22]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.istitutobiofisicainformazionale.it/Articoli/gli-schemi-relazionali/</span></div><div><sup><sup>[23]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.guidapsicologi.it/articoli/meccanismi-di-difesa-cosa-sono-e-come-li-utilizziamo</span></div><div><sup><sup>[24]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.treccani.it/enciclopedia/svalutazione_%28Dizionario-di-Medicina%29/</span></div><div><sup><sup>[25]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.inpsiche.it/1018-2/</span></div><div><sup><sup>[26]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">https://healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/#cause</span></div><div><sup><sup>[27]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">The adolescent years: Social Influences and educational challenges - Ninety-seventh Yearbook of the national Society for the Study of Education - Part 1 (pp. 18-41), D. Phillips Swanson, M. Heale Spencer, A. Petersen, Chicago University Press, Chicago, 1998</span></div><div><sup><sup>[28]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.dannidaparto.legal/danni-successivi-al-parto/meningite/</span></div><div><sup><sup>[29]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">The many Faces of Social Isolation in Childhood, K. H. Rubin, R. S. L. Mills, Journal of Consulting and Clinical Psychology, University of Waterloo, 1988</span></div><div><sup><sup>[30]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico-personalita/</span></div><div><sup><sup>[31]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/</span></div><div><sup><sup>[32]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico-personalita/</span></div><div><sup><sup>[33]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Beck, Davis e Freeman (2015)</span></div><div><sup><sup>[34]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Carcione &amp; Semerari, 2017; Dimaggio e Semerari, 2003; Widiger, 2012</span></div><div><sup><sup>[35]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Grandiose and Vulnerable Narcissistic States in Interpersonal Situations, E. A. Edershile, A. G. C. Wright, National Library of Medicine, 2019</span></div><div><sup><sup>[36]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/</span></div><div><sup><sup>[37]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Vennero svitate unicamente le lampadine della cucina e del ballatoio che sarebbero state accese da Rosa e Antonio una volta saliti dal garage sottostante, abitudine che un estraneo non avrebbe potuto prevedere e indizio che l’agguato era stato premeditato.</span></div><div><sup><sup>[38]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Nonostante Pietro dimostrò varie esitazioni e tentativi falliti prima di porre in essere il crimine, constatò di non poterlo più rimandare proprio per evitare che la madre si accorgesse dell’emissione dell’assegno nei confronti dell’amico.</span></div><div><sup><sup>[39]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Programma televisivo trasmesso su Rai1 che approfondì la dinamica del “caso di Montecchia di Crosara” e intervistò Pietro Maso il 16 novembre 2022.</span></div><div><sup><sup>[40]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria</span></div><div><sup><sup>[41]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">V. ANDREOLI, Perizie, cit., p. 42</span></div><div><sup><sup>[42]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">“La famiglia come grembo del crimine: genitoricidio/parenticidio. Figli criminali e vittime nel nucleo originario spezzato”, M. Massai, A. Balloni, C. Cipolla, Bologna, 2007</span></div><div><sup><sup>[43]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.sanitainformazione.it/salute/narcisismo-una-patologia-sottovalutata-de-berardis-la-terapia-e-vitale-non-solo-per-il-malato-ma-per-la-comunita/</span></div><div><sup><sup>[44]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">L’area borderline si colloca tra l’area nevrotica e l’area psicotica dei disturbi psichici; essa implica che il soggetto talvolta mantenga il contatto con la realtà (area nevrotica) ed altre volte perda questa consapevolezza (area psicotica).</span></div><div><sup><sup>[45]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Emittente televisiva specializzata nella trasmissione di eventi a sfondo religioso cattolico.</span></div><div><sup><sup>[46]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Casa editrice dei periodici a sfondo cattolico “Ministerium Verbi” e il “Sussidio Liturgico Messa Festiva”</span></div><div><sup><sup>[47]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[48]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ristretti.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7529:milano-pietro-maso-in-tribunale-accusato-di-minacce-rischia-di-perdere-la-semiliberta&amp;catid=16:notizie-2010</span></div><div><sup><sup>[49]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Insieme di fattori che hanno condotto il reo a commettere un crimine.</span></div><div><sup><sup>[50]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Modalità di svolgimento di un reato.</span></div><div><sup><sup>[51]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_manuel_foffo_lettera-1674006.html?refresh_ce</span></div><div><sup><sup>[52]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_sms_sorelle_denuncia-1509026.html</span></div><div><sup><sup>[53]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.larena.it/territori/citta/maso-va-aiutato-lo-accoglierei-nella-comunità-1.4698020</span></div><div><sup><sup>[54]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/</span></div><div><sup><sup>[55]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">In italiano “Associazione americana degli psicologi” è la più ampia organizzazione scientifica e professionale che rappresenta gli psicologi negli Stati Uniti d’America.</span></div><div><sup><sup>[56]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.psychologytoday.com/us/blog/understanding-narcissism/201908/10-stages-in-the-treatment-narcissistic-disorders</span></div><div><sup><sup>[57]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.rainews.it/articoli/2022/11/pietro-maso-a-31-anni-dallomicidio-dei-genitori-mi-piacerebbe-dir-loro-ti-voglio-bene-32fecda8-e4e9-4f2d-98d6-ed4a5164a36c.html</span></div><div><sup><sup>[58]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[59]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013</span></div><div><sup><sup>[60]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.cinefilos.it/tutto-film/approfondimenti/miami-vice-trama-cast-colonna-sonora-streaming-508073</span></div><div><sup><sup>[61]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Fenomeno di costume della “Milano bene” degli anni ’80, all’insegna del consumismo, abiti griffati e uno stile di vita spensierato e godereccio.</span></div><div><sup><sup>[62]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Chiara Meroni, Alessandro Sevi, Anna Maria Paulis, Adolescenti di oggi e generazioni precedenti: Emo &amp; Co., Rivista di psicoterapia relazionale: 35, 1, 2012, p. 19</span></div><div><sup><sup>[63]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Protagonista di “Miami Vice” interpretato da Don Johnson.</span></div><div><sup><sup>[64]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria</span></div><div><sup><sup>[65]</sup></sup><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Trasmessa su Rai1 il 16 novembre 2022 dal programma “Cronache Criminali”.</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Sep 2023 13:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il serial killer di Long Island: dagli omicidi irrisolti all’arresto]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005C"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr.ssa Hillary di LERNIA</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un profilo altamente insospettabile, in stile Dr. Jekyll e Mr Hyde.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rex Heuermann, architetto newyorkese di cinquantanove anni, sposato e con due figli, è stato accusato di essere il volto dietro al “serial killer di Long Island”, responsabile di una serie di omicidi compiuti tra il 2010 e il 2011. Il nome deriva dal ritrovamento dei resti delle vittime sulla spiaggia di Gilgo Beach dell’isola di Long Island, nello stato di New York.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I media americani riferiscono che decisive per l’arresto siano state delle tracce di Dna prelevate sul cartone di una pizza che combaciano con quelle trovate su almeno tre delle vittime. Ma facciamo un passo indietro.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il caso</b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 1° maggio 2010 Shannan Gilbert, un’aspirante attrice che lavorava come escort, scompare di casa all’età di ventiquattro anni. Originaria del New Jersey City, viene vista per l'ultima volta proprio a Long Island, nelle vicinanze di Oak Beach. I registri della polizia mostreranno che Shannan aveva provato a chiamare il 911 dal suo telefono alle 4:51 del mattino, dichiarando di sentirsi in pericolo di vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel dicembre dello stesso anno, l’ufficiale di polizia John Mallia sta ispezionando con il suo cane la zona di Ocean Parkway, nelle vicinanze di Gilgo Beach, in cerca di qualche indizio che possa ricondurre a Shannan. A un certo punto nota la presenza di un sacco di iuta: all’interno sono contenute delle ossa umane. Inizialmente tutti pensano che possano essere i resti di Shannan, ma dai primi esami emerge che quelle ossa appartengono a un’altra vittima: Melissa Barthelemy, una giovane ragazza di ventiquattro anni scomparsa nel 2009.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Viene così deciso di ampliare la possibile scena del crimine. Nei due giorni successivi vengono scoperti altri tre corpi, identificati in seguito come Amber Lynn Costello, Megan Waterman e Maureen Brainard-Barnes. Tutti e quattro i corpi vengono trovati sul lato nord di Ocean Parkway, avvolti in sacchi di tela. Gli esami autoptici riveleranno che le donne sono morte tutte per strangolamento. Le vittime presentavano anche caratteristiche simili, come il colore degli occhi, la corporatura minuta e un’altezza di circa 1,50 m. Inoltre, tutte lavorano come escort ed erano iscritte al sito di annunci Craiglist. Questi particolari portano gli investigatori a ritenere che dietro gli omicidi ci sia un’unica mano, quella di un serial killer. Nel 2011 vengono trovati ulteriori resti, facendo salire il numero delle potenziali vittime a undici: nove donne, un uomo e una bambina di poco meno di due anni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 13 dicembre dello stesso anno vengono ritrovati i resti di Shannan Gilbert, in una palude a circa mezzo miglio da dove era scomparsa. Secondo gli investigatori, la donna sarebbe morta per cause accidentali e, quindi, totalmente estranea al caso di Gilgo Beach. La madre di Shannan, Mari Gilbert, ha invece sempre sostenuto che la figlia potesse essere un’ulteriore vittima del killer, ipotesi confermata anche da successivi esami autoptici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo tredici lunghi anni, il serial killer di Long Island sembra avere finalmente un nome. Lo scorso 14 luglio, Rex Heuermann è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso Melissa Barthelemy, Megan Waterman e Amber Costello ed è sospettato anche della morte di Maureen Brainard-Barnes.</span></div><div><div><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Rex-Heuermann-22541.jpg"  width="300" height="243" /><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div><div class="imTACenter"><i class="fs11lh1-5">Rex Heuermann</i></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel marzo del 2022 gli investigatori scoprirono che l’architetto, già sotto osservazione insieme ad altri uomini residenti nell’area di Massapequa Park, da cui erano partite diverse telefonate alle donne uccise, possedeva un pickup Chevrolet Avalanche, come quello descritto da un testimone, che lo aveva notato nel vialetto di una delle vittime poco prima che scomparisse. Da quel momento gli investigatori hanno cercato di mettere insieme tutti gli indizi che potessero ricondurre a Heuermann, anche grazie alle nuove tecniche di analisi del DNA che hanno permesso di stabilire un preciso legame fra il sospetto e le vittime.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Come riportato dal New York Times, le accuse si basano sulle tracce lasciate dai cellulari usa e getta che usava per contattare le donne poco prima della loro scomparsa, spesso chiamando da un’area vicina a casa o al suo ufficio. Fondamentale anche il Dna di un capello trovato sulla tela di sacco che avvolgeva i corpi con quello rinvenuto a gennaio su un cartone di pizza che l’uomo aveva buttato nel bidone d'immondizia davanti alla sua casa di Manhattan. A casa sua la polizia ha trovato una cassaforte con ben novantadue pistole e sul suo computer immagini di donne torturate, abusate e uccise.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Cartone-della-pizza-5447-.jpg"  width="942" height="530" /><i class="fs11lh1-5">Cartone della pizza da cui è stato prelevato il Dna di Rex Heuermann - &nbsp;Fonte: Suffolk County District Attorney</i></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Le indagini</b><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5">La scoperta dei nuovi resti nel 2011 destabilizza gli investigatori che, fino ad allora, avevano sempre sostenuto l’esistenza di un solo volto responsabile degli omicidi. Si comincia infatti a ipotizzare la presenza di più killer, supposizione che rallenterà drasticamente il proseguire delle indagini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ad ogni modo, per le “Gilgo Four”</span><span class="fs12lh1-5 ff1">[1]</span><span class="fs12lh1-5"> viene postulato un possibile profilo, quello di un uomo bianco, tra i venti e i quarantacinque anni, finanziariamente stabile e ben inserito nella società.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel gennaio 2020 la polizia decide di pubblicare alcune delle prove raccolte negli anni, tra cui la foto di una cintura di pelle nera trovata sulla scena del crimine durante le prime indagini. Sulla cintura sono incise le lettere "HM" o "WH" e gli investigatori ritengono che questa, non appartenendo a nessuna delle vittime, sia stata maneggiata dall'autore degli omicidi. Questo elemento combacia anche con la tesi dei detective, secondo i quali le Gilgo Four sono state legate con cinture o nastro adesivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Lettere-incise-22541.jpg"  width="942" height="529" /><span class="fs11lh1-5"><i>Lettere incise su una cintura rinvenuta sulla scena del crimine - Fonte: SCPD</i></span><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nel 2022 è stata aperta una nuova indagine condotta da una speciale task force coordinata da FBI, polizia di New York e il Dipartimento della contea di Suffolk.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">L’arresto di Rex Heuermann</b></div><div><div>L’uomo, dichiaratosi innocente e completamente estraneo ai fatti, si trova ora in carcere senza possibilità di cauzione. I presunti omicidi sono tutti avvenuti mentre la moglie si trovava fuori città. Secondo gli inquirenti, infatti, la famiglia non sarebbe stata a conoscenza di nulla; la moglie ha già provveduto ad avviare le pratiche per il divorzio.</div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div><div><div><br></div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5"> Questo è il termine utilizzato per identificare gli omicidi di Melissa Barthelemy, Amber Lynn Costello, Megan Waterman e Maureen Brainard-Barnes.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 28 Jul 2023 16:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello “street bullying”]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Ricerca_-_Criminalit%C3%A0_minorile%2C_non_solo_baby_gang._Analisi_del_fenomeno_dello_street_bullying"><![CDATA[Ricerca - Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello street bullying]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005A"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><b>Autori: H. di LERNIA, M. PENAZZO, G. TAMBURRIELLO, G. PASTORE</b></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/files/Criminalita-minorile,-non-solo-baby-gang.-Analisi-del-fenomeno-dello-street-bullying.pdf" target="_blank" class="imCssLink">» Scarica la ricerca in formato PDF</a></span></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Abstract</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">This paper presents the results of the research on juvenile crime carried out by the research center of the Institute of Forensic Science. The purpose of the investigation is to focus attention on the different forms and degrees of juvenile deviance recorded in the Milan metropolitan area, focusing on the specific etiological causes and risk factors. In addition, a new connotation of the phenomenon (street bullying) is introduced in light of empirical evidence.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">Finally, some counter and preventive measures are proposed, using solutions that have proven effective in similar contexts.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Keywords: street bullying, bullism, baby gang, juvenile crime</span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Riassunto</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In questo contributo vengono presentati i risultati della ricerca sulla criminalità minorile realizzata dal Centro di Ricerca dell’Istituto di Scienze Forensi. Lo scopo dell’indagine è porre l’attenzione alle diverse forme e gradi di devianza giovanile registrati nell’area metropolitana di Milano, concentrandosi sulle specifiche cause eziologiche e sui fattori di rischio. Inoltre, viene introdotta una nuova connotazione del fenomeno (street bullying), alla luce delle evidenze empiriche. Infine, vengono proposte alcune misure di contrasto e prevenzione, ricorrendo a soluzioni che si sono dimostrate efficaci in contesti analoghi.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Parole chiave: street bullying, bullismo, baby gang, criminalità minorile</span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Introduzione</b><br></div></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La narrazione giornalistica odierna sembra compiacersi dello smodato utilizzo del termine baby gang per identificare gruppi di adolescenti che commettono crimini di varia natura e gravità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nel Fascicolo Iter DDL S. 2672, presentato il 18 dicembre 2022, si parla di “un fenomeno di particolare allarme sociale e in continua espansione”, un allarme […] “dovuto non solo alla giovanissima età dei componenti dei gruppi, ma anche alla sensazione di pericolo e impotenza avvertita dalla popolazione, determinata in particolare dalla crescente aggressività con cui vengono perpetrati i crimini”.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Dato il confermato interesse pubblico, il Centro di Ricerca dell’Istituto di Scienze Forensi ha deciso di studiare in modo approfondito il fenomeno, cercando di delinearne i contorni e le sfumature. Nonostante la crescente attenzione riservata al problema, diverse sono le imprecisioni e le approssimazioni che si susseguono, soprattutto in ambito mediatico.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La ricerca si pone l’obiettivo di favorire la comprensione delle cause eziologiche del fenomeno e di provare a ricercare i fattori di rischio, di stampo sociale, culturale e ambientale.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Metodologia</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il progetto di ricerca, della durata di un anno (aprile 2022 – aprile 2023), è stato condotto utilizzando metodi sia qualitativi che quantitativi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Primariamente è stata condotta un’indagine qualitativa per avere una panoramica generale sulla condizione urbana di Milano, sia mediante interviste dirette che trascrizioni di interviste realizzate in precedenza.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Di estrema rilevanza lo svolgimento di una ricerca etnografica (mediante osservazione dissimulata) dell’area metropolitana di Milano. La ricerca sul campo è stata realizzata effettuando sopralluoghi nelle nove circoscrizioni in cui è diviso il territorio comunale. Sono stati presi in considerazione non solo i Nuclei di Identità Locale (quartieri)</span><span class="fs12lh1-5">[1]</span><span class="fs12lh1-5"> ritenuti ad alto rischio per il fenomeno di studio, ma si è cercato di delineare una prospettiva quanto più globale delle criticità ed eventuali potenzialità del territorio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Inoltre, sono stati condotti due questionari semi-strutturati self-report compilati in forma anonima, uno relativo alla percezione del rischio di criminalità urbana e uno dedicato al rapporto tra giovani e legalità.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Il territorio dell’area metropolitana di Milano</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Milano, non solo come città, ma come centro di un esteso, denso e complesso sistema urbano, rappresenta una delle più interessanti sfide metropolitane in Italia. Secondo il rapporto Istat “</span><i class="fs12lh1-5">Profili delle città metropolitane”</i><span class="fs12lh1-5"> nel 2022 Milano è risultata la città metropolitana con la più elevata densità imprenditoriale e la seconda città sia con la quota più elevata di comuni ad alta urbanizzazione sia per densità di popolazione (2.040 abitanti per kmq).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Secondo le teorie economiche ortodosse sul ruolo delle città, concentrare tante persone in un luogo dovrebbe stimolare la proliferazione di nuove idee e tecnologie che vadano a migliorare la produttività e la crescita economica di quello stesso territorio. In realtà però le cose non sempre sono così semplici. Difatti, l’effetto redistributivo dei benefici prodotti dalla crescita generata dalle grandi città – il cosiddetto</span><i class="fs12lh1-5"> spillover</i><span class="fs12lh1-5"> - sembra aver esaurito il suo effetto. Non solo negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche sono tornate ad aumentare, ma hanno assunto sempre più una dimensione spaziale oltre che sociale. La città contemporanea appare come il risultato dello sviluppo capitalistico fondato sul presupposto dell’illimitatezza delle risorse e sul prospetto illusoria di crescita infinita che si oppone all’idea di centro urbano quale motore di aggregazione sociale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Di seguito, alcune delle osservazioni raccolte durante l’attività di indagine.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 1 – Centro storico</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 1 comprende i seguenti quartieri: Duomo, Brera, Vigentina (viale Beatrice d'Este), Ticinese, Guastalla, Magenta-San Vittore, Parco Sempione, Giardini Porta Venezia, Pagano e Sarpi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><ul><li class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5">Zona Duomo – Piazza dei Mercanti</u></li></ul><div class="fs12lh1-5"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Secondo il report redatto dagli investigatori dell’Arma dei Carabinieri del Comando provinciale di Milano, questa zona sarebbe presieduta dalla gang denominata “Barrio Banlieue”.</span></div></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La piazza è conosciuta per diversi episodi violenti accaduti negli ultimi anni, come per esempio la maxirissa che si è verificata tra circa cinquanta ragazzini nel giugno 2021, ma anche episodi di accoltellamenti e rapine, sempre per mano di giovani ragazzi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Presenza fissa di due militari all'inizio di Via Dante. Si sono riscontrati diversi controlli da parte di poliziotti in borghese sia in Corso Vittorio Emanuele sia in Via Dante.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La zona, essendo di passaggio, è mediamente affollata. Durante il sopralluogo (pomeridiano – serale), la presenza di gruppi di ragazzi sostanti nell’area di Piazza dei Mercanti è abbastanza costante, con ricambi continui.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’età media dei membri è tra i 15 ai 22 anni, con alcuni esponenti in età preadolescenziale (&lt; 10 anni). Presenza di alcuni elementi aventi un’età sensibilmente superiore (30-35 anni), che svolgono attività di controllo e coordinamento.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">I gruppi sono composti in modo eterogeneo, sia da ragazzi che ragazze, per la maggior parte di seconda generazione</span><span class="fs12lh1-5">[2]</span><span class="fs12lh1-5">. Data la numerosità del gruppo, si formano spesso gruppetti più piccoli. Oltre a ciò, si è notato come ci sia molta autonomia nei movimenti da parte di tutti i componenti del gruppo, in quanto si sono osservati numerosi "via vai" di ragazzini tra la piazza e le zone limitrofe (es. McDonald's, Corso Vittorio Emanuele ecc.).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si è svolta un'osservazione all'interno del McDonald's di Piazza Duomo, durante la quale si è potuto osservare da vicino i ragazzini che stazionano tra il fast food e Piazza dei Mercanti. Si osservato inoltre come questi ragazzini prestassero molta attenzione a ciò che li circondava e a possibili cambiamenti o situazioni sospette nell'ambiente a loro circostante.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Alcuni giovani precedentemente visti nella piazza, sono stati successivamente visti da soli o in coppia stanziali in diversi punti di Corso Vittorio Emanuele. Altri sostano sotto la metropolitana (fermata Duomo), e si appostano in angoli nascosti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Durante i sopralluoghi si è constatato come questo gruppo incarni gran parte delle caratteristiche tipicamente attribuibili a gang giovanili, anche per l’attuazione di condotte criminali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><ul><li class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><u>Colonne di San Lorenzo</u></span></li></ul><div class="fs12lh1-5"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per episodi di microcriminalità, soprattutto in prossimità delle Colonne fronte Basilica di San Lorenzo.</span></div></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Presenza di diverse telecamere da parte di privati puntate su via pubblica Parco Giovanni Paolo II (Parco delle Basiliche): zona Piazza Vetra non perlustrabile da esterno per presenza lavori.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Non si riscontrano sedi delle Forze dell'Ordine nelle immediate vicinanze (le più vicine sono la Polizia di Stato - Commissariato Porta Ticinese e la Polizia Locale di Milano - Reparto Radiomobile, situata in Via Pietro Custodi).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nelle ore serali presente un numero elevato di spacciatori.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 2</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 2 comprende i seguenti quartieri: Stazione Centrale-Ponte Seveso, Gorla-Precotto, Adriano, Padova-Turro-Crescenzago, Isola, Maciachini-Maggiolina, Greco-Segnano e Loreto-Casoretto-Nolo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Quartiere Padova</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il quartiere Padova di Milano è posto nella periferia Nord – Est di Milano e si sviluppa lungo la strada dalla quale prende il nome, Via Padova. Si tratta di uno dei quartieri più multietnici della città, con oltre cinquanta nazionalità e culture differenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">A partire da aprile 2021 sono iniziati i lavori di riqualificazione, con un investimento complessivo da parte del comune di Milano di ca. 3 milioni di euro. Il progetto prevede l’ampliamento e il rifacimento dei marciapiedi, la realizzazione di 8 nuove piazze di quartiere, la piantumazione di 230 alberi. Da segnalare anche il Patto “Tunnel Boulevard”, un processo di rigenerazione dello spazio pubblico di Via Pontano e dei tunnel ferroviari, con azioni di design sociale e arte pubblica al fine di aumentare la vivibilità degli spazi aperti del quartiere e di trasformare il cavalcavia ferroviario da spazio abbandonato a luogo di creatività urbana e di incontro sociale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ciononostante, permangono alcune zone a rischio. Ne è un esempio Via Arquà, una traversa di Via Padova, spesso teatro di aggressioni, spaccio di stupefacenti, risse e rapine.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Durante l’osservazione si è assistito a uno scambio di merce rubata tra due giovanissimi all’altezza del sottopasso in Viale Monza in prossimità di Rovereto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Non è stato possibile visionare all’interno il Parco Trotter (ingresso Via Padova) per l’eccessiva presenza di persone sospette.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Stazione Centrale di Milano</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">La Stazione Centrale, che sorge in Piazza Duca d’Aosta, è la principale stazione ferroviaria di Milano, la seconda d'Italia per flusso di passeggeri. </span><span class="fs12lh1-5">Uno spazio sociale altamente differenziato, spesso nelle prime pagine di cronaca per atti criminali e situazioni di disagio sociale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La zona è presidiata dalla Forze dell’Ordine e sono presenti delle camionette dell’Esercito Italiano nella piazza antistante la stazione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Presenza elevata di persone senza fissa dimora, di diverse nazionalità ed età (compresi anche ragazzi minorenni). Si evidenziano situazioni ad alto rischio per alcolismo e tossicodipendenza.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 3</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 3 comprende i seguenti quartieri: Cimiano, Rottole-Quartiere Feltre, Buenos Aires-Porta Venezia-Porta Monforte, Città Studi, Lambrate-Ortica, Loreto e Parco Forlanini-Cavriano.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Città Studi</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">La zona è conosciuta per episodi di rapina messi in atto da parte di un gruppo di ragazzini minorenni. Questi ultimi operavano principalmente in Piazza Leonardo, davanti alla sede del Politecnico. A gennaio 2021 sono stati tutti arrestati.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Durante l'osservazione, la zona si è presentata tranquilla, seppur molto affollata di giovani studenti, sia nella zona della metropolitana alla fermata Piola, sia in Piazza Leonardo da Vinci. Si è posta particolare attenzione alle due zone sopracitate proprio in virtù degli episodi riportati dai media.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare, alla Piazza Leonardo da Vinci si è dedicata particolare osservazione, senza riscontrare alcun elemento degno di nota. La zona della fermata Piola invece, si è riscontrato essere molto più tranquilla rispetto a qualche anno fa, quando invece si presentava come un luogo molto attivo per lo spaccio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si è effettuato un secondo sopralluogo in orario serale, più precisamente dalle 19.30 alle 22 circa. Nonostante la serata piovosa si è riscontrato un gruppo di giovanissimi, presumibilmente minorenni, che è rimasto nel parco indisturbato per tutta la durata dell'osservazione. Il gruppo presentava alcune caratteristiche del fenomeno oggetto di studio.</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Parco Lambro</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Fino agli anni '90 era conosciuto come uno dei quartieri più pericolosi di Milano. Dal 2000 in poi sono stati effettuati numerosi interventi di riqualificazione della zona da parte del comune di Milano, alcuni dei quali mai terminati.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La zona si presenta tranquilla, seppur molto popolare. Si è prestata particolare attenzione alla zona del parco adiacente alle case popolari, in quanto vi era la presenza di bambini e ragazzi di tutte le età. Inoltre, si è notato essere un importante punto di aggregazione per la comunità, in particolare per i più giovani.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Altro spazio di aggregazione è l'Associazione Comunità Il Gabbiano, sita in Via Elio Vittorini, luogo apparentemente molto frequentato dai ragazzini della zona.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Non si è rilevata la presenza di Forze dell'Ordine.</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Lambrate</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il Quartiere Lambrate di Milano è posto nella periferia nord-ovest di Milano. Zona industriale attualmente in fase di gentrificazione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nei pressi della stazione ferroviaria (Piazza Bottini) si assiste a situazioni di bivacco, spaccio e consumo di sostanze stupefacenti. Forte l’analogia con la condizione presente nella zona di Stazione Centrale, anche se in misura più ristretta.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Criticità riscontrata sulla linea autobus 54 (che viaggia tra Stazione Lambrate M2 e Duomo M1 M3). Segnalati episodi di aggressioni, soprattutto in orari serali.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 4</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 4 comprende i seguenti quartieri: Corsica, XXII Marzo, Umbria-Molise-Calvairate, Ortomercato, Taliedo-Morsenchio-Forlanini, Monluè-Ponte Lambro, Triulzo Superiore, Rogoredo-Santa Giulia, Lodi-Corvetto e Porta Romana.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Corso XXII Marzo</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per episodi di rapina e pestaggi da parte di un gruppo di ragazzini prevalentemente minorenni identificati dal Commissariato Monforte - Vittoria della Polizia di Stato, come la “Z4 gang”, nome ereditato proprio dalla zona di appartenenza.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Corso XXII Marzo nello specifico si presenta molto trafficato, motivo per cui ci si è concentrati sull'osservazione dei parchi limitrofi quali Largo Marinai d'Italia e Piazza Grandi, nei quali non sono stati riscontrati elementi degni di nota.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Particolare attenzione è stata posta anche al McDonald's antistante le case popolari di Via Pietro Calvi, senza riscontrare particolari situazioni problematiche. Piazza Cinque Giornate, anch'essa molto trafficata, non ha prodotto particolari informazioni.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si è studiata la zona circostante la fermata del passante di Porta Vittoria, in quanto sono stati documentati ripetuti episodi di aggressioni fisiche da parte di ragazzini minorenni contro (prevalentemente) studenti. Attraverso Viale Umbria siamo arrivate in Piazzale Martini, per poi proseguire per Piazzale Libia. Le zone erano tranquille e non sono stati osservati fenomeni particolarmente rilevanti.</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Calvairate</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per un ingente numero di case occupate e operazioni di sgombero attuate dal Comune di Milano. Secondo il report redatto dagli investigatori dei Carabinieri del Comando provinciale di Milano, questa zona (e tutta la zona 4) sarebbe presidiata dalla Z4 gang. Otto membri della stessa sono stati arrestati nei primi mesi del 2022 per reati di rapina e lesioni personali aggravate.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">All'interno del Parco Alessandrini è stata rilevata la presenza di una pattuglia della Guardia di Finanza. A parte ciò, nella zona non sono stati riscontrati altri particolari controlli da parte delle Forze dell'Ordine.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Da Piazza Insubria al parco antistante a essa (in Via Laura Ciceri Visconti) si è osservata la presenza di adolescenti che, singolarmente o in coppia (per mezzo di monopattini), facevano avanti e indietro tra i due parchi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il parco è risultato essere il principale luogo pubblico di aggregazione della zona, sia per i più piccoli che per i ragazzi più grandi. Nella zona sono presenti diversi blocchi residenziali popolari (gestiti da ALER - Azienda Lombarda Edilizia Residenziale), in evidente necessità di lavori di ristrutturazione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La maggior parte degli esercizi commerciali presenti in Via Laura Ciceri Visconti erano chiusi o con serrande abbassate nonostante i sopralluoghi siano avvenuti in giorni feriali e in orari lavorativi.</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Corvetto</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Zona conosciuta per episodi di criminalità e spaccio. La zona si presenta apparentemente tranquilla, caratterizzata prevalentemente dalla presenza di gente del luogo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">È evidente che la gente che vive in questo quartiere si sente parte di una comunità a sé stante e le persone che non ne fanno parte vengono viste con sospetto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Elevata la presenza di famiglie con bambini e adolescenti, che trascorrono la maggior parte del tempo tra le vie del quartiere e i parchetti circostanti.</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Rogoredo</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il quartiere di Rogoredo, in particolar modo l’area boschiva adiacente alla stazione metropolitana e che si sviluppa</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">sotto le arcate dello snodo tangenziale (“</span><i class="fs12lh1-5">il boschetto”</i><span class="fs12lh1-5">), è considerata una delle più grandi piazze di spaccio di tutta Europa. Nonostante i ripetuti controlli, i fermi e le operazioni che hanno portato allo smantellamento di alcuni giri di spaccio, ancora oggi permangono segni di criticità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La prima parte dell'osservazione è stata effettuata nei pressi dell'uscita della stazione metropolitana, nella quale è stata sottolineata la coesistenza di due realtà opposte: nella parte retrostante vi son palazzi di nuova costruzione ed esteticamente molto curati; nella parte antistante alla stazione la situazione delle abitazioni è prevalentemente degradata. Questo dualismo caratterizza molti nuclei di identità locale (NIL) di Milano.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Proseguendo sul parco retrostante alla stazione, si è notata la presenza di un gruppo di ragazzi, sicuramente di età inferiore ai 18 anni, che, nonostante la presenza di pioggia debole, stanziavano all'interno del parco. Era un gruppo misto non molto numeroso, erano molto tranquilli e chiacchieravano tra di loro. Quando la pioggia è diventata più fitta, si sono spostati in un luogo riparato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Continuando l'osservazione nei pressi del parco, si evidenzia la presenza massiccia del fenomeno dello spaccio e consumo di stupefacenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Infine, attraversando il sottopassaggio della metropolitana, l'osservazione è stata spostata all'entrata principale della stazione in cui vi era un “SUV” della Guardia di Finanza e il cane antidroga per effettuare controlli a campione su persone e veicoli parcheggiati.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 5</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 5 comprende i seguenti quartieri: Porta Vigentina-Porta Lodovica, Scalo Romana, Chiaravalle, Morivione, Vigentino, Fatima, Quintosole, Ronchetto delle Rane, Gratosoglio, Missaglia-Terrazze, Quartiere Stadera, Quartiere Chiesa Rossa-Torretta, Conca Fallata, Tibaldi, Parco delle Abbazie, Parco dei Navigli e Cantalupa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Gratosoglio</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il sopralluogo ha avuto inizio da Via dei Missaglia per poi proseguire all'interno del quartiere Gratosoglio. Secondo quanto si apprende dai giornali, il quartiere è stato spesso teatro di azioni criminose messe in atto da giovani ragazzini, come rapine, sparatorie, furti e pestaggi. L'ultima "banda" di ragazzini sarebbe stata arrestata nel 2018 a seguito di una rapina.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il quartiere si presenta tranquillo, quasi deserto, in quanto non si hanno particolari punti di aggregazione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Vi è un'alta densità di case popolari e pochi esercizi commerciali.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 6</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 6 comprende i seguenti quartieri: Ticinese-Conchetta, Moncucco-San Cristoforo, Barona, Cantalupa, Ronchetto sul Naviglio-Lodovico il Moro, Giambellino, Porta Genova, Bande Nere, Lorenteggio, Parco dei Navigli e Washington.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Giambellino / Lorenteggio</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">L’area, in posizione sud-ovest rispetto al centro città, è composta da un grande comparto di case popolari, in particolare il quadrilatero composto dalle vie Giambellino, Odazio, Lorenteggio e Inganni. Molte di queste abitazioni si trovano in uno stato strutturale gravemente compromesso, con evidente necessità di opere di manutenzione straordinaria. Nel piano di riqualificazione del </span><span class="fs12lh1-5">quartiere Lorenteggio è previsto l'abbattimento e ricostruzione di 5 caseggiati su 31 presenti nel quadrilatero sopracitato. Nel cronoprogramma del piano del 2015 la data di fine lavori prevista era il 3 novembre 2022. Attualmente, lo stato dei lavori sembra essere in estremo ritardo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Da circa 3 anni è stato avviato il piano di trasferimento delle famiglie con regolare contratto presso le abitazioni popolari. Di conseguenza, diversi alloggi sono stati lasciati vuoti in attesa di essere abbattuti. Questa condizione ha permesso il proliferare del fenomeno dell’abusivismo. In relazione ai residenti, si tratta di circa 100 persone, di cui la metà sono minori. In alcune delle cantine degli stabili ALER (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale) si possono trovare basi per il deposito e il confezionamento di droga, come rilevato anche dai blitz effettuati dal Commissariato Lorenteggio della Polizia di Stato nel gennaio 2023.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’ALER, per ovviare a tale problematica, ha lastrato o murato le porte e finestre delle abitazioni. I sopralluoghi effettuati hanno permesso di constatare la scarsa efficacia della soluzione attuata, considerata la permanenza di abusivi negli alloggi.</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Barona</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il quartiere Barona per anni è stato ritenuto una zona pericolosa e critica, descritta come periferia cittadina difficile in cui abitare. Come altre zone di Milano, è stata oggetto di opere di riqualificazione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nel distretto si trova il quartiere popolare “Domus Teramo” (le case color salmone) del Settore case popolari del Comune di Milano. Sul lato opposto si trova invece il quartiere ALER di Via Don Primo Mazzolari, che comunemente viene chiamato anch’esso Quartiere Teramo (per via della vicinanza con il parco Teramo).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’area è diventata celebre dopo l’uscita della serie tv “Blocco 181”, che racconta una versione romanzata della vita di quartiere di periferia e delle dinamiche interne ai blocchi residenziali popolari.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In Piazza Donne Partigiane sorge il centro di aggregazione sociale Barrio’s, nato nel 1997 grazie alla collaborazione tra Comunità Nuova Onlus, guidata dal suo presidente Don Gino Rigoldi, l’Associazione Amici di Edoardo Onlus e il Comune di Milano, il quale ha concesso lo spazio. All’interno del centro sono a disposizione di tutti il CineTeatro Edi, una sala prove, un laboratorio informatico e aule per attività educative e formative, il locale bar con le attività di ristorazione e di musica dal vivo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Durante il sopralluogo si è potuta notare la presenza di giovanissimi che si ritrovano nello spazio esterno, soprattutto per attività di skating.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 7</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 7 comprende i seguenti quartieri: Porta Magenta, Muggiano, Baggio-Quartiere degli Olmi-Quartiere Valsesia, Forze Armate, San Siro, De Angeli-Monte Rosa, Stadio-Ippodromo, Quarto Cagnino, Quinto Romano, Figino e Pagano.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Baggio</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">La fama negativa di questo quartiere periferico affonda le sue radici negli anni ’70-‘80. All’epoca c’erano vaste aree lasciate all’incuria (es. Parco delle Cave) che diventarono scenari di delinquenza, di malavita e droga.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi anni, specialmente dopo la riqualificazione del Parco delle Cave, le cose sono decisamente migliorate.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Durante il sopralluogo si è notata la presenza di diversi gruppi di adolescenti in prossimità della biblioteca (Via Pistoia 10), che sembra essere un luogo di ritrovo per le generazioni più giovani. In un luogo adiacente, si è notata la presenza di spazi adibiti a eventi di carattere sociale e di consapevolezza del territorio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il quartiere è caratterizzato da una fitta presenza di associazioni, mentre le parrocchie svolgono un ruolo importante creando condizioni di coesione anche con i nuovi arrivati.</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">San Siro</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Si tratta di uno dei quartieri di edilizia residenziale pubblica più grandi di Milano. Composto da circa 6.000 case, è il più grande quartiere pubblico milanese gestito da ALER.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Delle iniziali 6.000 unità immobiliari di Edilizia Residenziale Pubblica, la situazione attuale è la seguente:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- n. u.i. 1.416 vendute</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- n. u.i. 295 in regime di fuori ERP</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- n. u.i. 3.991 Servizi Abitativi Pubblici (SAP) – di cui n. 2.521 attualmente assegnate, n. 785 occupate abusivamente, n. 101 sfitte, n. 572 in fase di manutenzione</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- n. 12 in vendita</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- n. 22 Servizi Abitativi Transitori (SAT)</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- n. 272 in valorizzazione</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La condizione attuale del quartiere San Siro è ben descritta in una recente ricerca di Nuvolati e Terenzi dell’Università Bicocca: “Qualità della vita nel quartiere di Edilizia Popolare a San Siro, Milano”. Dai risultati della ricerca emerge che il 44% dei nuclei residenti nell’ERP ha un reddito ISEE/ERP inferiore o uguale a 7.319,00 €/anno e il 30% vive con un reddito ISEE/ERP inferiore o uguale a 15.146,00 €/anno. Il 74% delle famiglie vive in una condizione economica di evidente difficoltà, a causa della presenza di importanti sacche di lavoro povero, disoccupazione e pensioni sociali, determinando, sempre stando ai dati, un tasso di morosità del 49% tra i nuclei residenti. Inoltre, la composizione demografica vede la presenza di un 28,1% di popolazione over 70, il 6,1% tra i 66 e 69 anni, il 54,01% trai 19 e 65 anni, il 3,6% tra i 15 e 18 e infine un 8,2% tra gli 0 e 14 anni. Infine, nel quartiere sono presenti 851 persone con disabilità psichica, di cui il 58% vivono sole e il 29% sono a carico di un solo familiare.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">È un territorio caratterizzato da una profonda diversità culturale: si stimano circa 12.000 abitanti, di cui il 50% dei quali di origine straniera, in cui convivono soggetti di ben 84 diverse nazionalità oltre quella italiana.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si tratta di un quartiere a due facce: in fondo a Via Novara, a ridosso dello stadio, accanto al verde dell’ippodromo (Via Matteo Civitali), è presente un’area residenziale abbastanza curata. A partire dall’incrocio Via Civitali - Via Pier Alessandro Paravia, lo scenario si modifica nettamente.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Lo stato degli edifici e dei cortili è di assoluto degrado, con evidenti problematiche igieniche o di infiltrazioni di acqua. Sui marciapiedi si trovano cumuli di rifiuti e oggetti ingombranti abbandonati.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Durante il sopralluogo nella zona, sono state perlustrate alcune delle aree considerate a maggior rischio, come Via Zamagna e Piazzale Selinunte. Quest’ultimo, un ampio spazio con un parco dove si ritrovano famiglie e ragazzi, ricorre spesso nelle canzoni dei rapper residenti in zona quale luogo di aggregazione e, allo stesso tempo, di simbolo della precarietà del territorio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’area è stata osservata in due giornate diverse in orario pomeridiano; la scarsa accettazione e la diffidenza verso coloro che non risiedono nel quartiere risultano evidenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Accertate attività di spaccio, anche svolte da minorenni. Riscontrata presenza delle Forze dell’Ordine.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il quartiere San Siro sembra riprodurre la realtà di una banlieue nostrana in cui criminalità e povertà si intersecano, dando vita a un vero e proprio “ghetto urbano”, emarginato dalle opportunità di rivalsa economica e sociale presenti in altri quartieri meno periferici.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 8</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 8 comprende i seguenti quartieri: Tre Torri, Trenno, Gallaratese-San Leonardo-Lampugnano, QT8, Lotto-Fiera, Portello, Pagano, Sarpi, Ghisolfa, Villapizzone-Cagnola-Boldinasco, Maggiore-Musocco-Certosa, Cascina Merlata, MIND-Cascina Triulza, Roserio, Stephenson, Quarto Oggiaro-Vialba-Musocco e Parco Bosco in città.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Quarto Oggiaro</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Quarto Oggiaro, situato a nord-ovest di Milano, è un quartiere che porta con sé ancora una cattiva nomea dagli anni ’80 a causa del degrado e delle fragilità socioeconomiche dei residenti, oltre alla forte presenza di criminalità organizzata.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si tratta quasi di una piccola città nella città, sia per la mole di abitanti (ca. 35 mila) sia per la conformazione territoriale che rende Quarto Oggiaro un quartiere isolato e staccato dall’area metropolitana. Anche per questo motivo è presente una forte identità di quartiere.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Ad oggi il quartiere si dimostra molto cambiato, con le oltre cento associazioni presenti, il recupero edilizio e la riqualificazione di strade, parchi e siti storici e artistici. Rimangono delle aree critiche, come nella maggior parte delle zone periferiche della città, ma l’etichetta di “Bronx” milanese non sembra più rappresentare il territorio.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Zona 9</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il Municipio 9 comprende i seguenti quartieri: Porta Garibaldi-Porta Nuova, Isola, Niguarda, Ca' Granda-Prato Centenaro-Fulvio Testi, Bicocca, Bovisa, Farini, Dergano, Affori, Bovisasca, Comasina, Bruzzano, Parco Nord, Maciachini-Maggiolina e Greco</span><b class="fs12lh1-5">.</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In particolare:</span></div><div class="imTALeft"><u class="fs12lh1-5"><br></u></div><div class="imTALeft"><ul><li><u class="fs12lh1-5">Quartiere Garibaldi – Repubblica</u></li></ul><span class="fs12lh1-5">Situato a nord di Milano, è un quartiere residenziale immerso nei luoghi della “movida”, confinante con il centro storico, ricca di servizi e densamente frequentato a tutte le ore del giorno.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Da segnalare corso Como per alcuni recenti episodi di rapina, spaccio, rissa e furti. Nella zona sono presenti diversi locali e discoteche, con conseguente forte affluenza di persone anche in orari notturni.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5">Note</b></div><div><!--[if !supportFootnotes]--><span class="fs11lh1-5">[1]<!--[endif]--> I NIL rappresentano aree definibili come quartieri di Milano, ma non sono delineati come unità amministrative dai confini rigidi in quanto corrispondono ad ambienti dai confini variabili, in grado di modificarsi e sovrapporsi l’uno nell’altro. Questa riorganizzazione è entrata in essere con l’approvazione del nuovo Piano Generale del Territorio da parte del Comune di Milano, con delibera consiliare n.16 del 22/05/2012.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2]</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">Con il termine “seconda generazione” si intendono i figli di immigrati nati in Italia o giunti nel nostro Paese nei primi anni di vita.</span></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Risultati</b></div></div><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Baby gang: il corretto uso di un termine impropriamente abusato</span></b></div><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dare una definizione al termine “baby gang” non risulta essere un’operazione semplice, ed è proprio tale indefinitezza che, spesso, ne comporta un uso improprio. I recenti avvenimenti di aggressioni giovanili nel territorio italiano hanno posto l’interrogativo </span><span class="fs12lh1-5">se sia opportuno rifarsi alla letteratura sulle gang come chiave di lettura del fenomeno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Secondo lo “United States Department of Justice” con il termine “baby gang” si designa un’associazione o un’organizzazione formata </span><span class="fs12lh1-5">da un gruppo di coetanei che presenta tali caratteristiche:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">la presenza di tre o più membri;</span></li><li>l’età dei membri compresa tra i 10 e i 22 anni;</li><li>la presenza di un nome e di altri simboli d’identificazione (vestiti, scelta di colori, linguaggio, graffiti);</li><li>la presenza di un territorio di appartenenza su cui si impone uno specifico controllo da parte dei membri della gang;</li><li>il coinvolgimento in comportamenti delinquenziali e in attività criminali attuati sia individualmente che collettivamente. </li></ul></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs10lh1-5">(United States Department of Justice, Bureau of Justice Assistance; 1997)</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Una prima riflessione riguarda l’origine del termine e degli studi connessi; le interpretazioni si sono basate spesso assumendo come riferimento concetti e teorie dagli studi anglosassoni, specie di provenienza statunitense. Ciò crea una certa discrepanza con il contesto europeo, dove l’espressione non proviene dal risultato delle indagini empiriche sul territorio, ma si basa su un’estensione paradigmatica dello stesso, volta a riferirsi, in generale, alla delinquenza giovanile di gruppo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Un altro tema importante riguarda il concetto di “organizzazione”: ritenere questi gruppi come aventi una struttura stabile volta a ottenere un determinato scopo comune, pone in essere delle criticità. All’interno di questi gruppi, spesso non si trova un’azione coordinata, ma una fluidità di comportamento, schemi relazionali e obiettivi. Anche l’età dei membri si dimostra molto variabile, con casi di affiliazioni di bambini in età inferiore ai 10 anni. I legami reciproci sono basati su sentimenti di amicizia, solidarietà, lealtà e rispetto. La figura del leader non è sempre facilmente individuabile e non si rileva in tutti i gruppi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Queste osservazioni non vogliono sminuire il lavoro di colleghi o ritenere implausibile l’esistenza di bande giovanili, ma si vuole rifuggire dalle semplificazioni che nascono da un uso non corretto del termine, che porta a considerare il fenomeno come un’entità omogenea e definita. Tale rappresentazione è spesso propinata dai media, che utilizzano una narrazione evocativa e suggestiva, inducendo la popolazione a reputare il fenomeno allarmante e in costante crescita.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’ultimo report del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità smentisce uno stato emergenziale. Il numero di minorenni e giovani adulti in carico agli uffici di servizio sociale dal 2007 al 2022 si dimostra pressoché stabile. Sebbene vi sia una normale oscillazione, i dati non mostrano segnali di preoccupante incremento della delinquenza minorile nel territorio italiano (Allegato 1).</span></div></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Allegato 1</b></div><div class="imTALeft"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Allegato-1.png"  width="800" height="563" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs10lh1-5"><b>Minorenni e giovani adulti in carico ai Servizi minorili </b></span><b class="fs10lh1-5">(Dati riferiti alla data del 15 maggio 2023 - Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità)</b></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Diversa invece la percezione da parte delle persone. Secondo un questionario somministrato a oltre 250 volontari, il 51,9% ritiene che, nell’ultimo anno, il livello di sicurezza percepita nel territorio sia peggiorato, seguito da un 43% del campione che non ha constatato nessun cambiamento sostanziale rispetto all’anno precedente </span><span class="fs12lh1-5">(Allegato 2). Per il solo fenomeno delle baby gang, l’82,5% lo considera come in continuo aumento (Allegato 3).</span></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Allegato 2</b></div><div class="imTALeft"><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Allegato-2.png"  width="800" height="338" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><b><span class="fs10lh1-5">Tratto da questionario </span><span class="fs10lh1-5"><i>Percezione del rischio di criminalità urbana</i></span></b><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs10lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">Allegato 3</b></div><div class="imTALeft"><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Allegato-3.png"  width="800" height="338" /><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><span class="fs10lh1-5"><b>Tratto da questionario <i>Percezione del rischio di criminalità urbana</i></b></span><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Queste costanti attivazioni mediatiche assumono il carattere di panico morale, ondate emotive nelle quali un gruppo di persone viene definito come minaccia per i valori di una società (Cohen, 1972); in questo prospetto, le gang si inseriscono quali </span><i class="fs12lh1-5">folk devil,</i><span class="fs12lh1-5"> il nemico pubblico da combattere. Una concezione problematica, che spesso giustifica la preferenza per l’intervento di strumenti esclusivamente punitivi piuttosto che educativi.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno dello street bullying</span></b></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Testate nazionali e locali parlano di “onda baby gang” che imperversa nelle strade di Milano. Un racconto confuso tra giustizialismo e denuncia sociale, che alimenta la rappresentazione di una città “far west” che non corrisponde alla realtà. Il linguaggio mediatico attira l’attenzione su “città assediate” da questi gruppi e il fenomeno viene presentato in aumento. In questo modo, la percezione sociale si trasforma in paura collettiva.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><i>«Il termine baby gang è più immediato a livello comunicativo, però non solo dà molto spesso una rappresentazione distorta della realtà ma può anche generare ulteriori danni: identificazione, emulazione e compiacimento. E una responsabilità si ha pure nei confronti delle vittime, soggetti sui quali richiamo l’attenzione: ragazze e ragazzi che hanno diritto di avere supporto e rispetto da parte di tutti»</i></span>, ha dichiarato Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.</div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il termine “gang” rimanda a un’organizzazione strutturata dedita alla malavita, alla realizzazione di attività illecite. È un’espressione altamente stigmatizzante, costruita partendo da un ritratto univoco e quasi stereotipato della figura del gangster presente nella letteratura e cinematografia americana.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Giungere a un tentativo di classificazione e definizione è molto complesso, come trovare i fattori per distinguere le gang da qualsiasi altro tipo di aggregazione giovanile.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">In genere, tra gli studiosi europei si ritiene che le bande facciano essenzialmente parte di un continuum di gruppi giovanili che presentano semplicemente una serie più complessa di problemi e un più forte orientamento delinquenziale; i ricercatori americani, invece, ritengono che le bande rappresentino un tipo qualitativamente distinto di gruppo (Klein et alii, 2001) e quando l’attività criminale raggiunge un tale punto che viene a definire l’identità di gruppo, è in quel momento che si costituisce la svolta nella determinazione del fenomeno.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le vicende che giungono all’attenzione mediatica, spesso esprimono, in forme e intensità diverse, i tratti propri delle fasi di sviluppo adolescenziale: le provocazioni verso gli adulti, le trasgressioni alle regole, la ribellione all’ordine costituito, il conflitto con rivali o avversari agito sulla scena pubblica (Prina, 2019).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Si assiste a una generale tendenza verso una maggiore precocità delle ultime generazioni in tutti i comportamenti sociali, compresi quelli devianti. L’esplosione della rabbia repressa oggi sembra convergere con un’età sempre più precoce. Possiamo identificare la manifestazione di tali dinamiche devianti in due aree. La prima riguarda quella dei comportamenti violenti e aggressivi che si manifestano negli spazi pubblici, nelle relazioni interpersonali o insieme ad altri (si pensi al bullismo). La seconda area riguarda invece l’assunzione di condotte autolesive sulla dimensione dei consumi di beni (droghe, alcol, gioco d’azzardo) o sulla propria sofferenza sul piano psicologico (anoressia, hikikomori, tentativi di suicidio, ecc.). Spesso queste due forme si intersecano e si influenzano a vicenda.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Per tutti i motivi sopra elencati, si è pensato di far riferimento al fenomeno in studio con l’espressione “street bullying” (o bullismo di strada). La volontà è quella di unire il concetto di rapporto con il territorio (street) con quello di bullismo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La questione territoriale è centrale nello studio, non solo delle bande (street gang), ma in generale di tutti quei fenomeni che riguardano individui e organizzazioni che trascorrono una quantità sproporzionata di tempo per le strade dei grandi centri urbani.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nei quartieri che abbiamo analizzato, la precarietà delle condizioni abitative spinge i più giovani a cercare un luogo dove possa instaurarsi la socializzazione con i coetanei. Se questo non può avvenire all’interno delle mura domestiche, la strada (“il quartiere”) assume una funzione formativa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il territorio è vissuto anche in maniera dicotomica: da un lato l’appartenenza al proprio quartiere è vista come motivo di vanto e come celebrazione delle proprie origini, dall’altro le criticità presenti in quelle aree si scontrano con le condizioni di benessere e agio delle vie limitrofe.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Olweus considera l’aggressività che caratterizza il “bullo” come una risposta comportamentale e non come impulso irrefrenabile che rimanderebbe a concetti psicodinamici. Tali manifestazioni di violenza devono necessariamente seguire quattro parametri: </span></div></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><ul><li><b class="fs12lh1-5">Intenzionalità:</b><span class="fs12lh1-5"> si intende la deliberata scelta di fare del male emotivamente e/o fisicamente a una terza persona. Tale dinamica implica la consapevolezza da parte del soggetto agente che tale azione avrà una conseguenza negativa sulla persona e la volontà di muoversi con questo preciso scopo.</span></li></ul><ul><li><b class="fs12lh1-5">Sistematicità:</b><span class="fs12lh1-5"> le prevaricazioni sono protratte nel tempo in maniera continua.</span></li></ul><ul><li><b class="fs12lh1-5">Asimmetria</b><span class="fs12lh1-5">: il bullo percepisce una qualche forma di superiorità nei confronti della vittima. Anche a livello motivazionale, il bullo è spinto da un incentivo agonistico, con un forte bisogno di dominare l’altro (Liotti, 2001).</span></li></ul><ul><li><b class="fs12lh1-5">La natura sociale:</b><span class="fs12lh1-5"> gli episodi avvengono frequentemente alla presenza di altri compagni, che possono assumere un ruolo di rinforzo del comportamento o sostenere, e in qualche modo legittimare, tali azioni.</span></li></ul><div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il bullo si caratterizza per una spiccata tendenza alla conflittualità e all’impulsività; vanta spesso un certo grado di superiorità, vera o presunta. La rabbia rappresenta un’emozione prevalente e facilmente presenta una bassa tolleranza alla frustrazione, unita anche a un’evidente fatica nel rispetto delle regole e delle prescrizioni altrui.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Nel caso specifico, la rabbia di questi adolescenti viene rivolta verso coloro che non appartengono alla loro stessa comunità o gruppo sociale. Le vittime sono scelte in modo più o meno casuale, anche se vengono preferiti pari o persone di minore prestanza fisica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Un altro pattern rilevante riguarda la manifestazione di aggressività, spesso non esercitata ma solo esibita, come ad esempio sui social media. L’immagine costruita di questi giovani racconta di una maschera che viene utilizzata per non carpire i segnali di profondo disagio che investono questa generazione. Su Instagram, TikTok e su YouTube, vengono diffusi video (o videoclip musicali) dove vengono mostrati armi da taglio e da sparo, soldi e gestualità tipicamente attribuita a gang.</span></div></div></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Il rapporto con la famiglia</span></b></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le caratteristiche delle famiglie di giovani ragazzi devianti possono variare, ma ci sono alcune tendenze comuni che emergono in diversi studi sul tema. Alcune delle caratteristiche delle famiglie di giovani ragazzi devianti possono includere:</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><ul><li><b class="fs12lh1-5">Dinamiche familiari disfunzionali:</b><span class="fs12lh1-5"> le famiglie di giovani ragazzi possono avere dinamiche familiari disfunzionali, come la mancanza di comunicazione aperta, l'isolamento e la mancanza di sostegno emotivo.</span></li></ul><ul><li><b class="fs12lh1-5">Bassa supervisione e controllo genitoriale</b><span class="fs12lh1-5">: i genitori potrebbero non esercitare un controllo adeguato sul comportamento dei loro figli e non monitorare attentamente le loro attività.</span></li></ul><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Inadeguatezza educativa</b></span>: i genitori potrebbero non avere la capacità o le risorse per fornire ai loro figli un ambiente educativo adeguato e sostenere il loro apprendimento.</li></ul><ul><li><b class="fs12lh1-5">Conflitto familiare e violenza domestica: </b><span class="fs12lh1-5">le famiglie di giovani ragazzi devianti potrebbero essere caratterizzate da conflitti familiari, violenza domestica e abusi.</span></li></ul><ul><li><b class="fs12lh1-5">Coinvolgimento genitoriale nel comportamento deviante:</b><span class="fs12lh1-5"> in alcuni casi, i genitori possono essere coinvolti nel comportamento deviante dei loro figli o addirittura incoraggiarlo.</span></li></ul><ul><li><b class="fs12lh1-5">Povertà e condizioni socioeconomiche sfavorevoli:</b><span class="fs12lh1-5"> le famiglie di giovani ragazzi devianti potrebbero vivere in condizioni socioeconomiche sfavorevoli, come la povertà, che possono contribuire allo sviluppo di comportamenti devianti.</span></li></ul><div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, è importante sottolineare che non tutte le famiglie con queste caratteristiche generano giovani ragazzi devianti e che ci sono molteplici fattori che possono contribuire alla devianza. Inoltre, è possibile che le stesse caratteristiche siano presenti in famiglie di giovani ragazzi non devianti, ma in misura inferiore o con una diversa combinazione.</span></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">In generale però, si è riscontrato come un ambiente familiare stabile e di supporto emotivo può aiutare i giovani a sviluppare le risorse interne necessarie per affrontare le sfide della vita in modo positivo e costruttivo. Si prenda come riferimento uno studio dal titolo “Struttura familiare e comportamenti devianti in Italia: uno studio effettuato attraverso il metodo del self-report”, il quale è inserito in un più ampio progetto di ricerca internazionale coordinata dall’Istituto di Criminologia e Diritto Penale dell’Università di Losanna. Lo scopo dei ricercatori è stato quello di rilevare la frequenza e l’andamento dei comportamenti devianti autodenunciati nella popolazione giovanile, dei fattori di rischio della devianza minorile e della vittimizzazione. Si sono andati anzitutto ad indagare i ruoli delle figure genitoriali, nello specifico la carenza e/o l’assenza di cure materne nella prima infanzia, in quanto l’importanza di una “buona madre” viene considerata da molti studiosi come base indispensabile per l’integrazione dell’Io, per la formazione dell’identità, per la capacità di tollerare le frustrazioni e per il costruirsi di quella “fiducia di base”. Per quanto concerne invece la figura paterna, gli studiosi hanno voluto sottolineare come, da un punto di vista criminologico, non sia tanto importante l’aspetto della privazione paterna, quanto piuttosto quello dei rapporti perturbati, disturbati o inesistenti in presenza di tale figura.</span></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Dai dati raccolti e analizzati è emerso come la “famiglia unita” (genitori ancora sposati e clima familiare sereno) sia il luogo ideale per prevenire la commissione di agiti antisociali; infatti, i giovani che vivono con i propri genitori hanno una concentrazione nel gruppo dei giovani “non devianti” pari all’ 92,1%. L’assenza di un genitore, piuttosto che una sua presenza deficitaria o persino la sua sostituzione, sono circostanze che costituiscono elementi di disturbo e che portano i giovani a concentrarsi all’interno di gruppi che più frequentemente attuano comportamenti che violano le regole del vivere civile. Dallo studio emerge infatti che i giovani che vivono con un solo genitore si concentrano al 10,5% nel gruppo “devianti”, riducendo la loro rappresentazione nel gruppo “non devianti” al solo 7,9%.</span></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Invece, i giovani esposti a continui conflitti familiari hanno un maggiore disagio psicologico e sono più impulsivi e scontrosi.</span></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Da ciò ne deriva che la violenza coniugale assistita influisce sulla condotta deviante dei giovani, inducendoli a commettere un maggior numero di agiti antisociali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il clima familiare assume dunque una rilevanza assai significativa sulla condotta giovanile, poiché alla presenza di conflittualità tra genitori, anche il rapporto genitore-figlio risulta più difficile. Inoltre, i giovani esposti alla conflittualità genitoriale si concentrano nel gruppo dei giovani “devianti” (14,8% vs. 7,0%) rispetto ai loro compagni che vivono in “famiglie non conflittuali”, i quali si concentrano nel gruppo dei giovani “non devianti” (93,0% vs. 85,2%).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La genesi di tali mutamenti va ricercata nei cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi anni: si è riscontrata, infatti, l’insorgenza di strutture familiari che erano assenti o decisamente meno frequenti solo una o due generazioni addietro. Il rapido cambiamento della società, che sempre più si caratterizza per la riduzione dei matrimoni e l’aumento delle separazioni, ci fa pensare che sia in corso una vera e propria rivoluzione culturale rispetto alla concezione familiare che sta caratterizzando la società moderna (Barbagli, 2003). Una rivoluzione culturale che rischia di compromettere anche la capacità delle famiglie di conservare un dialogo con le nuove generazioni, di fatto introducendo importanti rotture di comunicazione con le generazioni future.</span></div></div></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Il rifugio nella musica</span></b></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Conquergood (1994), nella sua etnografia sulle bande a Chicago, spiega che le bande possono rappresentare "uno spazio per i giovani del quartiere per sperimentare e giocare con il simbolismo e le tradizioni delle bande senza un pieno impegno". Tale gioco con il simbolismo e le tradizioni delle gang è ben mostrato dai trapper, non solo per rafforzare i loro personaggi gangster a livello contenutistico ed estetico, costruendo la loro controversa reputazione, ma anche per promuovere la lealtà reciproca tra le loro amicizie all'interno degli stessi raggruppamenti giovanili a livello performativo e culturale-ritualizzato. Allo stesso modo, molti trapper svolgono tali attività nelle canzoni dei loro video o nelle storie di Instagram per mostrare le loro identità di gang e la fedeltà ai membri del loro gruppo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le nuove generazioni, all'interno della cultura trap italiana, hanno saputo mettere in atto una violenza fai-da-te come forma di intrattenimento attraverso la volontà di rappresentazione fornita da Instagram (Yar, 2012). L'adrenalina, la paura e l'eccitazione alla base della performance sensazionalistica e ludica della violenza all'interno del teatro Instagram, si proiettano verso una logica imprenditoriale e strumentalizzata ad hoc dal trap business. A volte prende la forma di un intrattenimento interattivo, altre volte come sponsorizzazione per l’uscita di un nuovo singolo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La cultura trap italiana rappresenta il sogno italiano per le nuove generazioni in cerca di stabilità economica e di eccitazione in contrapposizione alla noia, alla paura e all'ansia di uno stile di vita mediocre, monotono e anonimo (Winlow &amp; Hall, 2006).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L'esibizione carnevalesca della piccola criminalità è, di per sé, estrema nella cultura trap italiana e la sua commercializzazione genera proporzionalmente tanto fascino quanto odio per il pubblico che, in entrambi i casi, porta visibilità e vita al circuito.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Michele Wad Caporosso, giornalista di Esse Magazine, considera l'odio nella cultura trap italiana come una forma di amore in cui “…tutte le persone, nessuna esclusa, che insultano sui social non sono altro che prigionieri di un amore incondizionato verso le persone che vanno ad offendere”.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Finora, la cultura trap in Italia risulta fornire una rappresentazione di come i significati della violenza sovvertono il “codice della vita in strada” e perdono espressività a favore dell'intrattenimento. Il successo monetario derivante dallo “stile di vita trap” è l’obbiettivo finale, e la volontà di rappresentazione supera la volontà di violenza, o almeno quest'ultima è funzionale alla prima.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L'habitus di strada riflette molte delle canzoni della cultura trap italiana. Uno dei primi trapper a esprimere con orgoglio la propria territorialità è stato Sfera Ebbasta con il suo brano “Ciny” che sta per il suo luogo di nascita, Cinisello Balsamo in provincia di Milano. Il riconoscimento della banda e del territorio a livello nazionale come avvenuto con Sfera Ebbasta e Cinisello Balsamo, luogo per molti sconosciuto prima della fama del trapper, è motivo di orgoglio e rispetto per la maggior parte dei giovani della cultura trap italiana. Mentre Paky e Geolier comunicano i loro sentimenti di sicurezza a Rozzano e Secondigliano, Rondo Da Sosa e Daytona KK, altri due trapper rispettivamente del distretto di San Siro a Milano e Casal Di Principe in provincia di Salerno, hanno fatto notizia di recente per essere stati aggrediti da raggruppamenti giovanili. Entrambi gli attacchi sono stati premeditati e perseguiti collettivamente contro i due individui. Da ciò si evince come la sola presenza di un trapper su un territorio “straniero”, mediata pubblicamente attraverso le storie di Instagram, è sufficiente per suscitare risse.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L'umiliazione pubblica inflitta ai trapper, alle loro bande e ai loro territori, suscita una contro risposta altrettanto violenta che ha l'obiettivo di riguadagnare la reputazione perduta. Nel caso della violenza legata alle gang nella cultura trap italiana, non si tratta dunque solo di difendere il territorio della gang. Piuttosto, i combattimenti di gruppo forniscono un copione immediatamente riconosciuto per esternare l'odio e infliggere l'umiliazione necessaria e raggiungere quella visibilità che emerge dopo le violenze, soprattutto se fatte contro un personaggio famoso. Il potere simbolico del crimine, come radicato nello stile di vita culturale di strada, perde la sua espressività quando si intreccia con le dinamiche di Instagram. La mercificazione della violenza all'interno della personificazione di “personaggi gangster” ha comportato un processo di mainstreaming in cui i giovani accedono all'inautenticità dei loro comportamenti e atteggiamenti.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">A prescindere dall'apprezzamento nei confronti di questi atti, il principale asset commerciale è l'odio che sfocia in commenti negativi, insulti e disgusto per lavorare come generatore di conflitti, o dissing, tra i membri della cultura trap. L'adozione di questa strategia è estremamente vantaggiosa per le carriere dei trapper, in quanto attira su di sé l'attenzione, anche se negativa, che consente loro di avere sostanziali interazioni pubbliche.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Le dinamiche dell'odio sono quindi determinanti per i processi esperienziali di Instagram nella cultura trap. In particolare, questo aspetto amplia l'indagine criminologica verso ulteriori studi sull'istigazione propagandistica e la diffusione dell'odio come logica strategica di marketing.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">L’uso dei social network e i suoi riverberi negli eventi del mondo reale hanno rivelato il contesto contemporaneo in cui realtà e virtualità non possono essere studiate come due spazi distinti. La cultura trap italiana ha sfidato i presupposti della criminalità come spinta di eccitazione e adrenalina verso un modo più imprenditoriale e funzionale di intendere la violenza e le affiliazioni a gang attraverso l'uso di Instagram. È stato inoltre dimostrato come l'etichettamento dei giovani come “diavoli popolari” ha più impatto sul rafforzamento dei comportamenti e degli atteggiamenti criminali, piuttosto che sulla loro diminuzione; questo anche in virtù del fatto che i giovani potrebbero emulare i loro idoli trap senza essere consci della finzione delle esibizioni di violenze di questi ultimi nei videoclip e su Instagram.</span></div></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Misure di contrasto e prevenzione</span></b></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">È distruggendo il nostro dolore che noi facciamo della poesia (Andrea Emo).</span></i></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Come si è trattato nei paragrafi precedenti, la scelta della violenza in età adolescenziale ha molte origini. In un’intervista realizzata a Don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penitenziario minorile “Cesare Beccaria” e fondatore della comunità “Kayros”, emerge il concetto di “analfabetismo” emotivo. «Quando questi ragazzi agiscono tendenzialmente non vedono la persona che hanno di fronte, vedono gli oggetti che questa persona possiede. Diventano predatori perché non riescono a sentire i sentimenti dell'altro» spiega Burgio. La carenza o la mancanza di empatia può portare ad adottare condotte aggressive, in quanto viene a mancare sia la capacità cognitiva di riflettere sul vissuto altrui, sia la risonanza emotiva circa le conseguenze del proprio comportamento sulla vittima. Quest’ultima viene oggettificata, resa un continuum con lo status sociale che rappresenta (o che l’autore pensa possa rappresentare). ). «Una rabbia generazionale, che sta emergendo in contrasto alla linea educativa di matrice esclusivamente repressiva» aggiunge Burgio. La rabbia, così come l’aggressività, può assumere una pluralità di connotazioni che vanno dall’estrema distruttività fino a costituire un’energia di spinta verso l’azione, a seconda della capacità e possibilità del soggetto di incanalare questa energia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Spesso si tende a utilizzare come portatori dello stesso significato i termini violenza e aggressività. Come riporta un approfondimento di Zanichelli, la violenza può essere definita come un atto contro l’altro con l’intenzione di procurare una sofferenza, sia essa fisica o mentale. L’aggressività, invece, è un impulso spontaneo, una manifestazione della forza vitale, che può trasformarsi in violenza, ma anche in grinta, determinazione. Di conseguenza, il riconoscimento della violenza da parte di chi ne è autore, la cognizione di aver varcato un livello diverso da quello aggressivo, è un passaggio necessario per la comprensione delle difficoltà emotive. D’altro canto, dovrebbe essere premura delle figure educative dell’adolescente, riconoscere potenziali segnali di disagio, al fine di individuare i fattori di rischio prima che si stabilizzi il loro potere disfunzionale. Da ciò deriva la necessità di interventi che neutralizzino precocemente tali elementi prima che diventi difficile influenzarne il loro corso.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Gli spazi principali del vivere sociale che potrebbero giocare un ruolo attivo nella prevenzione di determinate condotte possono essere:</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div><div class="imTALeft"><ul><li><b class="fs12lh1-5">Istituzioni scolastiche: </b><span class="fs12lh1-5">la scuola gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione, gestione e controllo della delinquenza minorile, in quanto luogo composto da figure che accompagnano il ragazzo attraverso la sua crescita emotiva e intellettiva. I programmi di prevenzione essenziali sono quelli offerti alle scuole con l'obiettivo di promuovere la gestione dei conflitti, la competenza sociale e l'empowerment individuale e collettivo per combattere l'impotenza caratteristica degli adolescenti a rischio (Mrazek, 1994). </span></li></ul><div class="fs12lh1-5"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>Secondo una serie di studi (Farrington et al., 1991), i comportamenti aggressivi infantili, così come l'iperattività, i deficit di attenzione, l'impulsività e i comportamenti anti-sfidanti, possono spesso essere correlati alla delinquenza giovanile. Un vantaggio importante degli interventi preventivi nelle scuole è che, con poche eccezioni, la maggior parte dei bambini e dei giovani partecipa almeno fino ai primi due anni di scuola superiore, e questo aiuta a identificare precocemente i bambini con problemi comportamentali, difficoltà di apprendimento o problemi socioculturali, consentendo di attivare immediatamente interventi preventivi per singoli o gruppi, preservando così la rete tra scuola, casa e territorio.</div><b><br></b><ul><li><b class="fs12lh1-5">Centri sportivi:</b><span class="fs12lh1-5"> lo sport rappresenta un fattore rilevante nella lotta al disagio, poiché si pone come strumento principale per la socializzazione. Attraverso lo sport i ragazzi possono sviluppare le loro abilità motorie, oltre che il senso di responsabilità nei confronti della squadra e di aiuto reciproco. Inoltre, può risultare un canale attraverso il quale l'aggressività viene espressa e depurata dei suoi contenuti distruttivi o rendendo tale forza distruttrice linfa per la ricostruzione della propria identità.</span></li></ul><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">A tal proposito si evidenzia la volontà della municipalità di Milano di investire su tale fattore, data l’implementazione di nuovi campi da gioco (tennis, basket, calcio, pallavolo) nelle aree sottoposte a riqualificazione.</span><br></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><ul class="fs12lh1-5"><li><b class="fs12lh1-5">Centri di aggregazione giovanile (CAG):</b><span class="fs12lh1-5"> spazi solitamente dedicati ai minori dagli 11 ai 18 anni, concepiti per incoraggiare l’incontro, il confronto e la libera espressione di adolescenti e preadolescenti che vivono spesso in contesti ad alto rischio di esclusione sociale. Tali spazi offrono anche attività di sostegno scolastico e attività laboratoriali, fornendo ai ragazzi una valida alternativa alla cultura della strada e un aiuto concreto nell’affrontare problemi sia nell’ambiente scolastico sia in quello familiare.</span></li></ul><div class="fs12lh1-5"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>Scuole, enti locali, servizi sociali, ma anche parrocchie e associazioni sportive possono lavorare in sinergia per offrire un unico ambiente protettivo che sostenga i giovani più vulnerabili e intervenga affinché il disagio non diventi devianza. Tutte le esperienze devono quindi basarsi sull'impegno di chi comprende e conosce il contesto del giovane e può agire su di esso per favorire un'esperienza educativa significativa e positiva.</div><div class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Un piano che va in questa direzione ed è di particolare importanza è il progetto degli educatori di strada. In Italia, in alcune città come Palermo, Torino, Milano, Bologna, Napoli, sono stati adottati modelli di intervento, basati sull'idea che non siano i minori a dover essere ammessi o portati presso i servizi sociali, bensì sono gli operatori dei servizi sociali ad andare da loro; dunque, sono gli operatori stessi a muoversi verso il territorio e le persone che lo abitano. Questo programma ha come destinatari i singoli o i gruppi informali di bambini, giovani o adulti che, generalmente, si ritrovano nei luoghi in cui si opera, ma anche i soggetti a rischio di emarginazione, devianza o che già sperimentano situazioni di esclusione sociale.</span></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Di conseguenza, i gruppi di assistenti sociali si recano nei ritrovi di quartiere, nei bar e nei centri parrocchiali e conoscono i giovani a rischio instaurando rapporti di fiducia e sostegno. Questo aiuta a raggiungere sia i giovani che non hanno mai cercato aiuto sia coloro che sono stati segnalati ai servizi sociali. L'obiettivo del progetto è creare percorsi e attività per promuovere il benessere dei giovani, neutralizzando il disagio spesso associato a questa fascia di età, collaborando con il pubblico locale per impegnarsi in attività sociali ed educative e, infine, promuovere, in generale, l’empowerment delle comunità locali (Binelli, 2022). Questo progetto cerca inoltre di limitare la partecipazione dei giovani più vulnerabili alle bande, offrendo opportunità di uscita e successiva socializzazione a chi ne fa già parte.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">La messa alla prova: approfondimento</span></b><br></div></div></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5">Fino ad ora sono state esaminate le possibili cause di devianza e le azioni preventive, più o meno generiche, per gestire e limitare il fenomeno. Questa sezione verrà dedicata all’approfondimento del concetto di "messa alla prova", poiché rappresenta un aspetto rieducativo di particolare interesse. Essa si basa sull'instaurazione di un rapporto di fiducia e rispetto con il giovane, volto ad offrire strumenti concreti alternativi per superare le difficoltà e riprendere in mano la propria vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La messa alla prova, sebbene sia una forma punitiva, costituisce un'alternativa al carcere, che potrebbe essere dannosa per un giovane in un periodo delicato come l'adolescenza. L'importanza di questa misura risiede nell'utilizzo di strumenti educativi che dimostrano ai giovani di poter superare le difficoltà che li hanno portati a comportarsi illegalmente, incoraggiandoli a sfruttare le loro potenzialità. Questa misura può essere applicata per qualsiasi tipo di reato, sia esso di piccola o grave entità. Durante questo periodo, il minore è tenuto a rispettare il progetto assegnatogli dai servizi per i minori, i quali monitorano anche il suo progresso (Maggiolini, 2018). Questo percorso coinvolge il giovane, la famiglia e gli ambienti in cui vive abitualmente, definendo le modalità di partecipazione dei professionisti della giustizia e dei servizi locali e offrendo opportunità di reinserimento per sopperire alle conseguenze del reato commesso. Durante questa fase, il giovane è tenuto ad affrontare percorsi rieducativi mirati e attività di volontariato con finalità sociali e/o professionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante tali attività, i minori hanno l'opportunità di sviluppare il senso di responsabilità e continuare il loro percorso di crescita, focalizzato sulla comprensione dei propri comportamenti. Pertanto, l'obiettivo della messa alla prova è di avere una panoramica riguardo la personalità del minore al termine del periodo previsto dal progetto, osservare il cambiamento della sua personalità dopo il reato e il progresso svolto verso il raggiungimento di un rinserimento sociale vero e proprio. Inoltre, si prevede un distaccamento dalla realtà precedente che ha contribuito alla commissione del reato. Se la valutazione della messa alla prova è positiva, il reato viene eliminato, il che significa che il giovane ha intrapreso un cambiamento positivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per garantire il successo di questa soluzione giudiziaria, è necessario ottenere il consenso e la collaborazione del minore, dimostrando la sua volontà di cambiare e il riconoscimento dell'utilità dell'intervento. In tal senso, le competenze professionali degli educatori coinvolti nel programma sono cruciali, così come il coinvolgimento e il sostegno delle famiglie, che ricevono aiuto nelle dinamiche relazionali e gestionali con i propri figli.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Talvolta, può verificarsi che i giovani i cui genitori hanno precedenti penali e/o un ruolo educativo non coerente e coercitivo, o che non collaborano e non condividono il percorso penale del figlio, sono quelli che hanno maggiori difficoltà nel superare il periodo di prova (Locatelli, 2019). In conclusione, la messa alla prova rappresenta un'opportunità concreta per il giovane di ricevere aiuto, attraverso l'incontro con figure educative che offrono un percorso di consapevolezza, cambiamento e crescita, accompagnandolo nello sviluppo di un solido senso di responsabilità.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Affinché questa soluzione giudiziale abbia successo, occorre il consenso e la collaborazione del minore, che deve dimostrare propensione al cambiamento e riconoscere l'utilità dell'intervento. Per fare questo sono importanti le competenze professionali degli educatori interessati al programma e, soprattutto, il coinvolgimento e il sostegno delle famiglie che ricevono un aiuto nelle dinamiche di relazione e gestione con i propri figli.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">A conclusione di questa analisi, si può affermare che la messa alla prova può essere un tempo e un luogo in cui l'aiuto può davvero realizzarsi, grazie all'incontro tra il minore e le figure educative che gli propongono un percorso di consapevolezza, cambiamento e crescita, che lo accompagnano verso lo sviluppo di un solido senso di responsabilità.</span></div></div><div class="imTALeft fs12lh1-5"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs14lh1-5">Conclusione</b></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno dello street bullying risulta tanto complesso quanto poco e male analizzato nei suoi elementi intrinsechi. La continua rappresentazione degli aspetti più spettacolari e mediaticamente notiziabili del fenomeno distoglie l’attenzione verso le criticità delle dinamiche sociali di cui si è parlato nell’elaborato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">All’interno della relazione tra criminalità, territorio e percezione di sicurezza, un aspetto rilevante è dato alla progettazione degli spazi urbani. Secondo il modello descritto da Wilson e Kelling (</span><i class="fs12lh1-5">broken window theory</i><span class="fs12lh1-5">), una situazione di degrado urbano e sociale crea una comunità impaurita e insicura, che diventa sempre meno coesa e disposta a tutelare i beni pubblici e le proprietà altrui; ciò, a sua volta, contribuisce a peggiorare la qualità della vita e ad aumentare il numero dei reati e degli atti illeciti (Triventi, 2008). Un’attenta organizzazione e riqualificazione dal punto di vista architettonico e urbanistico può incidere positivamente sulla riduzione del sentimento di vulnerabilità e, in alcuni casi, contribuire alla diminuzione degli episodi di criminalità.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Altro tema importante riguarda la scelta della sola via repressiva, che non solo si dimostra non risolutiva, ma spesso ha effetti di rinforzo delle traiettorie criminali che si pretendono di contrastare. Il piano penale deve essere sempre accompagnato da politiche e interventi di natura sociale, civile ed educativa.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Comprendere la natura altamente stigmatizzante dei termini e delle immagini tipicamente utilizzate per descrivere il fenomeno unito all’esplorazione dei vissuti e dei bisogni dei protagonisti potrebbe permettere l’ideazione e la costruzione di alternative.</span></div></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.scienzeforensi.net/files/Criminalita-minorile,-non-solo-baby-gang.-Analisi-del-fenomeno-dello-street-bullying.pdf" target="_blank" class="imCssLink">» Scarica la ricerca in formato PDF</a></span></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div><hr></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">Alfano P., 2011, <i>Figure dell’aggressività e della violenza in adolescenza, </i>Tesi di dottorato in Psicologia, Università degli Studi di Palermo</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Arioli A., 2010, <i>Disagio esistenziale e ricerca di senso in adolescenza prospettive pedagogiche e orientamenti educativi alla luce del pensiero di Viktor e. 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[Data di accesso: 30/05/2023]</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Istat, 2023, <i>Profili delle città metropolitane</i>, https://www.istat.it/it/files//2023/02/Statistica-Focus-Citt%C3%A0-Metropolitane.pdf [Data di accesso: 30/05/2023]</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cohen S., 1972, <i>Folk Devils and Moral Panics: The creation of the Mods and Rockers, </i>s.n.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Yearwood D., Hayes R., 2000, Perceptions<i> of Youth Crime and Youth Gangs: A Statewide Systemic Investigation</i>, North Carolina Governor’s Crime Commission, Department of Public Safety</span></li></ul></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Jun 2023 08:39:00 GMT</pubDate>
			<enclosure url="https://www.scienzeforensi.net/blog/files/Criminalita-minorile,-non-solo-baby-gang.-Analisi-del-fenomeno-dello-street-bullying_thumb.jpg" length="125434" type="image/jpeg" />
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			<title><![CDATA[La cronaca nera non è una serie tv]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000058"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: dr.ssa Hillary di LERNIA</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il femminicidio di Giulia Tramontano, donna uccisa dal suo compagno lo scorso 27 maggio a Senago (MI), ha scosso l’opinione pubblica e riacceso il dibattito sulla violenza di genere. Ma, ancora una volta, si è deciso di sfruttare <b>l’effetto catartico della tragedia</b> per realizzare contenuti mediatici volti a soddisfare e nutrire l’insaziabile fame di gossip. <b>Fiumi di parole intrise di ipocrita empatia</b> dalle maggiori testate nazionali uniti a improbabili diagnosi di sedicenti esperti del settore, hanno trasformato l’ennesimo femmicidio in un reality show. Anzi, in una delle tante serie crime che troviamo disponibili nelle piattaforme di streaming.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Al grido della libertà di espressione, non viene rispettato il </span><b><span class="fs12lh1-5">principio dell’essenzialità dell’informazione</span></b><span class="fs12lh1-5">[1]</span><span class="fs12lh1-5">, che prevede l’esistenza di un nesso di necessarietà fra i dati pubblicati e la notizia. Data la difficoltà di teorizzare il concetto, spesso si valica il confine in nome di una presunta rilevanza dell’interesse pubblico. In questo modo, le persone vengono indirettamente guidate nella percezione del reato e rese complici della proliferazione del morbo che attanaglia il diritto all’informazione</span><span class="fs12lh1-5">:</span><b> i processi mediatici.</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La giustizia mediatica si sostituisce e anticipa la giustizia togata, dove tutti si sentono legittimati a emettere sentenza. Questo è l’approccio di chi non è consapevole di essere vittima dell’</span><b class="fs12lh1-5">effetto Dunning-Kruger</b><span class="fs12lh1-5">, una distorsione cognitiva che porta gli individui a sopravvalutare le proprie competenze in un dato settore. L’incapacità di riconoscere i propri limiti conduce le persone a non documentarsi, non riflettere, non porsi domande e a rimanere fermi nelle proprie convinzioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’aspetto più critico si ha quando a esporre </span><b class="fs12lh1-5">idee e opinioni aleatorie</b><span class="fs12lh1-5"> sono i cosiddetti “professionisti” del settore. </span><b class="fs12lh1-5">Criminologi, giuristi, psicologi</b><span class="fs12lh1-5"> che, per cavalcare l’onda mediatica, decidono di effettuare diagnosi o emettere verdetti sulla presunzione di quello che viene raccontato – e dunque volutamente filtrato – dai media. Un comportamento altamente dannoso, oltre che contrario alla deontologia, che incoraggia lo </span><b class="fs12lh1-5">stigma</b><span class="fs12lh1-5"> e la disinformazione nei confronti dei disturbi mentali e indebolisce il </span><b class="fs12lh1-5">corretto dibattito</b><span class="fs12lh1-5"> sugli strumenti della giustizia.</span></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5"> Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell'esercizio dell’attività giornalistica ai sensi dell'art.25 della legge 31 dicembre 1996, n. 675.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 13:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Armi facili: intervista di Pop News al dr. Corrado Macrì]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000056"><div><span class="fs12lh1-5">Un adolescente armato di coltello e pistola a pallini in un liceo nel milanese ha scosso l'Italia degli ultimi giorni di scuola. La situazione ha portato a riflettere sull'americanizzazione del fenomeno della violenza nelle scuole. Secondo Corrado Macrì, docente di scienza delle armi presso l'Istituto di Scienze Forensi, ci sono differenze culturali e sociali tra l'Italia e gli Stati Uniti che spiegano perché il fenomeno è più radicato negli Stati Uniti. In Italia, il caso era legato a un ragazzo con problemi psichiatrici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il video mostra una serie di coltelli di potenziale offensivo impressionante che possono essere acquistati liberamente in Italia. Anche i coltelli da cucina di qualità possono essere usati per offendere le persone. La pandemia ha provocato un vuoto nelle persone e nelle famiglie che può aver portato a fattori di questo tipo, soprattutto nella psicologia giovanile.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">La situazione ha creato appunto persone abbastanza frustrate e particolarmente arrabbiate, ha detto un giovane intervistato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo alcuni, la generazione post-COVID è arrabbiata con questa società e con questo mondo dei grandi che fa fatica a vederli e ad ascoltarli. Ci vorrebbe qualcuno che li ascoltasse ogni tanto, anche attraverso uno sportello psicologico all'interno delle scuole per capire quali sono i problemi di questi ragazzi, per evitare che si arrivi a fatti di questa portata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La pandemia ha influenzato le vite di ciascuno di noi in modo negativo, ma ha avuto un impatto maggiore sui giovani, che sono più sensibili rispetto a una persona che ha una personalità già sviluppata. Tuttavia, non è giusto dare la colpa al COVID per tutto. La situazione richiede un aiuto e uno sportello psicologico all'interno delle scuole, che potrebbe essere una risposta valida per capire i problemi dei ragazzi e trovare soluzioni.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Articolo di Pop News</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Guarda il video dell'intervista:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://popnews.news/title/armi-facili/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/armi-facili/</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 31 May 2023 10:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Imputabilità e limiti della perizia. Il prof. Massimo Blanco intervistato da Pop News]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000055"><div><span class="fs12lh1-5">Intervista di Pop News (</span><span class="fs12lh1-5">popnews.news</span><span class="fs12lh1-5">) al prof. Massimo Blanco nel corso del V Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica (12-14 maggio 2023), su imputabilità e limiti della perizia nella prassi quotidiana.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Giurisprudenza e scienza forense: quando il passo non è uguale. L'imputabilità di un soggetto è uno dei temi più delicati e complessi dell'ambito giuridico. Massimo Blanco, direttore dell'Istituto di Scienze Forensi, ha spiegato ai microfoni di Pop News che la giurisprudenza spesso rimane indietro rispetto alla scienza e, per questo, valutare l'imputabilità di un soggetto non è semplice come si pensa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'imputabilità è funzione del vizio di mente riscontrato dal perito o dal consulente tecnico, che stabilisce se si tratta di imputabilità parziale o totale. Tuttavia, come evidenziato da Blanco, la perizia psichiatrica ha dei limiti dettati dal fatto che il Codice penale ha quasi 100 anni, mentre la scienza medica e le scienze sociali hanno fatto dei passi avanti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo forense deve operare un'investigazione di tipo documentale e testimoniale, andando a sentire anche la vittima del reato e le persone che hanno fatto parte della storia di vita dell'imputato. Solo così si può stabilire se c'è un nesso tra la presunta o conclamata patologia mentale al momento in cui avviene la visita e presuntivamente al momento in cui è stato commesso il reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, il lavoro dello psicologo forense diventa una ricerca minuziosa da cui dipenderà l'imputabilità o meno di chi ha commesso il reato. Spesso si tratta di analisi tecniche approfondite relative a fatti avvenuti diversi anni prima, dove la perizia viene fatta su un soggetto trattandolo quasi come un paziente e non come un imputato di un fatto reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ci sono anche altri problemi legati alla mancata adeguatezza della rete socio-sanitaria e alla difficoltà di comunicazione tra i diversi attori. Il soggetto giunge spesso all'attenzione dei servizi psichiatrici, dei servizi dipendenze o dei servizi sociali territoriali solo quando ha commesso un reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre, il tempo non è alleato e rischia di far cadere in errore. A volte si ha a che fare con l'analisi di cartelle cliniche che riguardano molti anni prima, il che porta a non avere elementi necessari e utili. Inoltre, il margine di errore rimane ampio, poiché i confini sulle patologie mentali sono labili.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Articolo di Pop News</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Guarda il video dell'intervista:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://popnews.news/title/la-legge-al-limite/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/la-legge-al-limite/</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 May 2023 09:44:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://www.scienzeforensi.net/blog/?imputabilita-e-limiti-della-perizia--il-prof--massimo-blanco-intervistato-da-pop-news</link>
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			<title><![CDATA[Gli esperti dell'Istituto al V Convegno Nazionale di Psicologia giuridica]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000054"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Lo scorso 14 maggio si è concluso il V Convegno Nazionale di Psicologia giuridica organizzato dalla Fondazione Guglielmo Gulotta e dall'Università degli Studi di Padova con il contributo dell’Istituto di Scienze Forensi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una tre giorni per conoscere e approfondire gli avanzamenti della materia, fornendo una ricognizione generale sullo stato dell’arte e sulle prospettive scientifiche e professionali della stessa. Diversi gli esperti intervenuti - tra cui i professori </span><span class="fs12lh1-5"><b>Guglielmo Gulotta</b></span><span class="fs12lh1-5">, </span><span class="fs12lh1-5"><b>Giuseppe Sartori</b></span><span class="fs12lh1-5">, </span><span class="fs12lh1-5"><b>Marco Monzani</b></span><span class="fs12lh1-5"> e </span><span class="fs12lh1-5"><b>Natale Fusar</b></span><span class="fs12lh1-5"><b>o</b></span><span class="fs12lh1-5"> - e molteplici e trasversali gli argomenti trattati.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>«La multidisciplinarietà nell’ambito dei procedimenti penali e civili è fondamentale, così come il dialogo tra i tecnici, ossia chi si occupa di attività prettamente scientifiche e chi opera nel campo del diritto»</i></span>. Queste le parole del <b class="fs12lh1-5">prof. Massimo Blanc</b><span class="fs12lh1-5"><b>o</b></span><span class="fs12lh1-5">, direttore dell’Istituto di Scienze Forensi e segretario generale ANCRIM (Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti), durante la plenaria d’apertura, che ha sottolineato l’importanza della sinergia tra le diverse figure professionali nell’ambito forense.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella prima giornata si è parlato delle attuali sfide della psicologia giuridica, del ruolo della prova scientifica nella decisione giudiziaria, delle indagini difensive e della consulenza psicoforense. La </span><span class="fs12lh1-5"><b>dr.ssa Micol Trombetta</b></span><span class="fs12lh1-5">, nostra docente e criminologa, ha affrontato il tema delle barriere linguistiche e socioculturali che connotano numerosi procedimenti giudiziari. Talvolta, infatti, la traduzione dell’interprete risulta inefficace, soprattutto se abbiamo a che fare con persone provenienti da Paesi assai vasti, dove i dialetti, i modi di pensare e di dire variano da regione a regione, anche in modo radicale, e dove le relazioni sociali e il rapporto con i soggetti che rappresentano l’autorità si realizzano in modo nettamente differente dal nostro.</span></div><div><span class="imTACenter fs11lh1-5">Guarda il video sul nostro canale YouTube:</span><span class="imTACenter fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=LhQo7avvk50" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=LhQo7avvk50</a></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">La seconda giornata è stata dedicata principalmente al tema della testimonianza e dell’imputabilità. Nonostante l’affermazione del modello biopsicosociale in tutte le discipline che studiano l’essere umano, la perizia forense in tema di imputabilità e pericolosità sociale, nella prassi quotidiana, spesso assume ancora connotati di carattere prettamente medico. Questa è la questione affrontata dal </span><span class="fs12lh1-5"><b>prof. Massimo Blanco</b></span><span class="fs12lh1-5"> durante il suo intervento, dove è stato analizzato un caso di studio esemplificativo delle difficoltà dell’accertamento peritale.</span></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Guarda il video sul nostro canale YouTube:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=O3qRpwr1v0Y" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=O3qRpwr1v0Y</a></span></span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Presentata anche l’inchiesta sul fenomeno delle baby gang nell’area metropolitana di Milano, realizzata dal Centro di Ricerca dell'Istituto di Scienze Forensi. L’indagine – della durata di un anno e diretta dal capo del Centro di Ricerca </span><span class="fs12lh1-5"><b>dr.ssa Hillary Di Lernia</b></span><span class="fs12lh1-5"> – ha evidenziato gli aspetti eziologici e i fattori di rischio di diverse forme e diversi gradi di devianza giovanile registrati nel territorio milanese. Il quadro che emerge è quello di una realtà complessa e dalle molte sfaccettature, a cui si affianca un fenomeno emergente, fluido ma allo stesso tempo ugualmente insidioso: il bullismo da strada (street bullying). </span></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Guarda il video sul nostro canale YouTube:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=oMKde04dVcU" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=oMKde04dVcU</a></span></span></div><div class="imTALeft"><span class="imTACenter fs11lh1-5">Guarda il video dell'intervista alla dr.ssa Di Lernia su Pop News:</span><span class="imTACenter fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://popnews.news/title/la-minaccia-del-bullismo-di-strada/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/la-minaccia-del-bullismo-di-strada/</a></span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div>Spazio alla criminologia e alla criminalistica nella terza giornata, ambiti che spesso affascinano un pubblico sempre più ampio di persone, le quali, però, spesso hanno una concezione totalmente altra rispetto alla realtà. <span class="fs12lh1-5"><i>«"Un canto delle sirene” che spesso viene utilizzato da alcuni istituti universitari per attrarre giovani studenti ad intraprendere degli studi che poi si rivelano distanti dalla professione» </i></span>ha dichiarato la <span class="fs12lh1-5"><b>prof.ssa Deborah Capasso de Angelis</b></span><span class="fs12lh1-5">, presidente ANCRIM (Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti).</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>«Ho scelto di presenziare e parlare da persone da cui potevo imparare»</i></span>. Con queste parole di ringraziamento e stima il <span class="fs12lh1-5"><b>prof. Guglielmo Gulotta</b></span> ha concluso il convegno, il quale ha messo in evidenza un aspetto necessario per la nostra professione: capacità di porsi <span class="fs12lh1-5">dal punto di vista dell’altro quale condizione essenziale per il dialogo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Prof.-Massimo-Blanco-Convegno-Psicologia-giuridica-Gulotta.jpg"  width="400" height="266" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Apertura del Convegno: da sinistra il prof. Massimo Blanco, la prof.ssa Deborah Capasso de Angelis, il prof. Guglielmo Gulotta e il prof. Giuseppe Sartori.</span><br></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Micol-Trombetta-Convegno-Psicologia-giuridica-Gulotta.jpg"  width="400" height="267" /></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">La dr.ssa Micol Trombetta: “Le barriere linguistiche e culturali nel processo penale: analisi di un caso”.</span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">Guarda il video sul nostro canale YouTube:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="imTALeft fs11lh1-5"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=LhQo7avvk50" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=LhQo7avvk50</a></span></div></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Massimo-Blanco-Convegno-Psicologia-giuridica-Gulotta.jpg"  width="400" height="267" /></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Il prof. Massimo Blanco: "Imputabilità e limiti della perizia nella prassi quotidiana".</span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">Guarda il video sul nostro canale YouTube:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=O3qRpwr1v0Y" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=O3qRpwr1v0Y</a></span></div></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-10" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Hillary-Di-Lernia-Convegno-Psicologia-giuridica-Gulotta.jpg"  width="400" height="267" /></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">La dr.ssa Hillary Di Lernia (prima da sinistra) con il gruppo delle sue collaboratrici di ricerca: “Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello street bullying”.</span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">Guarda il video sul nostro canale YouTube:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=oMKde04dVcU" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=oMKde04dVcU</a></span></div></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-9" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Massimo-Blanco-criminologo-Convegno-Psicologia-giuridica-Gulotta.jpg"  width="400" height="247" /><br><span class="fs11lh1-5">A sinistra la prof.ssa Deborah Capasso de Angelis, a destra il prof. Massimo Blanco: "La criminologia, la criminalistica e il canto delle sirene". Moderatore, al centro, il prof. Ugo Sabatello.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Hillary-Di-Lernia-intervista-Convegno-Psicologia-giuridica.jpg" title="Hillary Di Lernia intervistata da PopNews - Ricerca baby gang a Milano" width="400" height="267" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><div><span class="fs11lh1-5">La dr.ssa Hillary Di Lernia (capo del Centro di Ricerca ISF) intervistata da PopNews (canale 512 Sky) durante il Convegno.</span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Guarda il video su Pop News:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="imTALeft fs11lh1-5 cf1"><a href="https://popnews.news/title/la-minaccia-del-bullismo-di-strada/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/la-minaccia-del-bullismo-di-strada/</a></span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Marco-Monzani-Massimo-Blanco-Deborah-Capasso-Convegno-Psicologia.jpg"  width="400" height="267" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Da sinistra: la dr.ssa Micol Trombetta (ISF), il prof. Marco Monzani (uno dei più autorevoli criminologi contemporanei), la prof.ssa Deborah Capasso de Angelis (ANCRIM), il prof. Massimo Blanco (ISF e ANCRIM) e la dr.ssa Martina Penazzo (ISF Centro di Ricerca).</span></div></div></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 18 May 2023 16:32:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://www.scienzeforensi.net/blog/?gli-esperti-dell-istituto-al-v-convegno-nazionale-di-psicologia-giuridica</link>
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			<title><![CDATA[La minaccia del bullismo di strada. La dr.ssa Hillary Di Lernia intervistata da PopNews]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Ricerca_-_Criminalit%C3%A0_minorile%2C_non_solo_baby_gang._Analisi_del_fenomeno_dello_street_bullying"><![CDATA[Ricerca - Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello street bullying]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000053"><div><span class="fs12lh1-5">Intervista di PopNews (</span><span class="fs12lh1-5">popnews.news</span><span class="fs12lh1-5">) alla dr.ssa Hillary Di Lernia nel corso del V Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica (12-14 maggio 2023), sulla ricerca condotta dall'Istituto di Scienze Forensi "Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello street bullying".</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo un rapporto della Direzione Centrale della Polizia Criminale, nei primi dieci mesi del 2022 c'è stato un aumento del 14,3% dei minori denunciati e arrestati rispetto allo stesso periodo del 2019. Questo ha portato sempre più spesso a parlare di "baby gang", un termine che trae origine dalla cronaca americana spesso abusato dai media perché d'impatto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La criminologa e docente all'Istituto di Scienze Forensi di Milano, Hillary di Lernia, ha parlato del fenomeno in occasione del Quinto Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica organizzato dalla Fondazione Gulotta. Secondo lei, la definizione di "baby gang" viene quasi esclusivamente dalla letteratura americana e si tratta di un'organizzazione più o meno strutturata, con componenti che hanno solitamente dai 12 ai 20 anni. Tra le altre caratteristiche, vi è la presenza di una struttura gerarchica abbastanza rigida, la presenza di un leader e l'attaccamento a un territorio, ma un attaccamento inteso come assoggettamento del territorio e comportamenti delinquenziali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, il termine "baby gang" è spesso abusato. Sarebbe più corretto parlare di "street bullying" o "bullismo di strada", come dimostra una ricerca condotta per circa un anno sul territorio milanese da un team dell'Istituto di Scienze Forensi guidato da Hillary di Lernia. La ricerca ha evidenziato che esistono questi gruppi fluidi, quindi non strutturati e spesso non aventi un fine economico, che commettono degli atti devianti, ma non necessariamente delinquenziali. Questa differenza è importantissima perché il termine "baby gang" è stigmatizzante ed è un'etichetta che attira i più giovani, il che rappresenta un grande rischio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine "street bullying" identifica comportamenti diversi che hanno però caratteristiche comuni come la asimmetria nei rapporti tra vittima e bullo, le cui vittime sono solitamente persone che non fanno parte dello stesso gruppo sociale o dello stesso quartiere di provenienza. I ragazzi sono consapevoli di compiere degli atti che vanno a terrorizzare e impaurire le altre persone, e il mancato rispetto delle autorità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La generazione Z percepisce la problematica del bullismo di strada e si sente sicura nella propria città. Tuttavia, la criminologa sottolinea che la situazione è differente tra Nord e Sud Italia, dove vi è la presenza di baby gang vere e proprie, spesso affiliate con la criminalità organizzata.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Articolo di PopNews</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Guarda il video dell'intervista:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://popnews.news/title/la-minaccia-del-bullismo-di-strada/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/la-minaccia-del-bullismo-di-strada/</a></span></div><div><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">ISF Centro di Ricerca</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Divisione Corporate University</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tel. (+39) 02.3672.8310</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Email:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">centroricerca@unisf.eu</span></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 17 May 2023 14:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'anteprima della nostra ricerca sulle baby gang a Milano in edicola su "L'Espresso"]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Ricerca_-_Criminalit%C3%A0_minorile%2C_non_solo_baby_gang._Analisi_del_fenomeno_dello_street_bullying"><![CDATA[Ricerca - Criminalità minorile, non solo baby gang. Analisi del fenomeno dello street bullying]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000052"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il nostro Centro di Ricerca ha condotto un’inchiesta - della durata di un anno - sul fenomeno delle baby gang nella città di Milano.</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Il quadro che emerge è quello di una realtà complessa e dalle molte sfaccettature, a cui si affianca un fenomeno emergente, fluido ma allo stesso tempo ugualmente insidioso: il bullismo da strada (street bullying).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">In edicola l'anteprima della ricerca su "L'Espresso" (7 maggio 2023).</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Prossimamente, la ricerca sarà interamente pubblicata sui nostri canali istituzionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Leggi l'articolo su L'Espresso: </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://espresso.repubblica.it/inchieste/2023/05/12/news/baby_gang_italia-399274498/" target="_blank" class="imCssLink">https://espresso.repubblica.it/inchieste/2023/05/12/news/baby_gang_italia-399274498/</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 07 May 2023 12:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'Italia è una meta turistica non sicura? Ce lo ha chiesto Radio Roma]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000051"><div><strong><b><span class="fs12lh1-5">European Best Destination</span></b></strong><span class="fs12lh1-5">, piattaforma di riferimento per tutti i viaggiatori interessati a girare il Vecchio Continente, ha stilato la classifica delle 25</span><span class="fs12lh1-5"> </span><strong><b><span class="fs12lh1-5">mete europee più sicure da visitare</span></b></strong><span class="fs12lh1-5">. Clamorosamente, nessuna delle città italiane è inclusa, nonostante i dati pubblicati dal Viminale dicano tutt’altro.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo questa speciale top 25, stilata dal sito, le destinazioni sparse in giro per l’Europa avrebbero una serie di caratteristiche che, a quanto pare, nessuna delle nostre città possiede. “Oggi come oggi la</span><span class="fs12lh1-5"> </span><strong><b><span class="fs12lh1-5">sicurezza</span></b></strong><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">determina in gran parte dove potresti voler trascorrere le tue vacanze, – si legge nelle motivazioni dell’European Best Destination- quindi abbiamo selezionato per te tutte le destinazioni europee più sicure. Abbiamo trovato quelle destinazioni dove</span><span class="fs12lh1-5"> </span><strong><b><span class="fs12lh1-5">furto</span></b></strong><span class="fs12lh1-5">, tasso di</span><span class="fs12lh1-5"> </span><strong><b><span class="fs12lh1-5">criminalità</span></b></strong><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e</span><span class="fs12lh1-5"> </span><strong><b><span class="fs12lh1-5">molestie</span></b></strong><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">sono al di sotto della media europea, rendendole in questo modo le destinazioni più sicure in Europa. L’unico problema che potresti incontrare è il desiderio di rimanere lì molto più a lungo del previsto”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In vetta alla classifica, e più precisamente nei primi sei posti, gran parte della cosiddetta “Europa Danubiana”: Basilea, in Svizzera, seguita in ordine da Ginevra, Varsavia, Lubiana, Vienna e Zurigo. Portogallo, Romania, Islanda e Croazia sono alcuni dei paesi che vantano almeno una loro città nel resto della lista. Ma niente Roma, Milano, Napoli, Firenze, Torino o Genova.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ovviamente, la reazione del Viminale non si è fatta attendere e, alla luce delle informazioni fornite dal sito, è arrivata la contro risposta: secondo i dati forniti dal report pubblicato dal ministero dell’Interno a dicembre 2022, infatti, l’Italia sarebbe ancora oggi un</span><strong><b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">luogo sicuro</span></b></strong><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">dove andare in vacanza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">European Best Destination ha a quanto pare preso in considerazione il tasso di furti o borseggi commessi da minori e delle violenze sessuali. L’istituzione riporta che «l’aumento di questi reati non è stato così significativo da determinare un’esclusione rispetto alla classifica sulle 25 mete più sicure». La Polizia di Stato ha, però, evidenziato come nel 2022 ci sia stato un vero e proprio boom di reati commessi dai minorenni in Italia e un aumento del 20% circa di violenze sessuali. Dunque chi ha ragione?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Dobbiamo innanzitutto capire come è stata stilata questa classifica e che fattori sono stati presi in considerazione – ha sottolineato Hillary Di Lernia – perché nel caso specifico dei reati minorili, il nostro Istituto di Ricerca ha evidenziato come, rispetto al 2016 quando c’è stato un vero e proprio picco, siano fortemente diminuiti. Non possiamo parlare di scomparsa, è una situazione stabile sotto questo punto di vista che viene influenzata da fattori ben specifici: contesto familiare e sociale”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque l’Italia resta un posto sicuro? A dimostrarlo sarebbero anche i numeri: nel week di ponte appena trascorso, le città d’arte sono state letteralmente prese d’assalto con numeri davvero da record. Bisogna attendere il report del Ministero dell’Interno per quanto riguarda il 2023 e capire, poi, chi avrà avuto davvero ragione.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Articolo di Elisa Mariani, Radio Roma, 27 aprile 2023</b></span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Guarda l'intervista:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=qpT15xS9zS8" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=qpT15xS9zS8</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 27 Apr 2023 10:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La trappola delle sette]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004E"><div><span class="fs12lh1-5">Intervista di Pop News Canale Sky 512 alla dr.ssa Hillary Di Lernia, criminologa e capo del Settore Ricerca dell'Istituto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Servizio tv al seguente link:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://popnews.news/title/la-trappola-delle-sette/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/la-trappola-delle-sette/</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 05 Apr 2023 16:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Decennale del National Legal Team Italy]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004C"><div><span class="fs12lh1-5">Sabato 25 marzo 2023, a Genova, l’Istituto di Scienze Forensi ha avuto il piacere e l’onore di partecipare all’annuale Assemblea Nazionale del National Legal Team Italy (NLTI), che si è tenuta in concomitanza dei festeggiamenti per il suo decennale. L’Associazione, nata nel 2013 proprio in quel di Genova, è ora composta da circa settanta membri tra avvocati e partner presenti su tutto il territorio nazionale, uniti dall’entusiasmo di fare rete e collaborare su più fronti, da quello prettamente giuridico a quello tecnico scientifico forense.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella splendida cornice di Palazzo Ducale, dove si è tenuto l’evento, si sono altresì susseguiti diversi interventi da parte di chi ha contribuito alla crescita di NLTI, tra cui il dr. Mirko Vicenzotto, coordinatore capo della Divisione Investigativa ISF.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Istituto di Scienze Forensi, che è oramai partner da alcuni anni del “National”, ringrazia i suoi fondatori e soci per la splendida realtà che hanno saputo costruire e sviluppare, augurandogli di raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi nonché meritati.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/NLTI-23.03.png"  width="970" height="437" /><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 Mar 2023 17:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[2° Edizione del MasterClass in Audio Forensics]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000049"><div><div>Il 26 marzo 2023 si è conclusa la seconda edizione del Corso “MasterClass in Audio Forensics” tenuto da Marco Perino, perito fonico di fama nazionale, titolare della ProSuono e docente ISF.</div><div><span class="fs12lh1-5">L’Audio Forensics è il campo della scienza forense relativo all’acquisizione, all’analisi e alla valutazione di registrazioni sonore che possono essere presentate come fonte di prova in un procedimento giudiziario. Gli allievi del Corso si sono quindi cimentati con le basi teoriche ma, soprattutto, con gli aspetti pratici dell’Audio Forensics, al fine di ottenere solide basi per iniziare a muovere i primi passi, oppure perfezionarsi, a seconda delle basi tecniche di partenza di ciascun allievo, in un settore affascinante quando complesso, caratterizzato da una significativa carenza di professionisti adeguatamente preparati.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 27 Mar 2023 15:46:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La partecipazione ad associazione per delinquere e il concorso di persone nel reato continuato]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000048"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore: Avv. Giuseppe GERVASI</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><br></div><div><i><b class="fs12lh1-5">La configurabilità e i percorsi di verifica non sempre agevoli</b></i><i></i></div><div><i><b><br></b></i></div><div><span class="fs12lh1-5">L’operatore del diritto è spesso chiamato a confrontarsi con la difficile valutazione sulla configurabilità, in concreto, di un concorso di persone nel reato continuato ovvero di una partecipazione ad una associazione per delinquere, con le diverse conseguenze sul piano sostanziale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il tema è particolarmente ricorrente in ipotesi di contestazione del reato di partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, per la nota intersezione di questa tipologia di condotta con quella del concorso di persone nel reato continuato, tanto da rendere ancora più difficoltosa l'individuazione dei confini, spesso sottilissimi, tra le due fattispecie astrattamente configurabili in siffatto contesto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ampie sono le problematiche interpretative suscettibili di proporsi in questi casi, a motivo dei numerosi interventi giurisprudenziali, e dottrinari, tesi ad individuare percorsi ermeneutici capaci di meglio delineare i confini tra le due fattispecie e, con essi, facilitare il percorso di verifica concreta cui l’operatore del diritto è chiamato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una prima ragione di difficoltà interpretativa discende dal modello di disciplina, non diversificata, del concorso di persone nel reato continuato, tanto che dottrina e giurisprudenza hanno sentito la necessità di intervenire per tipizzarne gli elementi costitutivi della fattispecie, rimarcando le possibili differenze rispetto alla partecipazione associativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per il concorso (doloso) di persone nel reato risultano necessari o l’accordo implicito o di fatto tra più soggetti, oppure una qualche forma di organizzazione nelle due fasi dell’ideazione o dell’esecuzione del reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo stretto addentellamento tra le condotte dei concorrenti dà vita e forma alla struttura destinata alla messa in opera del reato programmato e, per essa, alla fattispecie di concorso di persone punito dalla norma sostanziale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste le ragioni per le quali l’organizzazione, iniziale o esecutiva, diviene spesso essa stessa nucleo centrale del concorso di persone nel reato. Un rapporto associativo, dunque, anche nella fattispecie concorsuale disciplinata dall’art. 110 c.p.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il concorso di persone sarebbe, in altre parole, un’<i>organizzazione al reato</i>, poiché il contributo del concorrente viene apprezzato nella sua intersezione con l’organizzazione complessiva, anche prescindendo dalla verifica della diretta causazione dell’evento o dell’azione tipica, risultando centrale nel fenomeno concorsuale il momento organizzativo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La forma di organizzazione che può esserci nella fattispecie di concorso eventuale o in quella di concorso necessario, complica notevolmente il difficile percorso di verifica concreta della fattispecie associativa o concorsuale oggetto di valutazione. Ancor di più in ipotesi di concorso di persone nel reato continuato, nel qual caso l’organizzazione si protrae nel tempo in modo sistematico con condotte spesso sovrapponibili.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, per differenziare le due situazioni presentabili, occorrerà comprendere se il legame soggettivo è stabile; se è proiettato al futuro ovvero meramente occasionale; in altri termini, per capire la durata dell’organizzazione plurisoggettiva, si deve far riferimento alla programmazione della struttura ed al tipo di programma stabilito dai correi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il legame oggettivo e soggettivo con un reato e la stabilità o meno della struttura plurisoggettiva sono i caratteri tipici della distinzione che qui interessa. Sarà l’interprete a verificare, pesare e analizzare caso per caso e con il dovuto rigore critico, il contributo del compartecipe e la durata dell’organizzazione plurisoggettiva, senza trascurare l’indispensabile accertamento, di natura dirimente, dell’eventuale volontà dei compartecipi di mantenere l’organizzazione anche dopo la commissione dei reati fine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E’ così che l’accordo o l’organizzazione che si compie nella consumazione di un reato integra l’ipotesi prevista dall’art. 110 cp, nella quale l’organizzazione è isolata e non stabile o destinata a permanere nel tempo, poiche’ si disvela nella consumazione di uno specifico reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, il peso del dato temporale è significativo in due fattispecie necessariamente plurisoggettive: il reato associativo e il concorso di persone nel reato continuato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel rapporto tra concorso di persone nel reato continuato e reato associativo il tema della durata del fatto illecito, l’analisi della durata dell’organizzazione con la necessaria calibrazione del tempo, risultano cruciali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come è noto, nei reati associativi il vincolo soggettivo è stabile perché volto a realizzare un programma criminoso indeterminato; dunque, la struttura organizzativa, che può essere anche minima, deve essere idonea alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti, trattandosi di reati di pericolo. Non occorre che i reati oggetto del programma siano eterogenei, potendo essere programmate anche solo più violazioni di una stessa norma incriminatrice.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma le aree di ticipità della partecipazione associativa non sono molto diverse dalla categoria del concorso di persone nel reato continuato, in cui l’accordo tra due o più soggetti, pur avendo carattere episodico ed eventuale, si proietta nella realizzazione di più delitti accomunati da un medesimo disegno criminoso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In quest’ultima ipotesi, l’accordo si ripete in tanti episodi di reato avvinti dal vincolo della continuazione perché fanno tutti parte di un unico disegno criminoso all’interno di una programmazione comune.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche questa fattispecie rientra nell’alveo del fatto tipico di cui all’art. 110 c.p. ma con la peculiarità di germogliare in una programmazione più ampia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per di più, è noto che per il medesimo disegno criminoso che caratterizza il reato continuato non è necessario che le diverse violazioni di legge siano programmate nel dettaglio, in ciò ravvisandosi una notevole similitudine con l’accordo di tipo associativo finalizzato a porre in essere un programma criminoso definito per grandi linee.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ed allora, il tempo e la stabilità sono indici sufficienti a fondare una corretta valutazione della fattispecie oggetto di giudizio?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella prassi può risultare ostico ponderare il tempo e la stabilita’ in misura tale da scongiurare errori di valutazione tra le due fattispecie di reato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un’area di illecito foriera di potenziale confusione tra le due fattispecie del concorso di persone nel reato continuato e del reato associativo è quella relativa al traffico di stupefacenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella casistica, infatti, è usuale che tre o più persone commettano congiuntamente più delitti omogenei di detenzione illecita o cessione di stupefacente, e, per tale via, è ricorrente il riconoscimento del beneficio della continuazione tra le varie violazioni della medesima disposizione di legge.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È altrettanto usuale che i singoli delitti di detenzione o cessione di stupefacenti non siano programmati dettagliatamente rispetto al tempo, al luogo e all’oggetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non è raro che i tempi e le modalità di acquisto e di cessione del narcotico siano scandite dalla disponibilità dei fornitori; dal tipo e qualità di stupefacente; dal tipo di acquirenti, non sempre prestabiliti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, non una stabile associazione, ma la ripetitività di una condotta concorsuale rivitalizzata dalle occasioni del mercato, con intervalli di inattività più o meno lunghi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, proprio il lasso di tempo tra una condotta concorsuale e l’altra e la medesimezza del disegno criminoso comune ai correi contribuiscono a rendere più difficoltoso il percorso di verifica della fattispecie configurabile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È opinione diffusa che il nucleo essenziale è ancora una volta rappresentato dall’esistenza di un accordo stabile rispetto al vincolo associativo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I problemi pratici però non tardano a ripresentarsi, posto che la programmazione, anche solo dei tratti essenziali dei reati da commettere, si traduce di fatto nella presenza di un’organizzazione sufficientemente definita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’idea condivisa di commettere più reati potrebbe trovare una sponda esecutiva in una organizzazione occasionale, in tal modo qualificando il concorso di persone nei reati continuati; se, invece, la sponda esecutiva è costituita da una organizzazione stabile e maggiormente pregnante, durevole a prescindere dalla commissione di reati fine, si potrebbe configurare un’ipotesi di reato associativo. Non appare dunque sufficiente un’idea criminale comune e ripetuta a qualificare un’associazione fattuale stabile e strutturata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Solo il caso concreto può offrire elementi significativi della fattispecie in esame, e solo la valutazione rigorosa del caso concreto può spiegare se la ripetitività delle condotte, intervallate in un arco temporale significativo, sia dimostrativa di un di un concorso reiterato o di una associazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di certo appare preferibile valutare con il dovuto rigore critico non solo l’arco temporale durante il quale si sono manifestate le condotte illecite, ma anche le risultanze di quei <i>periodi morti </i>che non di rado intervallano ciascun reato, nonchè ogni circostanza che precede o segue ciascuna condotta delittuosa, al fine di meglio saggiare la presenza di elementi significativi di radicale stabilità – e non di occasionalità - come la reiterata volontà e coscienza di fare parte di una associazione dedita al traffico di stupefacente; la continua ricerca di occasioni di reato con la messa a disposizione di persone e mezzi; l’adoperarsi per rafforzare la struttura organizzativa o almeno mantenerla nella sua efficienza causale; l’adoperarsi per la valorizzazione delle risorse umane o la razionalizzazione delle risorse economiche di cui dispone il gruppo per il raggiungimento dei propri scopi illeciti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Circostanze che, se pur non integranti autonome ipotesi di reato, potrebbero risultare determinanti per riempire di contenuti l’<i>accordo iniziale</i>, la <i>stabilità</i> e il <i>lasso temporale</i> <i>significativo</i> che connotano la partecipazione associativa.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 20 Mar 2023 15:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le armi di casa nostra]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004D"><div><header><span class="fs12lh1-5">Intervista di Pop News Canale Sky 512 al dr. Corrado Macrì, esperto tecnico e docente di armi, balistica e tiro.</span><br></header></div><div><span class="fs12lh1-5">Servizio tv al seguente link:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://popnews.news/title/le-armi-di-casa-nostra/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/le-armi-di-casa-nostra/</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Mar 2023 17:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Mafia SPA, un fatturato da 40 miliardi l’anno]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000046"><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Ufficio Comunicazione)</span></div></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div class="imTALeft"><i><b class="fs12lh1-5">Secondo la CGIA di Mestre, si tratta di una cifra pari al 2% del PIL</b></i></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5">Circa 40 miliardi di euro annui, pari a oltre il 2% del PIL. Sarebbe questa la stima del denaro gestito dalle organizzazioni riconducibili alla “Mafia Spa<!--[if !supportFootnotes]-->[1]<!--[endif]-->”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">A dirlo è <b>l’Ufficio Studi della CGIA</b>, che evidenzia come tale giro di affari sia inferiore solo al fatturato di GSE (Gestore dei servizi energetici), di ENI e di ENEL. Si tratta di <b>dati sottostimati</b>, in quanto risulta difficile dimensionare anche i proventi attribuibili all’infiltrazione di queste organizzazioni nell’economia legale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo i dati di Banca d’Italia[2], a livello territoriale la presenza più diffusa delle organizzazioni economiche criminali si registra nel Mezzogiorno; ciononostante si rileva una <b>penetrazione territoriale "molto preoccupante" anche nelle realtà del Centro-Nord</b>, in particolare nelle province di <b>Roma, Latina, Genova, Imperia e Ravenna</b>. Meno investite dal fenomeno sarebbero, invece, le province del Triveneto (con lievi segnali in controtendenza a Venezia, Padova, Trento e, in particolar modo, Trieste). Anche la Valle d’Aosta e l’Umbria presentano un livello di rischio molto basso. Al Sud, infine, secondo i ricercatori di Banca d’Italia <b>gli unici territori completamente “immuni”</b> dalla presenza del fenomeno mafioso sarebbero le province di <b>Matera, Chieti, Campobasso e le realtà sarde di Olbia-Tempio, Sassari e Oristano.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come evidenzia lo studio, storicamente, i territori dove l’economia locale è fortemente condizionata dalla spesa pubblica e il livello di corruzione della pubblica amministrazione è molto elevato si dimostrano più vulnerabili al potere corruttivo delle mafie. Inoltre, l'ingente presenza di alcuni <b>reati spia</b> in un determinato territorio permette di individuare un’area geografica più a rischio di un’altra. Ad esempio, nei luoghi dove il numero di denunce all’autorità giudiziaria per estorsione/racket, usura, contraffazione, lavoro nero, gestione illecita del ciclo dei rifiuti, scommesse clandestine, gioco d’azzardo, etc. è molto alto, la probabilità che vi sia una presenza radicata di una o più organizzazioni criminali di stampo mafioso è molto elevata.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1] Con questo termine si intende il ricavato delle attività illegali ascrivibili a Cosa Nostra, Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, Mafia nigeriana, organizzazioni criminali provenienti dall’Est Europa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Sauro Mocetti e Lucia Rizzica, “La criminalità organizzata in Italia”, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza n° 661, dicembre 2021, pag. 10</span></div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 16:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La perizia e la consulenza tecnica nel processo penale]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000047"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autori: Avv. Giuseppe GERVASI e dr.ssa Gaia GERVASI</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra i <b>mezzi di prova</b> disciplinati dagli artt. 187-243, il codice di procedura penale annovera la <b>perizia </b>e la <b>consulenza tecnica di parte, </b>gli strumenti attraverso i quali il sapere tecnico-scientifico contribuisce nella ricerca della verità giudiziale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La <b>perizia</b> può essere disposta sia in fase di <b>incidente probatorio</b><span class="cf1"> </span>che in <b>sede dibattimentale</b>; nel primo caso, può essere invocata dal pubblico ministero o dalla persona sottoposta alle indagini ed è disposta dal giudice per le indagini preliminari quando le cose o i luoghi da esaminare siano soggetti a modificazione, ovvero quando vi sia il fondato motivo di ritenere che un testimone non potrà essere esaminato nel dibattimento per infermità o altro grave impedimento o che lo stesso possa essere esposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altre utilità affinché non deponga o deponga il falso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In <b>dibattimento</b> la perizia è disposta dal giudice, anche d’ufficio, quando occorre acquisire dati, informazioni o effettuare delle valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il <b>consulente tecnico </b>è nominato dal PM o dal difensore dell’indagato/imputato o delle parti private, affinché offra, anche sotto forma di memoria scritta, un proprio parere tecnico/scientifico rispetto ai temi di prova ammissibili e rilevanti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Qualora il Gip o il giudice del dibattimento conferisca un incarico peritale, è nella facoltà delle parti di nominare un proprio consulente, in numero pari a quello dei periti, con facoltà di visionare gli atti ed estrarre copia, di partecipare alle udienze e alle operazioni peritali ed elaborare osservazioni o controdeduzioni alle conclusioni del perito, in tal modo assicurando il confronto e la dialettica processuale anche nella fase squisitamente tecnica di formazione della prova.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La perizia e la consulenza tecnica quali mezzi di prova</b></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Classificabili come <b>mezzo di prova</b>, si sostanziano nello svolgimento di indagini, nell’acquisizione di dati o nell’elaborazione di valutazioni che richiedono per loro natura particolari competenze tecniche, scientifiche o artistiche che, normalmente, non fanno parte del bagaglio conoscitivo delle parti processuali o del giudice.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La naturale funzione del perito e del consulente tecnico dunque, è quella di colmare le comprensibili lacune tecnico/scientifiche delle parti e del giudice, dai quali non si può pretendere una competenza in ogni sapere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il procedimento penale, dunque, si alimenta di ulteriori contributi capaci di rafforzare la ricerca della verità, che è la finalità propria del procedimento penale. Si pensi, ad esempio, allo straordinario contributo offerto dalla scienza attraverso l’esame del DNA; delle impronte digitali o anche lo straordinario contributo offerto dalla comparazione vocale o grafologica. Procedure ed esiti che, in aderenza alle linee guida e al comune sapere della comunità scientifica di riferimento, assumono un ruolo a volte determinante, se non esclusivo, nel percorso di formazione della prova.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il sapere scientifico terreno di scontro</b></div><div><span class="fs12lh1-5">In ragione della sempre più crescente importanza assunta nel processo penale, gli elaborati tecnici sono quasi sempre motivo di scontro nella dialettica delle parti, alimentato dalle diverse esperienze, competenze e professionalità coinvolte in questa delicata fase del processo penale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significativa, in tal senso, è la nota sentenza della Corte di Cassazione che ha messo la parola fine al processo penale per l’omicidio della giovane <b>Meredith Kercher</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’importanza di questa decisione risiede nell’avere la Corte di legittimità ribadito il “valore” dell’elaborato consulenziale, scandendo le <i>linee guida </i>in tema di “valutazione” dei risultati tecnici a confronto, in aderenza ai significativi precedenti rappresentati dalle altrettanto note sentenze <b>Franzese</b> del 2002 e <b>Cozzini</b> del 2010.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di ripercorrere il sentiero tracciato con la sentenza <b>Meredith Kercher</b>, in tema di prova scientifica e ruolo del giudice nel processo decisionale su base scientifica, pare opportuno richiamare brevemente alcuni significativi precedenti giurisprudenziali in argomento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nell’ultimo ventennio, dalla sentenza <b>Franzese</b> (2002) in poi, tante pagine sono state scritte in tema di <b>prova scientifica </b>e necessità di far operare, in ogni forma di inferenza, il tentativo di smentita, quello che <b>Karl Popper </b>ha definito il “<b>tentativo di falsificazione</b>”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alla sentenza <b>Franzese</b> (SS.UU. 10/07/2002) il merito di avere ridisegnato il ruolo del sapere scientifico nel processo penale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di questo autorevole intervento di legittimità, si riteneva non consentito al giudice stimare la validità della legge scientifica di riferimento e la sua corretta applicazione, a ragione della comprensibile “ignoranza tecnica” del decidente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’intervento nomofilattico del 2002 ha ravvivato il dovere del giudice di controllare l’esperto, di verificare la validità della legge scientifica e fare un tentativo di smentita, oltre che di verificare se quella legge scientifica ha rappresentato una concausa dell’effetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per le SS.UU. <b>Franzese</b> non può essere riconosciuto all’esperto il ruolo di portatore sano di verità, poichè anche il suo apporto deve essere sottoposto ad una rigorosa verifica di resistenza, in ciò valorizzando il confronto tra esperti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alla sentenza <b>Cozzini</b> invece (Cass. Pen. Sez. IV n. 43786/2010) il merito di avere recepito in Italia i criteri statunitensi contenuti nella sentenza “<b>Daubert</b>”, così sintetizzabili: <i>quando risultano più tesi a confronto perchè il sapere scientifico non può dirsi consolidato o comunemente accettato, sarà il giudice a dover individuare la tesi preferibile, motivando adeguatamente la propria scelta; l’attendibilità di una tesi deve essere sorretta dagli studi, dall’ampiezza, dalla rigorosità e dall’oggettività della ricerca; l’attendibilità della tesi è direttamente proporzionale al grado di consenso che raccoglie nella comunità scientifica di riferimento</i>. Deve trattarsi, cioè, di una teoria sulla quale si registra un preponderante, condiviso consenso scientifico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La novità più importante di questa decisione è il richiamo alla sentenza “<b>Daubert</b>”, pronunciata dalla Suprema Corte USA nel lontano 1993, nota per avere dettato le linee guida per stabilire se un determinato metodo possa dirsi “scientifico”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A ben vedere, la sentenza <b>Cozzini</b> non si è limitata a rendere operativi i criteri di valutazione indicati dalla <b>Daubert</b>, li ha ampliati, ricomprendendovi l’affidabilità e l’indipendenza della ricerca scientifica, nonchè le finalità della ricerca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per gli estensori della sentenza <b>Cozzini</b>, risulta fondamentale stimare l’attendibilità di una teoria contrapposta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per fare ciò, è necessario che l’esperto indichi, e il giudice verifichi, gli studi che sorreggono quella determinata teoria; come sono stati condotti; l’ampiezza, la rigorosità, l’oggettività della ricerca; il grado di sostegno che i fatti accordano alla tesi; le diverse opinioni e critiche che accompagnano gli studi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo percorso di verifica rilevano il grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica e, infine, l’identità, l’autorità indiscussa, l’indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I criteri di valutazione dell’affidabilità del metodo scientifico di riferimento contenuti nella sentenza <b>Daubert</b>, e per l’Italia nella sentenza <b>Cozzini</b>, sono riassuntivamente cinque: 1) <b>verificabilità del metodo</b>: una teoria è scientifica se può essere controllata mediante esperimenti; 2) <b>Falsificabilità</b>: i tentativi di smentita, se negativi, confermano l’affidabilità del metodo; 3) <b>Sottoposizione al controllo della comunità scientifica</b>: il metodo deve essere stato reso noto in riviste specializzate in modo da essere sottoposto alla cd. <i>peer review </i>o anche revisione; 4) <b>Conoscenza del tasso di errore</b>: &nbsp;occorre far conoscere al giudice la percentuale di errore, accertato o potenziale, che quel metodo comporta; 5) <b>Generale accettazione: </b>occorre far conoscere al giudice se il metodo proposto gode di una generale accettazione nella comunità degli esperti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Contrariamente a quanto si verificava prima dell’intervento della sentenza <b>Franzese</b>, l’esperto sarà chiamato ad esprimere non solo il suo personale giudizio, seppur qualificato, ma anche e soprattutto ad indicare le fonti, gli studi e tutti gli elementi capaci di porre il giudice in condizione di saggiare l’affidabilità delle conclusioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di tale complessa indagine il giudice dovrà dare conto in motivazione, esplicitando le ragioni scientifiche e fattuali, oltre che i criteri di valutazione utilizzati, che lo hanno portato a preferire l’una e non l’altra delle tesi a confronto, divenendo, in tal modo, il guardiano del metodo scientifico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non sono mancate in passato le prese di posizione contrarie alla scelta operata dalla Suprema Corte USA.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si compie riferimento all’omicidio di “<b>Cogne</b>” (Cass. Pen. Sez. I n. 31456/2008), all’esito del quale la Corte nomofilattica intese sottolineare la «natura meramente orientativa» dei criteri della sentenza <b>Daubert</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si deve alla sentenza <b>Cozzini</b> il merito di avere superato la chiusura della sentenza <b>Cogne</b>, imponendo alla Corte di Appello di Trento di adeguare la motivazione ai criteri della <b>Daubert </b>con le specificazione cui si è fatto riferimento in precedenza.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La decisione di legittimità sul caso Meredith Kercher</b></div><div><span class="fs12lh1-5">La decisione adottata dalla Suprema Corte di Cassazione sul noto caso dell’omicidio di Perugia (Cass. Pen. Sez. V n. 1105/2015) rappresenta un ulteriore passo in avanti verso il totale assorbimento, anche in Italia, dei criteri di valutazione dell’elaborato scientifico cristallizzati nelle decisioni <b>Daubert e Cozzini</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il pronunciato di legittimità sul caso <b>Meredith Kercher</b>, pare avere ancorato il percorso di valutazione del contributo scientifico al processo penale ai principi cristallizzati nelle decisioni <b>Daubert/Cozzini</b>, nella parte in cui è dato rilevare che il giudice deve valutare l’attendibilità soggettiva dell’esperto, la scientificità del metodo adoperato, il margine di errore accettabile e l’attendibilità del risultato, secondo un metodo di approccio critico non dissimile, concettualmente, da quello richiesto per l’apprezzamento delle prove ordinarie<i>.</i></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si tratta, per come intuibile, di profili processuali e sostanziali di notevole importanza per la loro periodica ricorrenza nelle aule di giustizia, ancor di più alla luce degli altri profili che la decisione sul caso di Perugia ha affrontato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso <b>Meredith Kercher</b> si segnala, difatti, anche per il forte scontro dialettico tra esperti. Da una parte i consulenti della pubblica accusa, dall’altra i consulenti della difesa rispetto alla valutazione di alcuni reperti, potenziali fonti di prova.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Trattasi, come noto, di situazione ricorrente in ambito giudiziario. Altrettanto ricorrente è la richiesta di nomina di un perito con finalità risolutive dello scontro tra consulenti, per aiutare il giudice nella non sempre facile scelta da trasferire in sentenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In effetti, l’altro profilo affrontato dalla sentenza di legittimità del 2015 attiene al ruolo del giudice nello scontro tra esperti e al rapporto del giudice con l’esperto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È noto che la Corte di Assise di Perugia non ritenne di nominare un perito, a fronte di una specifica richiesta dei difensori degli imputati, sul presupposto che rientrerebbe nelle prerogative del giudice anche risolvere un problema che richiede specifiche competenze tecniche, secondo l’antico brocardo che vuole il giudice <i>peritus peritorum, </i>svincolato dalle conclusioni degli esperti e supportato dal libero convincimento personale adeguatamente motivato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La decisione venne ridimensionata dalla Corte di Assise d’Appello con la nomina di due periti, sul diverso presupposto che il giudice non ha le competenze necessarie per affrontare percorsi di verifica che richiedono specifiche competenze tecniche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La decisione della Corte di Assise di Appello ha incontrato il conforto dei giudici di piazza Cavour, con delle puntualizzazioni di notevole interesse per gli operatori del diritto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per un verso, sono stati ribaditi i criteri metodologici della sentenza <b>Cozzini</b>, con il definitivo superamento della «natura meramente orientativa» dei criteri della sentenza <b>Daubert</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sotto altro profilo, si è registrato il superamento, si spera in via definitiva, dell’antico e anacronistico brocardo del <b><i>Iudex peritus peritorum</i></b><i>, </i>definito dagli ermellini <i>obsoleto, </i>all’interno di un articolato e, per certi versi rivoluzionario, percorso argomentativo nel quale: per un verso, è stata censurata la tendenza ad attribuire al giudice competenze scientifiche che normalmente non gli appartengono; per altro verso, è stata ribadita l’indispensabile necessità della perizia a fronte del contrasto tra esperti, stante che <i>un risultato di prova scientifica può essere ritenuto attendibile solo ove sia controllato dal giudice, quantomeno con riferimento all’attendibilità soggettiva di chi lo sostenga, alla scientificità del metodo adoperato, ai margini di errore più o meno accettabile ed all’obiettiva valenza ed attendibilità del risultato conseguito</i>.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 17:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gaslighting, la subdola forma di manipolazione psicologica]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000044"><div><span class="fs12lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Ufficio Comunicazione)</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Manipolazione psicologica di una persona per un lungo periodo di tempo tanto da indurre la vittima a mettere in dubbio la validità dei propri stessi pensieri, della propria percezione della realtà o dei propri ricordi. […] Porta a confusione, perdita di fiducia in sé e di autostima, incertezza sulla propria stabilità mentale e dipendenza dal manipolatore”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa la definizione di <i>gaslighting </i>secondo<i> </i>il dizionario Merriam-Webster, il quale l’ha eletta come parola del 2022. Secondo lo stimato vocabolario statunitense, la ricerca del termine è aumentata del 1.740% rispetto all'anno precedente e senza la presenza di un singolo evento che abbia generato picchi significativi nella curiosità delle persone. La ricerca è stata infatti pervasiva durante l’intero corso dell’anno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nonostante non si possano conoscere le motivazioni dietro a ogni ricerca, questo importante incremento induce a pensare a un possibile collegamento con il moltiplicarsi delle campagne di sensibilizzazione in merito alla violenza di genere, tra cui rientra anche il gaslighting.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ad ogni modo, questo tipo di abuso sta iniziando solo ora a essere studiato impiegando dati scientifici sociali sistematici.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Origine del termine</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine risale a un dramma teatrale di Patrick Hamilton del 1938 dal titolo “Gas Light”, che ha come tema quello dell’abuso psicologico in ambito familiare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il personaggio principale Jack Manningham mira a impossessarsi di alcuni gioielli di valore appartenenti alla famiglia della moglie Bella senza che lei se ne accorga e per farlo inizia a manipolare piccoli aspetti della vita quotidiana per portarla all’esaurimento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’espressione “gas light” trae origine da una scena precisa in cui la manipolazione raggiunge l’apice: la moglie ritiene che le luci a gas della loro abitazione si stiano affievolendo (fatto certo), ma il marito riesce a mettere in discussione arrivando a negare questa constatazione obiettiva.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Quando si può parlare di gaslighting?</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Oltre a essere entrato nei manuali di psicologia per descrivere una forma sottile di abuso psicologico[1], oggi il termine viene anche utilizzato in altri contesti. Uno di questi riguarda l’impiego delle tecniche di manipolazione di massa e le conseguenti ripercussioni negative sul benessere psicofisico, soprattutto in ambito di propaganda politica. Il gaslighting si nutre della vulnerabilità sociale e degli stereotipi interiorizzati, rafforzando gli squilibri di potere esistenti e promuovendone di nuovi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo gli ultimi studi in merito, sembrano esserci almeno cinque contesti in cui questa forma di manipolazione si manifesta più di frequente:</span></div><div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">all’interno di relazioni intime;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">nei rapporti genitore-figlio;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">in campo medico;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">a livello politico o istituzionale;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">in ambito lavorativo.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Queste forme di gaslighting si basano su dinamiche diverse: ad esempio, le situazioni di violenza domestica spesso includono abusi verbali, mentre sul posto di lavoro si possono verificare forme di discriminazione razziale e/o di genere, più o meno conclamate. Alla base però si trova sempre l’affermazione di squilibri di potere.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Fasi e segni della manipolazione</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il gaslighter cerca in tutti i modi di minare ogni certezza e sicurezza della propria vittima, la quale inizia a dubitare della sua stessa memoria, dei suoi sentimenti ed emozioni, della sua capacità valutativa e di comprensione della realtà. La vittima vive in una sorta di stato confusionario, in cui diventa incapace di prendere qualsiasi decisione, anche la più semplice. L’unica àncora di salvezza è rappresentata dall’abusante stesso, che acquisirà sempre più controllo fino a soggiogare totalmente la sua “preda”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Di seguito alcune espressioni solitamente usate da un gaslighter:</span></div><div><ul><li><i class="fs12lh1-5">“Te l’avevo già detto, non ricordi?”</i></li><li><i class="fs12lh1-5">“Sembri pazzo, lo sai, vero?”</i></li><li><i class="fs12lh1-5">Fai sempre la vittima”</i></li><li><i class="fs12lh1-5">“Il mio lavoro è più importante del tuo!”</i></li><li><i class="fs12lh1-5">“Nessuno ti amerà mai come me”</i></li></ul></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><span class="fs12lh1-5">In tale forma di abuso si possono individuare tre fasi evolutive principali (Mascialino, 2011)[2] :</span></div><div><ol><li><span class="fs12lh1-5"><b>Fase dell’incredulità e distorsione della comunicazione. </b>Il manipolatore si presenta con un comportamento ambivalente: la persona risulta innamorata o accondiscendente e disponibile, ma al contempo inserisce di tanto in tanto dialoghi destabilizzanti o silenzi astiosi, che puntano a disorientare la vittima. Tuttavia, in questo primo stadio la vittima non ritiene vero ciò che le accade intorno o ciò che le viene raccontato, in quanto possiede ancora una certa sicurezza nelle proprie capacità intellettive.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Fase della difesa.</b> Le certezze della vittima iniziano a sgretolarsi e inizia ad attuare comportamenti collerici causati dalla volontà di ribadire la propria consapevolezza, sostenendo la non veridicità di quello che le viene raccontato. È durante questa fase che le tipiche espressioni usate dal gaslighter – “Ti arrabbi sempre”, “Sei una persona troppo sensibile”, “Sei pazzo” – vengono reiterate fino all’estenuazione.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Fase depressiva.</b> L’apice della violenza psicologica viene raggiunto in questo stadio. La vittima si convince di avere qualcosa di sbagliato e la vicinanza al proprio abusante diventa sempre più necessaria.</span></li></ol><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">A questo punto la manipolazione psicologica può trasformarsi anche in violenza fisica e per la vittima, ormai totalmente assoggettata al suo abusante, diventerà sempre più arduo troncare quella spirale discendente.</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span><hr align="left" size="1" width="33%"><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div><!--[if !supportFootnotes]--><span class="fs11lh1-5">[1]<!--[endif]--> &nbsp;Il Consiglio dell’Ordine degli psicologi del Lazio ha inserito il “danno da <em>gaslight</em>” nelle “Linee guida per l’accertamento e la valutazione psicologico-giuridica del danno biologico-psichico e del danno biologico- esistenziale” con delibera del 2009.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Mascialino R., “Il gaslighter e la sua vittima”, Associazione italiana di psicologia e criminologia, corso di Psicologia Criminale e Scienza delle Tracce, 2011.</span></div></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Jan 2023 16:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La rabbia che cova]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000045"><div>Guarda il servizio</div><div><div><a href="https://popnews.news/title/la-rabbia-che-cova/" target="_blank" class="imCssLink">https://popnews.news/title/la-rabbia-che-cova/</a></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 17:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La consulenza tecnica nel processo penale e il dovere del giudice di valutarla]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000043"><div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Articolo di Avv. Giuseppe Gervasi </b>(avvocato penalista)<b> </b>e<b> </b><b>Gaia Gervasi</b> (ausiliario tecnico forense ISF)</span></div><div><i class="fs12lh1-5">La consulenza tecnica tra prova, indizio e l’obbligo del giudice di motivare le risultanze dell’accertamento tecnico-scientifico.</i></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs12lh1-5">L’attuale codice di procedura penale, promulgato nel 1988 ed entrato in vigore l’anno successivo, attribuisce al PM e alla difesa dell’indagato e della persona offesa, il monopolio dell’attività investigativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Al Pubblico Ministero è riconosciuto il dovere di indagare, anche a favore del soggetto iscritto nel registro delle notizie di reato, e di formulare eventuali accuse provando; all’indagato il diritto di difendersi provando, a condizioni che le indagini difensive non intralcino l’attività investigativa dell’organo inquirente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una delle manifestazioni più evidenti dell’attività investigativa è la consulenza tecnica, attraverso la quale il sapere tecnico-scientifico entra a fare parte del processo penale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alla consulenza tecnica c.d. <i>extraperitale</i>, ovvero fuori dai casi di perizia, si può ricorrere in ogni fase del procedimento penale, con l’evidente obiettivo di fornire al giudice, un apporto conoscitivo di tipo tecnico, in grado di contribuire alla corretta ricostruzione del fatto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si ricorre, invece, alla consulenza tecnica c.d. <i>endoperitale</i>, in occasione del conferimento dell’incarico peritale del giudice che dovrà adottare una qualche decisione, di tipo cautelare o di merito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questa sede ci soffermeremo brevemente sul ruolo dell’esperto tecnico di parte, alla luce dei recenti interventi della Corte di Cassazione, che valorizzano ulteriormente il contributo conoscitivo dell’esperto incaricato dal PM o dalla difesa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alla giurisprudenza di merito, decisamente minoritaria, che non ritiene di riconoscere al consulente di parte quel ruolo incisivo che il processo penale di tipo “<i>accusatorio”</i> suggerisce, si contrappone la giurisprudenza di merito e di legittimità, certamente maggioritaria, che, invece, valorizza il contributo conoscitivo dell’esperto, spesso determinante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Risulta evidente che il contributo tecnico deve essere in linea con i dettami della comunità scientifica di riferimento, per garantire l’affidabilità dell’apporto consulenziale e per consentire alle parti e al giudice un percorso di verificabilità e di falsificabilità, sempre consentiti in ragione del principio del contraddittorio e della ricerca della verità che governano il processo penale sulla formazione della prova.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In argomento, si segnala il pregevole contributo rinvenibile in Cassazione penale n. 21018-2015: <i>I pareri espressi dai consulenti di parte a mezzo di memoria scritta &nbsp;possono essere letti in udienza e possono essere utilizzati ai fini della decisione, anche in mancanza del previo esame del consulente qualora le parti non ne abbiano contestato il contenuto ed il giudice abbia ritenuto superfluo di disporre una perizia</i>...<i>L'immotivato rigetto dell'istanza di acquisizione di una memoria difensiva o l'omessa valutazione del suo contenuto determinano la nullità di ordine generale prevista dall'art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), in quanto si impedisce all'imputato di intervenire concretamente nel processo ricostruttivo e valutativo effettuato dal giudice in ordine al fatto-reato..oltre a configurare una violazione delle regole che presiedono alla motivazione delle decisioni giudiziarie...</i></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il tema è stato recentemente affrontato, negli stessi termini, in Cassazione penale n. 44623-2022.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La corte di legittimità ha annullato la decisione del giudice cautelare di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare, fondata sull’insorgenza di gravi patologie, documentate clinicamente e sviluppate scientificamente con apposita consulenza medico-legale commissionata dalla difesa, a dimostrazione della loro incidenza sulla capacità a delinquere dell’imputato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Contrariamente ai giudici del Tribunale del riesame, che non hanno ritenuto opportuno valutare la consulenza della difesa siccome non aderente alle conclusioni della relazione medica carceraria, i giudici di piazza Cavour hanno ribadito l’obbligo del giudice di ...<i>motivare le risultanze della consulenza medica allegata dalla difesa... </i>declinando il vizio motivazionale nella parte in cui la decisione difetta di un adeguato confronto con gli esiti compendiati nell’elaborato dell’esperto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In altre parole, corre l’obbligo per il giudice di valutare rigorosamente gli esiti della relazione medica carceraria e della consulenza tecnica di parte, fermo restando la possibilità di aderire all’una o all’altra delle diverse conclusioni mediche, a condizione che il giudice fornisca un’adeguata motivazione delle ragioni della sua decisione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La decisione appare in linea con le esigenze del processo penale, sempre più avido di quel sapere tecnico-scientifico fonte attendibile di informazioni non diversamente ottenibili.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 14:57:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Convegno di Psicologia forense in collaborazione con la Fondazione Guglielmo Gulotta]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000042"><div><span class="fs11lh1-5">Nella foto: la prof.ssa Deborah Capasso de Angelis e il prof. Massimo Blanco con, al centro, il prof. Guglielmo Gulotta</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo scorso 1° dicembre l’Istituto di Scienze Forensi ha ospitato il Convegno di Psicologia forense dal titolo “Esperienze psicoforensi: una panoramica” in collaborazione con la Fondazione Guglielmo Gulotta. Nel corso del Convegno sono state trattate le metodologie di indagine psicoforense supportate dal racconto di casi reali trattati dai relatori, a partire dal prof. Guglielmo Gulotta, fondatore della Psicologia giuridica e forense.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I relatori intervenuti, tutti membri della Fondazione Guglielmo Gulotta ed esperti impegnati quotidianamente quali consulenti tecnici o periti in procedimenti giudiziari, sono stati, oltre al Prof. Gulotta, la dr.ssa Irene Rossetti (“Un caso di consulenza psicoforense per la preparazione del controesame del perito”), la dr.ssa Federica Ruggeri (“La difesa psicoforense in un caso di maltrattamento in famiglia”), la dr.ssa Moira Liberatore e la dr.ssa Anna Balabio (“La consulenza psicoforense nei casi di abuso sessuale su minore”), la dr.ssa Laura Lombardi (“Ascolto del minore in ambito civile”) e la dr.ssa Carmen Franzé (“La consulenza psicoforense nelle CTU”).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Al termine del Convegno, il prof. Gulotta ha sottolineato l’apprezzamento per la collaborazione instauratasi con l’Istituto di Scienze Forensi e l’importanza di creare una relazione costruttiva e sinergica tra il mondo delle scienze forensi e quello della psicologia giuridica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 02 Dec 2022 18:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Prima Conferenza Internazionale della Central European Association of Fire Investigators]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000041"><div><span class="fs12lh1-5">Lo scorso 26 settembre l'Istituto di Scienze Forensi ha ospitato la prima Conferenza Internazionale della Central European Association of Fire Investigators (CE-AFI), la quale rappresenta gli investigatori di incendi europei appartenenti alla International Association of Arson Investigators (IAAI).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">All’evento hanno partecipato esperti di investigazione di incendi provenienti da undici paesi europei, con l’obiettivo di approfondire tecniche e strumenti del settore. A coronare la giornata anche l’intervento del presidente internazionale IAAI Randy Watson.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">«Nel corso del prossimo anno continueremo in quest’ottica, ossia realizzare un ulteriore evento internazionale, favorire la crescita dell’Associazione con l’ingresso di nuovi membri e creare opportunità di sviluppo, formazione e training anche in Europa», ha commentato l’ingegner Andreas Melinato, direttore della Divisione Investigativa dell'Istituto di Scienze Forensi e neo-nominato presidente CE-AFI 2022-2023.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 28 Sep 2022 15:22:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://www.scienzeforensi.net/blog/?prima-conferenza-internazionale-della-central-european-association-of-fire-investigators</link>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Sostanze stupefacenti: in Italia è emergenza under 25]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003F"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Autore dr.ssa Hillary di LERNIA</b></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Istituto di Scienze Forensi Centro di Ricerca</span></div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Italia rimane ai primi posti in Europa per consumo di cannabis, cocaina ed eroina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È quanto emerge dall’ultima <i>Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia</i>, redatta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Politiche Antidroga.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’analisi rivela uno stretto legame tra spaccio e consumo di sostanze stupefacenti, fenomeno in forte crescita tra i giovani sotto i 19 anni. Nel 2021, <b>quasi il 40% degli studenti italiani</b>, prevalentemente di genere maschile, <b>ha riferito di aver utilizzato almeno una volta nel corso della propria vita una sostanza illegale</b> tra cannabis, cocaina, stimolanti, allucinogeni e oppiacei.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Neanche la pandemia da COVID-19 sembra aver scalfito la fitta rete commerciale delle sostanze stupefacenti: se da un lato l’impatto pandemico ha permesso di registrare una flessione nella percentuale degli utilizzatori, dall’altra è aumentata in maniera sensibile la quantità di sostanze intercettate nel nostro Paese, così come la percentuale di principio attivo rilevata nei campioni di hashish, crack e metamfetamine analizzati a seguito di sequestro.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Cocaina: un mercato in espansione</b></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il 2021 sono state sequestrate oltre 20 tonnellate di cocaina, <b>dato più alto mai registrato</b>. Il gran numero di sequestri, tuttavia, sembra non aver fermato la diffusione della sostanza nel territorio, nonostante il continuo incremento del prezzo. L’analisi delle acque reflue, infatti, descrive una concentrazione della sostanza media di 12 dosi ogni 1.000 abitanti/giorno, quantitativo medio in crescita dagli anni precedenti. <b>L’unico indicatore in controtendenza è quello relativo al consumo</b>, che risulta diminuito rispetto al 2018; la stessa tendenza si osserva fra i giovani studenti italiani. Tuttavia, il dato dei consumi giovanili potrebbe essere condizionato dal costo elevato della sostanza che la rende meno fruibile per chi non ha reddito.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Cannabis: la sostanza illegale più utilizzata</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo i dati raccolti, circa la metà delle operazioni antidroga svolte a livello nazionale ha riguardato il contrasto di cannabis e derivati, e proprio i prodotti della cannabis hanno <b>costituito il 74% delle oltre novantuno tonnellate di sostanze sequestrate</b>. La diffusione dell'uso di questa sostanza riguarda da vicino anche i giovani: secondo i dati ESPAD®Italia 2021, quasi il 24% degli studenti ha consumato cannabis almeno una volta nella vita e 458mila 15-19enni (18%) l’hanno usata nel corso dell’ultimo anno. L’ampia disponibilità, il facile reperimento e il costo contenuto sono tra i principali motivi per una diffusione così in larga scala.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tutto ciò ha un <b>impatto rilevante anche sul sistema penale e carcerario</b>, e in termini di costi sociali: nel 2021 il 41% delle denunce per reati droga-correlati (per la quasi totalità riguardanti traffico/spaccio) e circa tre quarti delle segnalazioni per detenzione ad uso personale di sostanze stupefacenti hanno infatti riguardato proprio la cannabis e i suoi derivati. </span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">NSP: gli adolescenti tra i maggiori assuntori</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Un fenomeno che sta assumendo dimensioni sempre più imponenti all’interno del panorama contemporaneo sulle dipendenze. Le NSP (Nuove Sostanze Psicoattive) comprendono principi attivi considerabili legali, perché non ancora iscritti all’interno delle tabelle ministeriali delle sostanze stupefacenti. <b>Nel 2021, sono state intercettate 32 nuove sostanze</b>. Un’ulteriore criticità riguarda il consumo, che interessa principalmente le fasce di età più giovani e l’utilizzo sperimentale ad esse associato è secondo solo a quello della cannabis. Più diffuse tra i giovani sono le NSP appartenenti al gruppo dei cannabinoidi sintetici che, nel 2021, sono stati consumati da <b>quasi 65mila adolescenti</b>.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Sostanze psicotrope sintetiche: preoccupa la “droga dello stupro”</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche se si sta assistendo a una contrazione dei consumi delle cosiddette droghe sintetiche - ecstasy, amfetamine, metamfetamina, LSD - nella popolazione più giovane, permangono alcuni indicatori che potrebbero indicare una nuova risalita degli utilizzatori: l’aumento della purezza e prezzi sempre più bassi sono tra questi. Nel corso del 2021 il consumo di allucinogeni ha interessato più di 18mila ragazzi, 4mila studenti ne hanno riferito un consumo frequente di almeno 10 volte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un altro dato preoccupante riguarda il <b>GHB o acido gamma-idrossibutirrato</b>, comunemente conosciuto come “ecstasy liquida” o “droga dello stupro”. Questa si presenta come una polvere incolore o un liquido quasi inodore e dal sapore poco riconoscibile; trattandosi di sostanza idrosolubile, può essere facilmente aggiunta alle bevande, anche all’insaputa dell’assuntore. Nonostante la sua pericolosità, il GHB è una sostanza relativamente facile da ottenere, anche tramite kit reperibili su Internet. Questa viene utilizzata in particolar modo fra i giovani adulti, soprattutto in discoteca, festival e nightclub, tanto da essere inserita fra le “party drugs” insieme ad amfetamine e metamfetamine. Secondo il report in esame, <b>nel 2021 sono stati sequestrati ben 16 chilogrammi e 95 litri di GBL/GHB, destinati quasi esclusivamente al mercato nazionale.</b></span></div> &nbsp;<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Eroina: andamento in costante decremento</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli oppiacei risultano tra le sostanze meno diffuse in Italia. Ad ogni modo, l'eroina rimane la sostanza primaria maggiormente diffusa tra le persone che hanno richiesto un trattamento nei servizi Pubblici per le Dipendenze (62%). Un segnale incoraggiante proviene dallo studio ESPAD®Italia che evidenzia <b>come l’andamento per l’eroina sia in costante e progressivo decremento</b>, facendo registrare per il 2021 la prevalenza più bassa.</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 05 Sep 2022 16:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sindrome di Munchausen per procura: la storia di Gypsy Rose Blanchard]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000040"><div><div><span class="fs12lh1-5">Articolo di Nicol Zara (allieva ISF Centro di Ricerca)</span></div></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il delitto di Dee Dee Blanchard</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Gypsy Rose Blanchard nasce nel 1991 a Golden Meadow, Louisiana, da Clauddine Pitre, chiamata <i>Dee Dee</i>, e Rod Blanchard, il quale però scompare ancor prima della sua nascita. Sin quando Gypsy è molto piccola, la madre è convinta che soffra di apnea notturna e ripetutamente la porta in ospedale per farle fare controlli e tenerla monitorata. Dee Dee è certa che la figlia sia affetta da una non specificata malattia cromosomica. Quando Gypsy arriva all’età di otto anni, le malattie diagnosticate dalla madre si moltiplicano: leucemia, distrofia muscolare, asma, convulsioni e vari difetti uditivi e visivi. La bimba viene fatta stare su una sedia a rotelle e alimentata mediante sonda gastrica. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con il passare del tempo la situazione di Gypsy diventa sempre più grave. Dee Dee le rasa<b> </b>periodicamente i capelli in modo da imitare l’aspetto sofferente di una paziente chemioterapica; la ragazza perde anche i denti, probabilmente per i troppi farmaci prescritti. Pubblicizzando la falsa condizione della figlia, Dee Dee riesce a ricevere l’appoggio economico da diverse associazioni benefiche. Nel 2015, Gypsy viene anche premiata dalla Oley Foundation, per la sua forza e tenacia di vivere con un tubo per l’alimentazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gypsy è completamente sola: nessun parente, nessun amico, nessuno fuorché la madre. Con la scusa della salute precaria, Dee Dee non le permette nemmeno di frequentare la scuola. Uno spiraglio di luce arriva nel 2012, quando Gypsy conosce via chat Nicholas Godejohn<b>, </b>un coetaneo del Wisconsin. Gypsy si confida, gli racconta tutta la verità e insieme iniziano ad architettare un piano per farla uscire da quell’inferno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sera del 14 giugno 2015, gli abitanti della cittadina di Springfield allertano la polizia in seguito ad un inquietante post su Facebook - “<i>That Bitch is dead!” - </i>pubblicato dal profilo condiviso di Dee Dee e Gypsy. In casa viene ritrovato il corpo esanime della donna, ma della figlia non c’è traccia. Inizialmente si pensa a un rapimento, ma il giorno seguente la Polizia riesce a rintracciare Gypsy, che si era rifugiata nel Wisconsin insieme a Nicholas. Messa alle strette, Gypsy inizia a raccontare la sua storia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gypsy sarà condannata a dieci anni di carcere, pena attenuata dagli anni di abusi subiti. Nicholas invece viene condannato all’ergastolo.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Sindrome di Munchausen per procura</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nell’ambito del DSM-5, la sindrome di Munchausen per procura prende ora il nome di<b><i> disturbo fittizio imposto su un altro</i></b> e consiste nella falsificazione delle manifestazioni di una malattia in un'altra persona, generalmente prodotta da un caregiver nei confronti della persona di cui si prende cura. La persona falsifica l'anamnesi e può fare del male al soggetto con farmaci e altre sostanze; le vittime possono risultare gravemente malate e talvolta può anche sopraggiungere il decesso (si stima nel 10% delle vittime). Identificata da un tempo relativamente breve, - circa trent’anni - non è ancora conosciuta in modo adeguato dai professionisti del settore, soprattutto a causa del coinvolgimento di bambini in qualità di pazienti. A coniare il termine fu Richard Asher, un medico inglese, che prese ispirazione dalla storia del famoso Barone di Munchausen, un mercenario del XVIII secolo, noto per raccontare storie incredibili oltre che non veritiere con le quali intratteneva gli ospiti nel suo castello di Hannover.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si differenzia dalla <b>sindrome di Munchausen - </b><i>disturbo fittizio imposto su sé stess</i>o<b> - </b>in quanto quest’ultima ha come protagonista un adulto che simula costantemente sintomi e vari quadri patologici. Il soggetto si autoconvince di avere sintomi clinici ed è disposto a tutto pur di rimuoverli, ricorrendo anche a interventi chirurgici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ancora non sono chiare le cause sottostanti, ma ciò che emerge è un quadro diagnostico piuttosto complesso e che richiede un approccio multidisciplinare per una presa in carico tempestiva e adeguata.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 16:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale dei Carabinieri ucciso da Cosa Nostra]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003E"><div class="imTACenter"><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Centro di Ricerca)</span></div></div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">Il 3 settembre ricorre il quarantesimo anniversario dell’assassinio dell’uomo che vinse il terrorismo in Italia</b></div><div class="imTACenter"><span class="imTALeft fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5">Quarant’anni esatti da quello che viene definito come lo “spartiacque” della storia della mafia: l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuto il <b>3 settembre 1982</b>, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta, Domenico Russo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Fu in quel momento che la società civile cominciò a comprendere la reale portata del fenomeno mafioso, portando in piazza le grida di protesta e gli striscioni di disprezzo verso un sistema di illegalità sommerso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si delinea così uno schema di morte ricorrente, che presenta sempre i medesimi elementi identificativi: le vittime sono uomini delle istituzioni che mai si sarebbero inchinati alle lusinghe corrotte della criminalità organizzata, chiamati a combattere una guerra da soli perché abbandonati dallo Stato e da coloro le cui lingue biforcute hanno pronunciato prima parole di stima e poi di disprezzo.</span></div></div><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><div class="imTACenter"><i class="fs12lh1-5">«Chi è un mafioso?»</i></div><div class="imTACenter"><i class="fs12lh1-5">«Un mafioso è uno che lucra, per avere prestigio e poi goderne in tutti i settori. Chi lucra è anche capace di uccidere e prima di farlo, è anche capace di usare delle espressioni di affettuoso e fraterno consiglio<!--[if !supportFootnotes]-->[1]<!--[endif]-->».</i></div><div class="imTALeft"><div><b><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Chi era Carlo Alberto dalla Chiesa</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Carlo Alberto dalla Chiesa nasce a Saluzzo, in provincia di Cuneo nel 1920 ed è figlio “d'arte”: suo padre Romano è stato anche lui vice comandante dell'Arma. Nel 1942 si laurea in Giurisprudenza, diventa sottotenente dell'Arma dei Carabinieri ed è in prima linea nella guida alla Resistenza nelle Marche. Nel 1948 viene inviato con il grado di colonnello in Sicilia, dove ha le prime esperienze nella lotta contro la mafia. Fra il 1966 e il 1973, arresta 76 capi mafiosi, tra cui <b>Luciano Liggio</b>, "la primula rossa di Corleone", uno tra i maggiori membri di Cosa Nostra. Negli Anni Settanta guida un Nucleo Speciale che sgominerà le Brigate Rosse; per tale motivo verrà spesso identificato come<b> l'uomo “che ha sconfitto il terrorismo in Italia”</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1981 dalla Chiesa viene mandato a Palermo con l'incarico di prefetto antimafia. Qui non si sente ben accetto, quasi fosse un nemico da annientare: viene spiato, le sue telefonate vengono ascoltate e la sua corrispondenza aperta. Ma soprattutto non riesce ad ottenere quei tanto agognati “poteri speciali” necessari per la lotta alla criminalità organizzata.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><div><i class="fs12lh1-5">«Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti.[2]».</i></div><div><span class="imTALeft fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5">Alle ore 21:15 del 3 settembre 1982 la A112 sulla quale viaggia il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, viene affiancata <b>in via Isidoro Carini a Palermo </b>da una BMW, dalla quale partono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47, che uccidono la coppia. Anche l'auto con a bordo l’agente di scorta, Domenico Russo, viene affiancata, questa volta da una motocicletta, dalla quale partono colpi mortali. Il giovane morirà dopo 12 giorni di agonia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Totò Riina viene identificato come mandante dell’operazione, mentre Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo, Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese, con i collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, vengono condannati quali autori materiali della <b>Strage di via Carini.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo almeno formalmente. Molti giudicano il delitto come <b>“omicidio di Stato”</b>, tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlarono di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div> </div></div></div></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] Estratto dell’intervista di Enzo Biagi al generale Carlo Alberto dalla Chiesa<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Estratto dell’intervista a cura di Pietro Grecchi per <i>La Repubblica</i></span></div><div> &nbsp;</div><div> &nbsp;</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 10:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il mostro nello smartphone]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003D"><div>Un pericolo che non ha forma e che non si vede. Una minaccia che varca le soglia delle nostre case senza fare rumore. Sono i reati del web che colpiscono i minori. Nel 2021 sono aumentati di quasi il 50 per cento: 531 minori approcciati sul web da adulti abusanti.</div><div>A dirlo i dati dati emersi dal rapporto elaborato dalla Polizia Postale in collaborazione con Save the Children Italia.</div><div>Ne abbiamo parlato con Massimo Blanco, Direttore Generale dell' Istituto di Scienze Forensi Corp. University.</div><div><br></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Guarda il servizio di PopEconomy (Sky canale 512): </span><span><a href="https://www.popeconomy.tv/title/il-mostro-nello-smartphone/" target="_blank" class="imCssLink">https://www.popeconomy.tv/title/il-mostro-nello-smartphone/</a></span></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 20 Jul 2022 14:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Strage di via D’Amelio: a trent’anni dal più grande depistaggio di Stato ]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003B"><div><div><span class="fs12lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Centro di Ricerca)</span></div></div><div><br></div><div>Era il 19 luglio quando il giudice Paolo Borsellino, dopo aver pranzato con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio a Palermo, dove vivevano sua madre e sua sorella Rita. Alle 16.58 una Fiat 126 con novanta candelotti di tritolo, parcheggiata sotto l’abitazione della madre, esplose al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Mulli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.</div><div><span class="fs12lh1-5">Da quel <b>19 luglio 1992</b>, l’annus horribilis che ha profondamente segnato la storia italiana, sono passati trent’anni. Trent’anni di domande senza risposta, di depistaggi conclamati, di assoluzioni nauseanti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In quei <b>57 giorni</b> che lo separarono dalla morte del suo collega e amico, <b>Giovanni Falcone</b>, il giudice Borsellino era consapevole di essere circondato da assassini in blusa bianca. Da qui probabilmente nacque l'esigenza di annotare avidamente nella sua <i>agenda rossa</i> spunti di indagine, valutazioni, memorie personali, nomi indicibili, ipotesi raggelanti e chissà cos’altro. Quella stessa agenda sottratta nel momento della strage e mai più ritrovata; “<b>la scatola nera</b>”, come la definisce il fratello Salvatore, convinto che se si arrivasse alle mani invisibili che l’hanno rubata, si arriverebbe sicuramente agli assassini. Ed è proprio qui che si cela il misfatto: a chi davvero interessa arrivare alla verità?</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><div><i class="fs12lh1-5">“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” - Paolo Borsellino</i></div><div><br></div><div class="imTALeft"><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, 19 luglio 2022, vedrete l’ennesima commemorazione cosparsa di ipocrisia e con tante lacrime colme di omertà. Tutti vi racconteranno la <i>favola</i> di Falcone e Borsellino, il cui epitaffio racconta di stima, benevolenza e rispetto da parte di tutti, tranne che dai <i>mafiosi. </i>Niente di più falso. I due magistrati combatterono la mafia fino all’ultimo respiro, ma lo fecero <b>in piena solitudine, denigrati e osteggiati.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Scrivere degli anniversari si deve e occorre farlo proprio quando la memoria si fa più labile. Il dispiacere più grande è quello di vedere ridotti a meri elenchi mortuari, i nomi e le anime di coloro che hanno deciso di sacrificare la propria vita in nome della Dea Bendata. <b>Ma il vero timore è quello di non riuscire a far capire alle generazioni più giovani quanto alito di vita ci sia nella criminalità organizzata odierna, quanto potente sia adesso più che allora.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ben vengano le commemorazioni, ma con il coraggio di guardare oltre: alle bugie, ai segreti, alle mezze verità.</span></div></div></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 19 Jul 2022 08:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'Istituto al 6° incontro del Corso biennale per Difensori d’ufficio]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003C"><div><span class="fs12lh1-5">Lo scorso 16 luglio si è tenuto presso l’aula Collegiale del Tribunale di Locri (Reggio Calabria), il <b>6°</b><b> incontro del Corso Biennale per l’iscrizione nell’Elenco Unico Nazionale delle difese d’ufficio</b>, dedicato alla Procedura Penale e riguardante i seguenti argomenti: <b>“Le nullità e inutilizzabilità” e “La disciplina delle intercettazioni”.</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso dell’incontro, sono state segnalate le novità e le criticità della disciplina legislativa, soprattutto in riferimento all’uso del captatore informatico noto come <b>“trojan”</b>, particolarmente invasivo e compressivo dei diritti fondamentali, nonché carente di una disciplina normativa, come sottolineato dall’avvocato Giuseppe Gervasi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra i relatori partecipanti anche <b>l’ingegner Francesco Costanzo, Capo dell'Unità Digital, Computer &amp; Mobile Forensics della Divisione Investigativa ISF e docente di Cybersecurity e Digital Forensics</b>. Specializzato in indagini forensi e impegnato in Italia e in Calabria tra i più importanti processi di criminalità organizzata e traffico di sostanze stupefacenti, Costanzo si è soffermato sugli aspetti tecnici del captatore informatico, del suo funzionamento e dei suoi ambiti di operatività.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una giornata interessante e produttiva, con un focus su una tematica di stretta attualità che pone gli operatori del settore di fronte a nuove problematiche e sfide.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 14:53:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lotta alla contraffazione: Burberry vince in Cassazione]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003A"><div><span class="fs12lh1-5">La riproduzione - senza autorizzazione del titolare - dell’iconico motivo a quadri della casa di moda Burberry (detto “tartan”) costituisce reato di contraffazione anche se non viene riprodotta la denominazione “Burberry”. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, in una recente sentenza dopo una lunga diatriba che ha visto accogliere il ricorso della famosa maison britannica.</span><br></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Un passo indietro</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2012 i militari del I Gruppo della Guardia di Finanza di Venezia hanno sequestrato circa 4000 metri di tessuto riproducente il famoso motivo a tartan <b>“Burberry Check”</b>. Viene così scoperta un’intera rete distributiva di tessuto contraffatto, che si presentava formalmente come lecita, ma che in realtà occultava un’articolata attività di contraffazione. Secondo la Procura di Pordenone, la merce sequestrata avrebbe potuto fruttare al dettaglio circa 400.000 euro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Burberry, assistita dallo studio Spheriens, iniziava così la sua lunga battaglia giudiziaria. In primo grado, il Tribunale di Roma rigettava il ricorso della casa di moda, adducendo che i prodotti dell’azienda cinese, seppur identici a quelli venduti da Burberry, non presentavano alcun riferimento al marchio denominativo dell’azienda inglese, necessario a far sì che il consumatore potesse ricollegare il prodotto alla titolare del marchio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche in appello, le richieste venivano rigettate: secondo la Corte, la combinazione del tessuto - a righe beige e rosse su sfondo bianco - non sarebbe stato attribuibile unicamente al marchio Burberry, trattandosi di un generico motivo a <i>tartan scozzese.</i></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La decisione della Cassazione</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Da ultimo, la Cassazione, accogliendo il ricorso presentato dallo studio Spheriens, ha annullato la decisione della Corte di Appello, riconoscendo la notorietà del marchio “Burberry Check” e la sua capacità di identificare immediatamente i prodotti che lo recano come provenienti dalla maison.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con la <b>sentenza n. 576/2020</b>, oltre a modificare l’orientamento espresso nei precedenti gradi dai Giudici di merito romani, “viene</span> <b>garantita una ulteriore tutela a protezione del marchio e della proprietà intellettuale</b><span class="fs12lh1-5">, andando a chiarire i limiti entro i quali si integra il reato di contraffazione del marchio e andando a tutelare maggiormente la fashion industry, settore soggetto a violazioni di varia natura per quanto riguarda l’uso illecito dei marchi da parte di terzi” (Avv. M. Mantelli, 2021).</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Cosa dice la legge</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo <b>l’art. 473 c.p., </b>si ha contraffazione quando “chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, di prodotti industriali, ovvero chiunque, senza essere concorso nella contraffazione o alterazione, fa uso di tali marchi o segni contraffatti o alterati”. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Altre tutele vengono indicate <b>nell’art. 20 c.p.i</b>., le quali sottolineano come la contraffazione sussisterebbe anche quando il prodotto è confondibile con i prodotti originali. Non è necessaria una perfetta identità tra il marchio originale ed il marchio contraffatto, ma è sufficiente che la falsificazione riguardi gli elementi essenziali di quest’ultimo in maniera comunque idonea a trarre in inganno; non viene invece punito il cosiddetto “falso grossolano”.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Vademecum contro la contraffazione: come tutelarsi</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Ministero dello Sviluppo Economico, ha affermato che non è facile sviare il circolo della merce contraffatta. A tal proposito sono state formulate delle regole base, semplici e concise da seguire. Citiamo alcune:</span></div><ol start="1" type="1"><li><span class="fs12lh1-5"><b>Prestare particolare attenzione all’acquisto dei prodotti tramite piattaforme o sponsorizzazioni su internet</b>, soprattutto quando viene ribadito il fatto di poter utilizzare il prodotto e poi restituirlo una volta usato.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Non sottovalutare il prezzo</b>: un prodotto troppo economico, oltre ad essere invitante, può essere simbolo di scarsa qualità.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Controllare sempre l’etichetta</b>, ossia la carta di identità del prodotto, e prestare attenzione a ciò che viene scritto.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Acquistare sempre prodotti con <b>imballaggio integro e confezionati</b>.</span></li></ol><br><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 12:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Allievi ISF: informazioni, consigli e raccomandazioni]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000039"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/PinbICukHdw" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 06 Jun 2022 09:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’ascolto del minore nel processo penale]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000037"><div><span class="fs12lh1-5">Articolo di Nicol Zara (allieva ISF Centro di Ricerca)</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ascoltare un minore durante un procedimento penale significa andare incontro alle sue esigenze, valutarne l'idoneità a testimoniare e aiutarlo a fornire il proprio apporto nel modo meno traumatico possibile. Il minore deve sentirsi libero di parlare e di potersi esprimere apertamente,</span></div><div><span class="fs12lh1-5">nella sua estrema genuinità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si tratta di un argomento molto delicato e oggi sempre più spesso al centro delle cronache quotidiane; ciò richiede un approccio attento da parte di tutti gli operatori coinvolti.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La testimonianza di un minore</b></div><div><div><span class="fs12lh1-5">La testimonianza di un soggetto è il risultato dell’interazione tra il <b>contenuto della memoria</b>, ovvero ciò che il soggetto ricorda, e il <b>contenuto dell’evento</b>, ossia ciò che è successo. Al fine di verificarne la veridicità, sono importanti due requisiti: l’accuratezza e l’attendibilità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel nostro ordinamento anche il minore può rendere testimonianza, sia come persona offesa, poiché vittima di un reato, o in qualità di testimone. Quando il minore ha meno di quattordici anni viene ascoltato attraverso una modalità particolare denominata “<b>audizione protetta</b>”, che può essere attuata o durante le indagini preliminari in seguito a una denuncia o querela, oppure in sede di incidente probatorio. La testimonianza viene raccolta in un’aula del tribunale dotata di uno specchio unidirezionale ed è, inoltre, obbligatoria l’audio-video registrazione dell’intero colloquio. È importante procedere con l’audizione del minore il prima possibile, in modo tale che i ricordi rimangano abbastanza nitidi e non subiscano interferenze esterne. Di estrema rilevanza la figura dello <b>psicologo forense</b> che affianca il minore durante l’audizione.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Tecniche di audizione del minore</b></div><div><span class="fs12lh1-5">“I bambini sono sempre da considerarsi testimoni fragili perché educati a non contraddire gli adulti e non sempre consapevoli delle conseguenze delle loro dichiarazioni” si legge nelle premesse della <b>Carta di Noto</b>, documento che traccia le linee guida a cui attenersi nella raccolta della testimonianza di un minore vittima di abusi sessuali e nella valutazione della sua capacità di testimoniare. Per questo motivo le dichiarazioni del minore vanno sempre assunte utilizzando protocolli d’intervista specializzata, che devono adeguarsi allo sviluppo cognitivo ed emotivo del minore. Alcune tecniche di intervista specializzata sono:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Intervista Cognitiva: </b>mira a ricostruire l’accaduto e suscitare ricordi, senza generare errori di memoria. È preferibile utilizzarla a partire dagli otto anni d’età, in quanto i bambini più piccoli presentano maggiore difficoltà nel comprendere le tecniche di ricordo proposte.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Step Wise Interview</b>: tecnica ampiamente utilizzata in campo forense minorile, in particolare per reati di abuso sessuale. Si tratta di un protocollo di intervista semi-strutturata che combina conoscenze di psicologia evolutiva con tecniche di stimolazione della memoria. Questa modalità si fonda sulla successione di dieci fasi audio-videoregistrate, dove lo psicologo mira alla creazione di un rapporto con il minore, per poi introdurre l’argomento in modo delicato ed empatico. Si rivela utile anche con bambini minori di otto anni, con i quali si può procedere con la somministrazione di strategie di gioco o disegno che verranno analizzati in seguito.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Di seguito riportiamo la testimonianza della <b>dott.ssa Monica Chiovini</b>, psicologa clinica, forense e penitenziaria e criminologa, riguardo al caso di un’adolescente, vittima di abuso sessuale da parte del compagno della madre.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>«Sono stata contattata dalla Questura di Novara come ausiliario di polizia giudiziaria al fine di sostenere e supportare la vittima durante la raccolta della testimonianza. La ragazza aveva un rapporto molto forte con la madre; infatti, è proprio con lei che ha sporto denuncia riguardo le violenze subite dalla figlia. La testimonianza è durata diverse ore, all’incirca dalle ore 9 fino alle ore 13 […] La giovane si è recata all’interno dell’aula dedicata all’audizione da sola, senza la presenza della madre. All’inizio è stato molto complesso entrare in empatia con la ragazza in quanto si mostrava abbastanza distaccata e diffidente; successivamente, siamo riuscite a creare un rapporto più confidenziale e ha cominciato a parlare liberamente, raccontando il fatto ed esprimendo le proprie emozioni senza interruzioni. Una volta terminato il racconto libero sono state poste alcune domande aperte e qualche domanda chiusa in modo da delineare certi dettagli espressi in precedenza dalla minore. Durante il racconto, quando si presentavano aspetti più difficili da raccontare, abbiamo fatto alcune pause e attuato strategie di recupero delle informazioni utilizzando strumenti alternativi al dialogo, come ad esempio la scrittura»</i>.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 31 May 2022 16:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quando il DNA risolve i “cold case”: il caso di Stephanie Isaacson]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000038"><div><i class="fs12lh1-5"><b>Dopo 32 anni, l’omicidio di una quattordicenne è stato risolto con la più piccola quantità DNA mai utilizzata.</b></i><br></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Stephanie Isaacson</b> aveva solo quattordici anni quando fu aggredita e uccisa da uno sconosciuto. Per trentadue anni il suo è rimasto uno dei tanti <i>cold case </i>che affollano gli archivi dei dipartimenti di polizia e solo lo scorso anno la famiglia di Stephanie ha potuto conoscere il nome del suo assassino. Questo grazie a una piccolissima particella di DNA.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma facciamo un passo indietro.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il delitto</b></div><div><span class="fs12lh1-5">È la mattina del 1° giugno 1989 quando Stephanie esce di casa per recarsi alla Eldorado High School, a Las Vegas. Quella mattina la ragazza decide di prendere una scorciatoia, nella speranza di poter arrivare a scuola più velocemente. Tuttavia, Stephanie, a scuola, non ci arriverà mai.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I genitori decidono subito di denunciare la scomparsa e gli investigatori iniziano a setacciare l'area intorno al percorso che Stephanie aveva fatto per andare a scuola. Il corpo esanime della giovane viene trovato proprio nel sentiero, privo di vestiti; i segni rinvenuti sul corpo sono riconducibili a uno strangolamento. Sulla maglietta della ragazza, gli investigatori trovano una <b>traccia di DNA</b>, presumibilmente lasciata dall’assassino.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso degli anni vengono eseguite numerose analisi, ma ogni tentativo di risoluzione del caso si rivela infruttuoso, ogni sospettato che viene interrogato dalla polizia poco dopo viene scagionato in quanto innocente. L'assassino di Stephanie rimane senza volto per trentadue lunghi anni.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">La svolta</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2021, il Dipartimento di Polizia Metropolitana di Las Vegas collabora con <b>Othram</b>, società statunitense specializzata in genetica <b>genealogia forense</b>, per esaminare nuovamente le prove di DNA nella speranza che le nuove tecnologie potessero fare luce sull'oscurità di quel delitto. L'assistenza finanziaria viene generosamente fornita da Justin Woo, fondatore dell'organizzazione no-profit Vegas Helps. Al laboratorio viene inviato l’ultimo campione di DNA rinvenuto sulla scena del crimine: <b>solo 0,12 nanogrammi</b>, l’equivalente di 15 cellule umane. In genere, la minima quantità di DNA da poter analizzare è fra lo 0,20 e 1 nanogrammi. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ci sono voluti ben sette mesi per costruire il profilo genetico del DNA. Le analisi sono iniziate il 19 gennaio del 2021, ma solamente il 12 luglio del medesimo anno, la società è riuscita<b> a dare un volto al responsabile</b> del delitto. Il campione ottenuto dai resti delle prove del DNA è stato confrontato con i database presenti nelle banche dati.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il profilo del killer</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le analisi portano inizialmente a un cugino del soggetto responsabile, giungendo poi a<b> Darren Ray Marchand</b>, del quale esisteva già un campione genetico collegato a un altro omicidio nell’area di Las Vegas: Marchand fu infatti arrestato nel 1986 all’età di 20 anni con l’accusa di aver strangolato la ventiquattrenne Nanette Vanderburg; il caso venne archiviato per mancanza di prove, poiché ai tempi il test del DNA non era disponibile. Marchand si suicidò nel 1995 a 29 anni.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Dopo 32 anni, il caso di Stephanie Isaacson viene finalmente risolto.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Genealogia forense: nuovo strumento per le indagini scientifiche</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il caso di Stephanie Isaacson ha fissato un <b>nuovo limite inferiore alla quantità di DNA</b> necessaria per costruire un profilo genealogico per un sospettato di un crimine: solo 0,12 nanogrammi. Questo è solo uno dei tanti delitti risolti negli ultimi anni grazie alla genealogia forense, filone relativamente recente della biologia forense. Attraverso la combinazione di analisi del DNA e metodo di ricerca delle fonti solitamente usate per ricostruire gli alberi genealogici, a molti vecchi casi irrisolti - come il “killer del Golden State" - è stata messa la parola fine.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 30 May 2022 16:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Salone Internazionale del Libro di Torino: il libro della ricerca dei nostri allievi]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000036"><div><span class="fs12lh1-5">Questa settimana, al Salone Internazionale del Libro di Torino (dal 19 al 23 maggio), verrà presentato il saggio “Dentro al bosco che non c’è. Rogoredo experience”, nato dal progetto degli studenti del terzo anno di Criminalistica dell’Istituto di Scienze Forensi (A.A. 2020-2021) curato da Danilo Lazzaro, docente e ricercatore dell’Istituto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo studio ha voluto analizzare in chiave socio-criminologica un'inquietante realtà del quartiere milanese di Rogoredo, il cosiddetto “bosco della droga”, e capire come e perché sia diventato un punto di riferimento così importante per la criminalità organizzata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/280172790_5318561094866638_9079455149422579653_n.jpg"  width="138" height="211" /><i class="fs12lh1-5">"Ho fatto parecchia strada per arrivare alla stazione di Rogoredo. Sono sceso dal treno, uscito dalla stazione. Mi dirigo verso il bosco. Conosco la strada. Quelli che non la conoscono invece seguono la gente. Semplicemente, basta guardarsi intorno. Basta guardare quelli vestiti come me, quelli con la faccia come me, vanno tutti verso quella direzione. Quelli con il mio odore. La candeggina. Il sudore.</i></div><div><i class="fs12lh1-5">Inizia così il nostro viaggio nel boschetto, tramite gli occhi di un suo abitante. Continuerà con una dettagliata descrizione delle “pese” (ovvero le piazze di spaccio), delle modalità di acquisto e di vendita delle sostanze, di sentinelle e di pusher con una mentalità da multinazionale.</i></div><div><i class="fs12lh1-5">Il volume è frutto di una ricerca svolta dagli <b>studenti del terzo anno del corso di Criminalistica dell’ISF (Istituto di Scienze Forensi – Milano) e coordinata da Danilo Lazzaro</b>".</i></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'intervista a PopEconomy: <span><a href="https://popeconomy.tv/title/rogoredo-il-virus-replicante/ " target="_blank" class="imCssLink">https://popeconomy.tv/title/rogoredo-il-virus-replicante/</a></span></span><br></div><div><br></div><div><b class="fs14lh1-5">Edizione Epoké</b></div><div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Da oggi trovate disponibile sul nostro sito il nuovo saggio curato da Danilo Lazzaro "Dentro al bosco che non c'è".</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Conosciuto anche come “il bosco della droga”, Rogoredo è la più grande piazza di spaccio di stupefacenti del Nord Italia e una delle maggiori d’Europa. Un non-luogo popolato da sentinelle, guide e pusher con una mentalità da multinazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Già autore nel 2016 del saggio "nuove sostanze psicotrope", in questo nuovo progetto </span><span class="cf1">Danilo Lazzaro</span><span class="cf1"> &nbsp;è il coordinatore e curatore dell’indagine</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">socio-criminologica condotta dagli studenti dell’ultimo anno del Corso di Criminalistica all' </span><span class="cf1">Istituto di Scienze Forensi</span><span class="cf1">/ </span><span class="cf1">Istituto di Scienze Forensi Corp. University</span><span class="cf1"> che vuole descrivere con approccio multidisciplinare la realtà di Rogoredo.</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"> Trovate il libro già disponibile qui!</span></div><div><div><a href="https://edizioniepoke.it/prodotto/dentro-al-bosco-che-non-ce/?fbclid=IwAR2TPOfReBMxPRebmtyfBS2rrhA29tM3i6VTxo2BFCaFHQLKHwNsag0k89o" target="_blank" class="imCssLink">https://edizioniepoke.it/prodotto/dentro-al-bosco-che-non-ce/?fbclid=IwAR2TPOfReBMxPRebmtyfBS2rrhA29tM3i6VTxo2BFCaFHQLKHwNsag0k89o</a></div></div></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 May 2022 09:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Da Elliot Rodger ad Antonio De Marco: viaggio all’interno della manosfera italiana]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000035"><div><span class="fs12lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Centro di Ricerca)</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs12lh1-5">Isla Vista, California, 2014. <b>Elliot Rodger</b>, 22 anni, sale sulla sua BMW Serie 3 nera e percorre le strade della cittadina sparando e cercando di travolgere più persone possibili. Elliot uccide in totale sei persone e ne ferisce quattordici per poi schiantarsi contro una macchina parcheggiata e togliersi la vita con un colpo di pistola alla tempia. In un video caricato su YouTube poco prima della strage, Elliot dichiara: «Per gli ultimi otto anni della mia vita, sin dalla pubertà, sono stato costretto a patire una vita fatta di solitudine, rifiuto e desideri insoddisfatti».</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lecce, Italia, 2020. <b>Antonio De Marco</b>, studente di 21 anni, inferisce più di settanta coltellate a Eleonora Manta e al suo fidanzato Daniele De Santis, suoi ex coinquilini. Durante l’interrogatorio ammetterà di averli uccisi “perché troppo felici”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Due delitti diversi, due storie diverse ma con un denominatore comune: <b>una manosfera tossica</b>.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Glossario della manosfera</b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine "manosfera" è un neologismo che si ritiene sia apparso nel 2009 su un blog di Blogspot (ora Blogger), e utilizzato per identificare forum e comunità online dedicati a una varietà di interessi maschili. Il termine, che nella letteratura emergente italiana è stato diversamente tradotto come “uomosfera”, “maschiosfera”, “androsfera”, ha guadagnato popolarità quando Ironwood (2013) ha pubblicato "The Manosphere: A New Hope for Masculinity", testo poi adottato dai diversi movimenti per i diritti degli uomini. Tutti questi gruppi, seppur in modo diverso, mirano a promuovere il legittimo modo di “essere uomini” nella società contemporanea (sia online che offline) e vengono interpretati come portatori di varie forme di politica della mascolinità, spesso unite a credenze antifemministe e sessiste.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nella manosfera si evidenziano quattro gruppi principali:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Men’s right activists</b> (MRA): movimenti attivisti che nascono in risposta al femminismo della seconda ondata - quello degli anni Settanta - e lottano contro le discriminazioni ai danni degli uomini. Una delle battaglie principali degli MRA è quella della mancanza dei diritti dei padri separati.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Men going their own way</b> (MGTOW): uomini eterosessuali che mirano a vivere la loro vita senza alcun contatto con il genere femminile, considerato il nemico numero uno della società contemporanea. Si votano al celibato, ma non all’omosessualità che considerano una devianza.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Pickup Artist</b> (PUA): si definiscono “artisti della seduzione” e insegnano ai loro adepti tecniche per diventare <i>seduttori seriali, </i>basate sull’oggettificazione e la ipersessualizzazione del genere femminile, stereotipi sui generi e sulle dinamiche relazionali.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Involuntary celibate</b> (INCEL): maschi eterosessuali che sperimentano profonde difficoltà nelle relazioni con l'altro sesso e sono ossessionati dall'aspetto esteriore: hanno generalmente una bassa autostima e si percepiscono come poco attraenti (ritengono la bellezza come una variabile oggettiva e misurabile).</span></li></ul><div><div class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><span class="fs12lh1-5">In tutti questi contesti si assiste a un’iperproduzione di discorsi sulla mercificazione della figura femminile, rivisitazioni problematiche delle nozioni di stupro e consenso sessuale, teorie pseudoscientifiche sui rapporti interpersonali (<b>LMS Theory</b>) e sui criteri di selezione sessuale (<b>RedPill Theory</b>).</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5">L’analisi di queste strategie discorsive non può esimersi dal considerare la relazione che intercorre tra esse e la struttura delle piattaforme di discussione in cui si organizzano, come <b>forum dedicati</b>, <b>chat e messaggi privati</b>. Come sottolinea Debbie Ging, questi spazi possono formare delle vere e proprie <b>echo chamber</b>, dove le informazioni, le idee e le credenze vengono amplificate e rafforzate dalla continua ripetizione all'interno (“<i>Alphas, Betas, and Incels: Theorizing the Masculinities of the Manosphere” - 2019). </i>Ed è proprio in alcuni di questi thread che i nomi di Elliot Rodger e Antonio De Marco vengono eretti a simbolo della lotta al femminismo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Elliot_Rodger_2014.jpg"  width="408" height="255" /><b class="fs14lh1-5">Elliot Rodger e il suo Twisted World</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Elliot Rodger viene spesso identificato come<i> incel</i> per via delle sue frustrazioni sessuali e relazionali raccontate in vari video su YouTube e nel suo manifesto <i>My Twisted World. </i>In realtà, studiando in modo più approfondito la comunità, il loro pensiero e il loro gergo, si nota come questa sia un’approssimazione. Nelle parole di Rodger non si scorge una svalutazione del proprio aspetto esteriore, semmai il contrario. Dalle indagini è emerso che il giovane era molto attivo nella piattaforma “Puahate.com”, un sito di critica nei confronti delle tecniche di seduzioni insegnate nei gruppi PUA.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>"Io non faccio parte della razza umana. L'umanità mi ha rifiutato. Le femmine della specie umana non hanno mai voluto accoppiarsi con me, quindi come potrei considerarmi parte dell'umanità? L'umanità non mi ha mai accettato tra loro, e ora so perché. Sono più che umano. Sono superiore a tutti loro. Sono Elliot Rodger... Magnifico, glorioso, supremo, eminente... Divino! Sono la cosa più vicina a un dio vivente. L'umanità è una specie disgustosa, depravata e malvagia. Il mio scopo è punirli tutti. Purificherò il mondo da tutto ciò che è sbagliato. Nel Giorno del </i><i>Castigo, sarò davvero un dio potente, che punirà tutti coloro che ritengo impuri e depravati”.</i> &nbsp;(Tratto dal manifesto di Elliot Rodger - My Twisted World).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei diversi forum italiani dedicati alla manosfera - "il Forum dei Brutti", "Un Brutto Forum" e "ItalianSeduction.club" - le dichiarazioni di Rodger vengono spesso prese come esempio per spiegare le sensazioni ed emozioni provate dagli stessi membri. Nonostante il suo massacro venga quasi sempre condannato dagli utenti, molti si sentono quasi in dovere di provare estrema empatia nei suoi confronti: </span></div><div><span class="fs12lh1-5">"<i>Io leggendo il suo manifesto mi sono immedesimato e rispecchiato in moltissime delle sensazioni ed emozioni che ha provato, è una lettura che consiglio vivamente a tutti" (Utente X - 2015). </i></span></div><div><i class="fs12lh1-5">"Rodger è un punto di riferimento degli incel perché nei suoi video e nel suo scritto descrive molti stati d'animo e meccanismi psicologici comuni a noi incel; di certo non per il tragico epilogo" (Utente Y- 2018). </i></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>"</i><i>E' molto interessante la lettura del manifesto perché ha dei pezzi che fanno riflettere, io lo trovato poco misogino" (Utente Z - 2021).</i></span></div><div><i class="fs12lh1-5">"Lui si è già salvato [dalla sua condizione], compiendo quel gesto. Non è più tra di noi, ha lasciato un chiaro messaggio ed è volato via" (Utente A - 2020).</i></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/antonio-de-marco-movente-3.jpg"  width="409" height="230" /><b class="fs14lh1-5">Antonio De Marco: “martire” degli incel italiani</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per Antonio De Marco la situazione è un po’ diversa. De Marco non sembra aver mai avuto contatti diretti con piattaforme o forum legati alla manosphere. Ad ogni modo, nel diario ritrovato nell’appartamento di via Fleming, De Marco scrive:</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Sabato 1° febbraio: "Forse devo smetterla di pensare che arriverà qualcuna che mi farà stare bene, forse devo andare avanti da solo. </i><i>Ho deciso che se entro quest’anno non avrò una ragazza, ucciderò una persona".</i></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Mercoledì 6 marzo: "Io una ragazza non l'avrò mai, nessuna mi amerai mai mai mai, io non sarò mai amato. </i><i>Cosa devo fare per essere amato</i></span></div><div class="imTALeft"><i class="fs12lh1-5">Venerdì 7 agosto: "Ho avuto una crisi mentre stringevo il cuscino. Ho pensato che, a differenza mia, gli altri abbracciano delle vere ragazze…voglio uccidere qualcuno. </i><i><span class="fs12lh1-5">Ogni giorno che passa divento sempre meno uman</span><span class="fs12lh1-5">o…ma che ci posso fare? Non è colpa mia se nessuna mi ama".</span></i></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Alcune di queste dichiarazioni sono quasi un elemento mainstream nei forum sopracitati e per tale motivo la maggioranza dei membri ammette di non riuscire a “non immedesimarsi” con De Marco. Anzi, diversamente da Elliot Rodger, che suscita reazioni ambivalenti nelle comunità virtuali, lo studente di Casarano viene visto <b>più come vittima</b> che non carnefice e le vere vittime, Daniele De Santis ed Eleonora Manta, il più delle volte vengono denigrate e colpevolizzate.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Questo lavoro di analisi non ha lo scopo di screditare il possibile disagio vissuto dai membri di questi gruppi, ma di portare alla luce un fenomeno che viene quasi esclusivamente ridicolizzato e minimizzato, seppur di dimensioni abbastanza considerevoli: <b>il Forum dei Brutti conta oltre 11.000 utenti</b> ed è solo il più grande della manosfera italiana, a cui si devono aggiungere altri blog di minori dimensioni ma con uno scambio di messaggi giornaliero davvero molto elevato.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Come scrive Jennifer Guerra su The Vision: “Liquidare gli incel come pazzi o malati mentali non fa che peggiorare la loro situazione ed è la società che deve esserne responsabile, <b>coinvolgerli nel mondo reale è l’unica soluzione</b> per aiutarli concretamente e mettere un freno alle stragi misogine”.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><hr></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><b>Bibliografia</b></span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Azzolari D., Borodi V. M., Garusi D., 2021. <i>Il Forum degli Incel: la costruzione del consenso politico nella manosfera italiana.</i> <i>Il Mulino, </i>Rivista di Digital Politics, fascicolo 2, maggio-agosto 2021</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ging D., 2019. <i>Alphas, Betas, and Incels: Theorizing the Masculinities of the Manosphere.</i> <i>Sage Journals</i>, vol 22, issue 4</span></li></ul><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 11 May 2022 12:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[A colpi di cyber: il profilo dei moderni pirati del web]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000034"><div><span class="fs12lh1-5">Nelle ultime settimane, la stampa mondiale si mostra quasi ridondante nell’inserire termini quali <i>Cyber War, cyber attacchi, guerra cibernetica</i> vicino ai titoli inerenti alla recente guerra in Ucraina. Nonostante l’attuale conflitto non sia né il primo né l'unico dove vengono utilizzate azioni cibernetiche, l’interesse mediatico è decisamente più significativo rispetto ad altri scontri.<br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Prima di addentrarsi nella comprensione di questi vocaboli, è necessario fare un passo indietro cercando di capire le generalità e le caratteristiche di coloro che sono alla base di tali azioni: gli <b>hacker</b>, o come si dice in gergo, <i>i pirati del web.</i></span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Hacking e le sue tipologie</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Con il termine “hacking” - <i>dall’inglese to hack, attaccare </i>- si intende l'insieme dei metodi, delle tecniche e delle operazioni volte a conoscere, accedere e modificare un sistema informatico hardware (parte tangibile del computer, come, ad esempio il monitor, la tastiera o il mouse) o software (parte intangibile, traducibile come il supporto logico del computer). Quindi, tali attività sono volte alla compromissione di dispositivi digitali e di intere reti, intaccando tutto ciò che è protetto senza averne l’autorizzazione. Colui che pratica l’hacking viene identificato come hacker.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli hacker vengono in genere classificati in tre tipologie: <b>black, white e grey hat</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il colore nero è associato ai black hat, meglio conosciuti come <b>“</b><b>crackers”</b>; essi hanno un’intenzione criminale, volta alla violazione di dati sensibili utilizzandoli a proprio vantaggio. Nel gergo comune, essi sono detti <i>cybercriminali.</i></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il bianco viene associato ai white hat (in italiano <b>hacker etici</b>), i quali lottano continuamente contro gli attacchi della controparte <i>black</i>; solitamente, essi lavorano per il Governo o per conto di associazioni, con l’intento di rafforzare la sicurezza di un sistema informatico, proteggendolo da un’eventuale azione offensiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, il colore grigio è collegato agli hackers che non si schierano né da una parte, né dall'altra. Le loro intenzioni sono considerate sia buone, in quanto una volta entrati in un sistema informatico, le informazioni ottenute non vengono utilizzate per un vantaggio personale, tanto quanto cattive, in quanto essi, essendo hackers a tutti gli effetti, invadono tutto ciò per cui occorre avere un’autorizzazione, naturalmente senza averla.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Il caso Anonymous</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Un’organizzazione collocata fra i <i>grey hat</i> potrebbe essere <b>Anonymous</b>. Nella cronaca recente, in particolare in riferimento al conflitto fra Russia e Ucraina, il nome di Anonymous è salito alla ribalta per la decisione di hackerare la televisione russa trasmettendo su tutti i canali, in diretta nazionale, immagini inerenti al conflitto che proseguiva in Ucraina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’azione offensiva del <b>movimento decentralizzato di hacktivismo</b> porta a dubitare sulle loro cattive intenzioni, non potendoli classificare come <i>black hat</i>. L’ideologia che li accomuna sembra essere basata principi di stampo etico e morale quali la libertà di parola e di espressione, l’uguaglianza e la difesa dei più deboli e degli oppressi. Tuttavia, gli hacker di Anonymous non possono essere considerati dei <i>white hat</i> in quanto non assumono atteggiamenti conformi alle leggi, hackerando sistemi informatici di ogni genere per portare avanti i propri messaggi e le proprie visioni. Buoni o cattivi? Molto difficile stabilirlo, ogni tentativo di giudicare sarebbe opinabile.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Attacchi informatici: tra interessi e danni economici</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo alcuni portali del lavoro italiani, gli hacker etici certificati realizzerebbero un reddito medio annuo di 99.000 euro. Un hacker che si macchia di crimini informatici, ad esempio vendendo informazioni di vulnerabilità di un’azienda a terzi, può raggiungere introiti che superano il milione di euro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni anno, gli attacchi informatici diventano sempre più ricorrenti: “Il 2017 è stato l’anno peggiore di sempre, si parla di <b>1.127 attacchi gravi</b> a livello mondiale, con impatti importanti sulle vittime in termini di <b>danni economici, reputazione e violazione di dati sensibili</b>” afferma il report realizzato da Clusit - Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica. Secondo i dati del “Navigating New Frontiers”, il report di Trend Micro Research, <b>l’Italia nel 2021 è stato il quarto Paese al mondo e il primo in Europa più colpito dai malware</b>, con 62.371.693 attacchi (nel 2020 erano stati 22.640.386).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come afferma il ceo di Verizon, Lowell C. Macadam, "la questione non sta nel sapere se si verrà hackerati, ma quando". Gli attacchi informatici non smetteranno di cessare, gli hacker continueranno ad operare per diffondere le proprie ideologie, le aziende lotteranno ininterrottamente per tutelarsi e difendersi dai numerosi attacchi offensivi e infine persone comuni, continueranno a sentirsi vittime. La soluzione? La <b>cybersecurity</b> è sicuramente una.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 14:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Tanatologia forense: l’accertamento della morte e le sue trasformazioni]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000033"><div><span class="fs12lh1-5">Articolo di Nicol Zara (allievo ISF Centro di Ricerca)</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Nell’immaginario comune la morte è vista come una soglia assoluta, un momento ben definito. In realtà la scienza ha dimostrato quanto può essere incerto il confine tra la vita e la morte, la quale deve essere vista come un processo e non come un preciso istante. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1991 il <b>Comitato Nazionale di Bioetica</b>, nel documento “Definizione e accertamento della morte nell’uomo”, ha definito la morte come “la perdita totale e irreversibile delle capacità dell’organismo di mantenere autonomamente la propria unità funzionale”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">L’ultimo aggiornamento risale al 24 giugno 2010, in quanto il CNB ha ritenuto necessario svolgere una nuova e approfondita riflessione, aggiungendo che il Comitato ritiene clinicamente ed eticamente corretto come criterio per definire una persona morta </span><b><span class="cf1">“la morte cerebrale totale”</span></b><span class="cf1">, intesa come danno cerebrale organico, irreparabile, sviluppatosi acutamente, che ha provocato uno stato di coma irreversibile, dove il supporto artificiale è avvenuto in tempo a prevenire o trattare l’arresto cardiaco anossico.</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Cercare di stabilire, nel modo più preciso possibile, quando è sopraggiunta la morte di un soggetto assume particolare importanza nell’ambito dell’attività investigativa. </span>Nello specifico, la <b>Tanatologia forense, </b><span class="cf1">branca della medicina legale, si occupa di studiare l’avvenuto decesso, nonché l’epoca della morte e le relative modificazioni che attraversa il cadavere, ossia, i cosiddetti fenomeni cadaverici, in relazione alle esigenze giudiziarie, amministrative e professionali connesse all’avvenimento stesso della morte.</span></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra le funzioni principali che la tanatologia forense offre in ambito giudiziario, possiamo individuare <span class="cf2">due macroaree: </span></span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Tanatodiagnosi</b>: accertamento della morte in un individuo, ovvero stabilire il decesso del soggetto in esame.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Tanatocronologia</b>: si intende lo studio dell’epoca della morte sulla base della valutazione comparativa dei fenomeni post-mortali, i quali permettono di risalire all’epoca del decesso. Il concetto di epoca è molto importante, in quanto risulta complicato stabilire un orario preciso, ma, più correttamente, un intervallo di tempo.</span></li></ul><b><div class="fs11lh1-5"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><span class="fs14lh1-5">Classificazione dei fenomeni cadaverici</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">A seguito della morte, il corpo è soggetto a una successione di eventi e trasformazioni denominati, nel loro insieme, “fenomeni cadaverici”, che si distinguono in fenomeni abiotici e fenomeni trasformativi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I <b>fenomeni abiotici</b> dipendono dalla cessazione delle attività vitali e proprio per questo sono indicati come “segni negativi”, in quanto, la loro assenza indica il cessare della vita e si suddividono in fenomeni abiotici immediati e fenomeni abiotici consecutivi. I fenomeni abiotici <b>immediati</b> sono evidenti e riguardano l’arresto dell’attività respiratoria, cardiaca e nervosa, mentre i fenomeni abiotici <b>consecutivi</b>, come il raffreddamento del cadavere, la disidratazione e l’ipostasi compaiono ad una certa distanza dalla morte per effetto e come conseguenza diretta della cessazione delle attività vitali. In merito ai principali fenomeni abiotici consecutivi facciamo riferimento alla cosiddetta triade che comprende l’algor mortis, il livor mortis e il rigor mortis.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L'osservazione di questi tre segni, se avviene in modo corretto, è utile per procedere ad una diagnosi tanatocronologica accettabile.</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5"><strong>Algor Mortis</strong><b> (o raffreddamento corporeo): </b>si riferisce al cambiamento della temperatura corporea. Un corpo si raffredderà nelle ore successive alla morte, anche se le variabili relative a quanto lentamente o quanto velocemente un corpo si raffredda sono molteplici. Ciò si verifica a causa della mancanza di circolazione sanguigna. Se in un corpo vivente la temperatura interna si aggira intorno ai 37 gradi, nel momento in cui le funzioni vitali si arrestano e i diversi processi metabolici vengono meno, di conseguenza, il cadavere tocca una temperatura più bassa, in riferimento all'ambiente circostante. Ad esempio, i soggetti con adipe abbondante si raffreddano più lentamente, al contrario dei neonati che subiscono un raffreddamento molto più veloce.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><strong>Livor Mortis</strong><b>: </b>indica il raggruppamento di sangue che si deposita nelle zone più basse del corpo a causa della forza gravitazionale. L'utilità del livor mortis è rilevante, in quanto, i cambiamenti di colore della pelle, associati al raggruppamento del sangue, sono un’entità fissa e anche a seguito di un trasferimento del cadavere le indicazioni della sua posizione originale rimangono tali.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Rigor Mortis:</b> indica la rigidità muscolare del cadavere. I primi muscoli visibilmente colpiti dal rigor mortis sono i muscoli palpebrali, facciali e mascellari, ossia quelli più piccoli, rispetto ai muscoli delle braccia, delle gambe e del tronco.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">I fenomeni <b>trasformativi</b>, indicati come “segni positivi”, riguardano profonde trasformazioni del cadavere e si suddividono in fenomeni trasformativi <b>distruttivi</b>, come ad esempio l’autolisi, un processo precoce dovuto alle sole attività enzimatiche cellulari, e quindi in assenza di microorganismi e la putrefazione, ossia l’insieme dei processi di decomposizione di un organismo. In questo processo, come in altri che vedremo successivamente, è fondamentale la temperatura ambientale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I fenomeni trasformativi <b>speciali </b>determinano trasformazioni significative del cadavere e tra questi ricordiamo:</span></div><div><ol><li><span class="fs12lh1-5">la <b>macerazione</b>: si verifica quando i tessuti si imbibiscono d'acqua, ossia si impregnano di un liquido. Nelle prime ore la cute assume un colorito biancastro e si formano grinze molto evidenti. Se la permanenza si prolunga nel tempo si può verificare anche il distacco dell’epidermide;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la <b>mummificazione</b>: rapida disidratazione dei tessuti che si verifica in ambienti secchi e porta all’arresto dei processi putrefattivi, bloccando quindi l’azione delle larve e portando così alla formazione naturale di mummie;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la <b>saponificazione</b>: si verifica quando il cadavere permane a lungo in acqua o in terreni molto umi­di con scarsa ventilazione e consiste nella formazione di una sorta di involucro bianco-grigiastro che mantiene l’aspetto esterno del cadavere e permette una discreta protezione degli organi interni;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la <b>corificazione</b>: tende a verificarsi nei casi in cui il cadavere viene conservato in casse metalliche, ad esempio quelle di zinco o piombo <span class="cf3">ermeticamente chiuse e la cute assume un colorito giallastro.</span></span></li></ol><span class="fs12lh1-5">Tutti i fenomeni precedentemente citati possono subire significative variazioni in relazione allo stato di salute del soggetto, all’età, all’ambiente circostante e alle relative condizioni fisico-chimiche.</span><br></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 14:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[A lezione di Investigazioni private con l'Avv. Valentina Tarricone della FIRSTNet]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000032"><div><span class="fs12lh1-5 cf1">"Probabilmente è la strada che fa per me", "Penso che possa essere il mio futuro lavoro". Queste alcune delle impressioni dei nostri studenti dopo aver frequentato il corso di investigazioni private con l'Avv. Valentina Tarricone, General Manager di FIRSTNet, una delle più importanti nonché longeve agenzie investigative italiane. Nella tre giorni si è approfondita la figura dell'investigatore privato, dai requisiti necessari per svolgere la professione alle skills e competenze più richieste nel settore. Accanto alle nozioni di natura prettamente teorica, durante il corso si sono svolte attività di simulazione didattica con risoluzione di casi pratici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Guarda l'intervista: </span><span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=j02HHybrzAA" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=j02HHybrzAA</a></span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 31 Mar 2022 15:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pensavo fosse amore e... invece era Teen Dating Violence]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000030"><div><span class="fs12lh1-5">Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Centro di Ricerca)</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Fugaci, superficiali, transitorie</b>. Questi sono solo alcuni degli aggettivi che il mondo degli adulti tende a utilizzare per descrivere le relazioni sentimentali tra adolescenti. Non si può negare l’evidente stigma che circonda l’amore adolescenziale considerato per lo più effimero, se non addirittura poco reale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da alcune recenti ricerche è emerso invece che le prime storie sentimentali vengono vissute molto intensamente e hanno una <b>grande valenza</b> nella vita personale e sociale dell’adolescente. Le relazioni amorose possono favorire lo sviluppo dell’autonomia personale, un rafforzamento dell’autostima e un’immagine positiva della propria attrazione. Accanto a questi aspetti positivi le relazioni sentimentali possono però presentare alcuni lati oscuri e di potenziale rischio.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Diverse forme di violenza</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine anglosassone <b>Teen Dating Violence</b> (TDV) pone l’attenzione su una tipologia di comportamenti aggressivi o violenti che si instaurano tra teenagers durante le loro prime relazioni sentimentali. Si tratta di un costrutto multidimensionale che comprende <b>diverse forme di violenza</b>:</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;</span><div><ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>violenza fisica</b>: caratterizzata da aggressioni corporee come schiaffi, strattoni, pugni, calci, sputi o lanci di oggetti;</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>violenza verbale ed emotiva</b>: urla, insulti, gelosia, scatti d’ira, accuse e umiliazioni di vario tipo;</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>violenza psicologica-relazionale</b>: include attività di manipolazione emotiva del partner (minacce di suicidio o di interruzione della relazione), distruzione della rete sociale della vittima e attività di controllo eccessivo (stalking);</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>violenza sessuale</b>: comprende tutte quelle attività sessuali che vengono imposte al partner contro la sua volontà, ad esempio toccare o esibire parti intime del corpo, costringere il partner a rapporti sessuali con la forza o senza protezioni.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Di estrema attualità anche il tema dell’<b>online dating violence</b>, ossia l’esercitare violenza sul proprio partner, effettivo o desiderato, con l’ausilio di dispositivi tecnologici. Violare la privacy attraverso il controllo di messaggi, conversazioni e social network, minacciare di diffondere materiale intimo sulla rete o perseguitare la vittima con continue chiamate o messaggi sono alcuni esempi di come si manifesta la violenza online.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Un fenomeno anche italiano</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo fenomeno, molto studiato nei paesi anglosassoni e in quelli nord-europei, <b>si sta diffondendo anche in Italia</b>, nonostante la ricerca sia ancora in uno stato embrionale e con pochi studi condotti. Secondo gli ultimi dati rilevati dall’Istat (2015), 5 ragazzi su 10 non esiterebbero ad alzare le mani sulla loro partner e 2 ragazze su 5 pensano che alzare le mani su una ragazza sia un atto di virilità. Nel 2014 il <b>Telefono Azzurro</b> <b>e l’istituto di ricerca Doxa Kids</b> hanno condotto un’indagine sulla condizione dei giovani italiani dal titolo «Osservatorio Adolescenti: pensieri, emozioni e comportamenti dei ragazzi di oggi», dove sono stati intervistati 1553 adolescenti (52% maschi, 48% femmine) tra i 12 e i 18 anni. Tra le varie tematiche è stata indagata anche la teen dating violence e dai dati emerge la significativa incidenza del fenomeno nel nostro paese. <b>La forma di violenza più diffusa all’interno delle giovani coppie risulta essere quella verbale</b> (22,7%), a cui segue la violenza psicologica (8,2%); percentuali analoghe (5-6%) si riscontrano per le forme di violenza fisica e sessuale mentre la violenza online risulta presente solo nel 2,7% del campione. Bisogna sottolineare che da otto anni a questa parte la sfera dell’online ha visto uno sviluppo esponenziale; purtroppo, anche la casistica sulla violenza potrebbe aver seguito lo stesso andamento.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs14lh1-5">Tante cause ma ancora poche soluzioni</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Come per tutti i fenomeni sociali sarebbe riduttivo identificare un unico fattore determinante. Secondo alcune ricerche è emerso però che la violenza in altri contesti, come in famiglia o nel gruppo amici, sembra essere correlata al fenomeno, convalidando l’idea della <b>circolarità della violenza</b>. I modelli di interazione sociale appresi nel corso della vita possono essere predittivi di futuri comportamenti nelle relazioni intime, sia in senso positivo che negativo. A questi devono essere aggiunte le <b>caratteristiche individuali del soggetto</b>: irritabilità, aggressività, inefficaci meccanismi di regolazione emotiva, attitudine alla trasgressione e inadeguate strategie di coping possono essere alcuni degli aspetti riscontrabili nei maltrattanti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La drammaticità del fenomeno è, purtroppo, strettamente correlata alla <b>difficoltà di intervento</b>. Prima ancora di agire sulle dinamiche familiari e di gruppo, bisognerebbe volgere lo sguardo alle criticità di stampo culturale: stereotipi e gender gap sono il punto di partenza per i soprusi in ambito personale. Questo risulta ancora più evidente quando l’abuso non è fatto in modo intenzionale. Come sottolinea <b>Carla Xodo</b>, professoressa d<span class="cf1">i </span>Pedagogia generale e sociale presso l'Università degli studi di Padova, gli stessi adolescenti “riconoscono la loro impreparazione nel gestire i primi rapporti, l’impaccio e l’imbarazzo del corteggiamento e l’incapacità di delineare i confini tra scherzo, pressione e abuso”.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Incontri e laboratori di sensibilizzazione</b> su stereotipi e violenza di genere rivolti a studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado sono solo un piccolo ma importante passo verso la comprensione del fenomeno e dei comportamenti socio-relazionali propositivi basati sul rispetto di sé stessi e dell'altro nelle prime relazioni sentimentali.</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 17:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Laboratorio di Tecniche di negoziazione in contesti critici. La negoziazione operativa]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000031"><div>Martedì 22 marzo 2022 si è tenuto il modulo di laboratorio di Tecniche di negoziazione in contesti critici con la classe del secondo anno della Laurea Magistrale in Criminologia investigativa e scienze comportamentali. Lezione teorica, proiezione di filmati ed esercitazioni pratiche basate sulle metodologie di negoziazione operativa utilizzata soprattutto in scenari con ostaggi.</div> &nbsp;<div>In questo ambito trovano applicazione le scienze comportamentali, le quali permettono di disporre di strumenti di conoscenza utili a confrontarsi con teatri operativi complessi, dove quella che inizia come una semplice interazione tra due soggetti, il negoziatore e il sequestratore, deve essere portata a un livello superiore, assumendo il rango di vera e propria relazione diadica. Un’operazione assai complessa, quella che porta a stabilire una relazione, che richiede non solo conoscenze e competenze di altissimo livello ma anche qualità personali di elevato profilo ed esperienza da parte del negoziatore. &nbsp;</div> &nbsp;<div>Dopo la strage delle olimpiadi di Monaco del 1972 ad opera del gruppo terroristico che si faceva chiamare “Settembre nero”, evento in cui persero la vita undici atleti israeliani, un poliziotto tedesco e cinque terroristi palestinesi, le polizie europee iniziarono a creare speciali gruppi di intervento appositamente addestrati per liberare ostaggi. In Italia, ad esempio, nel 1978 venne creato il Gruppo di Intervento Speciale (GIS) dei Carabinieri e il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (NOCS) della Polizia di Stato. Tuttavia, negli Stati Uniti, già un anno dopo gli eventi di Monaco, ci si rese conto che gli interventi di forza comportavano sempre troppi rischi, anche se l’unità di polizia era finemente addestrata. Quindi, venne dato il via anche allo studio delle applicazioni delle scienze comportamentali nell’ambito della negoziazione in scenari di crisi, considerato che, come detto prima, l’intervento di forze speciali non poteva essere la prima opzione. Nacque così la “negoziazione operativa” per la risoluzione non violenta di differenti situazioni critiche. </div> &nbsp;<div>Sempre negli Stati Uniti, un anno dopo gli eventi di Monaco, fu creata dall’FBI la <span class="cf1">SOARU </span>(Special Operations and Research Unit), un’unità di esperti altamente specializzati che avevano il compito di formare una nuova figura professionale: il negoziatore. Ci si rese subito conto, però, che il negoziatore di successo doveva avere delle doti innate, delle caratteristiche personali ben determinate oltre alla formazione ricevuta. Empatia, capacità di dialogo e ascolto attivo furono subito identificate come qualità essenziali. La negoziazione operativa, a livello di importanza etica e sociale, è seconda solo alla negoziazione di pace, quella in tempo di conflitti tra nazioni, che, purtroppo, troppo spesso fallisce, come oggi nella crisi globale che vede in prima linea Russia e Ucraina, allungando la lista delle vittime e dei crimini di guerra. </div> &nbsp;<div>La negoziazione operativa si differenzia dalle negoziazioni di altra natura, come quella d’affari, ad esempio, in merito ai risultati che deve ottenere un negoziatore che deve far liberare degli ostaggi o fare arrendere chi si è barricato in un edificio e minaccia di farsi saltare in aria.</div> &nbsp;<div>Il modulo di Tecniche di negoziazione tenutosi all’Istituto ha fornito le basi conoscitive della materia agli allievi, i quali, pur essendo stati bravi nelle esercitazioni, hanno avuto la possibilità di rendersi conto di quanto sia difficile negoziare in un contesto operativo con ostaggi (esercitazione basata su un sequestro di persone in banca ad opera di un soggetto attivo che non aveva più nulla da perdere). Uno dei tanti insegnamenti che ricevono i nostri studenti, infatti, si concretizza anche nella consapevolezza di quanta strada bisogna percorrere prima di diventare dei veri professionisti una volta terminati gli studi.</div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 16:44:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Introduzione alla Neurosociologia. Le relazioni sociali da un punto di vista Neurosociologico]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002F"><div><span class="fs12lh1-5">Autore: dr.ssa Martina Penazzo (ISF Centro di Ricerca)</span></div><div><b><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5"><span class="fs14lh1-5">Cosa è la Neurosociologia</span></b><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Con il termine “Neurosociologia” si intende quella disciplina che vuole unire in sé lo studio delle neuroscienze e della sociologia. In particolare, questa disciplina indaga la relazione che intercorre tra strutture neurali e interazioni sociali, al fine di spiegare come questi due fattori si influenzino vicendevolmente. La neurosociologia quale scienza applicata si occupa di come trasferire i risultati della ricerca neurobiologica alle questioni di carattere sociale, specialmente a livello “microsociologico”, focalizzandosi dunque sulle interazioni umane su scala ridotta, prendendo in considerazione i piccoli gruppi, quali ad esempio la famiglia ed il gruppo di pari. “La neurosociologia può quindi essere considerata come branca delle neuroscienze che studia le interazioni sociali e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso” (Blanco, 2016, p.34).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“La neurosociologia utilizza le conoscenze delle neuroscienze per lo studio dei fenomeni sociali e delle interazioni umane, partendo dalla "dimensione sociale" del cervello, e impiega gli strumenti della sociologia per integrare la ricerca e lo sviluppo delle neuroscienze sociali. Pertanto, da un lato la neurosociologia si inquadra come disciplina specialistica della sociologia che analizza, tramite le nuove conoscenze sul sistema nervoso, le interazioni sociali e i fenomeni devianti (e criminali) in tutti i contesti dove essi si realizzano. Dall’altro, la neurosociologia si delinea quale strumento in grado di implementare, integrando il sapere sociologico e quello delle neuroscienze, significativi cambiamenti nella qualità delle relazioni umane a qualsiasi livello, sia micro che macro.” [1](Blanco, 2018).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre, ricordiamo che fu grazie agli studi del neurochirurgo Joseph E. Bogen e del sociologo Warren D. TenHouten che nei primi anni Settanta nel XX secolo venne introdotto il termine “neurosociologia”. Questi studi vennero condotti in collaborazione con Philip J. Vogel, anch’egli neurochirurgo, che per primo svolse gli interventi di split brain, ovvero di divisione del cervello[2].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Bogen e TenHouten diedero inizio alla storia della neurosociologia attraverso lo studio denominato <i>“Rapporto sulla lateralizzazione emisferica”</i>, con il quale si evidenziarono delle notevoli differenze nell’utilizzo degli emisferi cerebrali tra uomini e donne e tra soggetti appartenenti a culture differenti.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1. Le prime teorie neurosociologiche</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo primo paragrafo si è voluta svolgere una panoramica sulle prime teorie neurosociologiche, sulla loro genesi ed il loro sviluppo, passando in rassegna i principali autori coinvolti nello studio di questa disciplina, ma anche parlando di coloro che furono i precursori della stessa, che pur non avendo mai parlato di neurosociologia in senso stresso, hanno senz’altro apportato un prezioso contributo allo studio di tale disciplina.</span></div><div><b><i><br></i></b></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><i>1.1 George Herbert Mead</i></b><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mead fu un filosofo ed uno psicologo sociale che insegnò all’Università di Chicago, ed è senz’altro da considerarsi un precursore della neurosociologia. Pur non avendo mai avuto a che fare con essa in senso stretto, il suo lavoro ha senz’altro apportato un prezioso contributo a questa disciplina. (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che influenzò di più la neurosociologia furono le ricerche di Mead nell’ambito della formazione del sé, in quanto non è da egli inteso in termini di “spirito” o “anima”, bensì come qualcosa che si forma e di realizza nel corso dell’interazione sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, risulta centrale in questo senso l’approccio dell’<i>interazionismo simbolico, </i>inaugurato da Mead,<i> </i>il quale pone al centro della sua analisi l’interazione sociale e l'interpretazione che di questa ne danno coloro che vi partecipano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che Mead teorizza come “conversazione” interna di un individuo con sé stesso, è ciò che gli permette di prendere consapevolezza del significato delle proprie azioni e di quelle degli altri. Questo dialogo interiore in un certo senso riflette l’interazione sociale e in esso vengono assunti i punti di vista degli altri, e ne consegue che il sé nasce da questo processo psichico, e dunque tale dialogo non è costruito soggettivamente, bensì <i>intersoggettivamente</i> attraverso le dinamiche sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ricordiamo inoltre che Mead fu uno dei maggiori esponenti del pragmatismo, scuola di pensiero che venne influenzata dal darwinismo e dal positivismo ottocentesco, i quali vollero avvicinare sempre di più le scienze sociali e quelle biologiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mead portò alla luce un altro importante concetto, ossia il parallelismo tra ciò che accade nella coscienza e ciò che avviene nel sistema nervoso centrale, in questo senso Mead afferma: <i>«Il parallelismo, quindi, costituisce un tentativo di reperire analogie fra l’azione e i contenuti dell’esperienza» </i>(Mead, 1936)[3]. Inizialmente questo parallelismo fu interpretato come statico, ossia veniva inteso che ad uno stato di coscienza corrispondesse uno stato fisiologico, successivamente questa interpretazione fece un passo avanti e divenne più dinamica, di conseguenza non si parlava più di “stato”, bensì di “atto” e dunque di una condotta. Pertanto, questo passaggio ad un dinamismo interpretativo ci aiuta a comprendere in che modo l’individuo diventa conscio di sé stesso, degli altri e di ciò che lo circonda.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche le società erano da considerarsi alla stregua di organismi biologici e dovevano essere studiate attraverso categorie evoluzionistiche. Nel pensiero di Mead questo rappresentò un punto di congiunzione tra filosofia, psicologia, sociologia e scienze naturali. Dunque, come visto in precedenza, l’atto individuale è visto nell’atto sociale, e così facendo la psicologia e la sociologia vengono unite su una comune base biologica. Seguendo tale ragionamento, se la mente e il sé non preesistono alla società, ma si formano mediante essa, allora la sociologia deve studiarne le dinamiche. La neurosociologia risulta in questo senso la declinazione di questo pensiero, adattato allo studio del cervello in funzione sociale, e non più soltanto allo studio della mente.</span></div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">1.2 Bogen e TenHouten</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Come sopra citato, Bogen e TenHouten condussero uno studio denominato “<i>Rapporto sulla lateralizzazione emisferica”</i> e questo studio<i> </i>fu il frutto dell’analisi di uno studio demografico del 1971 (Marsh, TenHouten) che per la sua conduzione prevedeva l’utilizzo di due tipi di test: il test Street ed il test WAIS. Entrambi i test venivano utilizzati per definire il livello di performance in culture differenti. In particolare, nel test Street[4] si vuole verificare la capacità del soggetto di unire dei frammenti di un’immagine in un’unica figura realistica. Il test consiste nel sottoporre due figure al soggetto, fornendogli tutte le spiegazioni necessarie per facilitarlo al riconoscimento di esse. In un secondo momento vengono proposte quattordici figure a intervalli di tempo di trenta secondi ciascuna, e il soggetto ad ogni sessione deve spiegare cosa ha riconosciuto nell’immagine. Per quanto riguarda il punteggio esso oscilla tra 0 e 14 punti (Splinner e Tognoli, 1987). Il punteggio medio nella fascia di età 40-49 anni è di 8,45, e va a calare nella la fascia di età 85-90 anni assumendo un valore di 4,37. Il punteggio oscilla dunque tra 0 e 14, il punteggio medio va da 8,45 nella la fascia di età 40-49 anni e scende a 4,37 nella fascia 85-90 anni<sup><sup>[5]</sup></sup>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda invece il test WAIS<sup><sup>[6]</sup></sup>, esso non è altro che il classico test del quoziente intellettivo (QI), e si occupa inoltre di valutare il funzionamento cognitivo (Lang, Nosengo e Xella, 1996). È altresì ampiamente dimostrato come le caratteristiche culturali influenzino considerevolmente i risultati del test (Stenberg, 2009; Gardner, 1983, 1993, 2002) e per questo motivo si è dibattuto molto riguardo alla possibilità di riassestare il test WAIS mediante parametri differenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dai risultati di questi test presi in esame nell’ambito dello studio demografico, emerse come i neri afroamericani e gli indiani Hopi[7] ottennero dei risultati migliori nel test Street piuttosto che nel test WAIS e dunque Bogen e TenHouten ne dedussero che i neri afroamericani e gli indiani Hopi nelle attività cognitive utilizzavano prevalentemente l’emisfero cerebrale destro, al contrario dei bianchi che utilizzavano maggiormente il sinistro. L’ipotesi che venne avanzata e ripetutamente confermata riguardava il fatto che il test WAIS potesse essere strutturato sulle basi logico-cognitive caratteristiche della cultura occidentale, la quale predilige un approccio razionale tipico di una maggiore attività dell’emisfero sinistro (Blanco, 2016), e da ciò Bogen e TenHouten ne dedussero che vi fosse una differenza nei percorsi neurali in base alla cultura di appartenenza, portando così alla luce la prima grande teoria neurosociologica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente nel 1979 Bogen decise di condurre un nuovo studio su 145 abitanti di Pomona, cittadina situata nella Contea di Los Angeles. Lo studioso somministrò nuovamente i test Street e WAIS, ed i risultati ottenuti confermarono ancora una volta che i neri afroamericani utilizzavano prevalentemente l’emisfero destro. Il risultato di questo secondo esperimento permise a Bogen e TenHouten non solo di confermare la loro prima teoria neurosociologica, ma anche di ampliarne i suoi contenuti. I due studiosi arrivarono così ad affermare che vi fossero delle differenze nella dominanza emisferica tra soggetti appartenenti a razze differenti, inoltre affermarono che con tutta probabilità vi erano anche ulteriori fattori che influissero in modo determinante nell’utilizzo di un emisfero piuttosto che di un altro, ed alcuni di questi fattori erano riscontrabili nella cultura, nelle condizioni sociali ed economiche, e in ultimo nel livello di istruzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si può concludere che il cervello umano verrebbe modellato dalla cultura alla quale appartiene, assumendo, di conseguenza, determinate caratteristiche funzionali. Il cervello è a tutti gli effetti un organo esperienza sociale-dipendente (Blanco, 2016, p.172).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Proprio in questo frangente si apre una nuova prospettiva interpretativa che vede il legame tra cultura e cognizione come causa di fatti sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La prospettiva della neurosociologia è orientata verso un modello multifattoriale dello studio delle differenze cognitive e funzionali esistenti tra soggetti appartenenti ad etnie differenti: neurofisiologico, culturale e psicosociale (Blanco, 2016).</span></div><div><b><i class="fs12lh1-5"><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">1.3 Jhon T. Cacioppo e Gary G. Berntson</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">I primi anni Novanta del XX secolo possono essere considerati gli anni della nascita della neuroscienza sociale. In particolare, ciò avvenne grazie ad un articolo pubblicato da parte di Jhon T. Cacioppo e Gary G. Berntson sulla rivista “American Psychologist” edita dalla American Psychological Association. Cacioppo e Berntson, professori alla Ohio State University, hanno voluto dedicare i loro studi a cercare di comprendere in che modo le interazioni sociali potessero influenzare la fisiologia, e viceversa come la fisiologia potesse influenzare le interazioni sociali. Attraverso l’utilizzo di strumenti impiegati per la scansione cerebrale e l’analisi di laboratorio, i due studiosi hanno potuto osservare come gli ambienti sociali riescano ad influenzare il cervello e le funzioni biologiche degli esseri umani.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“In pratica, le relazioni e gli ambienti sociali hanno effetti sulle strutture neurali nonché sulle reazioni neuroendocrine, metaboliche ed immunitarie di cui il cervello è l’organo di regolazione” (Cacioppo, Berntson, Decety, 2011; Blanco, 2016, p. 20).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, la neuroscienza sociale tenta di capire come i processi biologici influenzino i processi sociali ed il comportamento. “Inoltre, utilizza i concetti e i dati sul comportamento per aggiornare e perfezionare le teorie sull’organizzazione delle funzioni neurali” (Blanco, 2016, p. 20).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il lavoro di questi due studiosi ha senz’altro dato il via a un nuovo approccio nell’ambito delle neuroscienze e delle sue applicazioni non solo in ambito medico e psicologico, ma anche nell’ambito delle scienze sociali quali appunto la sociologia. La nascita di questo nuovo approccio interdisciplinare va ricercata nell’intreccio di conoscenze e competenze tra un dottore di ricerca in filosofia quale John Cacioppo e di uno psicobiologo quale Gary Berntson, i quali, insieme, idearono un nuovo oggetto di studio, il quale non era più solo la mera comprensione del comportamento umano, ma anche di quelle che sono le implicazioni biologiche che il comportamento umano imprime a sé stesso e sugli individui con cui esso interagisce. (Blanco, 2016).</span></div><div><b><i class="fs12lh1-5"><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">1.4 David D. Franks</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">David D. Franks fu sociologo e professore alla Virginia Commonwealth University, e per lui la neurosociologia rappresentava il ponte che poteva unire le neuroscienze alla psicologia sociale (Franks, 2010). Egli dopo aver letto il libro dal titolo “Il cervello sociale” [8] di Michael Gazzaniga affermò: “Se il cervello era davvero sociale, ho pensato che i sociologi dovevano essere i primi a conoscerlo e non gli ultimi” (Franks, 2010), e proprio per questo a lui va il merito di aver introdotto i fondamenti della neurosociologia su più ampia scala attraverso i suoi insegnamenti e le sue pubblicazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2010, Franks pubblica il libro intitolato “Neurosociology: The Nexus Between Neuroscience and Social Psychology” e proprio in questo libro egli solleva una questione epistemologica che rappresenta un punto di svolta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La questione che Franks pone riguarda il fatto che è sicuramente vero che i progressi delle neuroscienze aiutano la psicologia sociale e la sociologia a creare nuove prospettive e nuovi approcci di ricerca, ma è altresì vero che queste ultime sono in grado di far crollare l’idea prettamente deterministica che si ha delle neuroscienze, le quali vengono spesso considerate più interessate alla parte inconscia piuttosto che a quella conscia della mente, ossia meno interessate alla parte dell’azione sociale in sé.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, questo risulta un punto di svolta nella misura in cui nella letteratura della neurosociologia non c’era mai stato segno di una volontà di superamento rispetto alla sociologia classica, bensì spesso si ritrovava una volontà di prendere in prestito determinati costrutti sociologici per applicarli a paradigmi neuroscientifici e viceversa attingere a teorie sociologiche per applicarle allo studio del cervello.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente nel 2013, assieme a Jonathan H. Turner, sociologo e professore alla University of California, Franks pubblica il suo secondo manuale di neurosociologia dal titolo “Handbook of Neurosociology”. Nel manuale i due autori si concentrano in particolare sullo spiegare in cosa consiste quello che loro definiscono il passaggio dalle scienze sociali alle scienze sociali neurali, sottolineando quanto sia importante il modo di pensare di ogni individuo, unitamente alle condizioni materiali che lo circondano, nella creazione della realtà sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La neurosociologia di Franks si basa infine sulla teoria microsociologica dell’interazionismo simbolico. Questa corrente si è sviluppata attorno agli anni ’30 del XX secolo attraverso le teorie introdotte da Mead. L’interazionismo simbolico pone l’attenzione sui processi interpersonali attraverso i quali gli individui entrano in relazione con i propri meccanismi di pensiero e con quelli altrui, alla ricerca di una linea di condotta da seguire. Viene posta inoltre l’attenzione sull’attività di simbolizzazione svolta dagli individui nel corso dell’interazione e di quella che è l’interpretazione delle proprie esperienze e di quelle altrui. In sintesi, la realtà sociale è frutto dell’interpretazione e della conseguente attribuzione di senso ai simboli nati a partire dall’interazione tra gli individui.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">I neuroni specchio</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo secondo capitolo si è voluto affrontare l’argomento inizialmente da un punto di vista scientifico, ossia parlando degli esperimenti e delle scoperte che permisero di teorizzare l’esistenza dei neuroni specchio. Successivamente, attraverso l’analisi di alcuni esperimenti condotti da neuroscienziati e psicologi sociali si sono volute esaminare le implicazioni di questo fenomeno nel campo dell’agire sociale e dell’interazione sociale in generale, mantenendo sempre un punto di vista scientifico.</span></div><div><br><span class="fs12lh1-5"><b>2.</b><b><i> </i></b><b>La scoperta dei neuroni specchio</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1992, all’Università di Parma, un’equipe di scienziati italiani scoprì la classe di neuroni che venne in seguito denominata “neuroni specchio”. Gli scienziati che resero possibile questa scoperta furono Vittorio Gallese, Leonardo Fogassi, Luciano Fadiga e il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti. Quest’ultimo ed i suoi collaboratori lavorarono a stretto contatto con il macaco nemestrino, una specie di scimmia che viene generalmente impiegata negli esperimenti neuroscientifici per via della loro indole particolarmente docile. L’impiego delle scimmie nel laboratorio di Rizzolatti era dovuto alle potenzialità di questa specie nella possibile comprensione del funzionamento e della complessità del cervello umano. Quest’ultimo infatti contiene circa cento miliardi di neuroni, ciascuno dei quali può potenzialmente stabilire delle connessioni con decine di migliaia di altri neuroni, permettendo ad essi, attraverso le sinapsi stabilite, di comunicare tra di loro (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una delle strutture principali nel cervello dei mammiferi è la neocorteccia, e nonostante quella umana sia da considerarsi molto più estesa rispetto a quella dei macachi, le strutture dei due tipi di neocorteccia corrispondono sufficientemente bene (Blanco, 2016). Nei laboratori dell’università di Parma, dunque, l’equipe di Rizzolatti si dedicò allo studio dell’area F5, situata nella regione cerebrale chiamata corteccia premotoria, ossia la zona della neocorteccia che si occupa della pianificazione, della selezione e dell’esecuzione di azioni, infatti, l’area F5 contiene milioni di neuroni atti alla codifica di un particolare comportamento motorio, quale ad esempio, l’atto di afferrare, tenere, strappare e portare cibo alla bocca. Risulta comunque importante sottolineare il fatto che questi neuroni si attivano solo di fronte ad un gesto che risulta finalizzato ad uno scopo. Al contrario essi rimangono inattivi se lo scopo non è compreso o individuato. Dunque, è anche per questa ragione che l’equipe di Rizzolatti scelse l’area F5 per ottenere un’indagine il più possibile assimilabile alla realtà. (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo numerosi esperimenti, l’equipe si rese conto del fatto che l’impulso neurale nelle scimmie si verificava ogni volta che queste ultime osservavano uno dei membri dell’equipe afferrare del cibo con la mano. (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò permise ai ricercatori di ipotizzare che il neurone nella scimmia, si attivasse come meccanismo di risposta a un movimento compiuto da un terzo osservato, e non direttamente dalla scimmia, e che di conseguenza il sistema motorio potesse avere una funzione decisiva nel riconoscimento delle azioni osservate, modificando molti dei paradigmi neurocognitivi sino ad allora in vigore. (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel cognitivismo classico, infatti, i processi sensoriali e quelli motori venivano concettualmente separati sia tra loro, sia rispetto ai processi cognitivi (Gallese, 2006). Nella scienza neurologica invece si pensava che i processi sensoriali, sensitivi e motori fossero di esclusiva competenza di determinate aree corticali. Dunque, le aree visive erano situate solamente nel lobo occipitale, le aree uditive nella circonvoluzione temporale superiore (Blanco, 2016). Sulla base di questa interpretazione riguardo il funzionamento del sistema percettivo-motorio, per compiere un’azione il nostro cervello opera una serie di procedure sequenziali, e il risultato di questa elaborazione viene trasmesso alla corteccia motoria che provvederà ad effettuare gli eventuali movimenti. Da questa interpretazione si evince come il sistema motorio avesse un ruolo marginale e meramente esecutivo. (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente, alla luce delle seguenti teorie cognitiviste, e agli sviluppi nell’ambito della neurofisiologia, grazie a una serie di studi l’area della corteccia motoria fu suddivisa in rappresentazioni molto più articolate e si arrivò alla graduale decostruzione di questo modello (Penfield e Boldrey, 1937; Woolsey, 1952). In virtù di ciò, quello che la scoperta dei neuroni specchio ci dice, è che i neuroni nella corteccia premotoria possono richiamare i movimenti anche in base al significato delle azioni osservate e non solo sulla base degli stimoli (Di Pellegrino, 1992), unendo la codificazione della percezione e dell’azione in un unico momento. Se pensiamo ad esempio a un movimento quotidiano come quello di afferrare un oggetto, possiamo affermare che secondo il modello cognitivo dello <i>Human Processing Information </i>(che è il modello che paragona il cervello ad una macchina computazionale) il primo step sarà quello di individuare l’oggetto, successivamente processeremo tutte le informazioni che ci servono per afferrarlo, e solo quando questo calcolo seriale sarà concluso (in una frazione di secondo) si attiverà il movimento (Blanco, 2016). La scoperta del sistema specchio invece ci porta a pensare che, all’osservazione di un oggetto, si preattivino automaticamente i neuroni del sistema motorio, che quindi riproduce a livello neuronale in modo automatico l’azione di afferrare quell’oggetto (Craighero, 2010). Ci sono bensì delle differenze tra uomo e scimmia riguardo al momento specifico in cui si attiva il sistema mirror: negli uomini lo spettro delle situazioni che ne determinano l’attivazione sembra essere molto più ampio, infatti, la discriminante sta nel riconoscere le azioni dotate di senso e le azioni intransitive (non dirette verso un oggetto). Tutto ciò ha a che fare con la capacità di generalizzazione e astrazione tipica dell’umano, infatti nell’uomo, a differenza delle scimmie, si attivano i neuroni specchio anche quando a essere osservato è un braccio meccanico, o addirittura anche a livello uditivo nei non vedenti dalla nascita. In riferimento a ciò è stato condotto un esperimento su non vedenti dalla nascita, sottoponendo i soggetti a una risonanza magnetica funzionale, facendo loro ascoltare diverse tipologie di suono: alcuni riguardanti azioni familiari (come, ad esempio, il suono di un campanello), altri non familiari (come, ad esempio, il suono di uno sparo) e altri suoni ambientali. Ciò che è emerso è che di fronte a suoni familiari nei non vedenti si attivano le stesse aree che si attivano nelle persone vedenti sia durante l’attività di ascolto sia durante l’osservazione di azioni, e questo risultato dimostra come il sistema specchio esista anche in coloro che non hanno mai avuto la possibilità di vivere esperienze visive. (Blanco, 2016).</span></div><div><b><i class="fs10lh1-5"><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">2.1 Andrew Meltzoff e Jacqueline Nadel: i neuroni specchio nei bambini</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo la visione ottocentesca, la capacità di imitare l’altro era diffusa in tutto il mondo animale, ma una volta tramontata questa visione, tutti gli studiosi iniziarono a ritenere che la vera imitazione fosse propria solo degli umani. L’imitazione venne considerata una caratteristica talmente pervasiva del comportamento che molti autori elaborarono teorie in cui essa assumeva un ruolo centrale, come fece ad esempio Susan Blackmore. Quest’ultima, nella sua opera <i>“La macchina dei memi”</i> (1999) sosteneva che a distinguere in modo netto gli umani dagli animali non fosse il linguaggio, bensì proprio la capacità di imitare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Attorno agli anni Settanta, e dunque ben prima che venne scoperta l’esistenza dei neuroni specchio, Andrew Meltzoff, psicologo americano, riuscì a stravolgere la psicologia dell’età evolutiva dimostrando come i neonati imitino istintivamente alcune espressioni del volto e determinati gesti delle mani. (Iacoboni, 2008).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Egli condusse l’esperimento con un neonato venuto al mondo da soli quarantuno minuti; inizialmente Meltzoff documentò ogni secondo della vita del neonato con il fine di dimostrare che il piccolo non aveva mai visto quei gesti in precedenza e successivamente arrivò a dimostrare come effettivamente il neonato, pur non avendo mai visto quei gesti, tendeva ad imitarli. Secondo lo studioso questo risultava un segno del fatto che nel cervello dei neonati ci fosse un meccanismo che consentisse quel meccanismo imitativo elementare. Questa scoperta risultò innovativa nella misura in cui fino a quel momento il dogma asseriva che i bambini imparassero ad imitare gesti e movenze attorno al secondo anno di vita.[9]</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, l’aspetto sorprendente stava nel fatto che fino a quel momento si era ipotizzato che i bambini crescendo imparassero a imitare, la scoperta di Meltzoff invece faceva pensare che i bambini imparassero per mezzo dell’imitazione (Meltzoff, Moore 1977; Piaget 1945).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente la psicologa dell’età evolutiva Jacqueline Nadel condusse degli studi sull’imitazione tra bambini intorno all’anno di vita. La psicologa predispose una stanza giochi, con due esemplari di ogni giocattolo. Ciò che venne osservato e che risultò sorprendete fu il fatto che i bambini presi in esame, non avendo ancora sviluppato il linguaggio, si imitassero spontaneamente. Se un bambino decideva di indossare un cappello, l’altro bambino indossava il secondo cappello, se un bambino decideva di indossare gli occhiali da sole anche il secondo bambino seguiva quel gesto e così via per tutti gli oggetti presenti nella stanza. “Dunque, è stata riscontrata l’esistenza di un forte legame tra l’imitazione e la comunicazione verbale nei bambini, infatti, quando essi non sanno come interagire con la parola, tendono a fare dei giochi di imitazione” (Iacoboni, 2008, p. 49).</span></div><div><b><i class="fs10lh1-5"><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">2.2 Paula Niedenthal e il contagio emotivo</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli studiosi Elaine Hatfield, Jhon Cacioppo e Richard L. Rapson nel loro libro “Il contagio emotivo” (1997) spiegano come sia insita nella natura umana la tendenza ad imitarsi reciprocamente, a sincronizzare i propri corpi, le proprie azioni ed il modo di parlare gli uni con gli altri. Gli studiosi, nel loro libro riportano quanto segue: “le persone imitano le altrui espressioni di dolore, riso, sorriso, affetto, imbarazzo, disagio, disgusto, i balbettii, lo sforzo di raggiungere qualcosa, e così via, in un’ampia gamma di situazioni. Una tale mimica […] è un atto comunicativo, che trasmette un rapido e preciso messaggio non verbale a un’altra persona.” (Hatfield, Cacioppo e Rapson, 1994. Iacoboni 2008, p. 99).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa sincronia emotiva che ci caratterizza ha nella maggior parte dei casi una componente emozionale. Questo aspetto è facilmente riscontrabile nelle riprese video condotte da Frank Bernieri su giovani coppie, dalle quali si evince che le coppie che presentavano maggiore sincronia motoria erano anche quelle il cui rapporto emotivo risultava più forte. (Iacoboni, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche le misurazioni svolte dallo psicologo Ulf Dimberg risultano importanti in questo senso: egli svolse delle misurazioni delle attività dei muscoli facciali di soggetti che erano impegnati a guardare volti con espressioni felici o arrabbiate. Ne emerse che l’attività dei muscoli della guancia che vengono contratti per sorridere aumentava quando i soggetti osservavano dei volti che presentavano un’espressione felice, mentre l’attività dei muscoli della fronte che si contraggono quando subentra un sentimento di rabbia aumentava nel momento in cui i soggetti osservavano dei volti arrabbiati. (Dimberg, 1982). Un elemento da tenere in considerazione in questo esperimento, e che ci porta a parlare delle scoperte della psicologa Paula Niedenthal, sta nel fatto che non vi fossero interazioni faccia a faccia durante l’esperimento, bensì i soggetti osservavano solamente delle immagini. Emerge così la questione di quale sia il vero ruolo della mimica tra i soggetti nell’ambito specifico dell’esperimento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La risposta a questo quesito viene da uno studio condotto dalla psicologa sociale statunitense Paula Niedenthal, la quale nel suo esperimento chiese a due gruppi di partecipanti di notare i cambiamenti nelle espressioni facciali di altre persone. L’elemento più significativo dell’esperimento stava nel fatto che i componenti di uno dei due gruppi non potevano muovere in modo del tutto naturale il loro volto, in quanto gli venne chiesto di tenere una matita tra i denti. Questa decisione venne presa in quanto la matita tenuta tra i denti avrebbe limitato la capacità di sorridere, corrugare la fronte o svolgere qualsiasi altro movimento possa compiere abitualmente il nostro volto. Dall’esperimento ne risultò che coloro che trattenevano la matita tra i denti ebbero molta più difficoltà nel riconoscere le espressioni emozionali facciali, rispetto a chi invece aveva la possibilità di mimare espressioni senza impedimenti (Niedenthal, Barsalou, Winkielman, Krauth – Gruber e Ric, 2005). &nbsp;“Dunque, imitare gli altri non è solo una forma di comunicazione non verbale, bensì, in primo luogo, è qualcosa che ci aiuta a percepire le espressioni altrui (e quindi le loro emozioni)” (Iacoboni, 2008, p. 100).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I risultati di questo esperimento però possono apparire contro intuitivi dal momento in cui ci si aspetta che al fine di mimare un’espressione facciale emozionale, essa debba prima essere riconosciuta dal soggetto. Questo assunto risulta vero solo se si parte dal presupposto che la mimica debba per forza essere preceduta da un riconoscimento intenzionale, bensì la scoperta dell’esistenza dei neuroni specchio ci può fornire un’altra chiave interpretativa, ossia l’idea che in realtà sia la mimica a fornire e precedere il riconoscimento stesso. (Iacoboni, 2008, p. 100).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo meccanismo viene messo in atto dal momento in cui i neuroni specchio inducono ad una imitazione automatica e irriflessiva delle espressioni facciali osservate, e proprio questo meccanismo di imitazione non richiede necessariamente un riconoscimento esplicito per essere messo in atto. Una volta osservata l’espressione, i neuroni specchio inviano dei segnali ai centri emozionali situati nel sistema limbico del cervello (Iacoboni, 2008, p. 100). Dunque, l’attività neurale che si innesca dai segnali provenienti dai neuroni specchio, ci fa provare l’emozione associata all’espressione osservata ed è solo in questo momento che provando le emozioni internamente, si è in grado di riconoscerle in modo esplicito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Nel momento in cui ai partecipanti di uno dei due gruppi viene chiesto di tenere la matita tra i denti, l’attività motoria richiesta da questa azione interferisce con quella dei neuroni specchio che dovrebbero imitare espressioni facciali osservate. E viene così impedita anche la susseguente cascata di attivazioni neurali che porterebbe al riconoscimento esplicito delle emozioni.” (Iacoboni, 2008, p. 100).</span></div><div><b><i class="fs10lh1-5"><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">2.3 Il fenomeno della risonanza</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Si sente spesso parlare di risonanza quando entrano in campo i neuroni specchio. Da un punto di vista prettamente storico questo concetto fu introdotto dal fisico Christian Huygens, il quale notò come due pendoli collocati l’uno vicino all’altro sulla stessa parete, avevano la tendenza a sincronizzare il loro movimento oscillatorio assumendo lo stesso ritmo (Blanco, 2016, p. 149). In sostanza, il fenomeno della risonanza si verifica quando una forza esterna agisce su un sistema fisico con una frequenza capace di amplificare il moto del sistema stesso. (Blanco, 2016, p. 150).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un esempio esplicativo di questo fenomeno riguarda il moto oscillatorio dell’altalena dei parchi giochi. L’altalena ha una frequenza oscillatoria, e per spingerci una persona bisognerà necessariamente sincronizzare la spinta con il suo moto. L’intensità della spinta è irrilevante, ciò che conta invece è il momento in cui essa avviene, infatti, quando l’altalena ritornerà indietro al massimo della sua oscillazione, una piccola spinta aumenterà l’ampiezza dell’oscillazione stessa (Blanco, 2016, p. 150). “Tornando a parlare dei neuroni specchio, possiamo affermare che la risonanza è quel fenomeno che induce nell’osservatore la medesima attivazione neurale dell’osservato. In altre parole, l’osservato “risuona” nell’osservatore.” (Blanco, 2016, p. 150).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come detto in precedenza, osservando un soggetto compiere un’azione motoria, verrà provocata nell’osservatore la pre-attivazione degli stessi muscoli coinvolti nel movimento dell’osservato e questa risonanza risulterà inconsapevole. Il fenomeno della risonanza ci aiuta anche a comprendere come le esperienze passate influenzino le risposte del sistema mirror quando osserviamo movimenti di cui siamo più esperti, come per esempio i movimenti eseguiti da un calciatore entreranno maggiormente in risonanza con chi sarà esperto di quei movimenti. Questa “memoria” motoria viene chiamata da Rizzolatti, neuroscienziato e studioso, una “maniera primitiva di capire gli altri”[10]. Dunque, in riferimento alla capacità di applicazione dei neuroni specchio alla sfera dell’empatia e delle emozioni Rizzolatti si esprime come segue: “[…] La capacità del cervello di risuonare alla percezione dei volti e dei gesti altrui e di codificarli immediatamente in termini visceral-motori fornisce il substrato neurale per una compartecipazione empatica che, sia pure in modi e a livelli diversi, sostanzia e orienta le nostre condotte e le nostre relazioni interindividuali. […] Quali che siano le aree corticali interessate (centri motori o viscero-motori) e il tipo di risonanza indotta, il meccanismo dei neuroni specchio incarna sul piano neurale quella modalità del comprendere che, prima di ogni mediazione concettuale e linguistica, dà forma alla nostra esperienza degli altri. Lo studio del sistema motorio ci aveva indirizzato verso un'analisi neurofisiologica dell'azione che era in grado di individuare i<b> </b>circuiti neurali che regolano il<b> </b>nostro avere a che fare con le cose. La chiarificazione della natura e della portata del meccanismo dei neuroni specchio sembra ora offrirci una base unitaria a partire dalla quale cominciare a indagare i processi cerebrali responsabili di quella variegata gamma di<b> </b>comportamenti che scandisce la nostra esistenza individuale e in cui prende corpo la rete delle nostre relazioni interindividuali e sociali<sup>”. </sup>(Rizzolati, Senigaglia, 2016, pp. 183-184).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In questo passaggio si può notare come Rizzolatti faccia un appello alle scienze sociali, al fine di usufruire della scoperta dei neuroni specchio per poter indagare ad approfondire le implicazioni di tale scoperta nella sfera dell’agire sociale. In riferimento a ciò, Rizzolatti offre il suo contributo anche in merito all’apprendimento e al fenomeno dell’imitazione analizzato in precedenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Appare così chiaro come il sistema dei neuroni specchio svolga un ruolo fondamentale nell’imitazione, codificando l’azione osservata in termini motori e rendendo in tal modo possibile una sua replica. […] Tale sistema è condizione necessaria, ma non sufficiente per imitare. Ciò vale per la capacità non solo di apprendere via imitazione, ma anche di ripetere atti compiuti da altri e appartenenti al nostro patrimonio motorio. Perché vi sia imitazione è necessario un sistema di controllo sui neuroni specchio. E questo controllo deve essere duplice: facilitatorio e inibitorio. Deve facilitare il passaggio dall’azione potenziale, codificata dai neuroni specchio, all’esecuzione dell’atto motorio vero e proprio, ma deve essere anche in grado di bloccare un simile passaggio. […] L’esistenza di meccanismi di controllo sul sistema dei neuroni specchio è provata da parecchi dati.” (Rizzolatti, Senigaglia, 2016, pp. 139-145).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, la scoperta dei neuroni specchio risulta funzionale alle scienze sociali nella misura in cui, senza il sistema mirror, avremmo difficoltà a codificare e trovare il senso nelle azioni altrui e a condividere con gli altri i significati che si vengono a creare grazie al fenomeno della risonanza. I neuroni specchio rappresentano quindi una delle più significative basi biologiche della socialità, e risultano funzionali anche alla trasmissione di quel tipo di cultura che viene da sempre tramandata in modo diretto.</span></div><div><b><i class="fs10lh1-5"><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">2.4 Iacoboni: i neuroni specchio come collante fra sé e l’altro</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La teoria del neuroscienziato Marco Iacoboni, relativa al modo in cui i neuroni specchio diventano il collante neurale fra sé e l’altro, parte dallo sviluppo dei neuroni specchio nel cervello infantile. Secondo Iacoboni il comportamento imitativo dei genitori fa si che il cervello del bambino possa, ad esempio, associare alla vista di un volto che sorride il piano motorio necessario al sorriso. (Iacoboni, 2008, p. 118).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Di conseguenza, quando il bambino vedrà qualcuno sorridere, nel suo cervello verrà evocata l’attività neurale associata al piano motorio necessario per sorridere, con la simulazione di un sorriso.” (Iacoboni, 2018, p. 118).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo questa logica allora il sé e l’altro sono legati in maniera intrinseca dal funzionamento dei neuroni specchio; nel cervello infantile, infatti, i neuroni specchio sono formati proprio dalle interazioni fra sé e gli altri.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“È questo il concetto chiave da tenere a mente per comprendere il ruolo dei neuroni specchio nel comportamento sociale umano. Ha senso il fatto che, più avanti nella nostra vita, noi usiamo queste stesse cellule nervose per capire gli stati mentali altrui. Ma ha ugualmente senso il fatto che le usiamo per costruire un senso del sé, dato che queste cellule si originano in una fase precoce della vita, quando il comportamento delle altre persone è il riflesso del nostro stesso comportamento. Negli altri, con i neuroni specchio, vediamo noi stessi.” (Iacoboni, 2008, p. 118).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che Iacoboni teorizza come legame tra sé e l’altro attraverso i neuroni specchio ha in realtà delle basi empiriche: fu condotto uno studio su alcune coppie di bambini, in alcune coppie entrambi i bambini avevano già imparato a riconoscere la propria immagine allo specchio, mentre alcuni soggetti di altre coppie non erano ancora in grado di riconoscersi. I risultati di questo esperimento portarono a capire come le coppie già in grado di riconoscersi allo specchio avevano la tendenza ad imitarsi vicendevolmente in misura molto maggiore rispetto alle coppie di bambini che ancora non avevano sviluppato quella capacità. (Asendorpf, Baudonniere, 1993).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dai risultati di questo studio Iacoboni arriva ad affermare che l’auto riconoscimento e l’imitazione procedono di pari passo in quanto i neuroni specchio si vengono a formare nelle prime fasi della vita, mentre l’altro imita il sé.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Iacoboni afferma: “È ovvio che già alla nascita possediamo una certa dotazione di neuroni specchio, visti i dati di Meltzoff sull’imitazione dei neonati. Però la mia argomentazione si basa sull’assunto che il sistema dei neuroni specchio prenda forma in larga misura attraverso le relazioni imitative fra sé e l’altro, specialmente nel primo periodo di vita. […] Secondo la mia teoria, è logico che le coppie di bambini in grado di auto riconoscersi fossero anche quelle che si imitavano di più, dato che in entrambi i processi sono implicati i medesimi neuroni […].” (Iacoboni, 2008, p. 119).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Le relazioni sociali</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In quest’ultimo capitolo, vorrei analizzare in modo più approfondito il fenomeno delle relazioni sociali, già indirettamente affrontato nei capitoli precedenti, sia da un punto di vista neurosociologico, sia dal punto di vista della sociologia, per arrivare infine a coglierne e ad analizzarne i principali punti di congiunzione.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3. Sociologia e progresso neuroscientifico</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La sociologia nacque grazie al Positivismo di Auguste Comte (1798-1857), padre fondatore di questa corrente di pensiero nata in Francia nella prima metà dell’Ottocento<sup><sup>[11]</sup></sup>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Positivismo poneva la scienza a fondamento della conoscenza, estendendo il metodo scientifico della sperimentazione e della verifica dei fenomeni a tutti i campi del sapere. Per Comte, l’umanità aveva superato la fase teologica e metafisica ed era giunta allo stadio scientifico grazie a scienziati come Galileo e Cartesio. Comte, inoltre, è stato il primo a ipotizzare che le relazioni sociali possano essere studiate in termini scientifici poiché regolate da leggi naturali. Così, egli guardava alla sociologia quale scienza che, tramite analisi rigorosamente scientifiche della società, potesse risolvere i problemi sociali e le questioni politiche. Ma la fiducia nella scienza e nel progresso scientifico la ritroviamo anche in Émile Durkheim (1858-1917), altro padre della sociologia, il quale, nel suo trattato “<i>Per una definizione dei fenomeni religiosi”</i> del 1898, scriveva:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">«[…] La società ha un suo modo d'essere; dunque, un suo modo di pensare. Ha le sue passioni, sue abitudini, suoi bisogni che sono diversi da quelli particolari degli individui e che caratterizzano in modo preciso tutto ciò che essa concepisce. Perciò non dobbiamo sorprenderci se, in quanto individui, non ci ritroviamo in queste concezioni che non sono nostre e che noi non produciamo. Esse hanno un alone di mistero che ci inquieta. Questo mistero non riguarda l'oggetto stesso che esse rappresentano. Ciò è dovuto interamente alla nostra ignoranza. Si tratta in realtà di un mistero che gradualmente verrà fugato dai progressi scientifici. Solo ora la scienza comincia a penetrare in questo mondo chiamato religione. Quando saremmo in grado di comprendere come funziona la coscienza collettiva, tutte queste rappresentazioni perderanno la loro aura di mistero». (Durkheim, 1898).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Grazie alle moderne neuroscienze inizia ad avere le prime spiegazioni fisiologiche il concetto di “coscienza collettiva” postulato da Durkheim (cfr. sopra “<i>Per una definizione dei fenomeni religiosi”</i>). Questo dato non può lasciare indifferente il mondo delle scienze sociali, altrimenti il grande pregio della sociologia di essere scienza che studia l’agire umano e i fatti sociali scientificamente da diversi punti di osservazione, verrebbe meno nell’impianto teorico voluto dai suoi padri fondatori. Oggi possediamo le conoscenze di cui parlavano Comte, Durkheim e Mead ed è pertanto tempo di applicarle nello studio delle interazioni sociali, e perché no allo studio dei “fatti sociali” come il crimine e la devianza.</span></div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">3.1 Le relazioni sociali secondo il pensiero sociologico</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per poter svolgere una panoramica sommaria sul concetto di relazione sociale da parte della sociologia, si è preso in considerazione il manuale “Sociologia della relazione” scritto dal sociologo e filosofo Pierpaolo Donati. Verrà eseguita una rassegna delle varie definizioni che il concetto di relazione sociale ha fatto proprie nel corso del tempo per poterne definire i concetti chiave.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In linea generale, “[…] per “relazione sociale» si deve intendere la «realtà immateriale (che sta nello spazio-tempo) dell’interumano», ossia ciò che sta fra i soggetti agenti, e che – come tale – «costituisce» il loro orientarsi e agire reciproco per distinzione da ciò che sta nei singoli attori – individuali o collettivi – considerati come poli o termini della relazione.” (Donati, 2013, p. 41).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il sociologo, la realtà che si viene a delineare può essere intesa come “realtà fra”, ossia costituita da un insieme di elementi oggettivi e soggettivi che formano la sfera in cui vengono definite sia la distanza sia l’integrazione degli individui che stanno in società. (Donati, 2013).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa, secondo Donati, può essere considerata una definizione riassuntiva del concetto di relazione sociale, ma egli decide di studiare i significati e le valenze di tale concetto sia nell’epoca moderna che in quella post-moderna.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda la <i>modernità</i>, Donati riporta che nelle relazioni intersoggettive e generalizzate la relazione sociale è, in primo luogo, “[…] la referenza di un soggetto a un altro soggetto mediata dalla società (ovvero dalla cultura, stili di vita, interessi e identità) a cui i soggetti in relazione appartengono. Poiché è la società che offre ciò che è necessario per operare la mediazione (valori, simboli, regole, risorse strumentali), la relazione può assumere modalità assai variabili.” (Donati, 2013, p. 62).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È altresì vero che non si può certo ridurre la complessità di tale concetto a una sola “referenza”, essa è sì una referenza simbolica e intenzionale, ma comporta anche uno “scambiare qualcosa”, un’azione reciproca in cui qualcosa passa da un primo soggetto ad un secondo soggetto<i> </i>e viceversa, il che genera un qualche <i>legame reciproco.</i></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si genera qui l’idea che lo <i>scambio</i> sia “il nucleo generatore e il motore propulsivo delle relazioni sociali.” (Donati, 2013, p. 62).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Le relazioni che vengono viste come scambi possono configurarsi in tutti i modi in cui è possibile realizzare il passaggio di qualcosa fra i poli o soggetti della relazione. Questo passaggio (o scambio) crea una <i>nuova entità</i> o situazione che ha i caratteri della relazione (è la relazione che emerge dallo scambio). La società moderna può essere interpretata come scoperta e costruzione di questa prospettiva, dapprima entro orizzonti limitati e poi via via in senso sempre più generalizzato.” (Donati, 2013, p. 63).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente Donati svolge un’approfondita analisi riguardo il concetto di relazione sociale nel pensiero post-moderno, nel quale l’identità è definita attraverso e con la relazione, ossia attraverso il relazionamento ad un’alterità. &nbsp;Ciò significa che “[…] l’identità di una persona sta nel distinguersi nel riferimento agli altri (diversi da sé), cioè nel vedere la differenza, ma anche il fatto che la differenza si stabilisce attraverso un riferimento reciproco che, al di là della negazione logica, richiede riconoscimento e scambio.” (Donati, 2013, p. 58).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È importante notare come, a differenza del pensiero moderno, sia presente una sorta di emancipazione rispetto al concetto di relazione sociale e anche in riferimento al suo ruolo nell’indagine conoscitiva. Sotto un certo punto di vista, “è attraverso la sociologia che si compie a poco a poco quella rivoluzione epistemologica («relazionale») che porta a rivedere i quadri conoscitivi in modo tale che le identità (dei concetti, dei soggetti, delle azioni, e così via) siano sempre più definite «relazionalmente».” (Donati, 2013, p. 58).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’aspetto emancipativo di tale concetto, e l’importanza del suo ruolo all’interno della dinamica sociale e della scienza, si può constatare nel fatto che la relazione, non viene più vista come conseguenza dell’identità, bensì come <i>costitutiva</i> di quest’ultima. (Donati, 2013).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dunque, il pensiero sociale moderno, e poi quello contemporaneo (o post-moderno), sono caratterizzati dal fatto che considerano la relazione sociale come una categoria fondamentale del mondo sociale, “entro una cornice epistemologica volta a comprendere e spiegare come la società venga di fatto prodotta, in contesti e situazioni determinate, <i>«attraverso relazioni»”</i> (Donati, 2013, p. 59).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal punto di vista delle scienze sociali odierne, “la relazione sociale è quella referenza – simbolica e intenzionale – che connette i soggetti sociali in quanto attualizza o genera un legame fra loro, ossia in quanto esprime la loro «azione reciproca» (la quale consiste nell’influenza che i termini della relazione hanno l’uno sull’altro e nell’effetto di reciprocità emergente tra essi).” (Donati, 2013, p. 90).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’espressione “stare (o essere) in relazione” può assumere un significato statico o dinamico, ossia può voler significare, secondo la prima accezione, di trovarsi in un contesto dato, oppure al contrario di trovarsi in un contesto che genera nuove forme. Essere in relazione ha come conseguenza il fatto che i soggetti che fanno parte di tale scambio, agiscono l’uno in riferimento all’altro non solo orientandosi e <i>condizionandosi a vicenda</i>, bensì danno vita ad una connessione <i>a sé stante</i>, la quale<i> </i>in una certa misura dipende da un soggetto, in parte dall’altro, e in parte ancora è una realtà (effettuale o virtuale) che non dipende dai due, ma li «eccede». (Donati, 2013).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche se il concetto di relazione sociale è presente nel pensiero filosofico fin dall’antichità, è senz’altro corretto affermare che essa diventa oggetto di indagine scientifica solo con l’epoca moderna. Lo studio di tale fenomeno si declina quando quest’ultimo non è più visto come qualcosa di “dato” per natura, ma come qualcosa di <i>costruibile e variabile</i>. (Donati, 2013).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il concetto di relazione sociale resta uno dei concetti più complessi e insondabili, nonostante la sua apparente semplicità. “Sfugge soprattutto il senso e il modo in cui la relazione connette gli elementi di carattere organico (vitale) con quelli artificialmente costruiti, non potendo mai eliminare completamente né gli uni né gli altri.” (Donati, 2013, p. 52).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo Donati infatti: “il dilemma della sociologia sta in questo: che la relazione sociale è sia il prodotto delle concrete persone umane, sia ciò che le forgia, nel senso di dare loro una forma interiore e di comportamento esterno. Dal punto di vista della relazione, la persona umana è sia il generante sia il generato della società in cui vive. Questo è il paradosso della sociologia. Si tratta del paradosso – assai complesso – su cui si costruisce tutta la scienza sociale, la quale deve conoscere come le relazioni sociali siano il prodotto dell’agire umano e allo stesso tempo una realtà che, in quanto fenomeno emergente avente proprietà e poteri propri, lo condiziona.” (Donati, 2013, p. 41).</span></div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">3.2 Le relazioni sociali secondo la neurosociologia</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le relazioni sociali sono alla base dell’esistenza della nostra specie, ma prima di tutto risulta necessario specificare che è grazie alla nostra capacità di interagire socialmente che abbiamo potuto compiere quel salto di qualità che ci ha portato a superare qualsiasi mammifero, persino quelli più “vicini” a noi umani come gli scimpanzé. Infatti, grazie alla qualità e alla quantità di interazioni e relazioni sociali, i nostri progenitori hanno saputo costituire gruppi sociali sempre più numerosi ed efficienti in grado di garantirsi protezione reciproca e maggiore incisività nel procacciamento di cibo, di comprendere l’ambiente, di massimizzare la resa delle risorse disponibili, di procurarsi i mezzi necessari per difendersi, di inventare e costruire attrezzi, utensili e armi e, non da ultimo, di stabilire un ordine sociale di prevenzione e contrasto dei fenomeni devianti al fine di preservare la collettività. (Blanco, 2018).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da un punto di vista filogenetico, il sistema mirror potrebbe essersi sviluppato e affinato così come lo conosciamo oggi per due ragioni consequenziali: la prima perché, come abbiamo visto, attraverso il progresso l’uomo ha potuto dedicare molto tempo delle sue giornate alla sfera delle relazioni sociali, osservando gli altri suoi simili. La seconda, perché il continuo “esercizio” di osservazione e simulazione incarnata gli hanno permesso di potenziare sempre più il proprio sistema mirror.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Entrando nel merito dell’interazione sociale umana, grazie al sistema mirror ogni soggetto agente comprende, su un piano automatico e inconsapevole, le intenzioni, il movimento e le emozioni dell’altro. <i>Ciò significa che i cervelli dei soggetti agenti sono connessi in quanto l’esperienza interna (al corpo) è <b>condivisa</b>, l’uno nell’altro e viceversa. </i>Abbiamo un’interazione sociale ogni qualvolta entriamo in contatto con una persona con la quale abbiamo un legame affettivo, come il nostro partner, i nostri figli, nipoti, genitori, fratelli, amici oppure con individui con i quali passiamo buona parte delle giornate per ragioni di cooperazione, come i colleghi di lavoro. Inoltre, abbiamo interazioni sociali anche con persone che incontriamo frequentemente ma per brevissimi periodi di tempo, occasionalmente oppure casualmente. L’interazione sociale si realizza persino quando incrociamo per un secondo con lo sguardo un’altra persona. A livello impercettibile, il sistema limbico, in particolare l’amigdala, elabora in frazioni di secondo le informazioni relative allo sguardo, alla postura e all’andatura di persone osservate per pochi istanti, confrontandole con le memorie di esperienze passate. (Blanco, 2018).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo Cozolino, l’interazione sociale tra due persone è paragonabile all’interazione tra due neuroni che formano sinapsi [12]. Lo spazio fisico che separa due soggetti agenti, che egli chiama <i>sinapsi sociale</i>, è come la sinapsi neuronale. Nella sinapsi sociale, al posto dei neurotrasmettitori, troviamo i comportamenti che portano l’informazione sociale: un sorriso, un gesto, una frase, un movimento del corpo ecc. <i>Questi comportamenti producono modificazioni biologiche nelle persone che interagiscono e da ciò ne deriva il modellamento delle strutture cerebrali che avviene per mezzo dell’influenza reciproca (Cozolino, 2008).</i></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le relazioni sociali, dette anche relazioni interpersonali, sono date da una serie di interazioni sociali connotate da un legame che può essere affettivo, educativo o lavorativo. In sostanza, le relazioni sociali sono caratterizzate da un “vissuto” di interazioni sociali, dunque ciò che fa di un’interazione una relazione sociale è la presenza di un legame affettivo che sottende ad essa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le interazioni sociali sono da sempre oggetto di studio delle scienze che si occupano dell’agire umano. Tali scienze hanno formulato un’infinità di teorie in merito, m</span><span class="fs12lh1-5">a la sociologia e la psicologia sociale, rappresentano quelle discipline che hanno investito più di ogni altra in tale contesto.</span></div><div><b><i><br></i></b></div><div><b><i class="fs12lh1-5">3.3 Le relazioni sociali: sociologia e neurosociologia a confronto</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Uno aspetto che si vuole sottolineare è la presenza di una compatibilità che sottende ed accomuna la visione sociologica e quella neurosociologica. Queste ultime, seppur attraverso approcci di studio differenti ed in epoche diverse, approcciano allo studio di vari fenomeni sociali e ciò che ne risulta sono le analogie che si riscontrano. Ne è un esempio lo studio delle <i>relazioni sociali</i>, riportato nei paragrafi precedenti. La sociologia, come si è evidenziato, pone al centro il concetto di “scambio” quale nucleo generatore e motore propulsivo delle relazioni sociali. L’interazione viene vista come aspetto costitutivo dell’identità, e non più come conseguenza di essa. Lo studio di tale fenomeno si declina quando quest’ultimo non è più visto come qualcosa di “dato” per natura, ma come qualcosa di <i>costruibile e variabile</i>. (Donati, 2013).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Su un altro fronte invece la neurosociologia teorizza che le relazioni sociali producono modificazioni biologiche nelle persone che interagiscono e da ciò ne deriva il modellamento delle strutture cerebrali che avviene proprio per mezzo dell’influenza reciproca (Cozolino, 2008). Sostanzialmente, questa disciplina indaga come le interazioni sociali influenzino le strutture neurali e viceversa. Dunque, per la neurosociologia nulla risulta essere statico, bensì tutto si lega in un dinamismo in cui ciò che viviamo, le esperienze che facciamo e le interazioni che intraprendiamo possono influenzarci a livello biologico: ogni decisione intrapresa sul piano sociale potrebbe influenzarci sul piano neurale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Già attraverso questi assunti si può notare una certa concordanza con quanto detto in precedenza rispetto alla sociologia. In sostanza, abbiamo visto come secondo Cozolino ogni decisione intrapresa nella sfera sociale potrebbe influenzarci sul piano neurale, e dunque modellare il nostro essere, allo stesso modo come riporta Donati l’interazione viene vista come aspetto costitutivo dell’identità, e non più come conseguenza di essa. L’identità di una persona secondo Donati “sta nel distinguersi nel riferimento agli altri, cioè nel vedere la differenza, ma anche il fatto che la differenza si stabilisce attraverso un riferimento reciproco che, al di là della negazione logica, richiede riconoscimento e scambio.” (Donati, 2013, p. 58) E dunque con questa definizione l’autore esegue un passo avanti, definendo l’interazione non solo come quell’azione funzionale alla creazione di un’identità, bensì al fine di compiere tale azione si deve passare attraverso dei meccanismi, oltre che di relazione, anche di riconoscimento nell’altro e di condivisione di tale esperienza da parte dei soggetti coinvolti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Notiamo allora come entrambe le discipline attribuiscano all’interazione sociale un ruolo molto importante nella formazione del sé, l’una a livello biologico parlando di modellamento delle strutture neurali, l’altra a livello sociale in merito alla formazione di un’identità. <i>Entrambe le discipline vedono dunque le relazioni sociali come quell’esperienza condivisa l’uno nell’altro, che porta ad orientarsi e a condizionarsi vicendevolmente.</i></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ancora una volta, attraverso gli studi sociologici di tale fenomeno, riscontriamo lo stesso dinamismo per il quale nulla viene dato per certo o per assodato una volta per tutte, il nostro modo di guardare il mondo si modifica in un continuo divenire reso possibile, ancora una volta, esclusivamente dall’interazione con l’altro. Il dinamismo di tale accezione lo ritroviamo anche nelle parole di Donati, il q</span><span class="fs12lh1-5">uale riguardo al concetto di “stare in relazione” lo definisce come il trovarsi in un contesto che genera costantemente nuove forme.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso dell’elaborato si è voluta fornire una panoramica riguardo la nascita della neurosociologia in quanto disciplina, delle scoperte che ne hanno implementato i contenuti e dei principi che sottendono ad essa. Successivamente, ci si è concentrati sull’analisi delle analogie riscontrabili tra sociologia e neurosociologia, in particolare riguardo lo studio delle relazioni sociali da parte di entrambe le discipline, cercando di portare alla luce le eventuali corrispondenze presenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si è iniziato da uno studio della literature review, passando in rassegna le prime teorie neurosociologiche ed i primi autori coinvolti in tale studio, come per esempio Bogen e TenHouten, trattati nel capitolo primo, i quali attraverso il loro studio denominato “Rapporto sulla lateralizzazione emisferica” hanno portato alla luce la prima grande teoria neurosociologica. Si sono illustrati anche quegli autori che seppur non si siano mai occupati di neurosociologia in senso stresso, hanno senza dubbio apportato un significativo contributo a tale disciplina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Successivamente, nel capitolo secondo, si è trattato di neuroni specchio. Si è voluto dedicare un intero capitolo a tale argomento per sottolineare l’importanza di tale scoperta per la neurosociologia, in particolare per poter analizzare più nel dettaglio quanto già riportato attraverso le prime teorie neurosociologiche. Nello specifico, attraverso lo studio dei neuroni specchio si è potuto riportare a livello scientifico ciò che avviene a livello neurale durante l’interazione sociale, e dunque questo argomento risulta fondamentale nella misura in cui è funzionale ad integrare l’aspetto “neuro” all’aspetto sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infine, nell’ultimo capitolo, si è trattato più nello specifico di relazioni sociali, argomento già indirettamente affrontato nei capitoli precedenti in merito alle scoperte fatte nell’ambito della neurosociologia e dei neuroni specchio, e proprio grazie a quanto affrontato nei capitoli precedenti, si è potuto svolgere un parallelismo riguardo lo studio delle relazioni sociali a livello neurosociologico e lo studio delle relazioni sociali a livello sociologico. In particolare, ci si è voluti concentrare sulle varie accezioni di relazione sociale, e di come questo concetto sia mutato nel tempo, per arrivare poi nel paragrafo 3.3 a evidenziare alcune delle principali analogie che accomunano lo studio delle relazioni sociali da parte delle due discipline.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In conclusione, vorrei evidenziare gli aspetti di forza della neurosociologia, cercando di portare il mio punto di vista riguardo un’eventuale coesistenza, e perché no, riguardo al potenziale di un’eventuale coesione tra neurosociologia e sociologia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che ritengo essere il potenziale maggiore della disciplina neurosociologica, riguarda il suo aspetto di multidisciplinarietà: questa caratteristica potrebbe rappresentare la chiave di volta per arrivare ad una più completa conoscenza dei fenomeni sociali. Si è consapevoli di come la sociologia, la psicologia e l’antropologia, siano già consce dell’importanza di avere un punto di vista multiplo, che permetta di spaziare in ambiti di ricerca che, a primo impatto, risulterebbero inconciliabili. A questo proposito il sociologo Franco Ferrarotti nel 1986 già sosteneva come l’oggetto della ricerca non potesse più essere concepito in senso esclusivo come fosse proprietà privata di una singola scienza, bensì egli scriveva: “Sullo stesso “oggetto” della ricerca le varie discipline orientano e fanno convergere le loro risorse, di metodo e di sostanza, in modo da chiarirlo e interpretarlo secondo una molteplicità di ottiche. È dalla fecondazione reciproca di queste <i>ottiche differenziate, </i>dal loro intrecciarsi e dalla loro integrazione problematica che l’analisi e l’interpretazione dell’oggetto escono arricchite” (Ferrarotti, 1989, p. 21-22) [13].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E dunque, se nel corso della sua evoluzione la sociologia ha incontrato diverse discipline quali ad esempio la scienza politica, la biologia e la psicologia, penso che sia doveroso vagliare la possibilità di un incontro con le neuroscienze così come accaduto con la psicologia e con altre discipline in passato. In questo senso, un tentativo di sondarne i limiti trovo che potrebbe essere fruttuoso, se non obbligato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Bisogna comunque sottolineare come però, forti di un assunto biologico che ancora sembra avere grande potere nella comunicazione epistemologica, le neuroscienze evidenziano l’ovvio troppo spesso senza confrontarsi con la sociologia, laddove sembrerebbe passaggio obbligato. In questo contesto gerarchico in cui i saperi scientifici si aggiudicano spesso i primi posti, la neurosociologia può, a mio parere, invertire la tendenza che troppo frequentemente va a ricercare assunti scientifici all’interno della sfera sociale, ristabilendo un’interdisciplinarietà basata su un mutuo beneficio tra le due discipline, richiamando una bidirezionalità nel senso pieno del termine, seguendo lo stesso criterio per il quale natura e cultura si modellano e si plasmano vicendevolmente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il tentativo della neurosociologia dovrebbe essere, dunque, quello di avvalersi delle conoscenze delle neuroscienze per studiare fenomeni culturali e sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In virtù di ciò bisogna tenere presente che allo stato attuale della conoscenza neuroscientifica, non abbiamo ancora del tutto chiaro come la nostra coscienza emerga dall’attività del cervello, come spiega il neuroscienziato Chrisof &nbsp;Koch in un articolo pubblicato sulla rivista <i>Le Scienze</i> (gennaio 2018, numero 593), e proprio per questo motivo ogni tentativo di spiegare causalmente azioni sociali attraverso meccanismi cerebrali risulta insufficiente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per riportare un esempio, anche il postulato neurosociologico di Bogen e TenHouten, trattato nel primo capitolo, tende a vacillare in merito alla preferenza emisferica, in quanto non vi sono prove incontestabili di una presunta razionalità radicata nell’emisfero sinistro e che esso venga preferito rispetto al destro all’interno delle società occidentali. Bisogna anche considerare che il postulato non tratta solo di preferenza emisferica, bensì anche di presupposti logico cognitivi che si sviluppano in determinati contesti culturali, portando alla luce valenze di grande interesse sociologico, rendendo dunque questa teoria “neursociologica” nel senso pieno del termine . Vorrei concludere dunque ribadendo l’importanza di una necessità multidisciplinare d’approccio che la sociologia contemporanea è chiamata ad abbracciare, e la neurosociologia in questo senso deve tendere la mano alla sociologia, come prova del fatto che l’espansione della conoscenza porta all’integrazione dei saperi.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span><br></div><div><b><br></b></div><div><hr></div><div><b class="fs11lh1-5">Bibliografia</b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Blanco M. (2016),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Fondamenti di neurosociologia</span></i><i><span class="fs11lh1-5">,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Primiceri Editore, Padova</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cacioppo J. T. (2006),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Social Neuscience.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><i><span class="fs11lh1-5">People Thinking abot Thinking People</span></i><i><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">MIT Press, Cambridge-London</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cozolino L. (2006),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il cervello sociale</span></i><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Raffaello Cortina Editore,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Milano</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Donati P. (2013),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sociologia della relazione sociale,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Il Mulino, Bologna</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Franks D. D. (2013),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Handbook of Neurosociology</span></i><i><span class="fs11lh1-5">,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Springer, NY-London</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Franks D. D. (2016),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Neurosociology, The Nexus Between Neuroscience and Social Psychology</span></i><i><span class="fs11lh1-5">,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Springer, NY-London</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Gazzaniga M. (1985),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il cervello sociale. Alla scoperta dei circuiti della mente,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Giunti Barbèra, Firenze</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Iacoboni M. (2008),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">I neuroni specchio, come capiamo ciò che fanno gli altri</span></i><i><span class="fs11lh1-5">,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Bollati Boringhieri, Torino</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Jedlowski P. (2008),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Carocci editore, Roma</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rizzolatti G. (2016),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">In te mi specchio. Per una scienza dell’empatia</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rizzoli, Milano</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Rizzolatti G., Senigaglia C. (2006),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">So quel che fai</span></i><i><span class="fs11lh1-5">, il cervello che agisce e i neuroni specchio,</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">Raffaello Cortina Editore, Milano</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sciolla L. (2012),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sociologia dei processi culturali</span></i><span class="fs11lh1-5">, Il Mulino, Bologna</span></li><li><span class="fs11lh1-5">TenHouten W. D. (2007),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">A General Theory of Emotions and Social Life</span></i><i><span class="fs11lh1-5">,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Routledge, NY-London</span></li></ul><b><br></b><b class="fs11lh1-5">Sitografia</b><br></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">https://www.youtube.com/watch?v=02szjHTch98</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Conferenza tenuta da Giacomo Rizzolatti riguardo ai neuroni specchio e l’empatia. 22 settembre 2012</span></li><li><span class="fs11lh1-5">http://www.neurosociologia.it/cosa-e-la-neurosociologia.html</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5"> </span></div><div></div><div></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs11lh1-5">[1] www.neurosociologia.it</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Gli interventi di split brain consistevano nella resezione del corpo calloso, della commessura anteriore e di quella posteriore. Le commessure sono le fasce di nervi che uniscono i due emisferi, in particolare la commessura più estesa è chiamata “corpo calloso”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] Estratto da <i>George H. Mead. Mente, sé e società (</i>1936) (Formato Kindle, capitolo 1, paragrafo 4), 2010, Giunti</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] Il cui nome completo è <i>Street Completion Test</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[5] Fonte: http://www.neuropsicologia.it/content/view/101/90/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[6] Il cui nome completo è <i>Wechsler Intelligence Audult Scale</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">[7] Popolazione Amerinda ubicata nel sud ovest degli Stati Uniti</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[8] Il titolo originale è “The Social Brain: Discovering the Networks of the Mind.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[9] Questa convinzione aveva origine dal lavoro di Jean Piaget, una figura molto influente nel campo della psicologia evolutiva.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[10] Egli utilizza questo termine durante una sua conferenza: https://www.youtube.com/watch?v=02szjHTch98</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[11] Comte coniò il termine “sociologia” sperando di unificare tutte le scienze particolari come psicologia, storia, economia ecc.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[12] In neurofiologia, la sinapsi rappresenta la connessione funzionale tra due cellule nervose.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[13] Ferrarotti, F. (1968), <i>Manuale di sociologia</i>, Edizione Laterza 1989</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 18:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[8 marzo, la (non) Festa della Donna]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002E"><div class="imTALeft"><div><span class="fs11lh1-5">Editoriale della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Ufficio Comunicazione)</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Oggi non è il giorno per festeggiare. Ancora troppe battaglie per cui combattere.</b></div></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Oggi le piazze si riempiono di striscioni, manifestazioni, dibattiti e congressi. Oggi le donne vengono celebrate, ricordate, apprezzate e valorizzate. Oggi il mondo politico e istituzionale dedica un minuto di silenzio o poco più alla commemorazione delle vittime della violenza di genere. Solo oggi, non domani.</span><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Definire la Giornata internazionale dei diritti della donna come una “festa” lascia un indefinibile amaro in bocca</span><b>: l’ipocrisia del festeggiamento</b><span class="fs11lh1-5"> sottolinea la contraddizione della normalità a cui tanto si aspira.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Lungi dal realizzare una mera apologia al contrario, la volontà deve essere quella di soffermarsi sulla cospicua banalizzazione di un giorno che trasuda invece lotta. </span><span class="fs11lh1-5">Tra </span><b>discriminazioni, diseguaglianza sul lavoro e violenza</b><span class="fs11lh1-5"> sono ancora tante le battaglie per cui combattere.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Violenza di genere: negli ultimi 4 anni aumentati i “reati spia”</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale ha reso noti i dati relativi ai reati contro le donne nel nostro Paese. Nel quadriennio 2018-2021 si registra un calo dei femminicidi, ma un </span><b>aumento dei cosiddetti reati-spia</b><span class="fs11lh1-5">: stalking, maltrattamenti e violenze sessuali. </span><span class="fs11lh1-5">Nel 2021, gli omicidi volontari di donne sono stati 119, con una flessione del 16% rispetto al 2018, quando erano stati 141, ma una tendenza in crescita rispetto al 2020 (117) e 2019 (109). Rispetto al 2018, i dati dello scorso anno indicano invece un aumento dei reati di stalking (+18%), maltrattamenti contro familiari e conviventi (+30%) e violenza sessuale (2%). </span><span class="fs11lh1-5">Bisogna precisare che il dato indicato si riferisce al numero di segnalazioni a carico di soggetti denunciati/arrestati nelle varie annualità indipendentemente dal momento in cui l’evento/reato è stato consumato. Sussiste quindi uno </span><b>“sfasamento temporale”</b><span class="fs11lh1-5"> tra il momento della commissione del delitto e quello in cui, a conclusione dell’indagine, i presunti responsabili, individuati, vengono deferiti all’Autorità giudiziaria).</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">A questi dati va aggiunto il cosiddetto </span><b>numero oscuro</b><span class="fs11lh1-5">, ovvero l’ammontare dei reati commessi ma non denunciati né rilevati ufficialmente. Il numero dei delitti che vengono quotidianamente consumati è in genere superiore a quello che emerge in superficie e ciò inficia non poco le riflessioni che vengono fatte in relazione alla criminalità.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">Codice Rosso, Protocollo Zeus e il Programma Scudo</b><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il nostro Paese non ha una previsione penale specifica per la violenza di genere, in quanto la normativa punisce i reati di violenza sessuale, stalking o atti persecutori, nonché la violenza domestica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Con la legge chiamata “</span><b class="fs11lh1-5">Codice Rosso</b><span class="fs11lh1-5">” sono state inasprite le pene di diversi reati e sono state introdotte quattro nuove fattispecie di reato:</span></div><div class="imTALeft"><ul><li><span class="fs11lh1-5">la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti;</span></li><li>la deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti;</li><li>la costrizione o induzione al matrimonio;</li><li>la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.</li></ul><span class="fs11lh1-5">Nell’aprile 2018 è entrato in vigore il </span><b class="fs11lh1-5">Protocollo Zeus</b><span class="fs11lh1-5">, il cui meccanismo è molto semplice: quando alcune condotte iniziano a destare preoccupazione, il questore emette un “ammonimento” per stalking o violenza domestica. L’uomo viene convocato e gli si intima di interrompere ogni forma di aggressione; viene poi invitato a seguire un percorso di recupero in un centro specializzato nel contrasto alla violenza e per i conflitti interpersonali.</span><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Poco più di un anno fa, la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato in collaborazione con l'Arma dei Carabinieri, ha dato il via a un nuovo strumento volto alla lotta contro la violenza di genere, il </span><b>Programma Scudo</b><span class="fs11lh1-5">. L’obiettivo dell’applicativo è quello di ricostruire e collegare i diversi episodi che coinvolgono i presunti autori e le vittime nonché di effettuare il monitoraggio delle attività di pronto intervento a livello nazionale. Una sorta di banca dati in cui vengono annotati e condivisi elementi utili al contrasto alla violenza su donne e minori. Uno strumento, la cui utilità sarà valutabile nel corso dei prossimi anni, per il momento utilizzabile solo da Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza. Questo è sicuramente un aspetto da migliorare, dato che spesso chi interviene durante i litigi domestici sono gli agenti della polizia municipale e i vigili urbani, ai quali dovrebbe essere esteso l’utilizzo di tale applicativo.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs12lh1-5">8 marzo: gli strumenti della lotta</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Quando si parla di battaglie, spesso si focalizza l’attenzione sui problemi ma non sulle soluzioni.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5">Cosa fare? Da dove partire?</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Non possiamo rispondere se non </span><span class="fs11lh1-5"><i>dalle parole</i></span><span class="fs11lh1-5">. “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!" diceva Nanni Moretti in una celebre scena di un suo vecchio film. Chiamiamola </span><b class="fs11lh1-5">violenza </b><span class="fs11lh1-5">e non molestia: per la legge non è violenza solo un rapporto sessuale, ma anche un bacio, uno strusciamento o un toccamento senza consenso. E a questo punto mi rivolgo ai media, spesso rei consapevoli di un linguaggio colpevolizzante o sminuente nei confronti delle vittime.</span></div><div class="imTALeft"><b>Le parole corrette e le immagini rispettose per svolgere il diritto-dovere di cronaca esistono</b><span class="fs11lh1-5">, ma non piacciono abbastanza agli algoritmi del dolore. A volte però le parole, da sole, non bastano. “C’è davvero ancora molto da fare […] Dobbiamo volgere lo sguardo anche su altri attori di questi drammi. </span><b>Dobbiamo occuparci a fondo anche degli uomini maltrattanti</b><span class="fs11lh1-5">, dobbiamo capire da dove nasce la loro violenza, di quali stereotipi si è nutrita” sottolinea </span><b>Francesco Messina, direttore centrale anticrimine della Polizia di Stato.</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Oggi non è un giorno di festa. Oggi è il giorno in cui decidiamo di prendere consapevolezza che dobbiamo ancora vincere le nostre lotte.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Hillary Di Lernia</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs10lh1-5">ISF Ufficio Comunicazione</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs10lh1-5">*Riproduzione riservata*</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 19:46:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La violenza del sabato sera]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002C"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">2022, l’anno della violenza. Stupri di gruppo, rapine, aggressioni alle Forze dell’Ordine. L’”arancia meccanica” del sabato sera va in scena sotto l’occhio delle telecamere a circuito chiuso delle grandi città e sotto la lente degli smartphone che catturano un macabro video di ricordo. Inoltre, c’è un fenomeno urbano, quello della mancata di un pezzo di società. E la colpa è anche nostra. Alcune azioni, come la violenza sessuale di gruppo avvenuta la notte di Capodanno in Piazza del Duomo a Milano, fanno parte di vere e proprie strategie criminali a volte ispirate dalla rete. Ma c’è un ingrediente sempre presente che contribuisce a questa escalation di violenza che attraversa il nostro Paese nelle notti del sabato sera: le sostanze stupefacenti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">PopEconomy (canale Sky 512) ha intervistato il prof. Massimo Blanco, direttore generale dell’Istituto di Scienze Forensi, il dr. Corrado Macrì e il dr. Danilo Lazzaro, docenti e ricercatori alla Corporate University dell’Istituto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Guarda il servizio di PopEconomy (Sky canale 512): </span><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.popeconomy.tv/title/la-violenza-del-sabato-sera/" target="_blank" class="imCssLink">https://www.popeconomy.tv/title/la-violenza-del-sabato-sera/</a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 11:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Carnefici o principi azzurri? I molti volti della sindrome di Stoccolma]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002D"><div><span class="fs11lh1-5">Autori: dr.ssa Micol Trombetta e prof. Massimo Blanco (Istituto di Scienze Forensi)</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Se da un punto di vista giuridico il rapporto fra vittima e carnefice risulta essere ben definito, da un punto di vista psicologico il quadro è molto più complesso. D’altra parte, realizzare un’indagine coerente ed esaustiva su questo fenomeno è praticamente impossibile, dal momento che è impossibile replicare le condizioni di un sequestro in un laboratorio e controllarne le variabili.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A prescindere dal ruolo che rivestono, per comprendere al meglio la relazione, è necessario considerare l’interazione che si crea tra i due soggetti nella particolare situazione in esame. La personalità della vittima, quella del carnefice, i loro comportamenti e atteggiamenti, i sentimenti reciproci costituiscono la trama di ogni relazione, anche in un contesto critico in cui, nel caso in esame, un individuo viene privato della propria libertà. Basandosi su tali variabili, il presente elaborato si pone come obiettivo lo studio e l’analisi del fenomeno più paradossale e affascinante che può presentarsi durante un sequestro di persona: la sindrome di Stoccolma. Ormai appartenente al linguaggio comune, grazie alla cinematografia e ai media, questa definizione si riferisce ad una particolare situazione in cui la vittima di un sequestro o di un atteggiamento aggressivo, ovvero di qualsivoglia altro tipo di violenza, percepisca sentimenti positivi quali simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e, in alcuni casi, persino amore, nei confronti dell’aggressore o sequestratore, stabilendo un rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice. Dall’analisi dell’espressione “sindrome di Stoccolma”, ad un’interpretazione del fenomeno che riprende il pensiero di due pilastri delle discipline umanistiche quali Freud e Bowlby, l’attenzione è stata infine spostata sulla situazione opposta che ben si può rappresentare con una domanda: e se fosse il rapinatore a sviluppare un rapporto empatico nei confronti della vittima?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1. La sindrome di Stoccolma</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.1.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><b><span class="fs11lh1-5">Una “logica conseguenza di un’interazione umana positiva”</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">L’espressione “sindrome di Stoccolma” è stata coniata dal criminologo e psicologo Nils Bejerot per definire quella reazione emotiva al trauma sviluppata automaticamente a livello inconscio e legata al fatto di essere “vittima”. È utilizzata per indicare una situazione paradossale in cui la vittima di un sequestro o di un atteggiamento aggressivo, ovvero di qualsivoglia altro tipo di violenza, percepisca sentimenti positivi quali simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e, in alcuni casi, persino amore, nei confronti dell’aggressore o sequestratore, stabilendo un rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice. Si può definire come un particolare stato di dipendenza psicologica e affettiva in cui la vittima instaura un rapporto solido e di totale sottomissione volontaria verso colui che detiene il potere. L’espressione, quindi, indica il legame emozionale positivo, in alcuni casi prolungato fino all’innamoramento, che la vittima di un sequestro sviluppa nei confronti del suo rapitore, ove per “sequestro” si intende qualsiasi privazione della libertà personale operata da terzi contro la propria volontà, sia esso anche un “sequestro domestico”. Tale legame sembra essere una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, al trauma di divenire un ostaggio e porta alla percezione di sentirsi un gruppo unito contro gli estranei, una sorta di “noi contro di loro”, dove “noi” sono le stesse vittime e i sequestratori, e “loro”, le forze dell’ordine. Per suddetto motivo, tale fenomeno può coinvolgere anche i sequestratori che, a causa di un forte sentimento affettivo nei confronti del prigioniero, decidono di risparmiargli le sofferenze e la vita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È possibile evidenziare alcuni comportamenti tipici che si manifestano nelle vittime di tale sindrome:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">dimostrazioni di simpatia, affetto, empatia, attaccamento e, in alcuni casi, amore, nei confronti del o dei sequestratori;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">rinuncia alla fuga dal o dai rapitori, pur avendone la possibilità;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">rinuncia a qualsiasi tipo di collaborazione con la polizia o con altre autorità governative incaricate di provvedere all’arresto dei delinquenti;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">tentativi di compiacimento verso il rapitore;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">tendenza a giustificare e difendere l'operato del sequestratore;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">volontà di collaborare o assoggettarsi al volere dei delinquenti.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">La manifestazione della sindrome di Stoccolma è direttamente dipendente dalla personalità del sequestrato. I casi di soggetti rapiti che non hanno manifestato la sindrome vengono descritti come individui dalla personalità forte e dominante, con radicate convinzioni, capaci di mantenere la propria identità e un rapporto affettivo e di fiducia con la realtà esterna. Grazie a questo sono stati in grado di operare un adattamento costruttivo alla situazione che ha permesso l’accettazione di essa senza subirla totalmente. Inoltre, difficilmente si manifesta in soggetti che, per svariati motivi, tra cui, ad esempio, il tipo di lavoro che svolgono, sono portati a prevedere un evento del genere nella propria vita. Pertanto, essi, non essendo colti di sorpresa, non si abbandonano al panico, entrando in una sorta di emergenza psichica che favorisce la dinamica di annullamento e, di conseguenza, inibisce lo sfociare della sindrome. &nbsp;È altamente più probabile che essa si presenti, quindi, in soggetti con personalità fragili, non ben strutturate, poco solide, ove il lavoro di manipolazione svolto dal sequestratore al fine di depersonalizzare la vittima, spingendola a credere che nessuno arriverà a salvarla, troverà un terreno assai fertile.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sulla base di quanto appena descritto, è possibile affermare che la sindrome di Stoccolma consta di tre fasi che indicano le condizioni comuni determinanti per l’origine di questo legame:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">sviluppo di sentimenti positivi da parte dell’ostaggio verso il suo sequestratore. Infatti, secondo diversi studi in ambito di analisi comportamentale è emerso che dimostrazioni di cortesia da parte dei sequestratori come, per esempio, provvedere al nutrimento procurando i viveri o permettere l’utilizzo dei servizi igienici, abbiano un impatto positivo sulla psiche del sequestrato, che si sente riconoscente per un favore ricevuto tanto da arrivare a compatire e giustificare i comportamenti del suo carnefice;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">sviluppo di sentimenti negativi da parte dell’ostaggio verso la polizia o altre autorità governative incaricate di provvedere all’arresto del sequestratore. In tal caso, nello stadio iniziale, quando la vittima inizia ad accettare e a temere realmente per la situazione che sta vivendo, la sua psiche trova un appiglio: “verrà qualcuno a salvarmi”. Questo crea nella vittima la certezza che siano le autorità ad intervenire e a portarla in salvo. Il tempo spesso viene percepito in modo errato; dunque più il tempo passa, più nella vittima si innesca un sentimento automatico che tende a rinnegare le autorità e l’aiuto che tarda ad arrivare e resta latente. Pertanto, la vittima inizia a sentire che la sua vita dipende direttamente dal rapitore, portandola a sviluppare un attaccamento psicologico verso di lui.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Ad un livello successivo, invece, quando si raggiunge un grado maggiore di empatia e attaccamento tra i due soggetti, la vittima può manifestare sentimenti di paura nei confronti di colui che, in realtà, rappresenta la salvezza, la via d’uscita. Il legame creatosi è così forte che il sequestrato arriva a temere per l’incolumità del sequestratore. Inoltre, vittima e carnefice condividono la medesima situazione di isolamento dal mondo esterno. Tale situazione di condivisione scatena nell’ostaggio un sentimento di avversione nei confronti di chi deve salvarlo “invadendo” il suo spazio, il suo luogo di condivisione. Per tale motivo, spesso, la vittima si presta ad aiutare il suo rapitore;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">reciprocità dei sentimenti positivi da parte dei sequestratori nei confronti dei prigionieri.</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">Qui si delinea un rapporto di fiducia reciproca, soprattutto da parte dell’ostaggio che crede nell’umanità del suo rapitore, il quale non compie atti violenti nonostante abbia la possibilità di farlo.</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Statisticamente, questo fenomeno si rinviene frequentemente in donne e bambini vittime di violenza e abusi, in persone particolarmente devote ad un determinato culto, nei prigionieri di guerra o nei reclusi in campi di concentramento. Secondo il famoso ente investigativo di polizia federale americano, il Federal Bureau of Investigation (FBI), l’8% dei casi di sequestro di persona è caratterizzato da questa particolare condizione psicologica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È possibile attribuire un “sano” sviluppo di tale sindrome a due fattori fondamentali: la creazione di un legame positivo e il tempo. Un contatto positivo determinato dall’assenza di esperienze negative e maltrattamenti, quali percosse, violenze fisiche e psicologiche o abusi, correlato ad una prolungata convivenza con l’autore del sequestro, porterà, in alcuni casi, alla nascita di sentimenti positivi non confondibili con una classica riconoscenza nei confronti del delinquente che non si è dimostrato violento. Una durata prolungata del sequestro porta ad una maggiore conoscenza del carnefice, ad una più semplice instaurazione di un rapporto che permetta di entrare in confidenza con quest’ultimo, incrementando la simpatia e l’attaccamento nei suoi confronti. Pertanto, è possibile sostenere che la sindrome di Stoccolma sia una “logica conseguenza di un’interazione umana positiva” (Monzani, 2016). Ciò significa che il fenomeno in questione è fondamentalmente di carattere relazionale, per cui determinato dalla relazione instaurata tra sequestrato e sequestratore e dalle particolari condizioni del contesto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo il parere di diversi studiosi, gli elementi che contraddistinguono questa alleanza non sono particolarmente determinanti, qualificanti e, si potrebbe dire, esclusivi da legittimare un inquadramento nosografico della situazione a pari livello di altri fenomeni scaturiti da circostanze di privazione della libertà personale di un soggetto ad opera di terzi. Questo perché, ad oggi, gli elementi utilizzati</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">per attribuire una spiegazione al fenomeno, ovvero per comprendere il motivo per cui si instauri tale alleanza, in realtà ne rappresentano l’effetto alla base del quale sarà necessario determinare una causa; causa che è stata appunto individuata nell’interazione umana positiva. Il legame che si viene a creare rappresenta unicamente l’effetto della sindrome e, in quanto tale, non fornisce alcuna spiegazione causale. Inoltre, studi specialistici hanno considerato che, di fatto, sentimenti positivi come empatia, affetto e amore non possono essere classificati sintomi specifici di un disturbo psichiatrico, nonostante essi siano rivolti ad un personaggio ambiguo. Durante la stesura della quinta edizione del DSM</span><span class="fs11lh1-5">[1]</span><span class="fs11lh1-5">, gli esperti hanno valutato l’inserimento della sindrome di Stoccolma in una sezione specifica del manuale. Hanno poi stabilito che, nonostante la denominazione e la descrizione di essa come condizione psicologica, in realtà non presenti i requisiti necessari e indispensabili per essere considerata quale patologia clinica, ovvero malattia psichiatrica. Dunque, in mancanza di studi scientifici sull’argomento e non rientrando tra le condizioni psichiatriche, non vi sono criteri validati per poter formulare una diagnosi vera e propria e n</span><span class="fs11lh1-5 cf2">on esiste alcun piano terapeutico specifico per chi soffre della sindrome di Stoccolma; gli esperti del comportamento umano ritengono essenziale il tempo e il supporto, l’affetto e la presenza della rete familiare e sociale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.2.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><b><span class="fs11lh1-5">La rapina alla Sveriges Kreditbanken</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nils Bejerot coniò il termine “sindrome di Stoccolma” in seguito ad un fatto di cronaca che sviluppò in lui, e nell’opinione pubblica, un grande interesse.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Svezia, 23 agosto 1973, ore 10:15. Jan Erik Olsson, 32 anni, in permesso dal carcere della capitale svedese dove era detenuto per furto, tentò di rapinare la Sveriges Kreditbanken. Armato di mitra, entrò in banca e sequestrò nella camera di sicurezza quattro persone: la cassiera Elisabeth, 21 anni, la stenografa Kristin, 23 anni, Brigitte, 31 anni, impiegata, e Sven, 25 anni, assunto da pochi giorni. Come prima cosa richiese alle forze dell’ordine di essere affiancato da Clark Olofsson, 26 anni, uno dei più noti criminali svedesi del momento. Successivamente, Olsson diede inizio al suo piano esclamando: «La festa è solo all’inizio!». Mentre le forze dell’ordine tentavano di negoziare il rilascio degli ostaggi, all’interno della banca iniziarono a crearsi particolari relazioni e rapporti di affetto reciproco tra sequestratori e vittime, uniti dalla volontà di proteggersi a vicenda. Il sequestro terminò cinque giorni dopo, il 28 agosto 1973, senza utilizzo di forza da parte della polizia, con la desistita pacifica dei rapitori e il rilascio delle vittime incolumi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Questo fatto rappresenta il primo avvenimento di cronaca nera a essere diffuso dalle televisioni in tutta la Svezia e il primo caso in cui le vittime dimostrarono un atteggiamento totalmente imprevisto. Una volta rilasciate, dopo oltre centotrenta ore di sequestro, esse vennero supportate a livello psicologico. Dai colloqui svolti con i terapisti e i medici, emerse quanto loro temessero maggiormente l'azione della polizia che i loro sequestratori, in quanto essi non avevano adottato comportamenti violenti. Ciò si evince dalle parole dell’ostaggio Kristin in collegamento con gli agenti all’esterno della banca: «Lo capite che non ho paura di Clark e di quell’altro tizio, lo capite che ho solo paura della polizia? Ci crediate o no noi qui non stiamo male». Sostanzialmente, nei confronti dei delinquenti provavano un sentimento positivo, di gratitudine, in quanto avevano “restituito loro la vita”. &nbsp;Inoltre, dichiararono di continuare a manifestare simpatia e affetto verso di loro, tanto da recarsi in carcere a fargli visita. Addirittura, una delle impiegate divorziò dal marito per potersi sposare con uno dei due rapinatori. Dalla prigione Olsson disse: «La colpa è degli ostaggi. Facevano tutto quello che dicevo. Se si fossero ribellati, forse non sarei qui. Perché nessuno di loro mi è saltato addosso? Hanno fatto in modo che uccidere fosse difficile. Ci hanno fatto vivere insieme giorno dopo giorno, come capre, in quella sporcizia. L’unica cosa da fare era conoscersi». Oggi, ancora, racconta in modo positivo il rapporto con le vittime: «Gli ostaggi mi erano sempre più o meno vicini, praticamente mi proteggevano e così la polizia non poteva spararmi. Anche quando andavano in bagno, dove la polizia avrebbe potuto intervenire per salvarle, alla fine tornavano sempre».</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.3.</span><span class="fs11lh1-5"> </span></b><b><span class="fs11lh1-5">Casistica</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">A partire dai primi anni Settanta, con la coniazione del neologismo, è stato possibile attribuire diverse vicende alla sindrome di Stoccolma. Di seguito, ne verranno analizzate alcune.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3">Il 4 febbraio 1974, la ricca ereditiera</span><span class="fs11lh1-5 cf3"> </span><span class="fs11lh1-5 cf4">Patricia Campbell Hearst fu rapita</span><span class="fs11lh1-5 cf4"> </span><span class="fs11lh1-5 cf3">nel suo appartamento situato a Berkeley, in California, dai membri del Symbionese Liberation Army</span><span class="fs11lh1-5 cf3">[2]</span><span class="fs11lh1-5 cf3">. I rapitori, tre giorni dopo, scrissero una lettera definendo la ragazza una prigioniera di guerra; allegata al testo c'era una carta di credito di Patricia. Fra le condizioni poste vi era quella che tutti i messaggi fossero resi pubblici attraverso i media. Cinque giorni dopo chiesero un riscatto di 400 milioni di dollari, che dovevano essere distribuiti ai bisognosi delle strade californiane. Il 3 aprile la famiglia ricevette un'altra comunicazione tramite un nastro, in cui si sentiva la voce registrata della donna che affermava: «Mi è stata data la scelta di essere rilasciata in una zona sicura o di unirmi alle forze dell'Esercito di Liberazione Simbionese per la mia libertà e la libertà di tutti i popoli oppressi. Ho scelto di restare e di lottare».</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 10 giugno del 1991, in California, l’undicenne Jaycee Dugard fu rapita e tenuta prigioniera per diciotto anni da Philip Garrido e sua moglie Nancy. Il lungo sequestro fu segnato da violenze e abusi sessuali dai quali nacquero due figli. Nonostante le condizioni in cui si trovasse, non tentò mai la fuga neppure quando più volte le si presentò l’occasione, partecipando perfino alle attività sociali e alle cene che la famiglia Garrido organizzava con amici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 2 marzo 1998, l’austriaca Natascha Kampusch, 10 anni, fu rapita da Wolfgang Přiklopil e tenuta prigioniera per circa otto anni; in questo lasso di tempo, Natascha ebbe più volte occasione di fuggire, ma preferì rimanere col sul rapitore, in quanto, a suo dire, quest'ultimo non le faceva mancare nulla. Decise successivamente di abbandonare il suo sequestratore a causa di un litigio. La ragazza, in una recente intervista ha affermato di essere addirittura dispiaciuta per la morte di Wolfang, avvenuta per suicidio, e ricorda così quell’evento:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5 cf3">«</span><span class="fs11lh1-5 cf4">Stavo camminando verso la scuola, vidi quel furgone bianco, e quell’uomo. Ebbi una paura irrazionale, ricordo la pelle d’oca. Ma mi dicevo tra me: “Niente paura, niente paura”. Quante volte mi ero vergognata della mia insicurezza: avevo dieci anni, vedevo gli altri bambini più indipendenti. Ero piccola, in quell’istante mi sentii sola, minuscola, impreparata. Ebbi l’impulso di cambiare lato della strada, non lo feci. Poi i miei occhi incontrarono quelli di quell’uomo, erano azzurri, aveva i capelli lunghi, sembrava un hippy degli anni Settanta. Pensai che lui sembrava quasi più debole di me, più insicuro. Mi passò la paura. Ma proprio quando stavo per superarlo lui mi prese, mi lanciò nel furgone. Non so se gridai, se mi difesi. Non lo so, non lo ricordo</span><span class="fs11lh1-5 cf3">».</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In Italia, famosa fu la storia di Giovanna Amati, pilota automobilistica, figlia dell'industriale cinematografico Giovanni Amati e dell'attrice Anna Maria Pancani. La donna fu sequestrata nella villa di famiglia nel febbraio 1978. Il padre, dopo svariate trattative, pagò un riscatto di 800 milioni di lire e la figlia fu liberata il successivo 27 aprile. Si sostiene che, durante la prigionia, la Amati si fosse invaghita di uno dei suoi rapitori, il marsigliese Jean Daniel Neto, arrestato qualche giorno dopo la liberazione della vittima.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2. L’interpretazione del fenomeno</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.1. I meccanismi di difesa</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcuni studiosi adottano una chiave di lettura di tipo psicoanalitico, sostenendo che il legame affettivo patologico, tipico della sindrome, rappresenti una risposta di difesa inconscia al traumatismo e non una scelta razionale per permettere alla vittima di mettersi in salvo. Per sua caratteristica, in situazioni negative e ostili, nella mente umana si attivano i cosiddetti “meccanismi di difesa” per fronteggiare l’evento con la minima sofferenza possibile. I processi che permettono l’attivazione di questa difesa sono di natura inconscia. Il primo che trattò questo argomento fu Sigmund Freud, uno dei padri della moderna psicologia e fondatore della psicanalisi, nel suo saggio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Le neuropsicosi da difesa</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(1894).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Al fine di comprendere al meglio i meccanismi di difesa, nonché il pensiero di Freud, è doveroso descrivere la teoria del</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">modello strutturale</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">della personalità formulata dallo stesso nel 1922. &nbsp;In seguito al</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">modello topografico,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">secondo il quale l’apparato psichico è diviso in tre sistemi,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">conscio</span></i><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">preconscio</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">inconscio</span></i><span class="fs11lh1-5">, Freud sostiene che l’apparato psichico sia formato da tre</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">istanze</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">o</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">strutture</span></i><span class="fs11lh1-5">:</span></div><div><ul type="square"><li><span class="fs11lh1-5">L’</span><i><span class="fs11lh1-5">Es</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">corrisponde all’inconscio, è la parte primitiva e inaccessibile della mente umana contenente gli istinti, le pulsioni, le emozioni represse, i desideri, è infatti governata dal principio del piacere.</span><sup><sup>[3]</sup></sup><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Questa struttura è &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;perennemente in conflitto con le altre, l’Io e il Super-io.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">L’</span><i><span class="fs11lh1-5">Io</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">è l’istanza centrale che regola il passaggio dei contenuti inconsci alla coscienza, decidendo quali possono accedervi perché accettati socialmente e quali, invece, sono vietati in quanto immorali, devianti o dolorosi per se stessi. La sua funzione è, quindi, il mantenimento di un equilibrio tra Es e Super-Io. L’assenza di tale equilibrio comporta la manifestazione di un sentimento di angoscia che l’Io, appunto, cerca di moderare ricorrendo ai meccanismi di difesa. L’Io è governato dal principio di realtà.</span><sup><sup>[4]</sup></sup></li><li><span class="fs11lh1-5">Il</span><i><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span></i><i><span class="fs11lh1-5">Super-Io</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">corrisponde alla coscienza morale, all’etica. Rappresenta le norme sociali, quindi ciò che è socialmente corretto.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Lo sviluppo delle istanze psichiche e dei meccanismi di difesa è individuale, varia da soggetto a soggetto nel corso della vita e dipende da molti fattori: genetici, familiari, ambientali, esperienziali, educativi, culturali. Di seguito si elencano alcuni tra i più conosciuti meccanismi di difesa freudiani.</span><br><ul type="square"><li><i><span class="fs11lh1-5">Rimozione</span></i><span class="fs11lh1-5">:</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">l’Io</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">sposta a livello inconscio contenuti mentali inaccettabili, non sopportabili o che procurerebbero troppo dolore, impedendo a loro di accedere alla coscienza, così da evitare sofferenze. Tali contenuti, ad eccezione di casi particolari che fungono da stimolo, oppure attraverso specifiche terapie ipnotiche, non potranno più comparire consciamente in quanto completamente rimossi. Tuttavia, non vengono totalmente cancellati dalla mente, ma esiliati nell’inconscio.</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Spostamento</span></i><span class="fs11lh1-5">: il soggetto rimanda temporaneamente un pensiero che lo turba. Esso non viene cancellato o &nbsp;&nbsp;rimosso ma momentaneamente tralasciato per essere affrontato quando l’individuo si sentirà pronto. Altra manifestazione di questo meccanismo è lo spostamento della pulsione da un oggetto a un altro che lo sostituisce e che è</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">socialmente accettabile.</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Scissione</span></i><span class="fs11lh1-5">: si intende un meccanismo deleterio secondo cui il soggetto scinde, separa nettamente il mondo in due parti, ciò che è buono e ciò che è cattivo. Non riesce a comprendere che all’interno di ogni contesto, ogni avvenimento, ogni persona, coesistono aspetti positivi e negativi.</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Proiezione</span></i><span class="fs11lh1-5">: il soggetto proietta i suoi contenuti mentali ed emotivi inaccettabili che lo turbano o che rifiuta verso l’esterno, specialmente verso altre persone. L’Io proietta nella realtà esterna i contenuti minacciosi della propria realtà interna.</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Negazione</span></i><span class="fs11lh1-5">: l’individuo, pur esprimendo un desiderio, un pensiero, un sentimento rimosso fino a quel momento, continua a difendersi da esso negando che gli appartenga.</span><sup><sup>[5]</sup></sup></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Isolamento</span></i><span class="fs11lh1-5">: quando il pensiero o il comportamento</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">vengono privati delle loro connessioni con altri pensieri e comportamenti.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">L’Io intende allontanarsi da contenuti conflittuali, eliminando le connessioni associative con altri contenuti collegabili ad un certo pensiero o comportamento.</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">Conversione dell’opposto</span></i><span class="fs11lh1-5">: processo che tramuta la meta pulsionale nel suo opposto. Un esempio lampante è il caso dell’identificazione con l’aggressore.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Di fronte alla privazione della libertà e alla sottomissione, nella vittima scaturiscono meccanismi di difesa volti a proteggere il sé. Quando il sé è minacciato, l’Io deve adattarsi e permettere il corretto funzionamento della personalità anche durante esperienze dolorose o di forte stress. Ogni meccanismo di difesa elencato precedentemente può essere osservato all’interno di una dinamica di relazioni che coinvolgono autore di reato, vittima e vari personaggi connessi alla vicenda. È possibile affermare che i meccanismi maggiormente riconducibili alla sindrome di Stoccolma sono due: la rimozione e la conversione dell’opposto, ai quali si aggiunge un altro concetto espresso nella teoria psicoanalitica, ovvero la regressione ad uno stato infantile.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella regressione, la priorità della conservazione mette in atto funzioni istintive di carattere infantile, così il sentimento reattivo della vittima si concretizza in un atteggiamento volto a provocare protezione e cura nei confronti del persecutore. Questo meccanismo è strettamente legato alla sottomissione in cui si trova l’ostaggio che si sente simile a un neonato, completamente dipendente per i bisogni primari al suo carnefice. Egli, attraverso comportamenti meno maturi, cerca di suscitare nel secondo sentimenti di pietà e compassione che lo spingano ad offrirgli sempre le cure necessarie. Si fa riferimento alla figura del neonato, e non a quella di un bambino di quattro o cinque anni, proprio per sottolineare lo stato di dipendenza estrema e il sentimento di paura che prova la vittima verso il mondo esterno identificato nelle forze dell’ordine e verso una possibile separazione dal “genitore” rappresentato dal delinquente. Questo processo nasce, quindi, dalla consapevolezza di essere letteralmente nelle mani dell’altro, da cui deriva il comportamento finalizzato a ricevere cura e protezione da parte del sequestratore che diventa una sorta di caregiver.</span><sup><sup>[6]</sup></sup></div><div><span class="fs11lh1-5">La conversione dell’opposto, ovvero l’identificazione con l’aggressore, permette che la natura ostile del persecutore venga distorta, accettando psicologicamente ciò che egli compie senza soccombere. Si tratta di un meccanismo di difesa assunto dall’Io per proteggere se stesso dalle figure autoritarie che gli provocano ansia. L’ostaggio si immedesima nell’altro per superare l’avversione nei suoi confronti e tollerare la situazione, inizia a condividere il medesimo punto di vista, accettando più serenamente la privazione della propria libertà e la dipendenza da un’altra persona.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.2. La dipendenza affettiva</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcuni studiosi ritengono che il legame sviluppatosi tra vittima e carnefice abbia alla base uno stato di dipendenza concreta. Gli individui sequestrati dipendono totalmente dai loro sequestratori</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">non solo perché la loro possibilità di vivere è nelle mani del delinquente, ma anche perché esso provvede ai loro bisogni primari, fornendo tutto ciò che è essenziale per la loro sopravvivenza. Questa dipendenza affettiva, come esposto precedentemente, si manifesta maggiormente in soggetti “predisposti”, spesso in relazione ad una personalità disturbata e debole.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In un’ottica psicologica-clinica appare interessante indagare gli stili di attaccamento e i profili comportamentali dei soggetti che hanno vissuto lo stato di identificazione vittima-carnefice, alla luce dei modelli di attaccamento infantile. Tale concetto è espresso dallo psichiatra John Bowlby nella teoria dell’attaccamento, in relazione alle motivazioni intrinseche che legano il bambino ad una figura primaria. “Il bambino è il padre dell’adulto”: ciò che l’adulto è oggi, è il risultato di esperienze e di relazioni vissute durate l’infanzia e l’adolescenza all’interno del proprio ambiente di vita, con figure parentali e di riferimento. Ciò che si sviluppa nei primi anni di vita, la tipologia di relazioni che si instaurano, determinano lo sviluppo in una direzione normale e adatta oppure negativa e deviante. Bowlby, con il termine “attaccamento”, indica il legame affettivo-emotivo che si sviluppa a partire dai primi mesi di vita tra il bambino e il caregiver. Il fanciullo non cerca la sua figura di riferimento, di norma la madre, unicamente per il nutrimento, ma vuole il legame, o meglio l’attaccamento a lei, motivato dalla ricerca di protezione, di calore e di affetto. Le ragioni che spingono il minore verso il suo caregiver sono comuni in tutti i bambini, ma ciò che assume caratteristiche di variabilità è la risposta da parte della figura di riferimento. Bowlby individuò quattro tipi di attaccamento:</span><br><ul type="square"><li><i><span class="fs11lh1-5">sicuro</span></i><span class="fs11lh1-5">, ovvero stabile ed equilibrato, basato sull’amore, indice di uno sviluppo adattativo sicuro e con relazioni affettive stabili;</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">insicuro-evitante</span></i><span class="fs11lh1-5">, fondato sull’evitazione del fanciullo da parte dell’adulto e su uno stato di insicurezza e sfiducia, stati d’animo che andrà poi a sviluppare nel corso della vita;</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">insicuro-ambivalente</span></i><span class="fs11lh1-5">, in cui si presenta un’ambivalenza tra i sentimenti di amore e odio. Il caregiver alterna momenti in cui ama il bambino a momenti in cui lo rifiuta. Nello sviluppo della propria personalità, il soggetto interiorizzerà questa scissione, reiterandola nelle relazioni adulte;</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">disorganizzato</span></i><span class="fs11lh1-5">, ovvero un attaccamento traumatico basato su maltrattamenti e violenze. Da adulto, il soggetto potrebbe manifestare il meccanismo di identificazione con l’aggressore e, quindi, riproporre su altri ciò che lui, in primis, ha vissuto.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Gli adulti ripropongono le relazioni interiorizzate nell’infanzia grazie a modelli operativi interni</span><sup><sup>[7]</sup></sup><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che riguardano il modo più probabile in cui ciascuno risponde all’altro con il variare delle condizioni ambientali. Tali rappresentazioni mentali sono quelle che indicano le modalità di comportamento in quelle situazioni in cui un soggetto si prende cura di un altro. L’elemento di continuità delle relazioni non è dato semplicemente dalla riproposizione di quelle relazioni che hanno caratterizzato l’infanzia del genitore, ma soprattutto dal modo in cui l’adulto le ha rielaborate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In seguito alla somministrazione dell’“Adult Attachment Interview”</span><sup><sup>[8]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">, gli psicologi Mary Main e Ruth Goldwyn identificarono diverse classificazioni principali di attaccamento nell’adulto:</span><br><ul type="square"><li><i><span class="fs11lh1-5">soggetti autonomi o sicuri</span></i><span class="fs11lh1-5">, quando la relazione è positiva;</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">soggetti distanzianti</span></i><span class="fs11lh1-5">, quando tendono a minimizzare le proprie relazioni;</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">soggetti preoccupati</span></i><span class="fs11lh1-5">, quando mostrano preoccupazione, rabbia o passività nella relazione;</span></li><li><i><span class="fs11lh1-5">soggetti irrisolti-disorganizzati</span></i><span class="fs11lh1-5">, ovvero coloro che hanno avuto esperienze traumatiche.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Proprio quest’ultima categoria, correlata a diversi fattori quali il contesto familiare e sociale, lo spazio di vita, la cultura in cui si evolve la relazione, potrebbe includere quei soggetti che ripropongono il trauma subìto come sindrome di Stoccolma.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.3. L’istinto di sopravvivenza</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf3">La sindrome di Stoccolma aumenta le possibilità di sopravvivenza della vittima, in quanto i sentimenti di simpatia, affetto e riconoscenza provati nei confronti del sequestratore, lusingano e gratificano quest’ultimo, inducendolo a adottare un comportamento sicuramente più umano rispetto a quanto mostrerebbe se l’ostaggio si presentasse ostile e minaccioso. Questo meccanismo si è rivelato molto utile per l’elaborazione di</span><span class="fs11lh1-5 cf3"> </span><span class="fs11lh1-5">specifiche misure preventive adottabili dalle vittime, previa informazione della natura e del grado di rischio associato a determinate reazioni e risposte in situazioni di contatto diretto col carnefice, e dalle forze di polizia, al fine garantire una risoluzione positiva dei sequestri. Infatti, i negoziatori, in situazioni critiche, tendono a creare legami emotivi positivi tra il sequestrato e il sequestratore tramite atti finalizzati a far emergere il loro lato umano, quali, ad esempio, richiedere un controllo della salute della vittima o permettergli di parlare al telefono, ricordando indirettamente al sequestratore che egli ha la responsabilità degli ostaggi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tuttavia, questa tecnica rappresenta un’arma a doppio taglio: se ci si lascia sopraffare dai sentimenti, sviluppando la sindrome di Stoccolma, essa ostacolerà il lavoro della polizia. La vittima, in balia di questa condizione psicologica, potrebbe non seguire gli ordini della polizia o avvertire i rapitori prima o durante un assalto,</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">oppure nascondere informazioni cruciali, il tutto per impedire che vengano arrestati. Per tale motivo, le autorità non devono assolutamente fidarsi dell’ostaggio. Per la cronaca, non sono rari i casi in cui, una volta liberate, le vittime continuino a non collaborare con la polizia oppure testimonino in favore dei propri sequestratori. In alcune circostanze, le vittime hanno persino dato vita a delle raccolte firme per la difesa di chi li ha sequestrati. Nonostante tutto, un ostaggio ostile o inaffidabile, ovvero un testimone non collaborante, rappresentano comunque un ostaggio e un testimone in vita.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3. E se le parti si invertissero?</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli esperti descrivono la sindrome di Stoccolma come una tipologia di legame traumatico, un legame nato tra due persone in cui una di queste gode di una posizione di potere nei confronti dell’altra, la quale diviene vittima di atteggiamenti aggressivi e depersonalizzanti. Il sequestratore assume, quindi, una posizione dominante nei confronti del sequestrato, privandolo della sua libertà fisica e psicologica. Ma è possibile che avvenga l’esatto opposto?</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">3.1. Il sequestro all’Ambasciata giapponese in Perù</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 17 dicembre 1996, a Lima, Perù, un commando del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, guidato da Nestor Cerpa Cartolini, fece irruzione nella residenza dell'ambasciatore giapponese mentre erano in corso i festeggiamenti per il compleanno dell'Imperatore, prendendo in ostaggio centinaia di diplomatici di alto livello, funzionari governativi militari e dirigenti d'azienda. Le donne e gli anziani furono rilasciati la sera stessa. Successivamente, il commando pubblicò un comunicato rivendicando l'azione e minacciando di uccidere gli ostaggi qualora fossero state messe in atto operazioni di assalto alla residenza da parte delle forze dell'ordine. Dopo centoventisei giorni di sequestro, il 22 aprile 1997, i soldati assaltarono l’abitazione, ponendo fine all'occupazione. Gli ostaggi, durante gli interrogatori, sostennero che, nel corso del sequestro, la condotta dei delinquenti fu sempre improntata al rispetto dell’integrità umana: non vi furono esperienze negative o maltrattamenti, percosse, abusi, violenze fisiche e psicologiche. Addirittura, dato il legame positivo che i sequestratori avevano instaurato con gli ostaggi, alcuni di essi chiesero l'autografo a Nestor Cerpa Cartolini.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">3.2. La sindrome di Lima</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Da questo evento prende il nome la cosiddetta “sindrome di Lima”, una situazione in cui i sequestratori si assoggettano alle richieste delle vittime, tanto da arrivare a liberarle senza richiedere alcun riscatto. Si sviluppa, quindi, un legame basato sull’empatia, ossia la capacità di comprendere gli stati emotivi degli altri, di "mettersi nei panni dell'altro". In pratica, siamo capaci di simulare in noi lo stato d’animo delle altre persone e immaginarci cosa faremmo se fossimo al loro posto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Infatti, in alcuni casi, l’autore del reato finisce per identificarsi con la vittima. Quanto più essa riesce a farsi riconoscere nella sua identità, tanto più risulta difficile per il delinquente farle del male. È stato provato che la maggioranza degli individui fatica ad attuare violenze fisiche, verbali o psicologiche su altri individui, a meno che essi non restino anonimi. Come nella sindrome di Stoccolma, anche in questo caso siamo in presenza di una situazione paradossale in cui si delineano alcuni atteggiamenti tipici nella figura del sequestratore, il quale:</span></div><div><ul type="square"><li><span class="fs11lh1-5">non &nbsp;utilizza violenza;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">concede determinate libertà o, addirittura, permette alla vittima di liberarsi;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">mostra preoccupazione per lo stato fisico ed emotivo del sequestrato;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">stabilisce una comunicazione diretta e intima su vari argomenti;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">condivide suoi dati personali, come, ad esempio, esperienze passate, ricordi della sua infanzia, desideri ecc.;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">promette alla vittima protezione;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">in alcuni casi, si sente attratto dalla vittima.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Per comprendere la sindrome di Lima, è necessario fare riferimento a due fattori: il mondo interiore del sequestratore e il contesto in cui si verifica il sequestro. Qualsiasi spiegazione che consideri questi fattori svincolati tra loro sarebbe troppo riduttiva. Possono presentarsi svariate ragioni per cui il sequestratore si trovi in quella situazione: l’appartenenza a un gruppo che lo ha costretto a commettere il rapimento; il disaccordo con le modalità in cui sta avvenendo il sequestro; l’essere costretto a trattenere la vittima a causa di un ricatto, un dramma familiare, una grave situazione economica; la consapevolezza che potrebbe non uscirne vivo. Alcuni studiosi ritengono che questo atteggiamento possa essere una manifestazione del forte senso di colpa che assale chi sta commettendo un reato ai danni di una persona, oppure un segno di gratitudine</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5">probabilmente scaturito da un inconscio desiderio di affetto e rispetto per la collaborazione ricevuta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella mente del carnefice scatta un processo di trasformazione da delinquente a salvatore, che lo spinge a comportarsi come se non fosse lui l’autore della privazione della libertà della vittima. Egli instaura con quest’ultima un rapporto empatico di protezione e accudimento, cercando di metterla, per quanto possibile, a suo agio, evitandole violenze o stati di malessere psichico e occupandosi dei suoi bisogni primari quali igiene e nutrimento. In taluni casi, come nella sindrome opposta, anche questo legame può sfociare in un significativo sentimento di affetto o amore, portando il sequestratore ad adottare comportamenti seduttivi o di corteggiamento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È possibile affermare che la sindrome di Lima sia legata a una condizione dell’essere umano, come la creazione e l’instaurazione di legami interpersonali, anche in condizioni limite come quella del sequestro di persona.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">3.3. Cervelli connessi</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo aver trattato di legame empatico, risulta necessario argomentare su come si innesca la relazione e su quali basi si fonda la dipendenza da essa. Su questo fronte, le scoperte neuroscientifiche degli ultimi trent’anni e la visione neurosociologica dei processi di socializzazione possono fornire interessanti e plausibili ipotesi. La neurosociologia è la disciplina che studia le interazioni umane e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso. Essa utilizza strumenti di analisi ed intervento sociologici supportati dalle conoscenze neuroscientifiche (Blanco,2015). Grazie ai loro imponenti progressi, derivanti da nuove tecniche e tecnologie di indagine del cervello umano, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo la neuroscienza ha iniziato a rispondere ai primi quesiti riguardanti le relazioni sociali, facendo emergere nuove branche delle scienze umane e sociali chiamate “neuroscienze sociali” o “neuroscienze delle relazioni umane”. Alla base di queste discipline vi è il concetto che il cervello è “progettato” per essere sociale. Non è più utile studiare unicamente il singolo individuo con le proprie caratteristiche, ma è assolutamente necessario osservare l’essere umano all’interno del suo ambiente sociale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con l’espressione “cervello sociale” si intende la nostra capacità di connetterci in modo automatico ed inconscio con il cervello di altre persone ogni volta che interagiamo con esse, anche solo per un istante. Questo avviene perché possediamo delle strutture nervose il cui compito è quello di garantire le interazioni con l’“altro diverso da noi” e l’instaurarsi di relazioni sociali che sono l’”arma” di sopravvivenza più importante per la nostra specie (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nello specifico, nel nostro cervello è presente una speciale classe di neuroni chiamati</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">neuroni</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">specchio</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che sono stati scoperti per la prima volta alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso dal Prof. Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe di ricercatori</span><sup><sup>[9]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">all’Università di Parma. I neuroni specchio sono speciali neuroni che sono al contempo neuroni motori e neuroni sensoriali. Quando si attivano trasmettono i loro impulsi alla corteccia motoria</span><sup><sup>[10]</sup></sup><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e, principalmente, codificano insieme percezione e azione. Si attivano quando compiamo un atto motorio finalizzato, cioè avente uno scopo, e allo stesso modo quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto. I primi esperimenti fatti sulle scimmie prevedevano esercizi di afferramento, prensione, manipolazione e spostamento di oggetti. I risultati furono che il 20% dei neuroni di una porzione della corteccia cerebrale premotoria, denominata F5</span><sup><sup>[11]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">, si attivava sia quando la scimmia eseguiva determinati atti motori, sia quando osservava gli sperimentatori eseguire i medesimi atti motori. Pertanto, i neuroni specchio rispondevano anche ad azioni osservate, purché avessero un significato per la scimmia. La differenza con l’uomo risiede nel fatto che questi particolari neuroni, nell’uomo, si attivano anche quando l’atto motorio non è finalizzato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo numerose critiche, Marco Iacoboni e la sua equipe ripresero gli studi sui neuroni specchio, chiamati anche “mirror”, in modo più approfondito. Analizzando ventuno malati volontari affetti da grave epilessia, assodarono definitivamente le proprietà dei neuroni specchio già osservate da Rizzolatti e colleghi nelle scimmie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In sostanza, i neuroni specchio ci consentono di comprendere le azioni altrui ma anche di anticiparle. Ad esempio, quando osserviamo una persona prendere un bicchiere per portarlo alla bocca, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni motori che si attiverebbero se l’atto di prendere il bicchiere per portarlo alla bocca lo stessimo compiendo noi stessi. In pratica, da un punto di vista esperienziale, noi effettuiamo degli atti motori anche quando vediamo qualcun altro eseguirli. Facciamo esperienza compiendo degli atti motori finalizzati e facciamo esperienza osservando gli altri compiere atti motori facenti parte del nostro repertorio motorio. Inoltre, i neuroni specchio si attivano anche per atti motori finalizzati che vengono uditi. Ad esempio, se sentiamo aprire una lattina di una bibita in una stanza accanto alla nostra dove non vediamo l’esecutore di quell’atto motorio, i nostri neuroni specchio si attivano come se l’atto lo stessimo compiendo noi stessi. Con i medesimi meccanismi, in noi viene simulato lo stato d’animo di una persona che non vediamo ma che sentiamo ridere, piangere o urlare dal dolore (Blanco, 2015). I neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale anche nell’apprendimento, in quanto la base di quest’ultimo è di natura motoria. Inoltre, la scoperta dei neuroni specchio ha confermato le osservazioni compiute negli anni Settanta del secolo scorso dallo psicologo Meltzoff il quale studiò il comportamento imitativo di un bambino nato da soli quarantuno minuti. Per tutta la durata della nostra vita noi esseri umani imitiamo i nostri simili e ci rispecchiamo in essi. Le esperienze sociali sono la fonte del nostro saper vivere in tutti i sensi, dagli atti motori sino ad arrivare alla manifestazione delle emozioni. Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto. Io osservo il volto di una persona e le sue emozioni risuonano in me, perché mi rispecchio in essa. Questo il motivo per cui se un soggetto osserva un altro soggetto triste, i neuroni specchio relativi ai muscoli del volto dell’osservatore si attivano come quando egli stesso prova un sentimento di tristezza. Pertanto, i neuroni specchio ci permettono di sperimentare dentro di noi le emozioni provate da un nostro simile e condividere con lui la sua esperienza interiore (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). In sostanza, i neuroni specchio sono la base neurale dell’empatia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’empatia è la capacità di un individuo di immedesimarsi nell’altro, sia persona reale che immaginaria, come ad esempio il personaggio di un film. Il significato etimologico del termine empatia è "sentire dentro". Grazie ad essa, infatti, possiamo relazionarci e condividere le stesse emozioni del nostro interlocutore semplicemente osservandolo o ascoltandolo. Sicuramente il senso che ha maggior rilievo è la vista ma, per esempio, possiamo entrare in empatia con un altro soggetto anche attraverso l’udito, tramite l’intensità, l’intonazione ed il ritmo del parlato. Ricordiamoci che, come detto in precedenza, il cervello è stato “progettato” per essere sociale. Ogni volta che due o più persone interagiscono, anche solo per qualche istante, connettono i loro cervelli. È impossibile non entrare in empatia con gli altri. Addirittura, se le interazioni sono frequenti e si realizza una vera e propria relazione sociale, si innescano dei meccanismi automatici di simulazione incarnata. Con simulazione incarnata si intende la capacità di riconoscere in coloro che osserviamo un qualcosa in cui ci immedesimiamo e di cui ci appropriamo tanto da farlo nostro. Alla base non vi è alcun ragionamento, ma una comprensione diretta che viene dall’interno (Blanco, 2018).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">È stato appurato come in situazioni di grave stress gli individui sono predisposti ad instaurare rapporti umani al fine di contrastare le aggressioni esterne. In quest’ottica, il sequestratore, che non maltratta né psicologicamente né fisicamente la sua vittima ma, anzi, condivide le sue stesse ansie, i rischi e le paure, da responsabile dell’azione criminale si tramuta in un alleato per combattere i nuovi eventi stressanti. Lo stesso fenomeno avviene anche nella situazione inversa, a patto che il delinquente non soffra di un disturbo di personalità antisociale</span><sup><sup>[12]</sup></sup><span class="fs11lh1-5">; in questo caso, non proverebbe alcun senso di colpa e sarebbe pronto ad abusare e persino uccidere i propri prigionieri (Biagini, Zenobi, Vargas, Marasco, 2010). Per evitare di sviluppare questo fenomeno, al fine di preservare l’integrità del piano criminale, gli ideatori del sequestro, che non sempre coincidono con gli autori materiali, raccomandano ai sequestratori “sul campo” di mantenere un atteggiamento rude e violento proponendo un ricambio continuo degli incaricati all’azione, così da evitare lo sviluppo di particolari rapporti con gli ostaggi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Chi sviluppa la sindrome di Stoccolma, anche dopo il rilascio, dimostra tratti tipici di pazienti affetti da disturbo post traumatico da stress. Nelle vittime, infatti, si manifestano problemi psicofisici quali insonnia, incubi, fobie, depressione, trasalimenti improvvisi e flashback in cui esse rivivono l’esperienza traumatica. Seppur consapevoli di soffrire a causa dell’esperienza vissuta, ciò non indica un fattore per provare sentimenti d’odio nei confronti dei sequestratori. Anzi, alcune vittime, anche a distanza di tempo, continuano a nutrire sentimenti positivi nei confronti del loro carnefice, adottando atteggiamenti ostili verso la polizia e la autorità.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È altrettanto importante sottolineare il fatto che, ad oggi, con il termine “sindrome di Stoccolma” non si fa rifermento unicamente ai casi di sequestro, ma anche a quelle particolari situazioni in cui l’individuo è un membro della famiglia. Lo psicologo Joseph Carver, nell’articolo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Love and Stockolm Syndrome: the mistery of loving an abuser</span></i><span class="fs11lh1-5">, afferma che molte donne, così come le vittime di sequestri o abusi, possono vivere tale fenomeno all’interno delle loro relazioni con psicopatici; anche dopo aver sciolto il loro legame, ammettono di amare ancora queste persone o di essere gelose se questi instaurano nuove relazioni amorose (Monzani, 2016). Sviluppano un attaccamento patologico caratterizzato da una forte dipendenza affettiva e si convincono del fatto che i loro aguzzini siano in realtà indispensabili per lo loro sopravvivenza. Tale condizione complica ulteriormente la possibilità e la capacità della vittima di denunciare ciò che le succede e, quindi, portare all’incriminazione del delinquente. Spesso la &nbsp;persona perseguitata si sente incapace di poter instaurare qualsiasi tipo di relazione sana con un altro soggetto e incolpa se stessa di tale condizione. Carver definisce questa percezione distorta della realtà con il termine</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">dissonanza cognitiva</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(Monzani, 2016). La combinazione tra sindrome di Stoccolma e dissonanza cognitiva provoca la convinzione che la relazione non solo sia accettabile ma, addirittura, necessaria alla propria sopravvivenza; la vittima sente che se la relazione dovesse finire, crollerebbe mentalmente (Carver, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per aiutare le vittime sarebbe sicuramente necessario studiare un percorso specifico che le accompagni psicologicamente dal momento della denuncia del fatto, durante il processo, fino alla rielaborazione della vicenda al termine del percorso giudiziario. La soluzione più pratica e funzionale è sicuramente l’interruzione di qualsiasi rapporto con il proprio carnefice ma, nella maggior parte dei casi, questo risulta impossibile.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Biagini V., Zenobi S., Vargas M., Marasco M. (2010),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La sindrome di Stoccolma: fenomeno mediatico o patologia psichiatrica?</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rassegna Italiana di Criminologia n° 2/2010.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Blanco M. (2015),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">I neuroni specchio e la comunicazione genitore-adolescente. La prospettiva neurosociologica dell’interazione comunicativa</span></i><span class="fs11lh1-5">, Academia.edu.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Blanco M. (2018),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Perché ce la prendiamo con le persone amate? Un’ipotesi neurosociologica su un paradosso del comportamento sociale</span></i><span class="fs11lh1-5">, Academia.edu.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cantor C., Price J. (2007),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Traumatic entrapment, appeasement and complex post- traumatic stress disorder: evolutionary perspectives of hostage reactions, domestic abuse and the Stockholm Syndrome</span></i><span class="fs11lh1-5">, Australian and New Zealand Journal of Psychiatry.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Carver J. (2016),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Love and Stockolm Syndrome: the mistery of loving an abuser</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 18 aprile 2016.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ewing C. P., McCann J. T. (2006),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Minds on trial: great cases in law and psychology</span></i><span class="fs11lh1-5">, Oxford, Oxford University Press US, p. 32.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Falabella M. (2005),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">ABC della psicopatologia. Esplorazione, individuazione e cura dei disturbi mentali</span></i><span class="fs11lh1-5">, Edizioni Magi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Favaro A., Degortes D., Colombo G., Santonastaso P. (2003),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il sequestro di persona come evento traumatico: interviste cliniche ad un gruppo di vittime e revisione della letteratura</span></i><span class="fs11lh1-5">, Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche, Università di Padova.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Foglia C. (2003),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La “sindrome di Stoccolma”</span></i><span class="fs11lh1-5">, Associazione Italiana di Psicologia Giuridica.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Franzini L. R., Grossberg J. M. (1996), Comportamenti bizzarri, Astrolabio, Roma.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Freud A. (1967),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">L’Io e i meccanismi di difesa</span></i><span class="fs11lh1-5">, Martinelli, Firenze.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Giusti G. (1999),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Trattato di Medicina Legale e Scienze Affini, Vol. 4, Parte 10, Psicopatologia forense e criminologia</span></i><span class="fs11lh1-5">, CEDAM, Padova.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Graham D. L., Rawlings E. I., Ihms K., Latimer D., Foliano J., Thompson A., Suttman K., Farrington M., Hacker R. (1995</span><i><span class="fs11lh1-5">), A scale for identifying Stockholm syndrome reactions in young dating women: factor structure, reliability and validity</span></i><span class="fs11lh1-5">, Violence &amp; Victims, 10.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Gulotta G., Vagaggini M. (1976),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La vittima</span></i><span class="fs11lh1-5">, Giuffrè, Milano.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Gulotta G., Vagaggini M. (1980),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Dalla parte della vittima</span></i><span class="fs11lh1-5">, Giuffrè, Milano.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Monzani M. (2016),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Manuale di criminologia</span></i><span class="fs11lh1-5">, libreriauniversitaria.it.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Namnyak M., Tufton N., Szekely R., Toal M., Worboys S., Sampson E. L. (2008),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Stockholm syndrome: psychiatric diagnosis or urban myth?</span></i><span class="fs11lh1-5">, Acta Psychiatrica Scandinavica, 117.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Schuetz J. E. (1994),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">The logic of women on trial: case studies of popular American trials</span></i><span class="fs11lh1-5">, Carbondale, SIU Press, p. 161.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Skodol A. E. (2000),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Psicopatologia e crimini violenti</span></i><span class="fs11lh1-5">, Centro Scientifico Editore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Strenzt T., Ochberg F.M. (1988),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La sindrome di Stoccolma</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in Ferracuti F., Bruno F., Giannini M. C., Ferracuti Garutti M.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense</span></i><span class="fs11lh1-5">, Giuffrè Editore, Milano.</span></li></ul><br><b><span class="fs11lh1-5">Sitografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Archiviolastampa.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">I Tupac Amaru «regalano» 225 ostaggi. Trattenuti solo quelli che hanno legami con il governo</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Nina Negron del 24 dicembre 1996</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,9/articleid,0673_01_1996_0353_0009_9174682/</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Corriere.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sequestrò Giovanna Amati nel '78, arrestato dopo 22 anni di latitanza</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 24 luglio 2010</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.corriere.it/cronache/10_aprile_24/sequestro-giovanna-amati-daniel-nieto-arresto-marsigliesi_ee90a4a6-4fcd-11df-9c4e-00144f02aabe.shtml</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Ilpost.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La sindrome di Stoccolma</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 23 agosto 2013</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.ilpost.it/2013/08/23/sindrome-di-stoccolma/</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Lamentemeravigliosa.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sindrome di Lima: cause e caratteristiche</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 28 gennaio 2021</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://lamenteemeravigliosa.it/sindrome-di-lima-cause-caratteristiche/</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Medicinaonline.co,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 2 dicembre 2017</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://medicinaonline.co/2017/12/02/sindrome-di-stoccolma-perche-si-chiama-cosi-ecco-lorigine-del-nome/</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Mypersonaltrainer.it</span><i><span class="fs11lh1-5">, Sindrome di Stoccolma: cos'è? Cause, sintomi, diagnosi e terapia</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Antonio Griguolo del 11 maggio 2020</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/sindrome-stoccolma.html</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Nelfuturo.com,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sindrome di Stoccolma come stile di attacamento</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Anna Maria Pacilli del 4 luglio 2016</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.nelfuturo.com/sindrome-di-stoccolma-come-stile-di-attaccamento#</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Nurse24.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Sindrome di Stoccolma</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Francesca Gianfrancesco del 5 maggio 2021</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.nurse24.it/specializzazioni/salute-mentale/sindrome-stoccolma.html</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Ricerca.repubblica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Lima, assalto all’ambasciata</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Daniele Mastrogiacomo del 23 aprile 1997</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/04/23/lima-assalto-all-ambasciata.html</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Secoloditalia.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La “sindrome di Stoccolma” ha 40 anni. Tutto partì da una rapina in banca</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 21 agosto 2013</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://www.secoloditalia.it/2013/08/la-sindrome-di-stoccolma-ha-40-anni-tutto-parti-da-una-rapina-in-banca/</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Tg24.sky.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Rapina a Stoccolma: la storia vera da cui ha origine l'espressione Sindrome di Stoccolma</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 20 giugno 2019</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2019/06/20/rapina-a-stoccolma-storia-vera</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Video</span></b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Sky TG24,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Jaycee Dugard per 18 anni nelle mani di un invasatoù</span></i></li></ul><i><br></i></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs10lh1-5">[1]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici redatto dall'American Psychiatric Association. Nel corso degli anni il manuale è arrivato ora alla 5ª edizione.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[2]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Esercito di Liberazione Simbionese: gruppo di guerriglia urbana, che contava circa una dozzina di membri, noto per l'omicidio del sopraintendente alla scuola di Oakland, Marcus Foster.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[3] Predisposizione a soddisfare immediatamente i propri istinti e le proprie pulsioni primordiali, una gratificazione immediata e impulsiva.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[4]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Gratificazione più matura, ragionata, sensata. Si è in grado di differire la gratificazione dei propri bisogni nel tempo, resistendo e appagandoli quando il momento ed il contesto lo consente.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[5]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Caratteristica principale della vittima negatrice, che non è consapevole di riferire il falso, in quanto crede di affermare il vero perché nega il significato o l’avvenimento del fatto.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[6]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">“Colui che si prende cura”</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[7]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Insieme di schemi di rappresentazione interna che costituiscono immagini, emozioni, comportamenti connessi all’interazione tra bambino e caregiver, che diventano ben presto inconsapevoli e tendenzialmente stabili nel tempo.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[8]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Si tratta di un’intervista semi-strutturata per valutare lo stile di attaccamento negli adulti.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[9]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">L’equipe di Parma, in quel periodo, era composta da Rizzolatti, Gallese, Fogassi, Fadiga e di Pellegrino.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[10]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Area della corteccia cerebrale che attiva i muscoli.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[11]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">L’area 6 di Brodmann è suddivisa in due aree situate nella porzione inferiore della corteccia premotoria: F4 e F5. La lettera “F” sta per “frontale”.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[12]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Disturbo di personalità dominato da “un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta nella fanciullezza o nella prima adolescenza, e continua nell’età adulta” (DSM IV, 2001).</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 13:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La morte di David Rossi: omicidio o suicidio?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002B"><div><span class="fs11lh1-5">Autore: dr.ssa Marta Pontiroli - Istituto di Scienze Forensi<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Supervisione: dr.ssa Micaela Chiaro e prof. Massimo Blanco - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Introduzione</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 6 marzo del 2013 David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, descritto come il braccio destro di Giuseppe Mussari Presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, muore sul selciato del vicolo Monte Pio, sotto la finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, sede della famosa banca senese. La morte di David Rossi avvenne in un momento a dir poco concitato per il Monte dei Paschi di Siena. Proprio a ridosso degli anni 2007 e 2008 quando si perfezionò l’acquisizione della banca Antonveneta dal gruppo Santander per un costo che comportò l’emissione di prestiti obbligazionari di oltre 16 miliardi di euro e un guadagno di diversi miliardi per il gruppo Santander. In questo contesto, il capo della comunicazione David Rossi viene ritrovato senza vita. Si apre così un’inchiesta contro ignoti affidata al pubblico ministero Nicola Marini, magistrato di turno la notte del 6 marzo. Il corpo presenta diverse contusioni anomale per una persona che ha deciso di togliersi la vita. La telecamera di sorveglianza n. 6 riprende la caduta e la lenta agonia del manager durata almeno 20 minuti. All’interno del video si rilevano altresì la presenza di un veicolo che ostruisce l’accesso e la vista del vicolo, la presenza di persone che entrano nel campo di ripresa e la caduta di un oggetto, probabilmente l’orologio di David, cinque minuti dopo la caduta del Rossi. Considerato quanto sopra, desta non poche perplessità il fatto che gli inquirenti aprirono le indagini per “istigazione al suicidio” ed ancor più preoccupante il modo in cui le indagini vennero poi condotte e concluse.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs12lh1-5">1. Un suicidio imperfetto</b><br></div><div><div><ul><li><b class="fs11lh1-5">1.1 La notte del 6 marzo 2013</b><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Siena, mercoledì 6 marzo 2013, sono circa le 20,45 quando, dalla sede centrale della Banca Monte dei Paschi di Siena, da mesi al centro di una bufera mediatica e giudiziaria, parte una telefonata al 118. Succede qualcosa di drammatico, di imprevisto, David Rossi, da 7 anni capo della comunicazione dell’istituto di credito, viene ritrovato riverso a terra sotto la finestra del suo ufficio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sono esattamente le 19,02 della sera del 6 marzo, Rossi ha appena telefonato alla moglie Antonella per dirle che sta tornando e che, entro mezz’ora, sarebbe arrivato a casa. Qualcosa però va storto. David, a casa non torna perché, solo dopo pochi minuti, il manager cade fuori dalla finestra del suo ufficio. </span><span class="fs11lh1-5">La moglie, allarmata per il ritardo insolito del marito, inizia a preoccuparsi. Si susseguono così una serie di telefonate, la prima alle 19,10, un messaggio e un’altra chiamata ancora alle 19,32. Contemporaneamente a queste, vengono inviati a Rossi altri messaggi ancora tutti senza risposta. </span><span class="fs11lh1-5">Tutto molto strano dal momento che David, essendo un uomo molto preciso, premuroso e attento risponde sempre. La moglie decide così di chiamare alle 19,40 un amico, il capo della segreteria di David, Gian Carlo Filippone.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Appena conclusa la telefonata con la moglie di David, anche lui prova a sua volta a chiamarlo. Quattro squilli alle 19,41 ma anche questa volta nessuna risposta, poi un sms. Filippone, dopo, riceve però una chiamata da David ma non fa in tempo a rispondere. Tranquillizzato dalla telefonata, Filippone decide di avvisare la moglie di David della stessa rassicurandola. Passano ancora venti minuti ma di David ancora nessuna notizia. Dalle 20,00 alle 20,16 i due cercano ancora di mettersi in contatto con Rossi ma senza successo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La preoccupazione aumenta e Antonella chiede aiuto alla figlia Carolina. Come prima cosa anche la giovane prova a chiamarlo. Alle 20,16 qualcuno accetta la chiamata dal telefono di David ma, dopo appena secondi, la chiamata si interrompe. Alle 20.40, Carolina decide di raggiunge Filippone al Monte dei Paschi. I due entrano insieme in banca e </span><span class="fs11lh1-5">Filippone si dirige nell’ufficio di David ma la porta è chiusa, circostanza assai strana. Quindi, Filippone entra nella stanza e non vedendo l’amico, con cautela, sia affaccia alla finestra spalancata, volge lo sguardo nel vicolo sottostante e vede il cadavere dell’amico. David è morto, si è ucciso. </span><span class="fs11lh1-5">Informa immediatamente Carolina e successivamente, viene data notizia alla moglie di David Antonella. Filippone chiama immediatamente il collega Bernardo Mingrone il quale lo raggiunge insieme al portiere. Sono le 20,41, Mingrone chiama per primo i soccorsi. Subito dopo i due colleghi di David si dirigono nel vicolo. Mingrone si ferma all’inizio della strada, mentre Filippone si avvicina per qualche secondo a David per poi allontanarsi. Dopo circa un’ora giungono sul posto anche i magistrati e il medico legale. Prima ancora di analizzare il punto di caduta e l’ufficio del manager, viene redatto il report in cui viene scritto che si tratta di un suicidio.</span></div><div><ul><li><b class="fs11lh1-5">1.2. </b><b class="fs11lh1-5">La prima archiviazione</b><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Subito però emergono le prime incongruenze, infatti, la telecamera inquadra David cadere dalla finestra alle 19,43. Chi ha effettuato la telefonata a Filippone? Chi ha risposto alla chiamata di Carolina alle 20,16? Il telefono è rimasto nell’ufficio di David: com’è possibile che sia stato utilizzato se il manager si trovava già riverso nel vicolo da diversi minuti? Alla vista del video compaiono altri elementi che mettono in dubbio l’accaduto. Il quadrante dell’orologio che David ha sempre portato al polso cade dalla finestra 20 minuti dopo di lui. Nulla sembra confermare la dinamica di suicidio. Altre stranezze si riscontrano poi alla vista del corpo. Questo presenta infatti una serie di ematomi sugli arti, graffi sul viso, ferite al torace e allo stomaco, tutti segni incompatibili con la caduta. Il tutto però sembra esser poco rilevante ai fini dell’indagine, tant’è che basta osservare il cadavere ancora sul selciato per certificarne il suicidio. Se fosse davvero un suicidio sarebbe un suicidio assai strano.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’analisi dell’intera vicenda da tenere in considerazione è il ruolo rappresentato da David. Infatti, l’uomo non è un semplice impiegato bensì il responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, un uomo attento e di grande influenza all’interno dell’Istituto bancario. Il suo ruolo prevede la gestione di un budget annuale di diversi milioni di euro finalizzati alle sponsorizzazioni e ai rapporti con importanti attori </span><span class="fs11lh1-5">del panorama mediatico, politico e giudiziario. Inoltre Rossi è l’uomo di fiducia di Giuseppe Mussari, considerato in quegli anni uno degli uomini più potenti di Siena.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">1.2.1. </span><span class="fs11lh1-5">La</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ricostruzione</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Ben tre magistrati su quattro della Procura senese sono assegnati al caso di David Rossi. Si tratta di Giuseppe Grosso, Aldo Natalini e Salvatore Nastasi. C’è un cadavere ed è necessario indagare per determinare realmente le cause della morte nonché la dinamica dell’accaduto. L’approccio scientifico-forense, in questi casi, ha come regola quella di vagliare anche l’ipotesi che si tratti di omicidio, in quanto è pressoché impossibile accertare a prima visa un caso di suicidio. Il Dott. Marini, è il primo magistrato ad effettuare i sopralluoghi sulla scena, sia la notte del 6 marzo che la mattina seguente. È lui che si occupa dell’apertura del fascicolo sulla morte di David. Nel fascicolo vengono inseriti i primi documenti redatti quella notte, unitamente alla relazione medica del 118, alla constatazione di decesso e al verbale di sequestro di alcuni oggetti di proprietà del manager, tra cui telefono e computer. Al fascicolo si allegano i verbali di rimozione del cadavere, sommarie informazioni testimoniali del portiere, acquisizione delle immagini derivanti dalle telecamere, ritrovamento di materiale cartaceo nel cestino dell’ufficio, a cui si aggiunge un’annotazione da parte del magistrato Marini che riporta quanto segue: “</span><i class="fs11lh1-5">La volante veniva inviata dove era stato segnalato un avvenuto suicidio. La finestra principale era completamente aperta e i cavi antivolatili sovrastanti alla barra di protezione rotti: ciò a significare che, verosimilmente il suicida si sia seduto sulla predetta barra con la schiena verso l’esterno per poi lasciarsi cadere”. </i><span class="fs11lh1-5">Un’annotazione a dir poco sbrigativa: descrizione del suicidio, suicida e dinamica dell’evento. Il tutto segue con l’annotazione da parte degli agenti giunti sul luogo i quali affermano di aver trovato ad attenderli Mingrone, collega di David, i soccorritori del 118 intenti in una manovra di rianimazione e il colonnello dei Carabinieri mai ascoltato dagli inquirenti come persona informata. Errore particolarmente significativo dal momento che, avendo ovviamente l’alto ufficiale anni di esperienza nei casi di omicidio, avrebbe potuto notare alcuni particolari o avrebbe potuto fornire spunti interessanti per le indagini.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">1.2.2. </span><span class="fs11lh1-5">I</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">rilievi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tecnici</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">l’assenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">testimoni</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Si procede poi con il sopralluogo da parte dei magistrati all’interno dell’ufficio di David, dove già in precedenza vi si erano recati i colleghi dell’uomo Mingrone, Filippone e il portiere Riccucci, i quali lo avevano chiuso a chiave subito dopo aver visto il corpo di David esanime. I magistrati, però risulta abbiano fatto un’ispezione quanto meno superficiale. Inoltre, dai tabulati telefonici analizzati, solo in un secondo momento, risulta che quella sera il telefono del manager era stato particolarmente attivo dalle 21,59 circa fino alle 22,28 fascia oraria in cui riceve ben due diverse telefonate. In entrambi i casi, qualcuno, che non poteva esser Rossi accetta la chiamata e lascia la comunicazione aperta per qualche secondo. La scientifica entra nell’ufficio per svolgere i rilievi solo alle 00,30 del 7 marzo accompagnata dai magistrati Natalini e Nastasi, mentre il responsabile del fascicolo Nicola Marini si trova nella centrale dei Carabinieri di Siena per interrogare le persone informate sui fatti come Lorenza Bondi, convocata solo perché, a detta del portiere, aveva lasciato la banca dopo le 20,00. La Bondi, che fino a poco prima era stata la vice di Rossi e aveva l’ufficio sullo stesso piano, conferma di esser uscita dalla banca alle 20,05, passando davanti all’ufficio di David e notando luce accesa e porta aperta. Dopo queste affermazioni, i Pm non pongono altre domande in quanto certi, che indagare ulteriormente sia inutile. Si tratta di un suicidio, le indagini non servono come non serve compiere ulteriori rilievi per scavare più a fondo. Non vengono prelevate tracce di DNA né di sangue, di effrazioni o colluttazioni. Secondo i magistrati, non ci sono elementi significativi che possano far pensare ad altro. Tuttavia, da quanto dichiarato dalla Bondi, alle 20,05 la porta dell’ufficio di David era aperta, mentre stando a quanto riferito da Filippone, alle 20,40 la porta era chiusa. Per quanto riguarda il locale dell’ufficio di Rossi nel cestino sono stati ritrovati alcuni fazzoletti di carta sporchi di sangue, ma anche questi, non vengono immediatamente considerati, ma analizzati solo il 14 giugno successivo. Le domande senza risposta però non terminano qui.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">1.2.3.</span><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;&nbsp;</span><span class="fs11lh1-5">L’autopsia</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">irrilevante</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">lo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">studio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dinamica</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Dietro l’insistenza della famiglia Rossi, su David viene effettuata un’autopsia che, poi, viene depositata dal medico legale il 5 maggio 2013. Come già precedentemente argomentato, le valutazioni medico legali effettuate subito dopo il decesso del Rossi risultano opinabili. Infatti, il medico legale nominato dalla famiglia di David rileva la </span><span class="fs11lh1-5">mancata annotazione di tutti i segni che normalmente compaiono su un corpo che impatta al suolo come ad esempio la presenza di graffi sulle mani o la perdita di sangue dal naso o dalla bocca. È noto infatti che i soggetti che si suicidano per istinto di sopravvivenza riprendano momentaneamente coscienza e tentino di salvarsi come possibile. Nel caso di David emerge però che lo stesso non ha cercato di appigliarsi dove possibile con mani o piedi. Dal video delle telecamere di sorveglianza, è molto chiaro come l’uomo cada all’indietro in modo pressoché “inanimato”. Nel referto autoptico del primo medico legale non vengono spiegate le lesioni rinvenute sul corpo. Infatti, non si tratta di semplici segni ma di ben tre ematomi, molteplici fratture, ferite al labbro, alla fronte, allo zigomo, all’addome, alle braccia e alla testa. A non destare sospetto infine si aggiungono anche gli strappi sulla camicia in diversi punti, le macchie di sangue e alcune macchie bianche presenti sulle scarpe, sia nella zona del tallone che sulla suola. Secondo il medico legale non vi sono segni compatibili con una possibile aggressione da terzi, bensì unicamente con la dinamica di suicidio. Nella relazione viene riportato che la morte del manager è sopraggiunta in pochi minuti ma, anche in questo caso è sufficiente visionare il video di sorveglianza per rendersi conto che, prima di morire, David è rimasto agonizzante al suolo per circa trenta minuti. Come si spiegano allora tutte quelle ferite? Com’è possibile che David abbia dietro la testa una ferita a forma di V o un profondo segno sul polso di forma circolare compatibile con la cassa dell’orologio? Dal video si vede chiaramente che al momento dell’impatto, David non sbatte le braccia al suolo. Oltretutto, importante ricordare è che la cassa dell’orologio vola fuori dalla finestra successivamente rispetto al corpo. Insomma, un’autopsia del tutto scarna nella sostanza. Per non parlare della dinamica della caduta. Infatti, David cade all’indietro con il viso rivolto al muro e con le braccia e le gambe rivolte verso l’alto come se fosse stato tramortito prima di cadere. Questa ipotesi spiegherebbe molte cose relative alla dinamica della caduta, a partire sia dall’assenza di rotazione del corpo sia dall’assenza di una spinta verso l’esterno. Come ha fatto altrimenti David a lasciarsi cadere all’indietro senza darsi un minimo slancio, precipitando perpendicolarmente al muro e rimanendo immobile durante una caduta di oltre 12 metri? Anche in questo caso la Procura non lo spiega. Così il caso viene archiviato dai Pm come suicidio.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">1.2.4. Le perizie di parte e le “falle” dell’indagine</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">La famiglia non ci sta. Scoperta la richiesta di archiviazione da parte dei Pm Marini e Natalini, l’avvocato di Antonella Tognazzi, moglie di David, provvede a presentare immediatamente l’opposizione. Si tratta di ventiquattro pagine in cui vengono illustrate le numerose anomalie investigative relative alla ricostruzione della dinamica della caduta, della causa di morte, dei numerosi ematomi, dei metodi di acquisizione delle e-mail, delle verifiche delle telefonate e dell’autopsia del primo medico legale. Si tratta di esaminare i fatti, gli elementi concreti e non basarsi solo su ipotesi che non hanno avuto di fatto un seguito. </span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con l’opposizione depositata, l’avvocato Goracci allega anche due consulenze di parte: una relazione medico-legale in cui si entra nello specifico dell’autopsia e una relazione tecnica in cui vengono ricostruite le ultime ore di vita di David analizzando le poche immagini recuperate dalle telecamere di sorveglianza che riprendono nel dettaglio gli ultimi metri di volo e lo schianto al suolo, nonché le fotografie dell’ufficio e del vicolo dove viene ritrovato morto il Rossi. Per la cronaca, le analisi forensi, prevedono l’utilizzo di complesse formule fisico-matematiche per le cadute dall’alto e formule chimico-fisiche di laboratorio per l’analisi di indumenti e altri parametri tecnici. Queste portano alla conclusione che vi sono diverse criticità relative alla dinamica del suicidio, alla posizione iniziale di David alla mancanza di segni sulla finestra dalla quale si sarebbe lanciato fino ad arrivare ai segni di sfregamento sulle scarpe. Anche per quanto riguarda il rapporto medico legale, emergono una serie di incongruenze. In primo luogo viene fatto riferimento alla mancanza di risposta del quesito posto dai Pm ovvero le cause di morte. In secondo luogo la mancata analisi delle ben trenta lesioni presenti sul corpo dell’uomo, la maggior parte di esse non giustificata dalla caduta e dall’impatto al suolo come nel caso della ferita a forma di V in zona occipitale in quanto il selciato del vicolo dove ha impattato il corpo non presenta elementi compatibili con la ferita stessa. In entrambe le perizie si ha a che fare con una serie di dubbi a cui nessuno riesce a dare una risposta. Ovviamente, l’opposizione è una totale bocciatura delle indagini condotte dai Pm. Il giudice per le indagini preliminari, accoglie la richiesta di archiviazione esattamente un anno dopo l’accaduto, il 6 marzo 2014. </span><span class="fs11lh1-5">Viene decretato quindi che Rossi si è ucciso. All’interno del testo del Gip risultano però una serie di elementi che presto si dimostreranno errati. In primo luogo l’ora della caduta le 20,15. Soprattutto grazie alle telecamere è evidente che Rossi precipita dalla finestra alle 19,59 ma sia i consulenti di parte che poi quelli della Procura accertano che il video debba esser mandato indietro di sedici minuti, facendo così modificare l’ora dell’impatto alle 19,43. Ancora viene indicato che del volo di sedici metri le telecamere ne inquadrano gli ultimi tre, mostrando solo come il manager impatti al suolo prima con le natiche e poi con il resto del corpo, rimanendo in agonia per qualche minuto. Ennesimo errore riscontrabile dal video, in quanto Rossi impatta al suolo con le natiche, ma allo stesso tempo, ha braccia e gambe tese verso l’alto come se fosse già esanime. Inoltre, non rimane in agonia solo per qualche minuto, bensì per circa trenta minuti. Nel dispositivo di archiviazione del Gip viene poi descritta la dinamica di suicidio riportando i segni presenti sulla finestra compatibili con la salita sul davanzale di un soggetto che poi, presumibilmente, da una posizione seduta sulla barra di protezione e con la schiena verso l’esterno e i piedi appoggiati sulla soglia si sarebbe lasciato cadere. Con questa descrizione si cerca di spiegare il materiale bianco presente sulle scarpe di Rossi, (cioè la polvere di marmo del davanzale) e la lieve lacerazione sulla punta derivante dalla spinta con i piedi puntati al legno della finestra. Ma non è così semplice. Infatti il marmo non impregna le scarpe e le suole. Se un corpo da seduto si getta da una finestra all’indietro, cadendo per 16 metri, ha una rotazione. Per lesionare la punta delle scarpe la spinta impressa deve esser notevole. Si tratta di fisica, non di semplici supposizioni. A seguire poi le testimonianze dei colleghi presenti a Rocca Salimbeni quella sera, i quali prima riferiscono di aver visto la porta dell’ufficio di David chiusa alle 19,30, successivamente la Bondi alle 20,05 cambia versione indicando la porta aperta con la luce accesa, fino a che Filippone non conferma alle 20,40 di aver trovato la porta chiusa. Secondo quanto scritto all’interno del dispositivo del Gip sarebbe stato lo stesso David a chiudere la porta appena prima di gettarsi. Ma com’è possibile? David cade alle 19,43 ben venti minuti prima che la collega Bondi uscendo da Rocca Salimbeni e passando davanti all’ufficio di David alle 20,05 nota la porta aperta e la luce accesa. Per quanto riguarda l’autopsia viene specificato che la stessa avviene dietro richiesta diretta della famiglia e che non era stata disposta in precedenza per rispetto del cadavere non ritenendola necessaria. Infine il tutto si conclude ritenendo superflua ogni possibile attività </span><span class="fs11lh1-5">investigativa e giudiziaria in relazione ai reati di omicidio volontario o istigazione al suicido.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">2. </b><b class="fs12lh1-5">La riapertura delle indagini e i nuovi rilievi tecnici</b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">2.1.1. </span><span class="fs11lh1-5">Chi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">era</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">presente</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quella</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sera?</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">L’avvocato Goracci continua a fare il suo mestiere. A dicembre 2015 presenta una nuova istanza di apertura del caso Rossi con ben tre nuove perizie di parte. La perizia grafologica svolta sui biglietti trovati nel cestino all’interno dell’ufficio di David, la perizia del medico legale e la relazione dell’Ing. Scarselli effettuata studiando il video delle telecamere di sorveglianza. Il nuovo Pm Boni, decide di riaprire così il caso affidandolo a due consulenti esterni alla città di Siena. Si rivolge quindi a Cristina Cattaneo, medico legale dell’università di Milano, e al tenente colonnello dei Ris, Zavattaro. Il quesito che viene posto è molto semplice: “la morte di Rossi è un suicidio o un omicidio?”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le indagini ripartono da zero mentre al medico legale spetta la revisione della prima autopsia e al colonnello Zavattaro la ricostruzione della dinamica dell’accaduto, il Pm Boni tenta di scoprire chi era presente in banca quella sera. L’indagine parte dalla richiesta dei registri d’ingresso e di uscita della banca, dei badge ai tornelli e segue con l’interrogazione al portiere Riccucci. Si scopre però che non esiste alcun registro cartaceo e che quelli elettronici erano si istallati, ma entrarono in funzione solo nel settembre del 2013. Il Pm decide allora di acquisire i video delle telecamere posizionate ai tre ingressi della banca, uno dei quali, posizionato proprio nel vicolo in cui viene trovato Rossi, per scoprire, però, che, anche in questo caso, i video si eliminano in automatico dopo sette giorni, a meno che non vengano immediatamente sequestrati dalle autorità giudiziarie. Ovviamente, però, dopo la morte del manager nessun video era stato acquisito.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">2.1.2.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">La</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">testimonianza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">del portiere</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">L’ultima soluzione possibile per Boni, è quella di convocare il portiere Riccucci presente quella sera in MPS, per porgergli qualche domanda. A distanza di tre anni, sicuramente ricordare chi fosse presente in banca è assai difficile per il portiere. Riccucci spiega però che solo la portineria centrale resta aperta fino a tardi e che tutte le altre chiudono tra le 17,30 e le 18,00 confermando l’assenza di registrazioni video ai tornelli. Ma com’era possibile allora chiudere anche l’ultima portineria assicurandosi che all’interno dell’istituto non ci fosse più nessuno? </span><span class="fs11lh1-5">A questa domanda Riccucci, risponde che, nella maggior parte dei casi, si affidava alla memoria. Alquanto strano dal momento che, a Rocca Salimbeni, lavorano più di trecento persone, senza contare ospiti, visitatori ed eventuali tecnici fornitori di beni e servizi. Il portiere allora modifica la sua versione spiegando che, come metodo per assicurarsi la completa assenza di persone, spegneva tutte le luci. In questo modo, se ci fosse stato ancora qualcuno all’interno della banca, avrebbe chiamato in portineria facendo notare la propria presenza. Sicuramente si tratta di un metodo ma se qualcuno volesse rimanere in banca intenzionalmente e senza esser scoperto? </span><span class="fs11lh1-5">Riccucci sarà poi sentito più volte nel corso delle indagini. Secondo la sua testimonianza, quella sera, dopo esser stato chiamato da Filippone, per sapere se Rossi fosse ancora presente in banca, vide arrivare al Monte anche Carolina, figlia di David. Sempre secondo quanto da lui raccontato, la figlia decise di dirigersi nell’ufficio di David insieme a Filippone. Poco dopo confermerà di esser stato chiamato da Filippone per informarlo sulla morte del manager e, dopo aver bloccato le porte scorrevoli, in ingresso e in uscita, comunicherà di averlo raggiunto nell’ufficio di David. Riccucci ricorda inoltre che Carolina attendeva in un’altra stanza e che non era presente nell’ufficio. A quel punto Filippone lo invita a sbloccare le porte di uscita, per permettere a Carolina di allontanarsi, e scendendo confermerà di aver incontrato Mingrone che stava cercando anch’esso di uscire. Avvertito anche Mingrone dei fatti, i due raggiungeranno Filippone nell’ufficio di Rossi. Mingrone chiamerà a quel punto il 118 e tutti e tre si dirigeranno successivamente nel vicolo. Solo dopo l’arrivo dei soccorsi, Riccucci, dirà di aver seguito gli avvenimenti tramite le telecamere di video sorveglianza. Nonostante questo, però è difficile ricordare chi fosse presente. Verranno menzionate dal portiere all’incirca una decina di persone. Queste saranno tutte individuate e sentite, ma, in assenza di registri o di video da parte delle telecamere di sorveglianza, non è possibile accertare con certezza chi fosse davvero presente in banca quella sera. Anche i consulenti incaricati da Boni scriveranno agli atti che, a causa della carenza dei dati disponibili, le indagini richiederanno un impiego di tempo maggiore, nonché la riesumazione del cadavere e nuove misurazioni, riprese video ed eventuali campionature dei luoghi. Il nuovo Pm, sempre più convinto di scoprire la verità, accorda immediatamente la richiesta del medico legale di riesumare il corpo per eseguire una nuova autopsia. A seguito del nuovo esame, viene convocato per rispondere </span><span class="fs11lh1-5">ad alcune domande il vecchio medico legale, il Dott. Gabrielli. Egli, non ricorda però i particolari degli abiti di David, non ricorda se la camicia era intatta o strappata e conferma di non aver annotato le singole ferite e i singoli ematomi, in quanto in quel momento si riteneva un’operazione inutile, così come anche repertare e analizzare i vestiti indossati da Rossi.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>2.2. </b><b>I verbali dei soccorritori</b></span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Boni, però, che con ogni strumento a sua disposizione tenta di raccogliere il maggior numero di informazioni, chiederà i verbali dei soccorritori, i quali presentano alcuni punti saldi. Fin da subito infatti viene confermato che, la camicia di David era stata strappata da loro per effettuare la manovra di rianimazione, che le maniche non erano raccolte sopra i gomiti ma ben allacciate sui polsi, che sui polsini non vi era alcuna macchia di sangue, che tutto l’abbigliamento di David era impeccabile, con pantaloni stirati e scarpe che sembravano nuove tanto che erano pulite. Tutte informazioni molto utili ai fini dell’indagine in quanto permettono di dedurre che, i fazzoletti trovati nel cestino dell’ufficio di David non sono serviti a lui per tamponarsi i tagli sui polsi come ipotizzato dai Pm nel corso delle prime ricostruzioni, altrimenti sui polsini della camicia si sarebbero rilevate delle macchie di sangue.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un altro elemento che non combacia con quanto sostenuto in precedenza, ma che trova spiegazione dopo quanto confermato dai soccorritori, è l’ematoma prodotto dalla cassa dell’orologio che ha avuto origine prima dell’impatto e non con esso, perché, in questo caso, il quadrante sarebbe rimasto all’interno della manica della camicia o nelle immediate vicinanze. Però, vicino al corpo di David non vi era alcun oggetto. Di questo, ne sono certi gli operatori del 118, in quanto al termine del loro lavoro, raccogliendo tutto il materiale utilizzato per soccorrere il corpo, fecero molta attenzione alla scena per cercare di contaminarla il meno possibile e l’orologio li non c’era. Un’ipotesi corretta, a questo punto, può esser proprio quella dei consulenti della famiglia Rossi, i quali sostenevano che l’orologio fosse stato gettato dalla finestra solo in seguito alla caduta di Rossi, proprio come si vede dal video.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>2.3. </b><b>Il video della caduta</b></span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche Antonella, la moglie di David, non è ancora pronta ad arrendersi. Dopo dodici mesi, decide di rispondere ad alcune domande di un’intervista del tg1. Nelle sue dichiarazioni, Antonella, ribadisce con estremo dolore, che il marito, non avrebbe mai compiuto un gesto simile, che non avrebbe mai abbandonato la sua famiglia e sua mamma. Antonella esige delle risposte da parte della magistratura, che però, tardano ad arrivare. Decide così, insieme al suo legale, che continua a studiare le carte del caso insieme ai consulenti, di analizzare da zero la vicenda, facendosi aiutare da altri periti. In particolare dall’Ing. Scarselli, il quale, approfondisce il materiale raccolto dagli inquirenti, o almeno quel poco che c’è di disponibile. Egli si concentra maggiormente sul video registrato dalla telecamera di MPS che ha ripreso la caduta di David, gli ultimi metri di volo e i momenti di agonia in cui l’uomo rimane a terra.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’Ing. Scarselli, fin dall’inizio, dichiara che si sarebbe aspettato una caduta diversa da quella ripresa nel video. Un suicidio, infatti, comporta uno slancio e un abbandono del corpo, elementi che, in questo caso, non sono presenti. Il tronco cade a terra perpendicolarmente rispetto al muro. Vi è poi l’assenza di rotazione, particolare molto importante in quanto in qualunque modo David si fosse lasciato andare dalla finestra, se in piedi andando indietro con le spalle, se seduto sul davanzale o in ginocchio, il corpo sicuramente avrebbe ruotato. Presumibilmente, David, avrebbe sbattuto prima le spalle o addirittura la testa. Per la dinamica della caduta di Rossi, Scarselli, non si spiega il suicidio. Questa però non è l’unica incongruenza riscontrabile quella sera. </span></div><div><span class="fs11lh1-5">A seguito della caduta, David, viene ritrovato su via dei Rossi, più noto come “vicolo Monte Pio”. Si tratta si di un vicolo chiuso in cui il passaggio avviene per ragioni particolari ma, allo stesso tempo, ci si trova nel centro della città. La caduta di David, avviene al termine di una giornata lavorativa in cui il passaggio di gente è notevole. Vi è il rientro degli studenti universitari, la presenza di una biblioteca aperta fino a tarda sera, inoltre, dal vicolo si accede ad una delle scale mobili che conduce a uno dei parcheggi più grandi di Siena, e vi sono diversi esercizi commerciali, tra cui anche un ristorante. Com’è possibile, allora, che per ben ventidue minuti nessuno si accorga che c’è un uomo a terra che giace moribondo in fin di vita? E che per i successivi quaranta minuti nessuno entri nel vicolo? </span><span class="fs11lh1-5">La spiegazione è valida solo nel caso in cui, la visuale fosse stata occultata. Una particolare caratteristica del vicolo è la presenza di un angolo all’inizio del vicolo, che sfocia, poi, sulla strada principale dove transitano persone e auto. La telecamera lo inquadra completamente. La registrazione dura solo 58 minuti, ma l’Ing. Scarselli, studiando ogni singolo frammento del video, scopre parecchi elementi interessanti. Il primo inquietante ritrovamento, è la presenza dell’ombra di un uomo all’ingresso del vicolo appena un minuto dopo la schianto di David, seguito da una luce che si accende. Dopo soli quattro minuti, si nota la presenza di un mezzo dal quale scende un soggetto con un puntatore, che viene maneggiato quasi come se fosse usato come mezzo per comunicare, e via dicendo così per quasi ogni minuto, vi è un susseguirsi di ombre, presenze e luci. David si schianta al suolo al minuto tredici del video. Come appena accennato, poco dopo, viene riscontrata la presenza di un uomo con piumino e cappuccio, mano in tasca, chiaramente al telefono, che si addentra nel vicolo, si sporge, guarda il corpo di Rossi e poi sparisce. Sono le 20,11. Ma cosa sta facendo l’uomo? Vede Rossi? Forse è intento a chiamare i soccorsi? No, perché dalla ricostruzione dei fatti, verrà dimostrato che, la chiamata al 118, verrà effettuata tra le 20,40 e le 20,45.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da una ricostruzione 3D realizzata dal consulente della famiglia Rossi, che riproduce fedelmente il luogo in questione, sarà possibile dimostrare che l’uomo, entra all’interno del vicolo per circa quattro metri, quanto basta per poter vedere chiaramente il corpo e il volto di David. L’identità del soggetto non verrà mai ricercata e, quindi, accertata. Il video mostra inoltre un oggetto cadere proprio dalla finestra di David dopo oltre venti minuti che il corpo giaceva a terra. Si pensa che l’oggetto in questione, possa esser proprio il quadrante dell’orologio che David ha sempre portato al polso. Altri elementi fanno insospettire sempre di più l’Ing. Scarselli. Il vicolo Monte Pio, è di proprietà della banca, è un vicolo poco trafficato, ma quella sera vi sono ben due mezzi che sostano al suo ingresso. Un’auto che effettua una manovra di retromarcia, deducibile dalle luci prima bianche e poi rosse dei freni, e un furgoncino parcheggiato proprio nel punto in cui il vicolo fa una piccola curva quasi ad ostacolare maggiormente la vista del corpo di David. Dalla targa del veicolo, si risale al proprietario, un tuttofare che in quei giorni è alle prese con una serie di lavori all’interno della banca. Si tratta per lo più di lavori di verniciatura. Forse si tratta proprio di quella vernice trovata sotto le scarpe di David? Magari dopo aver chiamato Antonella, </span><span class="fs11lh1-5">Rossi ha incontrato qualcuno con cui è andato a parlare altrove rispetto al suo ufficio dal momento che David, in quel periodo, avendo subito delle perquisizioni, aveva il sospetto di essere spiato? Tant’è che Carolina, confermerà poi la paura di David, il quale, pensava che fossero presenti cimici all’interno della sua casa e del suo ufficio. Magari nello spostarsi è passato proprio in uno dei punti appena tinteggiati, il che spiegherebbe, la presenza di vernice sotto le scarpe. Si tratta però solo di ipotesi e di supposizioni, dal momento che, le scarpe di David, non furono mai analizzate o portate in laboratorio, così come i suoi indumenti che, insieme ai fazzoletti, sono stati distrutti dal procuratore Natalini durante la prima indagine. Distrutti però non nei mesi successivi ma immediatamente, ovvero nei giorni seguenti alla sua morte. Infine, “frame per frame” ovvero visionando l’immagine fotogramma per fotogramma (nel video digitale e nell'animazione 2D e 3D, il frame è l’immagine fissa che compone il video in movimento), l’Ing. Scarselli si è accorto della scarsa qualità del video, quasi come se su di esso, ci fosse stato un intervento di modifica.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>2.4. </b><b>La simulazione della caduta</b></span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel frattempo, in accordo con i consulenti, si decide di simulare la caduta di Rossi dalla finestra. Inizialmente, questa doveva avvenire con l’uso di un manichino dello stesso peso e della stessa altezza di David, in modo tale da verificare la correttezza dei calcoli svolti fino ad ora e l’altezza dal quale David fosse precipitato. La differenza di poche decine di centimetri è fondamentale ai fini dell’indagine. Se David fosse stato buttato da dei soggetti, come ipotizzato dai consulenti di parte, sarebbe passato sopra la barra di protezione del davanzale. Mentre, se si fosse appeso alla sbarra, essendo David alto meno di 1.70 metri, aggrappandosi e allungandosi parallelamente al muro, come ipotizzato dalla procura, sarebbe caduto da due metri più sotto rispetto alla soglia basale della finestra. Infatti, due metri, su una caduta di dodici, fanno la differenza. I rilievi durano sette ore e mezzo, ma la simulazione della caduta non viene fatta come stabilito in precedenza con l’uso di un manichino, ma con un vigile del fuoco provvisto di imbracatura. L’uomo, pur tentando di simulare la ricostruzione fatta sia dai Pm, che dai legali della famiglia Rossi, non riesce a riprodurla fedelmente. Il vigile del fuoco, infatti, non è della stessa stazza di David né per quanto concerne il peso, né per quanto concerne l’altezza. Tentando di imitare la dinamica proposta dai Pm, che prevedeva David appeso alla barra di protezione, si riscontrerà, però, </span><span class="fs11lh1-5">che l’uomo, avrebbe sbattuto contro il muro durante la caduta, riportando numerose escoriazioni. Elementi ovviamente non citati nelle autopsie. Le lesioni riportate da David, secondo i Pm, potevano esser causate dal davanzale della finestra, ma il vigile del fuoco, ha confermato più volte, che nulla su di essa o all’esterno, avrebbe potuto procurare tali lesioni. Anche per quanto riguarda i reperti, la sola speranza di trovare tracce di Dna, a distanza di trentanove mesi, tra pioggia, persone, auto ecc., sarebbe stata pura utopia. </span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche il colonnello del Ris, Zavattaro, cercherà di ricostruire la caduta, di calcolarne la velocità, chiedendo l’originale del video ripreso dalla telecamera di sicurezza, per scoprire, però, che il video non esiste più. L’unico disponibile per le analisi è una copia, probabilmente quella che anche l’Ing. Scarselli ha esaminato e ha ritenuto che potesse esser stata contraffatta. Zavattaro chiede poi di poter aver accesso al cellulare di David, o ad altro materiale sequestrato, come i fazzoletti rinvenuti nel cestino dell’ufficio del manager, per ricercare ulteriori tracce, come sangue, saliva o la presenza di Dna di terzi. Ma, come risposta, gli viene comunicato, che i reperti non esistono più. Il Colonnello, impiega ben sei mesi a terminare la consulenza tecnica (composta da ben 172 pagine). Quest’ultima, la quale contiene le conferme e le smentite delle ipotesi fatte dai periti di parte. All’interno della relazione viene subito sottolineata la difficoltà con cui si è svolto il lavoro a causa della scarsa disponibilità di prove e reperti e con uno stato dei luoghi modificato nel tempo. Viene indicato come, di fronte a un caso sospetto, sia esso impossibile da classificare con certezza come suicidio o omicidio e per questo è stato adottato un metodo alternativo che vede l’individuazione di tutti gli elementi a sostegno di una o dell’altra ipotesi per poi sommarli e giungere ad una conclusione.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>2.5. </b><b>I rapporti del RIS e del medico legale</b></span></li></ul><span class="fs11lh1-5">A seguito di questa premessa, la nuova consulenza del Ris e del medico legale parte con l’esame di quello che è accaduto la notte del 6 marzo 2013. Come accertato dall’Ing. Scarselli, viene confermata l’ora della caduta di Rossi alle 19.43, cioè sedici minuti prima rispetto a quanto impresso nella registrazione e a quanto sostenuto dai Pm Natalini e Marini. Viene smentito quanto sostenuto dai tecnici delle prime indagini, i quali ritenevano la posizione del corpo di David compatibile con la caduta. Vengono ribadite diverse volte la scarsa qualità del video, la mancanza di prove e di materiale sequestrato. Non è possibile </span><span class="fs11lh1-5">determinare con certezza nemmeno la velocità di caduta del corpo e il punto o la posizione di partenza. Come già spiegato in precedenza, non è possibile nemmeno giustificare la dinamica della caduta in relazione alla posizione assunta da David. Insomma, non torna niente.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">2.5.1 La scena del crimine</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">In merito alla scena del crimine, gli uomini del RIS analizzano ogni singolo mattone del muro. Si scoprono segni interni ed esterni intorno alla finestra, si ispeziona il sottopassaggio che porta al vicolo Monte Pio, da dove vengono prelevati campioni di intonaco e di vernice, e ancora vengono analizzati computer, telefoni e effettuate analisi biologiche per cercare del Dna, ma con scarsi risultati. Nel corso delle nuove indagini si scopre della presenza di sei fotografie scattate dai Pm la notte del 6 marzo e di un video girato con il telefonino da uno degli uomini delle forze dell’ordine arrivato per primo sulla scena. Comparando il video con le immagini scattate nel corso della nottata, è possibile notare che la scena ha subito delle modificazioni e non è rimasta “cristallizzata” come previsto da ogni procedura standard. I particolari che giungono subito agli occhi sono la giacca di Rossi, che nel video risulta buttata frettolosamente sulla sedia dell’ufficio di David, mentre nelle foto risulta appesa ordinatamente al suo schienale. Dalla scrivania di David mancano degli oggetti, alcuni sono stati spostati e altri ancora aperti o chiusi. Si tratta in tutto e per tutto di una scena contaminata e compromessa ai fini delle indagini già a partire proprio da quella sera. Dalle foto risulta subito che gli inquirenti all’interno dell’ufficio non sono provvisti di appositi DPI, quali guanti, copri scarpe o mascherine previsti dai protocolli di investigazione scientifica.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">2.5.2 Segni evidenti di colluttazione</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Un altro elemento che resta senza spiegazioni sono alcune ferite e alcuni ematomi trovati sul cadavere di Rossi, incompatibili con la dinamica di un suicidio. Si tratta di un taglio al labbro, una lacerazione sul naso e una sulla fronte. Se osservate attentamente, le ferite in questione sono tutte e tre in linea, quasi a formare un’asse. Nella prima autopsia queste osservazioni vengono solo menzionate senza esser analizzate nello specifico, in quanto un approfondimento viene ritenuta un’operazione superflua. Solo nel corso della seconda autopsia, a distanza di tre anni dalla morte, si è cercato di determinare da dove queste ferite </span><span class="fs11lh1-5">o questi ematomi provenissero, ma a causa del tempo trascorso fu impossibile determinarlo, tant’è che alcune di esse non furono più nemmeno individuabili. L’unica certezza che risulta da entrambe le autopsie è la causa di morte attribuibile a lesioni a seguito di una precipitazione. Le uniche ferite ad esser giustificate sono quelle presenti sulla parte posteriore del corpo di David prodotte dall’impatto al suolo, mentre per quelle posizionate sull’addome, sul volto e sugli arti questo non si può dire. Secondo il nuovo perito Cristina Cattaneo, nominato dal Pm Boni, le uniche spiegazioni legate a quelle lesioni sono attribuibili, ad esempio, ad una colluttazione o ad un intervento da parte di terzi prima della caduta. Con i pochi elementi in mano ai consulenti, le nuove relazioni possono solo concludersi dicendo che “non esistono elementi tecnici dimostrativi dell’intervento di terze persone, seppure vi siano chiari elementi che indicano palesemente colluttazioni”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Restano tanti, troppi dubbi che mai verranno chiariti, soprattutto a causa della mancata conduzione delle indagini nel momento in cui dovevano esser svolte.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>2.6. </b><b>I tre argomenti principali a sostegno dell’ipotesi di suicidio</b></span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">L’opinione pubblica nel frattempo si è accorta di quanto è accaduto a Siena e segue sempre con maggiore interesse lo svolgersi della vicenda. Chiunque si interessi al caso Rossi, si imbatte in troppi elementi che conducono a tutto fuorché ad un suicidio. Sono tre gli argomenti principali di chi è convinto che la morte di David sia un suicidio. Partiamo da un ritrovamento avvenuto nel suo ufficio che farebbe pensare ad un gesto di chi ha deciso di farla finita. Quando la polizia entra nella sua stanza, trova tre fogli accartocciati e strappati nel cestino dei rifiuti insieme a dei fazzoletti sporchi di sangue e a delle linguette di alcuni cerotti. Sembrano il tentativo fallito di scrivere una lettera d’addio alla moglie Antonella che però resta subito colpita da tre parole utilizzate da David per rivolgersi a lei: Toni, amore e scusa. Ma cosa c’è scritto su quei biglietti?</span></div><div><span class="fs11lh1-5">«<i>Ciao Toni, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppo grossa. Nelle ultime</i><i> </i><i>settimane</i><i> </i><i>ho...».</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Però, come dichiarato da Antonella, il marito non si sarebbe mai rivolto alla moglie con il nome di Toni. A suo dire lo faceva di proposito e non perché non fosse abituato a farlo. </span><span class="fs11lh1-5">Addirittura scherzava proprio su questo aspetto, in quanto Antonella era solita chiedergli di chiamarla con questo soprannome come facevano tutti.</span></div></div><div><div><i class="fs11lh1-5">«Ciao Toni, amore, l’ultima cazzata che ho fatto è troppo grossa per poterla sopportare».</i></div><div><i class="fs11lh1-5">«Hai ragione, sono fuori di testa da settimane».</i></div><div><span class="fs11lh1-5">Magari David, non chiamandola con il soprannome di Toni, si rivolgeva a lei con il termine amore? No, nemmeno così.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Infine, l’ultimo biglietto più definito e concreto nell’avvalorare la tesi di suicidio.</span></div><div><i class="fs11lh1-5">«Amore mio ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata davvero troppo grossa. E non ce la faccio più. Credimi è meglio così».</i></div><div><span class="fs11lh1-5">A non convincere in questo caso è l’uso della parola “scusa”, una parola che per David, fortemente orgoglioso, risultava difficile anche solo da pronunciare. Tre aspetti che all’interno di una stessa lettera fanno subito insospettire la moglie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma questi tre biglietti furono sottoposti ad una perizia calligrafica? Si. Nel corso delle prime indagini, infatti, si stabilì che la calligrafia usata era proprio quella di David. La famiglia, però, non del tutto convinta, decide a sua volta di nominare un consulente di parte per un’ulteriore analisi su questi biglietti. Anche il consulente di parte della famiglia Rossi, all’interno della sua relazione, affermerà che la calligrafia corrisponde a quella di David ma che probabilmente, fosse stata scritta in conseguenza di forzature e di dettatura.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Allora l’uso dei tre termini era volontario? Come se David avesse voluto mandare un messaggio alla moglie? Forse per farle capire che si era lui a scrivere ma che in realtà non lo stava facendo di sua spontanea volontà? Un altro aspetto che fa pensare ad un’azione involontaria, è che i biglietti siano stati trovati nel cestino. Infatti, si suppone che una persona che ormai ha modulato l’intenzione di uccidersi non nasconde i biglietti d’addio nel cestino, li lascia direttamente sulla scrivania.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il secondo elemento, considerato forse l’argomento principale di chi considera il fatto avvenuto come un suicidio, Si tratta di un episodio accaduto pochissimo tempo prima che David perdesse la vita. A raccontarlo è proprio la figlia Carolina, la quale ricorda che una </span><span class="fs11lh1-5">sera, mentre erano a cena, notò sul polso e sull’avambraccio del padre una serie di tagli. Preoccupata decise di rivolgersi alla madre che, a sua volta, ignara dell’accaduto decise di chiedere spiegazioni proprio al marito. Inizialmente David era evasivo, non dava spiegazioni, diceva di essersi tagliato in modo accidentale con una risma di carta ma Antonella nota subito che sta mentendo. Così, insistendo, riuscì a farsi dire la verità. David rispose con una frase scioccante: «</span><i class="fs11lh1-5">hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per esser più cosciente...”». </i><span class="fs11lh1-5">Con questa frase il manager lasciò intendere di essersi autoinflitto quei tagli facendolo credere in un primo momento anche alla sua famiglia. Si trattava però di un fatto mai accaduto prima e di tagli superficiali. Sempre quella sera, però, a seguito della discussione appena avuta con la moglie, David decise di accompagnare Carolina nella sua libreria. Ad alta voce e con un block notes tra le mani, finse di voler fare un disegno, un cane con tanto di zampe e coda. In realtà stava scrivendo un messaggio a Carolina, intimandola di non parlare di quello che era accaduto ne fuori ne in casa. La figlia intese allora che il padre non voleva che si parlasse di questo ad alta voce e gli chiese se, secondo lui, fossero presenti delle “cimici” in casa. David annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa cinque minuti, dopodiché David strappò i fogli e li tenne per sé. Era convinto di essere ascoltato, tant’è che poche settimane prima la famiglia Rossi aveva subito delle perquisizioni e fu proprio da questo momento che iniziò la trasformazione di David nonostante, poi, non fosse mai stato formalmente indagato. Ma allora perché David non voleva che qualcuno ascoltasse dei tagli, a maggior ragione se era stato proprio lui ad infliggerseli? E quei tagli possono esser la prova che David avesse potuto o si sarebbe potuto buttare dalla finestra? Secondo i legali e la famiglia di Rossi, la risposta è “no”. Un conto, infatti, è esser turbati, un conto è suicidarsi lanciandosi dalla finestra del proprio ufficio. Sono due cose completamente diverse. Inoltre, nell’analisi fatta sulle ferite in questione, è possibile notare che la digitopressione è di forma completamente ribaltata rispetto a quella che avrebbero avuto i tagli se fossero stati autoinflitti. Nessuno mai, però, condusse delle indagini approfondite per determinare la natura di quelle lesioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Siamo nelle ultime ventiquattro ore della vita di David, più precisamente il 4 marzo 2013. La banca Monte dei Paschi di Siena è al centro di uno scandalo senza precedenti. Esattamente due giorni dopo lo scambio di e-mail con l’amministratore delegato, David volerà giù dalla finestra e non farà mai in tempo a parlare con la procura. Lo scambio di e-</span><span class="fs11lh1-5">mail tra Rossi e Viola, l'amministratrice della Banca Monte dei Paschi, è molto strano e difficile da interpretare. Si tratta di e-mail in cui mancano dei pezzi. Probabilmente parole che si sono detti al telefono come confermato dai tabulati telefonici, i quali confermano uno scambio di chiamate tra i due. All’interno delle e-mail viene più volte citato un tema riguardante una “cosa molto strana, un argomento delicato” ma che non si capirà mai a cosa fosse riferito. Probabilmente si trattava di qualcosa in relazione alla volontà di David di parlare con i Pm, raccontare quello che sapeva chiedendo però delle garanzie a Viola per non rimanerne travolto. L’unico che sa a cosa il manager si riferisse è l’Ad, il quale, però, dice di non ricordare di cosa stessero parlando. È qui che compare il terzo ed ultimo elemento che può far pensare ad un suicidio. Si tratta delle e-mail inviate da Rossi a Viola, con la richiesta di intercedere con i magistrati per suo conto. In queste e-mail ne appare una molto strana. “</span><i class="fs11lh1-5">Stasera mi suicidio, sul serio, Aiutatemi!!!!” </i><span class="fs11lh1-5">Intanto comparirà negli atti solo in un secondo momento. Quando Viola sarà interrogato come persona informata sui fatti, gli verranno mostrate lo scambio di e-mail, tutte le e-mail, meno questa sopra citata. Infatti, questa e-mail verrà trovata solo dopo a seguito delle indagini della polizia giudiziaria analizzando il pc di David. Però è strano, nei destinatari figura solo Viola mentre David parla al plurale riferendosi a più persone con il termine “Aiutatemi!”. Chi sono gli altri soggetti a cui si riferisce David? Inoltre, l’orario dell’invio alle 10,13 si colloca in mezzo allo scambio di e-mail precedenti e la chiamata tra i due. Cosa si saranno detti? Anche in questo caso, troppi dubbi che non verranno mai chiariti.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5"><br></span></b></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>3. </b><b>La seconda archiviazione</b></span></div><div><ul><li><b class="fs11lh1-5">3.1. </b><b class="fs11lh1-5">I dieci errori dell’indagine secondo la famiglia</b></li></ul><span class="fs11lh1-5">Un punto decisivo di questa storia è rappresentato dalle indagini. Si tratta delle prime svolte sei anni fa e delle molte attività che la Procura avrebbe potuto fare ma che non sono state fatte:</span><br></div></div><div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Non sono mai stati chiesti nell’immediato i tabulati e i dati delle celle</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">telefoniche degli apparecchi cellulari che sono transitati dentro e vicino alla banca</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">nelle ore della morte di David. Per “tabulato telefonico in realtà definito “archivio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">storico</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">del</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">traffico</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">telefonico”</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dell’utenza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">esame,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">contiene</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">una</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">notevole</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quantità</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">informazioni.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Ad</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">esempio,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">è</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">possibile</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">vedere</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tutte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">le</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">chiamate</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fatte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ricevute</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">una certa utenza, le chiamate “fallite” come numero occupato o telefono non</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">raggiungibile, gli SMS e gli MMS inviati e ricevuti, l’identificativo della cella che</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">serviva il telefono chiamante e quello chiamato al momento della conversazione e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tutte le celle “attraversate” dai telefoni in movimento durante la conversazione.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Grazie</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">alle</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">celle</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">è</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">infatti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">possibile</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">anche</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">conoscere,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">con</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">una</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">certa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">approssimazione,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la posizione del telefono al momento della chiamata e seguirne gli spostamenti da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">una all’altra. Inoltre, è possibile conoscere il numero IMEI, che identifica in modo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">univoco</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">telefono,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">numero</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">IMSI,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">identifica</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">scheda</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">SIM,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ogni</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">telefono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">coinvolto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">nella</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">conversazione.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Se</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fosse</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">stato</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fatto,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">forse</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">si</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sarebbe</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">potuta</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">rintracciare quindi la persona che, con il telefono all’orecchio, compare nel video</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">alle 20,11.</span></li><li>I<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">vestiti di David non sono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">mai stati</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sequestrati</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e non sono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">mai stati</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">analizzati. Su di essi si sarebbe potuta effettuare ad esempio la ricerca di fibre</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">presupponendo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">trasferimento</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di queste</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tra</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">diversi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">indumenti di uno</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">o più</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">soggetti distinti in seguito a un eventuale loro contatto e/o colluttazione. Nel caso</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di David, anche se i vestiti non fossero stati buttati, non sarebbe stato possibile</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">esaminarli in tempi brevi ed evitare le varie contaminazioni/errori tecnici di chi,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">come possiamo constatare, aveva avuto accesso alla scena tra cui gli agenti di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">pronto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">soccorso nel tentare</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">rianimare</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">vittima.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Indossando come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">protocollo </span>tutti i DPI previsti, si sarebbero potuti repertare gli indumenti avendo cura di preservarli in apposite buste di carta politenata (un tipo di carta utilizzata per le stampe fotografiche). La ricerca di fibre avviene con l’ausilio di una lente d’ingrandimento sulla superficie interessata per individuare materiale estraneo come vernice, peli, capelli, fibre tessili provenienti da altri soggetti e se eventualmente presenti, vanno repertati con l’ausilio di pinzette e in provette separate e sigillate. Nel caso in cui la presenza di elementi estranei all’indumento esaminato non sia visibile ad occhio nudo, è possibile procedere all’asportazione mediante tamponamento con nastro adesivo trasparente della zona interessata. Al termine della tamponatura è fondamentale fissare la striscia sull’apposito foglio di acetato, e conservare ogni foglio in una busta formato A4. Il prelievo può essere eseguito anche facendo uso di mezzi aspiranti.</li><li>Non è mai stato fatto l’esame istologico sulle ferite ritrovate sul corpo di<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">David. Se fosse stato fatto si sarebbe saputo con certezza quando David si è</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">procurato quelle ferite, se prima o dopo la caduta dalla finestra. Delle lesioni come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">escoriazioni, ecchimosi, ematomi, etc., se ne si sarebbe potuta indicare la natura, la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sede, il numero, la direzione, le dimensioni e la forma. Il medico legale avrebbe</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">potuto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">descrivere</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">maniera</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">più</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">minuziosa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">le</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">lesioni</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">riportate</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">David.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">A</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">supporto,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">rilievo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fotografico</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ben</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fatto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sarebbe stato</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">molto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">utile ai</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fini</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">identificativi.</span></li><li>Non si è fatto immediatamente l’esame del dna sul corpo di David, né<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sull’orologio, né sui telefoni cellulari. Come sappiamo il dna può esser estratto da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">qualsiasi materiale, anche in quantità infinitesimali e uno dei suoi pregi è proprio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quello di rimanere inalterato per cui può essere prelevato anche a distanza di anni.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">In questo caso, probabilmente l’analisi avrebbe potuto confermare con certezza se</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ci</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fosse</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">stata</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">una</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">colluttazione</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">chi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fosse</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">presente</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">nell’ufficio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">David</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quella</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sera</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">prima</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">volasse</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dalla</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">finestra.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Inoltre</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">profilo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">genetico</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ottenibile</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dal</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dna</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">è</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">unico</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">per</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ciascun</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">individuo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(ad</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">eccezione</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dei</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">gemelli</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">identici)</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">consente</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">perciò</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un’identificazione certa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dell’individuo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">cui</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">appartiene.</span></li><li>I fazzoletti sporchi di sangue ritrovati nel cestino dell’ufficio di David<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">furono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">distrutti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dalla</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Procura</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">senza</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">mai</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">esser</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">analizzati</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">prima</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fosse</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">decretato </span>il suicidio. Non si scoprì mai infatti a chi apparteneva quel sangue, nel caso fosse stato di David quando si sarebbe tamponato eventuali ferite o da chi.</li><li>Non sono state identificate tutte le persone che erano presenti in banca<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quella sera.</span></li><li>Non<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">state</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">mai</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">acquisite</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">le</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">immagini</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">delle</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ben</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dieci</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">telecamere</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">interne</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ed</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">esterne</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">alla</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">banca,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tranne</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quella</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ha</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ripreso</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">caduta.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Se</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fossero</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">stati</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">acquisiti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tali video avrebbero permesso di vedere i movimenti sia interni che esterni di tutte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">le persone che nelle ore in cui è morto David erano presenti nell’Istituto. L’Image</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Forensics</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Video</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Forensics</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">discipline</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">contenute</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">all'interno</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">più</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ampia</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">famiglia del Multimedia Forensics, comprendono tutte quelle le attività di analisi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">delle immagini e dei video svolte oramai prevalentemente in ambito digitale, per</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">estrapolare dati e informazioni prettamente ad uso forense. Con il termine Image</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Video Forensics ci si riferisce ad una specifica area della Digital Forensics che si</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">occupa dello studio e dell’analisi di immagini e di video per la loro validazione e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">utilizzo in ambito forense. In questo caso anche la “Forgery Identification” che si</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">occupa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">proprio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">identificare</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">presunte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">manipolazioni,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ovvero</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dell'inserimento/cancellazione di alcuni particolari a fini fraudolenti, sarebbe stata</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">molto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">utile.</span></li><li>L’unico video in cui si vede la caduta di David non è integrale ma è stato<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tagliato.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Parte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">minuto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">prima</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">caduta</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">termina</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">prima</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dell’arrivo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dei</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">soccorsi.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">In questo caso specifico la Video Analysis assume un ruolo fondamentale. Si tratta</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">infatti dell’analisi di situazioni complesse, caratterizzate da elementi di dinamicità</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">caduta</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">David,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">volte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ad</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">esempio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ad</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">individuare</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dinamiche</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e/o</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">comportamenti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sospetti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">veicoli</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">o</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">soggetti,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dove</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">spesso</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">assume</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ruolo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fondamentale</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">anche la procedura di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">acquisizione delle fonti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">analizzare.</span></li><li>La<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">procura</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">non</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ha</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">aperto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">nell’immediato</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">fascicolo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">per</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">reato</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">omissione di soccorso per determinare l’identità del soggetto che entra nel vicolo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">con</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">telefono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">all’orecchio</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">alle 20,11.</span></li><li>Dalla<span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">prima</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">archiviazione</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">agosto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">2013,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">procura</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ha</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">aspettato</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">più</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">due</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">anni</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">prima</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">riaprire</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">caso</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">nel</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">novembre</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">2015.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">In</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quei</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">due</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">anni,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tempo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ha</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">reso</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">indecifrabili</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tutti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">gli</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">elementi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">utili</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">capire</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">davvero</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">cosa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">possa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">esser</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">successo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">quella</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">notte.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Queste sono alcune delle principali critiche che la famiglia di David muove alle indagini svolte dalla procura di Siena.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si arriva così a dicembre 2016 la salma di David Rossi torna in pace al cimitero. Solo due mesi dopo, il procuratore Salvatore Vitello firma l’archiviazione del caso. Nulla pare esser certo anche se ci si aspetterebbe che da un magistrato ci sia chiarezza. Invece, nell’archiviazione viene riportato quanto scritto: </span><i class="fs11lh1-5">“l’ipotesi di omicidio non si può escludere in assoluto, tuttavia non ha elementi circostanziali o biologici che la supportano”. </i><span class="fs11lh1-5">A tal proposito, tutti i segni evidenti di colluttazione non vengono nemmeno citati, mentre le ipotesi a sostegno del suicidio si, a partire dai tre biglietti di addio e dai segni di autolesionismo.</span></div><div><ul><li><b class="fs11lh1-5">3.2. </b><b class="fs11lh1-5">L’opinione pubblica</b><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla richiesta di archiviazione ovviamente si oppongono la moglie di David, il Sig. Goracci avvocato della famiglia Rossi e Carolina, figlia di Antonella. All’interno dell’opposizione, gli avvocati mettono in luce per l’ennesima volta tutte le incongruenze, chiedono di poter interrogare altri soggetti non ancora sentiti ma che potrebbero fornire informazioni utili e chiedono l’analisi dei tabulati telefonici di David per determinare chi ha risposto mentre il manager si trovava già al suolo, ovvero a chi o a cosa corrisponde il numero 40999009 che, per ben due volte, viene composto sul Iphone di David. Ad oggi i così tanti dubbi sollevati, non solo dalla stessa famiglia Rossi, rendono il caso un fatto altamente mediatico: se ne parla sui quotidiani, la Columbia University di New York dedica un focus specifico al processo, molti politici ne denunciano le modalità di indagine e alcune trasmissioni televisive nello specifico Quarto Grado, ne seguono con molta attenzione l'intera vicenda. Diverse reti radiofoniche e televisive, ancora a distanza di anni, ritraggono le immagini e i video relativi all'accaduto. Il 6 Marzo 2017 sul Corriere della Sera, esattamente quattro anni dopo, viene pubblicata l’immagine di Vittoria Ricci (madre di </span><span class="fs11lh1-5">David) che insieme ai suoi famigliari, affigge proprio su quel muro di vicolo Monte Pio, uno striscione recante la scritta: “VERITA' PER DAVID”.</span></div><div><ul><li><b class="fs11lh1-5">3.3. </b><b class="fs11lh1-5">L’omissione di soccorso</b><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Il procuratore Vitello, decide così di aprire nuovamente il fascicolo con l'ipotesi di reato per omissione di soccorso (art. 593 c.p.). Si tratta di un supplemento di indagine di ben diciotto pagine nelle quali si allega un tabulato telefonico della Tim e un verbale di dichiarazione del portiere Riccucci il quale viene risentito in merito all’omissione di soccorso. Questo perché la sera del 6 marzo, alle spalle del Riccucci, erano presenti ben tre gli schermi che inquadravano vicolo Monte Pio e la vittima. Tuttavia nessuno si era accorto che David agonizzante, era disteso a terra da circa un'ora. </span><span class="fs11lh1-5">Nelle dichiarazioni il Riccucci afferma che molto probabilmente le immagini riprese della caduta erano state così rapide, da non potersene minimamente accorgere. Ipotesi plausibile se non fosse per il corpo morente, inquadrato dalle telecamere per altri ventidue minuti.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>3.4. </b><b>Il mistero dei telefonini</b></span><br></li></ul><!--[if !supportLists]--></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel supplemento d’indagine viene inserito anche un documento relativo alla replica della compagnia telefonica per cercare di determinare a cosa corrispondesse il numero 4099009 e risalire a chi avrebbe potuto rispondere (per ben due volte) al telefono di David, quando lui si trovava già a terra. Sarebbe stato meglio, senza alcun dubbio, indagare su tali fatti nell'immediatezza del reato e non e non a distanza di quattro anni. Malgrado ciò la risposta data dalla Tim non porta ad alcuna spiegazione, se non a due affermazioni tra loro contraddittorie: nella prima si conferma la presenza di una conversazione durata pochi secondi, per poi smentire il tabulato dicendo si tratti dell'utenza dedicata ai clienti prepagati (a numero telefonico 4099009). Questa utenza si attiva nel momento in cui il credito esaurisce e si tenta comunque di effettuare una telefonata, la quale viene deviata in automatico al numero 4099009 (come avviso di credito insufficiente e/o SOS ricarica). Potrebbe considerarsi una spiegazione sensata se tale numero fosse comparso sui tabulati telefonici di Carolina, la quale avendo una scheda prepagata e nel caso in cui avesse terminato il credito quella sera chiamando David, avrebbe così attivato la suddetta utenza. Quel numero appare invece sul telefono di David che non solo aveva un contratto </span><span class="fs11lh1-5">telefonico aziendale e un traffico limitato, ma era stato lui stesso ad aver ricevuto la chiamata e non ad effettuarla. Si tratterebbe di un errore dovuto ad un'anomalia di rappresentazione come spiega la compagnia. Carolina inoltre dichiara di esser certa che quella sera, non solo non aveva terminato il credito ma che oltre alle chiamate fatte a David ne erano seguite altre, tra cui quella all'ex ragazzo che a suo tempo le aveva risposto. Carolina effettua quindi insieme all'avvocato Goracci alcune simulazioni: la ragazza chiama l’avvocato sia poco prima di finire il credito, sia quando è già esaurito, in modo tale da deviare la chiamata all’SOS ricarica. Tuttavia il numero 4099009 non compare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A seguito di una serie di indagini, si sostenne nientemeno che il numero fosse collegato ad un conto dormiente poiché facendo una ricerca in rete si scoprì che quel numero corrispondeva ad un conto sulla filiale di Mantova della banca popolare di Puglia e Basilicata. Più precisamente al numero di un certificato di deposito al portatore, emesso per procura dalla Ge Capital Interbanca. David era solito frequentare Mantova in quanto presidente della fondazione Palazzo Te. Perciò si suppose che il conto fosse collegato al Carroccio (la Lega Nord è talvolta chiamata “Carroccio”, in riferimento ad un'antica leggenda che coinvolse Alberto da Giussano nella Battaglia di Legnano) e al sistema di sponsorizzazioni in eccedenza che Rossi gestiva per conto di Monte dei Paschi di Siena, con l’obiettivo di fronteggiare il cosiddetto “mondo grigio” (la Lega appunto). A quei tempi Interbanca era controllata da Antonveneta S.p.A., l’istituto che MPS comprò nel 2007 dal gruppo Santander per 9 miliardi di euro. L’accordo prevedeva che Interbanca rimanesse al Santander cosa che effettivamente avvenne. Solo un anno dopo fu venduta dal Santander al Ge Capital e valutata 1 miliardo di euro. I “titoli al portatore” di Ge Capital catalogati con il numero 4099009 sono stati emessi dalla filiale di Viadana, una cittadina in provincia di Mantova dove ha sede il Viadana Rugby (squadra sponsorizzata da MPS tra il 2007 e il 2010). L’indizio che collegherebbe quei titoli al Carroccio è riportato in un estratto conto della Lega Nord, datato 2 Dicembre 2013. Tuttavia non si scoprì mai di chi fosse quel conto e se il numero in questione apparso sui tabulati e tra le chiamate di David, corrispondesse proprio a quel conto del bollettino rintracciato. Il 4 luglio 2017 viene accolta per la seconda volta la tesi dei due pm Siro de Flammineis e Nicolò Ludovici secondo cui il Rossi si è tolto la vita. Il caso viene quindi archiviato come suicidio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>4. </b><b>La vicenda giudiziaria</b></span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">4.1.1. La piccola procura e il colosso MPS</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">La città di Siena, nota da sempre per via del Duomo risalente al XIII secolo, della Piazza ospitante ogni anno il palio (Piazza del Campo) e della banca più longeva al mondo, diviene ospite del più grande scandalo finanziario d'Europa. Questo, secondo nel mondo solo a Lehman Brothers, è accaduto in Toscana appunto e ha riguardato la più antica banca italiana in attività: quella di il Monte dei Paschi fondata nel XV secolo. Inizialmente la banca era un istituto completamente pubblico che valeva circa 20 miliardi di euro mentre ad oggi il totale azioni è pari a 500 milioni di euro e la perdita totale di valore raggiunta dalla privatizzazione è stimato a circa 50 miliardi di euro. Oltre al danno economico, la Toscana ha pagato il prezzo più alto di questo disastro visto l'incalcolabile danno di immagine e credibilità sia a livello nazionale che per la perdita di fiducia nell’Europa. La magistratura ha identificato tra i responsabili: Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Giuseppe Baldassarri, condannandoli a 3 anni e 6 mesi, al pagamento per le spese processuali e al risarcimento dei danni della parte civile costituita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Monte dei Paschi di Siena fu fondata nel 1472 come una specie di banco dei pegni: si racconta che fosse nata per dare aiuto alle classi più disagiate della popolazione in un momento particolarmente difficile per l’economia locale. Si dice che abbia resistito a tutto, dal fascismo al nazismo senza però far fronte alle diverse forze politiche, in particolare al partito democratico che dall'interno ne ha abusato come un bancomat spolpandola negli anni di ogni ricchezza. Tra le principali ragioni che hanno portato ad una serie di lotte politiche per la spartizione di potere e di denaro, c’è proprio quella che riguarda la crescita della Banca Monte dei Paschi che fin dal 1975 era confinata all’interno di una regione. Solo successivamente alla sua espansione sono nati i primi scontri con chi invece preferiva che la banca rimanesse nell’Italia centrale e crescesse aggregando istituti di credito più piccoli. Ma questo non accadde: per questi apparati politici gli obiettivi erano senza dubbio differenti ma nonostante ciò decisero di portare avanti i loro piani politici con ogni mezzo in loro possesso.</span></div></div><div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">4.1.2. La Banca Antonveneta</span><br></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">Tra gli obbiettivi inerenti al piano di espansione vi era l'acquisizione della Banca Antoniana Popolare Veneta (“Antonveneta”) con sede a Padova; con tale potenza regionale che fino agli inizi degli anni 2000 rappresentava un boccone molto appetibile per l'Europa, la Banca senese intendeva affacciarsi al nord Italia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L'operazione si rivela presto un buco nell’acqua. Nel 2007 infatti Antonveneta viene rilevata dal Banco Santader attraverso l’acquisizione della banca olandese ABN AMRO che per diversi anni aveva tenuto una quota nell’Istituto senese con l’intento di assumerne l’intero controllo. ABN AMRO (di cui Antonveneta è uno degli asset) dovette però cancellare diverse centinaia di milioni di euro in crediti alle imprese, identificando crediti erroneamente classificati e dichiarando la banca dei Paschi ben lontana dai tassi di crescita che essa stessa dichiarava. Il prezzo pagato da Santander a ABN AMRO per l’acquisto di Antonveneta fu di 5.7 miliardi di euro. Vennero coinvolti nelle successive transazioni diversi altri istituti di credito quali Rothschild, BNP Paribas, Merrill Lynch e J.P. Morgan. Sono molti quelli che ne hanno tratto guadagno, fino all'accordo raggiunto da Monte dei Paschi con Banco Santader per l'acquisto di Antonveneta per un importo di 9 miliardi di euro. Ma quali possono essere le ragioni per una simile transazione quando comporta costi così significativi al nuovo proprietario? Ricordiamo che all'epoca l’intero sistema politico italiano era favorevole all’acquisizione di MPS, affinché la banca tornasse in mani italiane. Il tutto sembrava avere una sua logica se non fosse per il prezzo pagato per Antonveneta: si trattò infatti di un’operazione completamente in perdita e MPS si accollò tutti i debiti.</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">4.1.3. La crisi, il crollo e le inchieste</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">La cifra totale saldata da Monte dei Paschi di Siena per Antonveneta fu di 10 miliardi di euro (come rimborso al venditore di Antonveneta) oltre ai 9.25 miliardi del prezzo d’acquisto, per un totale indicato in atti processuali di circa 19 miliardi di euro. L’acquisto di Antonveneta fu autorizzato dalla Banca d’Italia, senza il suo consenso, come previsto dalla legge italiana, quest’ultima non si sarebbe potuta acquisire (riferito alla Banca Antonveneta). Dunque ci si chiede come la Banca d’Italia ben consapevole del costo effettivo per l’acquisizione, l'abbia potuta autorizzare ad un prezzo così elevato. D'altra parte quest'ultima, aveva sottoposto banca Antonveneta ad un’ispezione completa qualche </span><span class="fs11lh1-5">mese prima dell’acquisto di MPS. In questo modo poté accertare come tutti gli indici e i parametri dell'istituto veneto erano negativi e in perdita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In quegli anni Mario Draghi era governatore della Banca d'Italia (successivamente presidente della Banca Centrale d'Europa) e fu lui stesso incaricato come responsabile dell'ispezione. Infatti il documento di approvazione dell’acquisto datato 17/03/2008 porta ancora oggi la sua firma. Si trattò a tutti gli effetti di un acquisto rischioso ed esorbitante di una banca al tracollo, tanto che non si capirono mai le vere ragioni di questa operazione. Diverse piste portano a credere che ci fosse del denaro sporco in concomitanza a flussi oscuri di contante. In tal caso quale modo migliore se non nascondere le truffe di una piccola banca facendola acquisire all'interno di una più grossa e rendendo così impossibili eventuali ricostruzioni. Alla luce di quanto accaduto David Rossi rivestiva già da ben cinque anni il ruolo di capo della comunicazione per MPS.</span></div><div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Conclusioni</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Quali conclusioni trarre dopo le indagini che la commissione d’inchiesta ha svolto sullo scandalo Monte dei Paschi di Siena e sulla morte di David Rossi? Senese doc, nato e cresciuto a Siena, il Rossi era l'unico manager capo della comunicazione dell’Istituto soprattutto un amico e collaboratore fidato di Mussari, principale indiziato della crisi del Monte. La risposta è molto semplice: la morte di David Rossi è un macabro simbolo di come così velocemente la Procura abbia archiviato il tutto come suicidio per ben due volte senza averne in un secondo momento la certezza. Come nel caso di David, anche nel caso del Monte, si volle far credere che la banca cadde autonomamente, quando invece appare chiarissimo che un’operazione come quella di Antonveneta non poteva nascere da sé ovvero senza alcun responsabile. La banca d’Italia pose altrove la sua attenzione al momento dello scandalo, quel disastro a Monte dei Paschi dove la morte del Rossi presenta un punto di non ritorno. Quanto avvenuto e descritto non è frutto del caso: la macabra morte di un uomo di appena cinquant'anni porta la responsabilità di chi ha nome e cognome.</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><hr></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Ringraziamenti</b></span></div><div><div> &nbsp;</div><div><span class="fs11lh1-5">Si ringrazia </span><span class="fs11lh1-5"><b>Antonella Tognazzi</b></span><span class="fs11lh1-5">, moglie di David Rossi, per l'intervista rilasciata alla dr.ssa Marta Pontiroli dell'Istituto di Scienze Forensi, la quale ha permesso ulteriori approfondimenti di carattere tecnico non rilevabili da fonti giornalistiche. </span></div><div><br></div><hr><span class="fs11lh1-5 ff1"> </span> &nbsp;<div><b class="fs12lh1-5">Bibliografia</b></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><span class="imTAJustify">Stefano Molteni, </span><i class="imTAJustify">Dossier Monte dei Paschi di Siena, Le trame massoniche, i maneggi dei partiti politici, le speculazioni dei clan affaristici: quarant’anni di ruberie e scandali nella più antica banca del mondo, </i><span class="imTAJustify">Milano</span><i class="imTAJustify">, </i><span class="imTAJustify">Kaos edizioni,</span><span class="imTAJustify"> </span><span class="imTAJustify">2017.</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5">Antonino Monteleone, <i class="imTAJustify">David Rossi. Una storia italiana. Il crack di una banca, la morte di un manager, l'ombra del Vaticano, </i><span class="imTAJustify">Roma</span><i class="imTAJustify">, </i><span class="imTAJustify">Round</span><span class="imTAJustify"> </span><span class="imTAJustify">Robin,</span><span class="imTAJustify"> </span><span class="imTAJustify">2019.</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5">Carolina Orlandi, <i class="imTAJustify">Se tu potessi vedermi ora, La storia di David Rossi raccontata da chi gli era accanto, </i><span class="imTAJustify">Milano</span><i class="imTAJustify">, </i><span class="imTAJustify">Mondadori,</span><span class="imTAJustify"> </span><span class="imTAJustify">2018.</span></span></li><li><span class="fs11lh1-5">Davide Vecchi, <i class="imTAJustify">Il caso David Rossi, Il suicidio imperfetto del manager Monte dei Paschi di Siena, </i><span class="imTAJustify">Milano,</span><span class="imTAJustify"> </span><span class="imTAJustify">Chiarelettere editore,</span><span class="imTAJustify"> </span><span class="imTAJustify">2017.</span></span></li></ul></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 18 Dec 2021 09:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Servizio di "Pop Economy" Crime sulla ricerca condotta dagli studenti di Criminalistica]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002A"><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Siamo tornati al boschetto di Rogoredo e l’abbiamo fatto in compagnia dei numeri, quei numeri che spaventano, soprattutto perché i più colpiti sono i giovanissimi. La ricerca di cui vi parliamo oggi è dell’istituto Scienze Forensi di Milano. Uno studio condotto dagli studenti che hanno la stessa età della maggior parte dei clienti del bosco. Capiamone di più dalle parole del professor Danilo Lazzaro, docente e ricercatore dell’Istituto Scienze Forensi, Massimo Blanco, direttore generale e Luca Angrisano, studente e project manager della ricerca.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">Per vedere il servizio: </span><span class="cf1"><a href="https://popeconomy.tv/title/rogoredo-il-virus-replicante/" target="_blank" class="imCssLink">https://popeconomy.tv/title/rogoredo-il-virus-replicante/</a></span></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Nov 2021 18:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[ISF a "Punto di incontro", la fiera dedicata al Lavoro, alla Formazione e all'Orientamento]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000029"><div><span class="fs11lh1-5">Pordenone, 27 e 28 ottobre 2021. Anche quest’anno l’Istituto di Scienze Forensi ha partecipato a “Punto di incontro”, la fiera di Pordenone dedicata al Lavoro, alla Formazione e all’Orientamento. Come sempre, il nostro stand è stato inserito nel padiglione istituzionale con le forze di polizia e gli operatori dell’emergenza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per i nostri agenti e investigatori è stato un piacere spiegare a centinaia di giovani studenti delle scuole superiori le particolarità del nostro settore ma, soprattutto, fargli comprendere la realtà del nostro lavoro e quali sono le figure che operano nel vastissimo campo chiamato generalmente, e</span><span class="fs11lh1-5"> spesso impropriamente, “criminologia”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’occasione, inoltre, è stata proficua per confrontarsi professionalmente con gli amici operatori della Scientifica, scambiando conoscenze ed esperienze relative all’ambito professionale che ci accomuna e sui casi sui quali, spesso, si collabora.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><b>Guarda il video sul nostro canale YouTube</b></span></div><div class="imTACenter"><div><a href="https://www.youtube.com/watch?v=0PpLiZDzVXE&t=2s" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=0PpLiZDzVXE&amp;t=2s</a></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/1.JPG"  width="970" height="548" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.net/images/3.JPG"  width="970" height="506" /><br></div><div><img class="image-2" src="https://www.scienzeforensi.net/images/2.JPG"  width="970" height="521" /><br></div><div><img class="image-3" src="https://www.scienzeforensi.net/images/4.JPG"  width="970" height="511" /><br></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 29 Oct 2021 10:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Inizio a.a. 2021/2022. Il saluto del Preside prof. Robert Milne]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000028"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/lsuGKiCy6Hc" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 12:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lavorare nelle Investigazioni. L'incontro con l'Avv. Valentina Tarricone della FIRSTNet]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000027"><div><span class="fs11lh1-5">Mercoledì 22 settembre 2021</span>, l’Avv. Valentina Tarricone, General Manager di FIRSTNet Investigation &amp; Security Consulting, ha fatto visita al nostro Istituto e incontrato alcuni dei nostri studenti impegnati in un workshop extra-didattico. Durante l’incontro, l’Avvocato ha spiegato ai presenti di cosa si occupa un’agenzia di investigazioni private e ha risposto alle domande degli studenti relative alle possibilità di lavoro nel settore, ponendo l’accento sul modo di presentarsi e su quali siano le caratteristiche che richiede il mercato del lavoro ad un aspirante agente investigativo.</div><div><span class="fs11lh1-5">La FIRSTNet è una delle maggiori agenzie investigative italiane ed è nata dalla ultra quarantennale esperienza sul campo della famiglia Tarricone. Un'esperienza che, oggi, portano avanti le sorelle &nbsp;Valentina e Simona, gestendo due sedi, rispettivamente quella di Milano e di Bari</span><span class="fs11lh1-5">, coprendo l'intero territorio nazionale e operando anche all’estero grazie a partnership consolidate nel tempo con i migliori operatori nel settore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2018 e nel 2021, FIRSTNet ha partecipato al Premio “Women Value Company” ed è stata selezionata tra le prime cento aziende, su duemila piccole e medie imprese partecipanti, per la valorizzazione del talento imprenditoriale femminile. Simona e Valentina Tarricone, infatti, sono da sempre impegnate nell’offerta di pari opportunità e percorsi di carriera che sostengano il rapporto donne-lavoro. Inoltre, FIRSTNet da spazio ai giovani ai quali offre possibilità di tirocinio e apprendistato, in particolare per gli studenti provenienti da percorsi di laurea in Scienze delle investigazioni e Criminologia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Massimo-Blanco-Valentina-Tarricone.jpg"  width="608" height="456" /><span class="fs11lh1-5">La giornata passata insieme all’Avv. Valentina Tarricone si è chiusa con la consegna a quest’ultima, da parte del Direttore Generale prof. Massimo Blanco, del crest dell’Istituto di Scienze Forensi, uno dei simboli con cui il nostro ente omaggia le eccellenze sia del nostro settore che della scienza, della cultura e della società civile.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Guarda anche il video dell'intervista all'Avv. Valentina Tarricone</span></div><div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">Lavorare nel settore delle Investigazioni private.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">Di cosa si occupa un'agenzia investigativa? Quali sono gli studi da intraprendere per lavorare nel settore? Quali caratteristiche personali bisogna possedere? Lo abbiamo chiesto all'Avvocato Valentina Tarricone, General Manager della FIRSTNet Security Consulting, una delle maggiori agenzie investigative italiane.</span></div></div><div><div><a href="https://www.youtube.com/watch?v=lv85Ab25YmI" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=lv85Ab25YmI</a></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 24 Sep 2021 15:40:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ricerca: "Dalla Milano da bere a Rogoredo. Analisi e previsioni sulla più grande piazza di spaccio del Nord Italia". Intervista al dr. Danilo Lazzaro]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Ricerca_-_Dalla_Milano_da_bere_a_Rogoredo._Analisi_e_previsioni_sulla_pi%C3%B9_grande_piazza_di_spaccio_del_Nord_Italia"><![CDATA[Ricerca - Dalla Milano da bere a Rogoredo. Analisi e previsioni sulla più grande piazza di spaccio del Nord Italia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000026"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/s3lCs3bu0OY" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 07 May 2021 22:10:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Alla scoperta del Criminal Profiling]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000025"><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">ABSTRACT</b></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">L’elaborato proposto dall’autrice si concentra sull’origine del </span><i class="imTAJustify fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5"> (ovvero “Profilazione criminale”), un metodo scientifico volto alla costruzione di un identikit psicologico del criminale al fine di proporne una definizione.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per capire in cosa consista questa metodica, di cui intende delineare i vari campi di applicazione, l’autrice fa un salto indietro nella storia cercando di ricostruire con precisione l’influenza che hanno avuto sulla sua origine le diverse teorie scientifiche e la narrativa poliziesca del XIX secolo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Di conseguenza viene analizzata la figura del criminale trattata nella Fisiognomica, nella Frenologia e nelle diverse teorie di Cesare Lombroso.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Successivamente, utilizzando un approccio più letterario, l’autrice attinge alla narrativa dedicata al mondo dell’indagine da autori quali Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle, con i loro rispettivi detective Auguste Charles Dupin e Sherlock Holmes.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Venendo a un’epoca più recente, l’autrice prende in considerazione le teorie sul </span><i class="imTAJustify">Criminal Profiling</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5"> sviluppatosi intorno agli anni settanta del Novecento e la conseguente nascita della </span><i class="imTAJustify">Behavioral Science Unit</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5"> (BSU) dell’FBI, dipartimento funzionale allo sviluppo delle tecniche investigative e analisi comportamentale del criminale. In seguito, l’autrice presenta il lavoro svolto da James R. Fitzgerald, </span><i class="imTAJustify">criminal profiler</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5"> e linguista forense, nonché agente del BSU, nel famoso caso denominato </span><i class="imTAJustify">Unabom. </i><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Fitzgerald ha avuto un ruolo fondamentale nell’identificazione del criminale Theodore Kaczynski, avvenuta anche grazie all’adozione di tecniche di indagine innovative, tra cui la stesura del profilo dell’indagato attraverso l’utilizzo della linguistica.</span></div><div class="imTALeft"><span class="imTAJustify fs11lh1-5">Infine l’autrice propone una definizione moderna di </span><i class="imTAJustify">Criminal Profiling</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5">, in modo da poterne delineare le funzioni e gli obiettivi.</span></div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">INTRODUZIONE</b><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Alla base dell’elaborato vi è l’analisi storica e letteraria del </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> e la sua conseguente evoluzione nell’epoca moderna. Il mio interesse verso questo approccio scientifico nasce da un’analisi del caso denominato “</span><i class="fs11lh1-5">Unabom”</i><span class="fs11lh1-5">, in cui viene utilizzata anche la linguistica forense per delineare il profilo del criminale. Durante il mio percorso di studi, che unisce le materie linguistiche con la criminologia, ho capito che avrei dovuto approfondire questa storia così unica nel suo genere. Attraverso lo studio del caso, mi sono imbattuta nella figura di James R. Fitzgerald, un </span><i class="fs11lh1-5">criminal profiler</i><span class="fs11lh1-5"> della </span><i class="fs11lh1-5">Behavioral Science Unit </i><span class="fs11lh1-5">dell’FBI, senza però sapere chi fosse un </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> e in che cosa consistesse il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Dunque, l’obiettivo della tesi è quello, in particolare, di andare alla scoperta del </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5">, una metodologia investigativa che ritrova le sue radici già nel XIX secolo, per poi svilupparsi in maniera più concreta dagli anni settanta del Novecento ed essere applicata a casi come quello di </span><i class="fs11lh1-5">Unabom</i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per proporre una definizione completa di </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5">, ho intrapreso una ricerca sitografica e la lettura di diversi libri e articoli. Ho voluto inoltre inserire una parte traduttologica nel primo capitolo: si tratta di un articolo di Stanton O. Berg, sul ruolo della narrativa poliziesca nel mondo delle indagini, con successiva elaborazione di un glossario alfabetico ragionato, in quanto ho trovato estremamente interessante che un’idea derivante dalla fantasia di uno scrittore si sia trasformata in realtà.</span></div><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">CAPITOLO 1: ANALISI STORICA E LETTERARIA DEL CRIMINAL PROFILING</b></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div class="imTALeft"><i><b class="fs12lh1-5">1.1 Le radici del Criminal Profiling</b></i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Prima di definire il <i>Criminal Profiling</i> odierno, bisogna fare un salto indietro nella storia, cercando di capire quali siano le sue origini. Fin dall’antichità, le motivazioni che spingono il criminale ad essere tale, così come le cause dei delitti più efferati, sono state oggetto di studio e di conseguenza sono nate nel tempo diverse teorie scientifiche, alcune successivamente criticate e smentite. Tra le prime a essere state proposte si trova la Fisiognomica, un’antica metodologia di studio che analizza il rapporto tra il corpo e la mente di una persona ovvero l’analogia che esiste tra la psicologia degli uomini e le caratteristiche fisiche, principalmente del viso. Nata nell’Antica Grecia, con il principio di Platone della &nbsp;“<i>kalokagathia”</i> (ciò che è bello è anche buono), e sviluppatasi con il filosofo Aristotele (difatti il primo vero trattato sulla Fisiognomica giunto fino a noi è il testo “<i>Physiognomica” </i>attribuito allo stesso), interessa diversi studiosi successivi come Leonardo Da Vinci, il quale ha disegnato e studiato sotto molteplici punti di vista l’essere umano nella sua interezza, o ancora Giambattista Della Porta, che nel 1586 scrisse il <i>“De Humana physiognomia”</i>. In questa opera l’autore definì la Fisiognomica una tecnica che consente di conoscere le predisposizioni e la natura dell’essere umano attraverso segni stabili della morfologia corporea e alla eventuale metamorfosi che questi potrebbero avere a causa di sollecitazioni esterne.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Alla fine del ‘700 il medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828), dopo aver sviluppato i concetti della Fisiognomica, postula la Frenologia, dal francese <i>Phrénologie </i>(studio della mente), una dottrina pseudoscientifica secondo la quale le singole funzioni psichiche sono correlate a tratti morfologici del cranio e ad una particolare localizzazione cerebrale. Secondo Gall, dalla superficie del cranio e dalle sue peculiarità morfologiche (dimensione, forma, linee, depressioni, bozze) si poteva evincere quali aree celebrali, e quindi le facoltà mentali a queste attribuite, fossero maggiormente sviluppate, o altrimenti sottosviluppate. L’autore identificò 27 aree diverse del cranio, a cui associava altrettante regioni cerebrali, chiamate da lui “organi”, responsabili delle varie caratteristiche mentali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Tuttavia, nell’attuale mappa cerebrale della moderna Neurologia non si riscontrano le funzioni identificate da Gall, ad eccezione della facoltà della parola, la quale venne casualmente localizzata nei pressi delle aree identificate oggi come deputate al linguaggio.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Anche Cesare Lombroso (1835-1909), un antropologo e criminologo italiano, applicò i principi della Fisiognomica e della Frenologia: nella sua opera <i>“L’uomo delinquente” </i>egli cercò di individuare i tratti caratteristici della personalità criminale in rapporto all’Antropologia, alla Medicina e alle discipline carcerarie. In particolare, diede ampio spazio alla sua tesi del “delinquente nato”, secondo la quale il criminale nascesse con un’identificabile anormalità fisica, chiamata da lui anche “stimmate criminale”. Questa teoria fu supportata dalle numerose ricerche condotte dall’antropologo sui tratti somatici degenerati (da lui detti fisiognomici) nei detenuti e nei criminali uccisi dalle forze dell’ordine (quindi mediante la loro autopsia), e confermata dalla desunta scoperta di una fossetta occipitale interna del cranio del brigante Giuseppe Villella. Tale fossetta era tipica di alcune scimmie inferiori e dei lemuridi, e dimostrava, secondo Lombroso, come i delinquenti fossero collegati a delle caratteristiche ancestrali anche nel mondo moderno. La ricomparsa in un individuo di inaspettate caratteristiche non presenti nei genitori o negli immediati ascendenti, bensì nell’antenato evolutivo, in biologia si chiama Atavismo, largamente utilizzato da Lombroso per interpretare il fenomeno criminale. In seguito alle numerose critiche ricevute sul concetto del criminale nato, nelle edizioni successive dell’opera, lo psichiatra veronese iniziò ad approfondire le cause sociali della criminalità, ampliando di conseguenza la casistica dei criminali, catalogandoli in modo non sempre coerente in delinquenti occasionali e per passione. Inoltre, vengono approfonditi i temi relativi alla “terapia del delitto”, ovvero quali sono le misure sociali da adottare per prevenire il crimine, e alla funzione della pena. Nelle sue opere successive, il lavoro di ricerca di Lombroso studiò, oltre alla figura del delinquente, altre figure della cosiddetta “patologia sociale”, come le prostitute, i geni (come espressione di anormalità in senso positivo), i “mattoidi” (considerati una sorta di congiunzione tra il genio, il criminale e il folle), gli anarchici e i profeti, e infine affronta anche il delitto politico con l’accezione di devianza positiva.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il pensiero lombrosiano ottenne all’epoca sia consensi che opposizioni. Tra coloro che sostenettero la sua ideologia troviamo alcuni giovani giuristi che diedero vita ad un programma di riforma del diritto penale dal nome <i>“scuola positiva di diritto penale”</i>, il quale si prefissava di sostituire la responsabilità morale con la nozione di pericolosità sociale e l’azione retributiva della pena con la prevenzione del crimine. In opposizione alla <i>scuola positiva</i> si trovava la cosiddetta <i>scuola classica,</i> formata da giuristi sostenitori della tradizione del pensiero liberale e cattolico, ed è evidente come quest’ultimi fossero in maggioranza in quanto nel primo codice penale dell’Italia unita, il codice Zanardelli del 1889, non compare nessuna delle indicazioni avanzate in ambito positivista.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div class="imTALeft"><i><b class="fs12lh1-5">1.2 L’influenza della narrativa nel mondo delle indagini</b></i></div><div class="imTALeft"><i><span class="fs11lh1-5">“Someone in a novel, was he not? I don’t take much stock of detectives in novels – chaps that do things and never let you see how they do. That’s inspiration, not business”</span></i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><i>(The Valley of Fear </i>by Arthur Conan Doyle<i>)</i></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">“È il personaggio di un romanzo, vero? Personalmente non amo molto gli investigatori dei romanzi: quei tizi arrivano a dei risultati e non ti fanno mai capire come. Quella è ispirazione, non professionalità”</span></div><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">(<i>La valle della Paura,</i> di Arthur Conan Doyle)</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Non solo la figura del criminale ha dato vita a diverse teorie pseudo-scientifiche, ma ha anche interessato la narrativa, soprattutto quella poliziesca e dell’orrore, che a suo modo ha dato un contributo al mondo delle indagini, stimolando e indicando nuove strade alla ricerca scientifica. Il personaggio letterario Charles Auguste Dupin è il primo <i>detective</i> che compare in letteratura, quando ancora la parola <i>detective</i> non era stata coniata. Dupin appare per la prima volta nel racconto “<i>I delitti della Rue Morgue”[i] </i>(ambientato negli anni quaranta del XIX secolo), il cui autore è il padre del genere horror-poliziesco Edgar Allan Poe. Dupin possiede un moderno metodo di indagine analitica che si basa sulla deduzione e sul principio di non contraddizione e che gli consente di innovare l’uso delle classiche tecniche di indagine del diciannovesimo secolo, cui aggiunge la propria capacità di iper-osservazione e di elaborazione di alcuni passaggi logico-intuitivi per arrivare a nuove soluzioni. Inoltre, si rende conto che gli indizi e gli eventi non si possono sempre comprendere semplicemente dal modo in cui appaiono. Infatti i suoi metodi non sono ortodossi e appaiono alla polizia come irrazionali. Spesso si concentra su inspiegabili deviazioni dalla norma, anticipa le azioni e i pensieri dei suoi collaboratori e avversari e utilizza informazioni che, inizialmente, sembrano essere estranee al caso in esame. Con il suo personaggio, Edgar Allan Poe, non solo getta le basi per la successiva creazione di personaggi come Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e Hercule Poirot di Agata Christie, ma per la prima volta fa ricorso a un procedimento comportamentista e pseudo-psicologico per cercare di ricostruire il ragionamento di un criminale e la motivazione del crimine, proprio come avviene nel <i>Criminal Profiling</i> attuale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Un altro apporto notevole alla cosiddetta “Scienza della Deduzione”[ii] è stato dato dal medico-scrittore Arthur Conan Doyle (1859-1930) con il suo investigatore privato Sherlock Holmes, comparso per la prima volta nel 1887 nel romanzo “<i>Uno studio in rosso”[iii]. </i>L’uomo che più influenzò Conan Doyle nella creazione di Sherlock Holmes è stato uno dei suoi insegnanti, il dott. Joseph Bell, maestro in osservazione, logica, deduzione e capacità di diagnosi, qualità che appunto ritroviamo nel personaggio del famoso investigatore. In particolare, la straordinaria abilità di Sherlock Holmes nel raccogliere prove basate sulle sue doti di fine osservatore e sul ragionamento deduttivo, era stata ispirata dal metodo di Bell nella formulazione delle sue diagnosi. Sherlock<i> </i>Holmes ha avuto un impatto culturale immediato ed è stato il personaggio più duraturo nel genere dei romanzi polizieschi, oltre ad aver avuto un’effettiva influenza, almeno secondo diversi autori, sullo sviluppo delle moderne scienze investigative e di profilazione forense.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Stanton O.Berg[iv] ha scritto l’articolo sotto riportato e tradotto, <i>“Sherlock Holmes: Father of scientific detection”[v]</i> , tratto dal “Journal of Criminal Law and Criminology”, in cui riporta le motivazioni per cui ritiene, assieme a diversi criminologi ed esperti del settore, che l’investigatore creato dalla fantasia di Conan Doyle sia stato molto influente nel mondo reale delle indagini.</span></div><br><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs10lh1-5">[i] E.A. Poe, <i>The Murders in the Rue Morgue,</i> in Graham’s Magazine, London, 1841.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[ii] A. Conan Doyle, <i>A study in Scarlet, Part I, Chapter II, “The Science of Deduction”.</i></span></div><div><span class="fs10lh1-5">[iii] A. Conan Doyle, <i>A study in Scarlet, </i>in Beeton’s Christmas Annual, Ward Lock &amp; Co, 1887.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[iv] Stanton O. Berg is a consulting firearms expert in Minneapolis, Minn. He is a fellow in the American Academy of Forensic Sciences and a member of the International Association of Identification and several organizations interested in firearms. <i>61 J. Crim. L. Criminology &amp; Police Sci. 446 (1970)</i></span></div><div><span class="fs10lh1-5">[v] Stanton O. Berg, <i>Sherlock Holmes: Father of scientific crime and detection</i>, 61 J. Crim. L. Criminology &amp; Police Sci. 446 (1970)</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">La lettura è sempre stata uno dei miei &nbsp;&nbsp;passatempi preferiti. Questo interesse mi ha portato alla scoperta del personaggio Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Durante la mia giovinezza, ho trascorso molto ore liete a divorare la serie di racconti che lo coinvolgevano. Tuttavia, la loro rilettura negli anni successivi ha continuato ad essere per me una fonte di piacere.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i class="fs11lh1-5"><b>Un successo universale</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Le avventure di Sherlock Holmes hanno &nbsp;&nbsp;esercitato fascino straordinario in tutto il mondo. L'osservazione, il ragionamento &nbsp;&nbsp;deduttivo e la conoscenza scientifica del grande detective hanno appassionato &nbsp;&nbsp;giovani e anziani, ricchi e poveri. Somerset Maugham ha scritto della grande ammirazione per Sherlock Holmes e Conan Doyle parte dell'intellighenzia. &nbsp;&nbsp;Sherlock Holmes è apparso in 60 opere di narrativa (56 racconti e 4 romanzi) &nbsp;&nbsp;pubblicati tra il 1887 e il 1927. Le vicende narrate hanno avuto un’enorme &nbsp;&nbsp;popolarità internazionale nel corso degli anni e decine di articoli, saggi e &nbsp;&nbsp;libri sono stati dedicati all’analisi delle trame, alla loro origine e ai &nbsp;&nbsp;protagonisti Sherlock Holmes e dottor Watson. Esistono numerosi club &nbsp;&nbsp;“Holmesiani”, il più famoso denominato “<i>Baker Street Irregulars</i>”. Si &nbsp;&nbsp;dice che il presidente Franklin Roosevelt, appassionato lettore di Sherlock &nbsp;&nbsp;Holmes, avesse chiamato “Baker Street” il dipartimento di intelligence &nbsp;&nbsp;durante la seconda guerra mondiale. Anche nell’era spaziale non sembra &nbsp;&nbsp;volersi estinguere l’attaccamento dei lettori per la tradizione “Holmesiana”. &nbsp;L’odierno interesse si manifesta in una vasta gamma di riferimenti &nbsp;&nbsp;bibliografici tra scritti accademici, riviste specialistiche, editoriali e &nbsp;&nbsp;persino intere pagine di fumetti a colori nella rivista Playboy.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i class="fs11lh1-5"><b>Una maggiore importanza</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">In nome del piacere che la lettura di &nbsp;&nbsp;Sherlock Holmes mi ha procurato, suppongo che non sia strano cercare di dare &nbsp;&nbsp;alla letteratura una maggiore importanza rispetto al ruolo di semplice intrattenimento. &nbsp;&nbsp;A parte le mie personali inclinazioni, credo si possa legittimamente sostenere che il famoso investigatore abbia avuto un'influenza decisamente &nbsp;&nbsp;stimolante sullo sviluppo della scienza criminologica moderna. Di volta in &nbsp;&nbsp;volta vari autori hanno delineato questa teoria, perciò non intendo &nbsp;&nbsp;rivendicarne l’originalità, anche se nessuno, a mio parere, ha approfondito &nbsp;&nbsp;la teoria che Sherlock Holmes ha agito da catalizzatore nell'evoluzione delle &nbsp;&nbsp;moderne scienze investigative, di identificazione e forensi. Penso che a &nbsp;&nbsp;questo punto sarebbe interessante rivedere ciò che gli altri hanno detto su questa teoria.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i class="fs11lh1-5"><b>Altri autori</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">Il criminologo Ashton-Wolfe ha scritto</span><i><span class="cf1"> </span></i><span class="cf1">in </span><i><span class="cf1">The Illustrated London News </span></i><span class="cf1">il &nbsp;&nbsp;27 febbraio 1932:</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span class="cf1">“Oggigiorno molti dei metodi inventati da &nbsp;&nbsp;Conan Doyle sono utilizzati nei laboratori scientifici. Sherlock Holmes si &nbsp;&nbsp;dilettava a esaminare la cenere di tabacco. Era una nuova idea, e la polizia &nbsp;&nbsp;ha capito subito l’importanza di tale conoscenza, e ogni laboratorio adesso &nbsp;&nbsp;ha una serie di tavole che descrivono l’aspetto e la composizione delle &nbsp;&nbsp;diverse tipologie di cenere… Oggi, molto tempo dopo il metodo descritto da &nbsp;&nbsp;Holmes, si classificano anche il fango e il suolo</span><span class="cf1"> &nbsp;</span><span class="cf1">di varia provenienza, dei vari distretti &nbsp;&nbsp;vengono classificati… Sostanze tossiche, grafie, macchie, polvere, impronte &nbsp;&nbsp;di suole, solchi di ruote, forma e posizione delle ferite, la teoria dei &nbsp;&nbsp;crittogrammi… Questi e molti altri ottimi metodi frutto dell’immaginazione &nbsp;&nbsp;feconda di Conan Doyle, ora sono parte integrante dell’attrezzatura scientifica &nbsp;&nbsp;di ogni investigatore.”</span></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5"><i>Henry Morton Robinson nel suo libro Science</i></b></div><div><span class="fs11lh1-5"><i>Catches the Criminal</i> (1935) afferma:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Quando ne “<i>Il mistero di Boscombe Valley</i>” Sherlock Holmes estrae la lente &nbsp;&nbsp;d'ingrandimento per esaminare un frammento di tabacco Latakia trovato su un &nbsp;&nbsp;tappeto di Smirne, non solo diventa un affascinante protagonista della &nbsp;&nbsp;letteratura poliziesca, ma anche l’esponente di un modo completamente nuovo &nbsp;&nbsp;di vedere la vita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si potranno capire meglio l'enorme &nbsp;&nbsp;successo e l’affetto sincero di cui è oggetto per quasi cinquant'anni l'eroe &nbsp;&nbsp;di Conan Doyle se lo si identifica</span></div><div><span class="fs11lh1-5">con quella parvenza indefinibile che si chiama spirito del tempo, &nbsp;&nbsp;ombra proteiforme che aleggia su un’epoca in cui si vuole dettagliare con dovizia di particolari ogni pensiero, azione, narrativa e arresto di &nbsp;&nbsp;criminali. Infatti, Sherlock Holmes ha rappresentato in modo drammatico il nuovo e dirompente spirito di curiosità investigativa della seconda metà del &nbsp;&nbsp;diciannovesimo secolo; mentre ci affascinava con le sue lenti e le sue &nbsp;&nbsp;provette, altri ricercatori e analisti - tutti investigatori - rintracciavano &nbsp;&nbsp;gli elementi costitutivi della materia e si addentravano nel mistero atomico &nbsp;&nbsp;della vita stessa... Un nuovo cielo e una nuova terra si stavano schiudendo &nbsp;&nbsp;davanti agli occhi degli uomini, un cielo e una terra che chiedevano di &nbsp;&nbsp;essere spiegati nei termini del nuovo metodo scientifico.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sir Sydney Smith (Professore di &nbsp;&nbsp;Medicina Forense, Università di Edimburgo ed ex Esperto Medico-Legale presso &nbsp;&nbsp;il Ministero della Giustizia, Egitto) nella sua autobiografia <i>Mostly &nbsp;&nbsp;Murder</i> (1959) commenta quanto segue:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Qui sta il valore delle avventure di &nbsp;&nbsp;Sherlock Holmes, oltre al divertimento che assicurano. Oggi l'indagine &nbsp;&nbsp;criminale è una scienza e il poliziotto che annaspa osservando con &nbsp;&nbsp;ammirazione il talentuoso dilettante è diventato un anacronismo. Non è sempre &nbsp;&nbsp;stato così e il cambiamento deve molto all'influenza di Sherlock Holmes. Un &nbsp;&nbsp;autore può dirsi soddisfatto se la sua narrativa rende omaggio alla realtà &nbsp;&nbsp;della. <span class="cf1"> </span><span class="cf1">Conan Doyle ha avuto l’occasione, forse unica, &nbsp;&nbsp;di vedere la sua narrativa prendere vita reale. questa è piena di significato &nbsp;&nbsp;e interesse – specialmente per coloro che sono coinvolti professionalmente &nbsp;&nbsp;nell’identificazione del reato e del reo – ma è anche anticipazione dei &nbsp;&nbsp;moderni metodi di indagine scientifica. Ad esempio, l’uso della lente di &nbsp;&nbsp;ingrandimento e del microscopio, del metro a nastro, del calco in gesso per &nbsp;&nbsp;le impronte, l’estrazione e l’esame di polveri e sostanze simili dagli &nbsp;&nbsp;indumenti, e infine la differenziazione tra macchie di sangue e altre macchie.”</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel libro <i>Conan Doyle: A Biography</i> &nbsp;&nbsp;di Pierre Nordon (1967) troviamo il seguente riferimento:<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Il fatto che la pubblicazione dei &nbsp;&nbsp;primi libri di Conan Doyle abbia coinciso con i progressi Della criminologia &nbsp;&nbsp;scientifica ha sollevato l’interrogativo sulla natura e grado del nesso di &nbsp;&nbsp;causalità reciproco. Nel suo primo romanzo Conan Doyle non si occupa &nbsp;&nbsp;esclusivamente di investigazione, ma ne introduce la tematica insistendo sul &nbsp;&nbsp;valore dell'osservazione e dei metodi scientifici. Quando il dottor Watson &nbsp;&nbsp;incontra per la prima volta Holmes, lo trova nel mezzo di un esperimento &nbsp;&nbsp;chimico. Successivamente dà prova della sua competenza riconoscendo<br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">immediatamente l'origine di una macchia di fango.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Luke S. May (criminologo, direttore &nbsp;&nbsp;dei Laboratori Investigativi Scientifici, presidente dell'Istituto di &nbsp;&nbsp;Criminologia Scientifica e presidente emerito della Northwest Association of &nbsp;&nbsp;Sheriffs and Police) nel suo libro <i>Crime’s Nemesis</i> (1936) afferma &nbsp;&nbsp;quanto segue:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Tuttavia, molte delle imprese di Bertillon nell'indagine scientifica criminale superano quelle di Sherlock Holmes, il frutto dell'immaginazione di Conan Doyle. Senza per questo sminuire il lavoro di poliziotti lungimiranti di tutte le nazionalità, credo che gli scritti di Conan Doyle siano stati massimamente efficaci nello stimolare un interesse attivo nell'indagine scientifica e analitica sul crimine. Tutti hanno contribuito allo sviluppo di una tecnica di indagine fondamentalmente nuova.”</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i class="fs11lh1-5"><b>I contemporanei di Sherlock Holmes</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">La massima prova del valore e &nbsp;&nbsp;dell'influenza esercitata dai racconti di Sherlock Holmes è rappresentata &nbsp;&nbsp;dagli esponenti delle forze dell’ordine e delle scienze forensi suoi contemporanei. Esamineremo alcuni dei pionieri di spicco Nello sviluppo delle moderne tecniche scientifiche. Scopriremo che essi<s> </s>riconoscevano &nbsp;&nbsp;volentieri a Sherlock Holmes il merito di divulgatore di metodi scientifici investigativi e di come precursore delle idee che poi essi stessi avrebbero promosso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Bertillon è uno di questi. Alphonse &nbsp;&nbsp;Bertillon (1883-1914), è un criminologo francese considerato da alcuni il &nbsp;&nbsp;creatore della scienza forense. Ha dato impulso allo sviluppo di metodi &nbsp;&nbsp;scientifici in tutti gli ambiti di indagine criminale e ha fondato e diretto &nbsp;&nbsp;in origine il dipartimento della “identità giudiziaria” (Polizia scientifica) &nbsp;&nbsp;di Parigi. È noto per aver ideato il primo sistema scientifico per &nbsp;&nbsp;l'identificazione della persona attraverso una serie di misurazioni &nbsp;&nbsp;antropologiche dettagliate (Antropometria). Ha anche sperimentato un sistema &nbsp;&nbsp;di misurazione di foto segnaletiche mediante una foto frontale e una di &nbsp;&nbsp;profilo del volto. Si dice che Bertillon, uno dei primi ammiratori di &nbsp;&nbsp;Sherlock Holmes, abbia detto:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Amo i romanzi gialli.<span class="cf1"> Vorrei che i metodi di ragionamento di &nbsp;&nbsp;Sherlock Holmes venissero utilizzati da tutti i membri delle forze &nbsp;&nbsp;dell’ordine</span>.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il dottor Edmond Locard (descritto di &nbsp;&nbsp;seguito) afferma &nbsp;&nbsp;la facoltà di &nbsp;&nbsp;medicina di Lione su suggerimento e richiesta di Bertillon ha condotto una ricerca medico-forense sulle storie di Sherlock Holmes. (Anche ai giorni &nbsp;&nbsp;nostri, le storie di Sherlock Holmes sono usate come esempi investigativi, &nbsp;&nbsp;come evidenziato da un articolo del Journal of Criminal Law, Criminology and &nbsp;&nbsp;Police Science del marzo 1964 intitolato “<i>L’arte umana dell’osservazione e &nbsp;&nbsp;della deduzione”</i> di Hogan e Schwartz).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche Locard riconosceva che Sherlock &nbsp;&nbsp;Holmes aveva avuto una notevole influenza sullo sviluppo di metodi &nbsp;&nbsp;scientifici di indagine criminale. Edmond Locard (1877-1966) era un &nbsp;&nbsp;criminologo francese di grande fama con una formazione sia giuridica che &nbsp;&nbsp;medica. Nelle indagini, ha sempre cercato di applicare i diversi metodiche di &nbsp;&nbsp;analisi scientifiche e di laboratorio esistenti. È stato direttore del &nbsp;&nbsp;Laboratorio di Polizia Scientifica della Prefettura del Rodano, che divenne &nbsp;&nbsp;un centro internazionale di studio e ricerca per studenti di tutto il mondo; &nbsp;&nbsp;è stato fondatore e direttore dell'Istituto di Criminalistica e autore di &nbsp;&nbsp;numerosi libri e articoli sul tema della scienza forense.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È noto per lo sviluppo della tecnica &nbsp;&nbsp;di identificazione nota come Poroscopia. Ha anche svolto un lavoro &nbsp;&nbsp;considerevole nell'area dell'analisi delle polveri e ha scritto articoli sui &nbsp;&nbsp;risultati. Ha sviluppato metodi di laboratorio per facilitare l'esame dei &nbsp;&nbsp;documenti dubbi i quali consistevano in metodi microchimici di analisi dell'inchiostro &nbsp;&nbsp;e di analisi metrica della grafia. Irving Wallace, nel suo romanzo <i>The &nbsp;&nbsp;Sunday Gentleman</i>,<i> </i>(1965) cita Locard:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Sherlock Holmes è stato il primo a &nbsp;&nbsp;rendersi conto dell'importanza della polvere. Ho semplicemente copiato i suoi &nbsp;&nbsp;metodi. ".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel romanzo <i>Uno studio in rosso </i>pubblicato &nbsp;&nbsp;nel 1887, Holmes fa riferimento a una monografia che aveva scritto sulle &nbsp;&nbsp;ceneri dei sigari e le loro differenze. Il dottor Locard ha trasformato &nbsp;&nbsp;questa finzione letteraria in realtà scrivendo successivamente un articolo &nbsp;&nbsp;sull'identificazione dei tabacchi da uno studio sulle ceneri rinvenute sulla &nbsp;&nbsp;scena di un crimine.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 1922, a Parigi, Locard pubblicò un &nbsp;&nbsp;articolo dal titolo “Policiers de Romains et Policiers de Laboratoire”, che &nbsp;&nbsp;attribuisce una notevole importanza all'influenza di Sherlock Holmes sulla &nbsp;&nbsp;moderna investigazione criminale scientifica. Locard sottolinea anche che gli &nbsp;&nbsp;specialisti del settore hanno riscontrato un notevole interesse per i &nbsp;&nbsp;racconti di Sherlock Holmes. Nel 1929 fu pubblicato un articolo sulla <i>Revue Internationale de Criminalistique</i> intitolato “Analisi delle tracce di &nbsp;&nbsp;polvere”, in cui Locard afferma:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Ritengo che per un esperto di &nbsp;&nbsp;polizia, o un giudice istruttore, non sarebbe una perdita di tempo leggere i &nbsp;&nbsp;romanzi di Doyle. Infatti, nelle avventure di Sherlock Holmes, al detective &nbsp;&nbsp;viene ripetutamente chiesto di analizzare l'origine di un granello di fango, &nbsp;&nbsp;che non è altro che polvere umida. Holmes riusciva a capire immediatamente da &nbsp;&nbsp;quale quartiere di Londra proveniva il suo visitatore, o la strada che aveva percorso, grazie alla presenza di una macchia su una scarpa o un paio di &nbsp;&nbsp;pantaloni. Ad esempio, una macchia di argilla e gesso proveniva da Horsham, un particolare fango rossastro si poteva rinvenire solo all'ingresso &nbsp;&nbsp;dell'ufficio postale in Wigmore Street."</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel seguito del testo, Locard &nbsp;&nbsp;attribuisce l’origine dell'interesse del suo laboratorio per lo studio delle &nbsp;&nbsp;polveri alle idee avanzate da Holmes.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alcuni sostengono che ad Hans Gross, un austriaco, debba &nbsp;&nbsp;essere attribuita l'applicazione di metodi scientifici ai campi dell'indagine &nbsp;&nbsp;e dell'identificazione criminale. Altri dicono che Doyle abbia trovato spunto &nbsp;&nbsp;per le idee usate nelle vicende di Sherlock Holmes dalla lettura di Gross. Hans Gross, giudice istruttore a Graz, Austria, è l’autore di uno dei primi manuali sulle indagini penali, <i>Handbuch &nbsp;&nbsp;fur Untersuchungsrichter</i>. Il libro, che ha avuto molte ristampe e &nbsp;&nbsp;modifiche ancora oggi esce con il titolo <i>Criminal Investigation: A Practical Textbook</i>. In esso, &nbsp;&nbsp;Gross ha fortemente sostenuto l'applicazione di metodi scientifici. La cronologia storica tuttavia tenderebbe a dimostrare che, semmai, Gross ha &nbsp;&nbsp;ricevuto le sue idee da Doyle e Holmes. Il libro di Gross è stato pubblicato &nbsp;&nbsp;per la prima volta nel 1893 e il primo romanzo su Sherlock Holmes (<i>Uno &nbsp;&nbsp;studio in rosso</i>) è uscito nel dicembre del 1887. &nbsp;In effetti, quando uscì il libro di Gross, &nbsp;&nbsp;Doyle si era già stancato del suo eroe e ne aveva organizzato la sua morte &nbsp;&nbsp;letteraria nella gola delle cascate di Reichenbach. (<i>L’ultima avventura</i>, &nbsp;&nbsp;dicembre 1893). La serie di storie è stata successivamente ripresa. &nbsp;&nbsp;Ovviamente non c'è modo di sapere se Gross abbia mai letto le avventure di Sherlock Holmes, ma la storia ha stabilito che i metodi Holmes sono stati &nbsp;&nbsp;pubblicati per primi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il merito è riconosciuto a Sherlock &nbsp;&nbsp;Holmes anche dall'esperto di codici tedesco Sittig, un altro dei suoi &nbsp;&nbsp;contemporanei. Ernst Sittig (1887-1955) era un linguista tedesco, esperto di &nbsp;&nbsp;crittografia, nato a Berlino. Ha insegnato a Konigsberg nel 1926 e a Tubinga nel 1929. Era specializzato in linguistica indoeuropea comparata, in &nbsp;&nbsp;particolare l'epigrafia etrusca, cipriota, germanistica e lituana.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ha pubblicato le iscrizioni etrusche e &nbsp;&nbsp;cipriote per l'Accademia delle scienze prussiana. È autore anche di numerose &nbsp;&nbsp;opere importanti. Sittig attribuisce a Holmes il merito di una descrizione &nbsp;&nbsp;della tecnica che lui ha successivamente utilizzato per decifrare le &nbsp;&nbsp;iscrizioni cretesi. In relazione a quest’ultima affermazione di Sittig è &nbsp;&nbsp;interessante notare i seguenti passaggi de <i>L'avventura degli uomini &nbsp;&nbsp;danzanti </i>(dicembre 1903):</span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">“Conosco abbastanza bene tutte le &nbsp;&nbsp;forme di crittografia, e sono io stesso l'autore di una banale monografia &nbsp;&nbsp;sull'argomento, in cui analizzo centosessanta monogrammi separati, ma &nbsp;&nbsp;confesso che questo è del tutto nuovo per me. &nbsp;&nbsp;&nbsp;Apparentemente, lo scopo di coloro che hanno inventato il sistema è &nbsp;&nbsp;stato quello di nascondere che questi caratteri trasmettano un messaggio e &nbsp;&nbsp;allo stesso tempo di dare l'idea che siano semplici schizzi casuali di &nbsp;&nbsp;bambini ".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Holmes poi prosegue descrivendo in &nbsp;&nbsp;dettaglio come è stato in grado di decifrare i caratteri in codice.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i class="fs11lh1-5"><b>Prove letterarie</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Una revisione delle storie e dei &nbsp;&nbsp;romanzi di Sherlock Holmes rivelerà rapidamente l'ampio spettro di metodi e &nbsp;&nbsp;interessi scientifici utilizzati dallo stesso nei suoi numerosi casi. Quasi &nbsp;&nbsp;tutte le scienze forensi come le conosciamo oggi vengono toccate in un modo o &nbsp;&nbsp;nell'altro. Sebbene l'applicazione di quest’ultime oggi sia una procedura standard, &nbsp;&nbsp;ai tempi di Holmes non lo era. Nel primo romanzo di Sherlock Holmes (<i>Uno studio in rosso</i>, 1887) il dottor Watson incontra per la prima volta &nbsp;&nbsp;Holmes in un laboratorio chimico proprio mentre fa un'importante scoperta:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“L'ho trovato! L'ho trovato!”, ha &nbsp;&nbsp;gridato al mio compagno, correndo verso di noi con una provetta in mano, “ho &nbsp;&nbsp;trovato un reagente che è precipitato dall'emoglobina e da nient'altro.” (…) &nbsp;&nbsp;“Ebbene, amico, è la scoperta medico-legale più importante degli ultimi anni. &nbsp;&nbsp;Non capite che ci fornisce un test infallibile per le macchie di sangue?” &nbsp;&nbsp;(...) “Il vecchio test al guaiaco era poco pratico e incerto. Lo stesso vale &nbsp;&nbsp;per l'esame microscopico dei corpuscoli ematici. Quest'ultimo non ha valore &nbsp;&nbsp;se le macchie sono vecchie di qualche ora. Ora, questo sembra funzionare indipendentemente se il sangue è vecchio o nuovo. Se questo test fosse stato &nbsp;&nbsp;inventato prima, centinaia di uomini che sono ancora liberi, avrebbero già da &nbsp;&nbsp;molto tempo scontato la pena per i loro crimini.” (…) “I procedimenti penali &nbsp;&nbsp;dipendono continuamente da questo punto. Un uomo è sospettato di un crimine &nbsp;&nbsp;anche mesi dopo che è stato commesso. Si fa l’esame della sua biancheria o &nbsp;&nbsp;degli indumenti e su di essi si notano macchie rossastre. Sono macchie di &nbsp;&nbsp;sangue, macchie di ruggine o macchie di frutta o cosa sono? Questa è una &nbsp;&nbsp;domanda che ha lasciato perplessi molti periti, e perché? Perché non c'erano &nbsp;&nbsp;test affidabili. Ora abbiamo il test di Sherlock Holmes e non ci saranno più</span></div><div><span class="fs11lh1-5">difficoltà.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L'importanza di un esame del sangue &nbsp;&nbsp;accurato, sensibile e affidabile non è stata sopravvalutata da Holmes. &nbsp;&nbsp;Nell'epoca in cui fu pubblicato questo romanzo (1887) si stava già &nbsp;&nbsp;sperimentando sul sangue o in campo sierologico. Verso la fine del XIX secolo &nbsp;&nbsp;è stata scoperta una tecnica infallibile per l'identificazione delle macchie &nbsp;&nbsp;di sangue: la spettroscopia. È stato riscontrato che l'emoglobina ha uno spettro &nbsp;&nbsp;di assorbimento caratteristico. L’analisi spettroscopica è risultata essere &nbsp;&nbsp;anche un mezzo efficace di identificazione per piccolissime quantità di &nbsp;&nbsp;sangue. Nel 1901 Paul Uhlenhuth, un professore tedesco, ha sviluppato un &nbsp;&nbsp;metodo per differenziare il sangue animale da quello umano. In seguito si sono rapidamente sviluppate altre metodiche per la determinazione dei gruppi &nbsp;&nbsp;sanguigni e altre scoperte sierologiche. In tutte le serie di racconti ci sono numerosi riferimenti riguardanti l'interesse di Holmes per l'analisi &nbsp;&nbsp;chimica e la sua applicazione alle indagini in materia penale. Un tipico esempio può essere trovato nel <i>Trattato navale</i> (ottobre 1893):</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Holmes era seduto al suo tavolino con &nbsp;&nbsp;indosso la vestaglia e lavorava duramente a un'indagine chimica. Un grande &nbsp;&nbsp;lambicco ricurvo stava bollendo furiosamente nella fiamma bluastra di un &nbsp;&nbsp;becco di Bunsen e le gocce distillate si stavano condensando in due litri. Il &nbsp;&nbsp;mio amico a malapena alzò lo sguardo quando entrai, e io, vedendo che la sua &nbsp;&nbsp;indagine doveva essere importante, mi sedetti su una poltrona e attesi. Immerse la sua pipetta di vetro in questa o quella bottiglia, estraendone &nbsp;&nbsp;alcune gocce con la stessa e alla fine portò sul tavolo una provetta contenente una soluzione. Nella mano destra teneva un foglietto di cartina di &nbsp;&nbsp;tornasole. Sei arrivato in una crisi, Watson, ha detto. Se questa carta rimane blu, va tutto bene. Se diventa rosso, significa la vita di un uomo. &nbsp;&nbsp;Immerse la provetta e questa divenne subito un rosso sangue opaco e sporco. Hum! Lo sapevo! esclamò.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L'interesse di Holmes per le ceneri di &nbsp;&nbsp;tabacco e la loro importanza nelle indagini è già stato brevemente descritto. &nbsp;&nbsp;Il primo riferimento alle ceneri di tabacco può essere trovato in <i>Uno &nbsp;&nbsp;studio in rosso </i>(1887):</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Ho raccolto alcune ceneri sparse dal &nbsp;&nbsp;pavimento. Erano friabili e di colore scuro e una cenere come quella è &nbsp;&nbsp;prodotta solo da un Trichinopoli. Ho eseguito uno studio speciale sulle ceneri &nbsp;&nbsp;dei sigari - infatti, ho scritto una monografia sull'argomento. Mi lusingo di &nbsp;&nbsp;poter distinguere a colpo d'occhio la cenere di qualsiasi marca conosciuta di &nbsp;&nbsp;sigari o di tabacco.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ulteriori commenti possono essere &nbsp;&nbsp;trovati in <i>Il segno dei quattro</i> (febbraio 1890):</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Oh, non lo sapevi?” esclamò ridendo. &nbsp;&nbsp;“Sì, confesso, ho scritto diverse monografie. Sono tutte su argomenti &nbsp;&nbsp;tecnici. Eccone una, ad esempio, sulla distinzione tra le ceneri dei vari &nbsp;&nbsp;tabacchi. In essa elenco centoquaranta forme di sigaro, sigaretta e tabacco &nbsp;&nbsp;da pipa, con tavole colorate che illustrano la differenza nella cenere. È un &nbsp;&nbsp;punto che emerge continuamente nei processi penali e che a volte è di suprema &nbsp;&nbsp;importanza come indizio. Se si può dire con certezza, ad esempio, che un &nbsp;&nbsp;omicidio è stato commesso da un uomo che stava fumando del Lankah indiano, ovviamente si restringe il campo di ricerca. Per un occhio esperto c'è tanta &nbsp;&nbsp;differenza tra la cenere di colore scuro di un Trichinopoli e il pulviscolo &nbsp;&nbsp;bianco di un Birdseye quanta c'è tra un cavolo e una patata.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altri commenti e illustrazioni simili &nbsp;&nbsp;si possono trovare in <i>Il mistero di Boscombe valley </i>(ottobre 1891):</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Era rimasto dietro quell'albero &nbsp;&nbsp;durante l'intervista tra il padre e il figlio. Aveva persino fumato lì. Ho &nbsp;&nbsp;trovato la cenere di un sigaro, e la mia speciale conoscenza delle ceneri di &nbsp;&nbsp;tabacco mi permette di identificare come un sigaro indiano. Come sapete, ho &nbsp;&nbsp;dedicato una certa attenzione a questo... Trovata la cenere, mi sono guardato &nbsp;&nbsp;intorno e ho scoperto il ceppo tra il muschio dove l'aveva gettato. Era un &nbsp;&nbsp;sigaro indiano, della varietà che viene fabbricata a Rotterdam.” “E il bocchino?” &nbsp;&nbsp;“Ho notato che il mozzicone non poteva essere stato nella sua bocca. Quindi &nbsp;&nbsp;ha usato un supporto. La punta era stata tagliata, non morsa, ma il taglio &nbsp;&nbsp;non era netto, quindi ho dedotto che fosse un coltellino tascabile.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un ultimo esempio dell'uso di Holmes &nbsp;&nbsp;delle ceneri di tabacco è quello trovato ne <i>Il paziente interno </i>(agosto &nbsp;&nbsp;1893):</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Ecco quattro mozziconi di sigari che &nbsp;&nbsp;ho preso dal caminetto.” “Hum!” disse Holmes, “hai il suo bocchino?” “No, non &nbsp;&nbsp;ne ho visti.” “Il suo portasigari, allora?” “Sì, era nella tasca della &nbsp;&nbsp;giacca.” Holmes l'aprì e annusò l'unico sigaro che conteneva. “Oh, questo è &nbsp;&nbsp;un Havana, e questi altri sono sigari di un tipo peculiare importati dagli &nbsp;&nbsp;olandesi dalle loro colonie dell'India orientale. Di solito sono avvolti &nbsp;&nbsp;nella paglia, sai, e sono più sottili, nonostante la loro lunghezza, rispetto &nbsp;&nbsp;a qualsiasi altra marca.” Prese le quattro estremità e le esaminò con la sua &nbsp;&nbsp;lente d’ingrandimento tascabile. “Due di questi sono stati fumati da un &nbsp;&nbsp;bocchino e due senza”, ha detto. “Due sono stati tagliati da un coltello non molto affilato e due hanno le estremità morsicate da denti eccellenti. Questo &nbsp;&nbsp;non è un suicidio, signor Laurier. È un omicidio spietato e pianificato &nbsp;&nbsp;accuratamente.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In precedenza è stata menzionato l'interesse di Holmes per il valore degli indizi costituiti da particelle di &nbsp;&nbsp;polvere e sporcizia. Un esempio si trova in <i>I cinque semi d’arancio </i>(novembre 1891):</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Provieni da sud-ovest, vedo.” “Sì, da &nbsp;&nbsp;Horsham.” “Quella miscela di argilla e gesso che vedo sui tuoi puntali è piuttosto &nbsp;&nbsp;inconfondibile.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altri esempi si trovano nei vari &nbsp;&nbsp;racconti e tali riferimenti possono essere trovati in <i>Uno studio in rosso </i>e &nbsp;&nbsp;<i>Il segno dei quattro.</i></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche la scienza che si occupa del &nbsp;&nbsp;rilevamento delle impronte digitali viene affrontata nelle storie di Sherlock &nbsp;&nbsp;Holmes. Un caso tratta brevemente delle impronte digitali come mezzo di &nbsp;&nbsp;identificazione con un tentativo di falsificazione dell'impronta del pollice. &nbsp;&nbsp;<i>L’avventura del costruttore di Norwood, </i>pubblicato nell'ottobre 1903, &nbsp;&nbsp;contiene il seguente resoconto:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Quando si è avvicinato con il &nbsp;&nbsp;fiammifero, ho visto che non era solo una macchia. Era l'impronta ben marcata &nbsp;&nbsp;di un pollice.” “Guardatelo con la lente d'ingrandimento, signor Holmes.” &nbsp;&nbsp;“Sì, lo sto facendo.” “Sai che non esistono due impronte di pollice uguali?” &nbsp;&nbsp;“Ho sentito qualcosa del genere.” “Dunque può confrontare quell’impronta con &nbsp;&nbsp;questa di cera del pollice destro del giovane McFarlane presa sotto miei &nbsp;&nbsp;ordini questa mattina?” Mentre teneva l'impronta di cera vicino alla macchia &nbsp;&nbsp;di sangue, non ci volle una lente d'ingrandimento per vedere che le due provenivano senza dubbio dallo stesso pollice. Per me è stato subito evidente &nbsp;&nbsp;come il nostro sfortunato cliente fosse ormai condannato... Molto semplicemente quando sono stati messi i sigilli su quei pacchetti, Jones &nbsp;&nbsp;Oldacre aveva convinto McFarlane a fissarne uno mettendo il pollice sulla &nbsp;&nbsp;cera ammorbidita. Era stato fatto così rapidamente &nbsp;&nbsp;e in modo così naturale che oserei dire &nbsp;&nbsp;che il giovane stesso non se ne ricordava. Molto probabilmente è successo &nbsp;&nbsp;proprio così, e Oldacre non aveva idea dell'uso che ne avrebbe fatto. &nbsp;Rimuginando sul caso in quella sua tana, &nbsp;&nbsp;improvvisamente si rese conto che usando quell’impronta, poteva fornire delle &nbsp;&nbsp;prove schiaccianti contro McFarIane. Non poteva esserci cosa più semplice di &nbsp;&nbsp;prendere un'impronta di cera dal sigillo, inumidirla con tutto il sangue che &nbsp;&nbsp;poteva ottenere da una puntura di spillo e metterla sul muro durante la &nbsp;&nbsp;notte, sia con le sue stesse mani o con quelle della sua domestica. Se si &nbsp;&nbsp;analizzano i documenti che si era portato appresso nel suo rifugio, scommetto &nbsp;&nbsp;che si trova il sigillo con l’impronta del pollice su di esso.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ovviamente molto era già stato fatto &nbsp;&nbsp;nel campo delle impronte digitali prima dell'avventura sopradescritta di &nbsp;&nbsp;Sherlock Holmes, che appariva in stampa nell'ottobre 1903. Un esempio è il &nbsp;&nbsp;lavoro compiuto da Herschel, Faulds, Purkinje, Galton, Vucetich e Henry. &nbsp;&nbsp;Tuttavia le loro attività si sono svolte in gran parte nell'ambito &nbsp;&nbsp;dell'anatomia, della registrazione e della classificazione delle impronte &nbsp;&nbsp;digitali. I risultati sono stati principalmente ottenuti nel campo &nbsp;&nbsp;dell'identificazione personale in situ. Con le impronte latenti o l’analisi &nbsp;&nbsp;della scena del crimine al fine dell’identificazione del criminale si era &nbsp;&nbsp;fatto poco. [Solo Faulds lo aveva suggerito nelle sue prime opere.] &nbsp;&nbsp;Sembrerebbe che il primo caso documentato in cui la condanna derivi dalle &nbsp;&nbsp;impronte digitali trovate sulla scena del crimine sia stato un caso in &nbsp;&nbsp;Argentina nel 1892, nel quale una donna è stata condannata per aver ucciso i &nbsp;&nbsp;suoi due figli sulla base del ritrovamento di molte delle sue impronte &nbsp;&nbsp;insanguinate sullo stipite di una porta della stanza dei bambini. Il caso &nbsp;&nbsp;successivo si è verificato in India nel 1897, dove è stata ottenuta una &nbsp;&nbsp;condanna per furto basata su “due macchie marroni” ottenute sulla scena. Il &nbsp;&nbsp;terzo caso segnalato si verificò a Parigi nel 1902. Si trattava di un caso di &nbsp;&nbsp;omicidio in cui furono scoperte diverse impronte latenti su una sezione di &nbsp;&nbsp;vetro dalla porta di un armadio. Bertillon (un vecchio ammiratore di Sherlock Holmes) è stato accreditato con l'identificazione di una persona che ha &nbsp;&nbsp;portato alla sua condanna nel 1903, lo stesso anno in cui è apparso il racconto di Holmes. Si presume che questo sia il primo caso in cui un &nbsp;&nbsp;criminale è stato identificato esclusivamente sulla base dalle impronte digitali annotate quando non era ancora sospettato e la sua identità era &nbsp;&nbsp;ancora sconosciuta. Il primo caso negli Stati Uniti è accaduto a New York nel &nbsp;&nbsp;1906. L'idea che le impronte digitali rinvenute sulla scena del crimine &nbsp;&nbsp;potessero essere utilizzate come prove non era del tutto nuova ma era &nbsp;&nbsp;comunque quasi sconosciuta quando venne pubblicato il racconto di Sherlock &nbsp;&nbsp;Holmes. Sono certo che questo racconto abbia contribuito a spostare &nbsp;&nbsp;l'attenzione su un ambito molto importante delle indagini e &nbsp;&nbsp;dell'identificazione criminaleNei racconti di Sherlock Holmes si può &nbsp;&nbsp;trovare del materiale di interesse rilevante sui documenti dubbi. Molti &nbsp;&nbsp;racconti sarebbero una piacevolissima lettura per i nostri periti calligrafi. &nbsp;&nbsp;Un esempio interessante si trova in <i>Un caso di identità </i>(settembre &nbsp;&nbsp;1891):</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“È curioso” osservò Holmes, “che una &nbsp;&nbsp;macchina da scrivere abbia la stessa personalità della grafia umana. Se non &nbsp;&nbsp;sono del tutto nuove, nessuna scrive nello stesso modo. Alcuni tasti si &nbsp;&nbsp;consumano di più e alcuni si consumano solo su un lato... In questi giorni &nbsp;&nbsp;pensavo di scrivere un'altra monografia sulla macchina da scrivere e sul suo &nbsp;&nbsp;rapporto con il crimine. È un argomento a cui ho dedicato un po' di &nbsp;&nbsp;attenzione.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto riguarda l'identificazione &nbsp;&nbsp;dattilografica, sembra che Holmes sia stato il primo a riconoscere questo &nbsp;&nbsp;potenziale. Nel numero di marzo 1967 del <i>Journal &nbsp;&nbsp;of Criminal Law, Criminology and Police Science</i>, c'è un interessante &nbsp;&nbsp;articolo di David A. Crown intitolato “Punti di riferimento nell’identificazione &nbsp;&nbsp;dattilografica.” Quanto segue è citato da questo articolo:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Il primo riferimento noto &nbsp;&nbsp;sull’identificazione potenziale della dattilografia, abbastanza curiosamente, &nbsp;&nbsp;appare in <i>“Un caso di identità”</i>, un racconto con Sherlock Holmes di &nbsp;&nbsp;Sir Arthur Conan Doyle… È documentato che Doyle ha scritto nel suo diario di &nbsp;&nbsp;aver terminato “Un caso di identità” il 10 aprile del 1891. Non si conosce la &nbsp;&nbsp;fonte dei dati di Doyle, ma è da notare che il suo metodo di identificazione &nbsp;&nbsp;dattilografica è corretto e la sua terminologia è precisa. Il primo commento &nbsp;&nbsp;scritto da un perito calligrafo sull'identificazione della dattilografia fu &nbsp;&nbsp;di Hagan nel 1894 ".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel racconto <i>Il</i> <i>Mastino di &nbsp;&nbsp;Baskerville</i> (agosto 1901) vengono forniti numerosi suggerimenti riguardo &nbsp;&nbsp;alle perizie calligrafiche. Holmes è stato coinvolto nell'esame di uno &nbsp;&nbsp;scritto minatorio composto da parole ritagliate da un giornale e incollate su &nbsp;&nbsp;un foglio di carta per comporre il messaggio. Il messaggio diceva:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Dato che tieni alla tua vita o alla &nbsp;&nbsp;tua ragione, stai lontano dalla brughiera.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Holmes era riuscito a riconoscere che &nbsp;&nbsp;le parole erano state ritagliate dal Times grazie alle differenze &nbsp;&nbsp;tipografiche di ogni macchina da scrivere. Poi verrà accertato che le parole &nbsp;&nbsp;erano state ritagliate con una forbice a lama molto corta, “dal momento che &nbsp;&nbsp;il ‘ritagliatore’ ha eseguito due ritagli per le parole ‘stai lontano’.” Le &nbsp;&nbsp;parole erano state attaccate con “colla anziché pasta adesiva”. Holmes ha inoltre &nbsp;&nbsp;concluso che il messaggio è stato composto da un uomo colto perché il Times &nbsp;&nbsp;“si trova raramente nelle mani di chi non ha un’ottima istruzione”. Poiché le parole non erano incollate seguendo una riga precisa, ha concluso che &nbsp;&nbsp;l’autore del messaggio era trascurato o agitato e di fretta. Ha poi esaminato &nbsp;&nbsp;la carta protocollo su cui erano state incollate le parole per capire se ci &nbsp;&nbsp;fosse o no una traccia di acqua. Nelle <i>Avventure del costruttore di &nbsp;&nbsp;Norwood </i>(ottobre 1903) Holmes viene chiamato per analizzare un &nbsp;&nbsp;testamento:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Holmes aveva in mano le pagine che formavano &nbsp;&nbsp;la bozza del testamento e le stava esaminando con grande interesse. “Ci sono &nbsp;&nbsp;alcuni punti da rivedere su questo documento, non pensi Lestrade?” disse lui &nbsp;&nbsp;passandoglieli. Il funzionario li guardò con un'espressione perplessa. &nbsp;&nbsp;“Riesco a leggere le prime righe, e queste a metà della seconda pagina, e una &nbsp;&nbsp;o due alla fine. Sono chiare come se fossero stampate”, ha detto, “ma la &nbsp;&nbsp;scrittura in mezzo è pessima, e ci sono tre punti in cui non riesco a leggerla &nbsp;&nbsp;affatto”. “Cosa ne pensi” disse Holmes. “Ebbene, cosa ne pensi?” “Che è stato &nbsp;&nbsp;scritto in treno. La scrittura chiara rappresenta le stazioni, quella più &nbsp;&nbsp;brutta il movimento e quella pessima rappresenta il momento in cui passa &nbsp;&nbsp;sopra i deviatoi. Un perito direbbe senza indugiare che questo è stata &nbsp;&nbsp;scritto su una linea suburbana, poiché in nessun luogo, salvo nelle immediate &nbsp;&nbsp;vicinanze di una grande città, potrebbe esserci una così rapida successione &nbsp;&nbsp;di deviatoi. Ammesso che tutto il suo viaggio fosse occupato dalla stesura &nbsp;&nbsp;del testamento, il treno era un espresso, che si è fermato solo una volta tra &nbsp;&nbsp;Norwood e London Bridge.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Holmes non trascura l'importanza della &nbsp;&nbsp;conservazione delle prove mediante le tecniche di colatura. In <i>Il segno &nbsp;&nbsp;dei quattro </i>(febbraio 1890) troviamo quanto segue:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Sei un genio straordinario per quanto &nbsp;&nbsp;riguarda le minuzie”, osservai. “Apprezzo la loro importanza. Ecco la mia &nbsp;&nbsp;monografia sul tracciamento delle orme, con alcune considerazioni sull'uso &nbsp;&nbsp;del gesso a presa rapida per conservare i calchi.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nello stesso racconto si trovano i seguenti &nbsp;&nbsp;commenti sull'identità dei corpi:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Anche qui c'è da notare l'influenza &nbsp;&nbsp;che ha un mestiere sulla forma della mano, con litotipi delle mani di &nbsp;&nbsp;salatori, marinai, tagliatori di sughero, compositori, tessitori e lucidatori &nbsp;&nbsp;di diamanti. Questa è una questione di grande interesse pratico per il &nbsp;&nbsp;detective scientifico, specialmente nei casi di corpi non identificati o per &nbsp;&nbsp;scoprire i precedenti di un criminale.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L'esperto di armi da fuoco troverà anche &nbsp;&nbsp;l'uso di armi da fuoco in molti dei racconti di Sherlock Holmes. &nbsp;&nbsp;Particolarmente interessante è l'<i>Avventura della casa vuota</i> (settembre &nbsp;&nbsp;1903). La trama ha a che fare con un nuovo potente fucile ad aria compressa. &nbsp;&nbsp;Sebbene la scienza dell'identificazione delle armi da fuoco ovvero balistica &nbsp;&nbsp;forense come la conosciamo oggi riceva poca attenzione, l'importanza delle &nbsp;&nbsp;macchie di polvere e dei segni sugli indumenti della vittima è chiaramente &nbsp;&nbsp;evidenziata. Nel racconto <i>L’enigma di Reigate </i>(giugno 1893) troviamo &nbsp;&nbsp;il seguente resoconto:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Le ferite sul morto derivano, come ho &nbsp;&nbsp;potuto determinare con assoluta sicurezza, da colpi sparati da un revolver ad &nbsp;&nbsp;una distanza di circa quattro metri. Non c'era polvere da sparo sui vestiti. &nbsp;&nbsp;Evidentemente, quindi, Alec Cunningham aveva mentito quando ha detto che i &nbsp;&nbsp;due uomini stavano lottando quando è stato sparato il colpo.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sempre in <i>L'avventura degli uomini &nbsp;&nbsp;danzanti</i> (dicembre 1903) troviamo menzione dell'importanza dei segni o &nbsp;&nbsp;delle macchie di polvere:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Non c'erano segni di polvere da sparo &nbsp;&nbsp;né sulla sua vestaglia né sulle sue mani. Secondo il medico condotto, la &nbsp;&nbsp;signora aveva delle macchie sul viso, ma nessuna sulla mano. L'assenza di &nbsp;&nbsp;quest'ultime non significa nulla, anche se la loro presenza può significare &nbsp;&nbsp;tutto”, ha detto Holmes.”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Va notato che, a quanto pare, la prima &nbsp;&nbsp;letteratura tecnica prodotta in materia di tracciatura della polvere risale &nbsp;&nbsp;all'anno 1898, circa cinque anni dopo che il primo racconto di Sherlock &nbsp;&nbsp;Holmes ne cita l'importanza. Questo tipo di letteratura è stata pubblicata in &nbsp;&nbsp;Francia ed era intitolata <i>“La Détermination de La Distance à Laguelle un &nbsp;&nbsp;Coup de feu a été tiré” </i>di Corin. (Determinazione della distanza alla &nbsp;&nbsp;quale un colpo è stato sparato da un'arma da fuoco).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Che si accetti o no la legittimazione &nbsp;&nbsp;che propongo di Sherlock Holmes come il padre della moderna rilevazione &nbsp;&nbsp;scientifica dei crimini, permettetemi di raccomandare &nbsp;per puro vostro relax e diletto quanto &nbsp;&nbsp;segue: nella prima serata di brutto tempo, quando il vento ulula intorno alla &nbsp;&nbsp;casa e piove o nevica, accendete il fuoco nel caminetto, mettete un po' di &nbsp;&nbsp;musica classica nello stereo con accanto un calice di vino secco, prendete un &nbsp;&nbsp;volume di Sherlock Holmes e rilassatevi nella vostra poltrona.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">“Era una mattina gelida, verso la fine dell'inverno del '97, quando fui risvegliato con dei colpetti alla spalla. Era Holmes. La candela che teneva in mano ne illuminava il volto impaziente e reclinato, quando mi disse che qualcosa non andava. “Vieni, Watson, vieni!” esclamò. “il gioco è iniziato” ...</span></div></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><br></div><div><br></div><div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">CAPITOLO 2: L’EVOLUZIONE DEL CRIMINAL PROFILING NELL’EPOCA MODERNA</b><span class="fs11lh1-5"><b></b></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><b><br></b></span></div><i><b><div class="fs11lh1-5"><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div></b><b><div><i style="font-weight: normal;"><b class="fs12lh1-5">2.1 Il Criminal Profiling di Howard D. Teten e Patrick J. Mullany</b></i></div></b><div><i><div style="display: inline !important;" class="fs11lh1-5"><span style="font-style: normal;">Il </span><i>Criminal Profiling,</i><span style="font-style: normal;"> come lo conosciamo oggi, inizia a svilupparsi negli anni settanta del Novecento negli Stati Uniti, in particolare con il lavoro svolto da Howard D. Teten e Patrick J. Mullany.</span></div></i></div><div><span class="fs11lh1-5"><span style="font-style: normal;">Teten, considerato il </span><i>“padre del Criminal Profiling”[i],</i><span style="font-style: normal;"> iniziò a lavorare per l’FBI nel 1962 e nel 1969 fu trasferito alla sede dell’FBI di Washington DC, dove iniziò a formare i nuovi agenti. Il titolo del suo corso era “Criminologia applicata”, ed era basato su un concetto che Teten aveva sviluppato mentre lavorava come responsabile delle prove per la polizia, ovvero che esistono delle relazioni ricorrenti tra le tracce trovate sulla scena del crimine e gli autori di tali crimini. L’idea del corso è stata concepita intorno al 1961-1962 e, prima di metterla in pratica, Teten ha esaminato alcuni omicidi insoliti affrontati da diversi dipartimenti della polizia e dalla </span><i>California Identification Officers Association</i><span style="font-style: normal;">, in modo tale da ottenerne una raccolta dei dati per l’analisi e il confronto. Il suo metodo consisteva nel preparare una descrizione provvisoria dell’autore del reato dopo aver ricevuto tutte le informazioni ed esaminato i dati del caso, e poi confrontarla con l’imputato. Inoltre, per valutare l’eventuale presenza di disturbi psicologici del criminale, egli era solito consultare diversi psichiatri. Durante il suo corso all’Accademia dell’FBI offriva suggerimenti su casi irrisolti a lui presentati da alcuni agenti di polizia e, in alcuni di questi, ciò è risultato utile nell’identificazione e per arresto di diversi criminali. Con il tempo, la linea d’insegnamento di Teten, si è specializzata sempre di più, fino a dare origine a una serie di corsi complementari che, alla fine, sono diventati parte integrante del programma di formazione dell’FBI noto come “Unità di supporto investigativo”.</span></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><span style="font-style: normal;">Il lavoro di Teten venne poi coadiuvato da Patrick Mullany, specializzato in psicologia, e insieme idearono il programma di </span><i>Criminal Profiling</i><span style="font-style: normal;">, un corso di 40 ore per agenti delle forze dell’ordine in cui l’analisi comportamentale veniva presentata come un vero e proprio strumento investigativo. Teten presentava i fatti del caso, mentre Mullany collegava la personalità dei criminali a certi aspetti della scena del crimine.</span></span></div><b><div class="fs11lh1-5"><i style="font-weight: normal;" class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div></b><b><div><i style="font-weight: normal;"><b class="fs12lh1-5">2.2 La nascita della Behavioral Science Unit e la sua influenza</b></i></div></b><div><div class="fs11lh1-5"><div><span style="font-style: normal;">Nel 1972 Teten e Mullany formarono la </span><i>Behavioral Science Un</i><span style="font-style: normal;">it (BSU, Unità di scienze comportamentali) dell’FBI per rispondere al numero sempre più crescente di aggressioni sessuali e di omicidi.</span></div><div><span style="font-style: normal;">Le loro tecniche di </span><i>profiling</i><span style="font-style: normal;"> cominciarono a diventare sempre più accettate all’interno dell’FBI, fino a ottenere piena approvazione quando riuscirono a risolvere un caso di rapimento svoltosi nel 1973.</span></div><div><span style="font-style: normal;">Nel 1974, si aggiunse a loro Robert K. Ressler,</span><span style="font-style: normal;" class="cf2"> </span><span style="font-style: normal;" class="cf2">ufficiale dell'Esercito e comandante del CID (</span><i><span class="cf2">Criminal Investigative Division</span></i><span style="font-style: normal;" class="cf2">)</span><span style="font-style: normal;">, e 3 anni dopo, nel 1977 anche John E. Douglas, veterano della </span><i>United States Air Force,</i><span style="font-style: normal;"> con diverse lauree in psicologia, sociologia e un dottorato di ricerca nel confronto tra le tecniche per insegnare agli agenti di polizia sulla classificazione degli omicidi.</span></div><div><span style="font-style: normal;">Tuttavia, Teten voleva aggiungere una componente di ricerca alla BSU e aveva bisogno di un </span><i>database</i><span style="font-style: normal;"> più ampio che raccogliesse le informazioni sul comportamento criminale, in modo da migliorare le capacità di profilazione dell'unità investigativa. Ressler e Douglas iniziarono quindi a completare questo </span><i>database</i><span style="font-style: normal;"> intervistando stupratori seriali e assassini detenuti negli Stati Uniti, riuscendo a raccogliere 57 pagine di dati derivanti da 36 criminali intervistati. In questi ultimi sono state notate somiglianze e differenze nelle loro risposte, che comprendevano le informazioni sulle motivazioni, la pianificazione dei reati e lo smaltimento delle prove. Di particolare interesse per i due agenti erano i criminali sessuali seriali (detti più comunemente: </span><i>serial sex offenders</i><span style="font-style: normal;">), i cui ripetuti crimini fornivano una grande quantità di informazioni sulla scena del crimine e sulle vittime. Collaborando con Ann Burgess della </span><i>University of Pennsylvania School of Nursing</i><span style="font-style: normal;">, Ressler e Douglas hanno iniziato in seguito a dirigere personalmente le interviste nel tentativo di creare una tassonomia di questi criminali sessuali. Lo studio, denominato </span><i>Criminal Personality Research Program</i><span style="font-style: normal;"> (CPRP)</span><span style="font-style: normal;">[ii]</span><span style="font-style: normal;"> e finanziato dal </span><i>National Institute of Justice</i><span style="font-style: normal;">, è culminato nella pubblicazione di un manuale sulle caratteristiche degli assassini sessuali, con il titolo</span><i> Sexual Homicide: Patterns and Motives[iii]</i><span style="font-style: normal;">.</span></div><div><span style="font-style: normal;">Douglas, Ressler e Burgess hanno in seguito collaborato nella stesura del </span><i>Crime Classification Manual [iv], </i><span style="font-style: normal;">con l’intento di fornire una tassonomia empiricamente derivata per organizzare e classificare i reati gravi in base alle caratteristiche comportamentali, grazie all’utilizzo dei dati del CPRP e di altri studi dell'FBI su assassini sessuali, stupratori, molestatori, rapitori di bambini e piromani. Secondo Douglas e Olshaker</span><span style="font-style: normal;">[v]</span><span style="font-style: normal;">, la letteratura accademica corrente era carente su questi argomenti: da qui la necessità del manuale, il quale forniva un sistema per spiegare i reati in modo efficace come neanche un approccio strettamente psicologico come il DSM era mai stato in grado di fare.</span></div><div><span style="font-style: normal;">Douglas divenne infine capo del BSU (in seguito ribattezzata </span><i>Investigative Support Unit/</i><span style="font-style: normal;"> Unità di supporto investigativo) e continuò con l’attività di </span><i>profiling</i><span style="font-style: normal;">, mentre Ressler divenne un innovatore negli ambiti di ricerca e formazione dell'unità. Già nel 1981, Ressler suggerì di istituire il </span><i>National Center for the Analysis of Violent Crime</i><span style="font-style: normal;"> (NCAVC), un centro di ricerca e formazione che avrebbe compreso il CPRP, la formazione di stagisti di polizia e programmi che applicavano i risultati dei progetti di ricerca alle mansioni delle forze dell’ordine come l’interrogatorio e le richieste di mandato. Venne poi deciso che l’NCAVC doveva essere situato presso l’Accademia dell’FBI a Quantico e gestito dagli agenti della BSU, e il 21 giugno 1984, venne istituito formalmente. Non solo, nel 1985 Ressler ha anche contribuito a istituire il </span><i>Violent Criminal Apprehension Program</i><span style="font-style: normal;"> (VICAP) all’interno del NCAVC, un sistema informatico a livello nazionale progettato per consentire alle forze dell'ordine di una determinata area di incrociare i dati dei loro casi irrisolti con i dati di altri casi irrisolti in altre aree.</span></div></div></div><b><div class="fs11lh1-5"><b style="font-style: normal;" class="fs11lh1-5"><i><br></i></b></div></b><b><div><b style="font-style: normal;"><i class="fs12lh1-5">2.3 Il Criminal Personality Research Program nello specifico</i></b></div></b><div class="fs11lh1-5"><span style="font-style: normal;">L’uso dell’analisi psicologica del criminale è il prodotto del </span><i>Criminal Personality Research Program, </i><span style="font-style: normal;">avviato dall’FBI nel 1978 con l’intento di formulare dei profili criminali attraverso il supporto di interviste investigative con i detenuti. Questo programma era stato progettato per identificare le caratteristiche, le motivazioni, gli atteggiamenti e i comportamenti degli autori di reato coinvolti in specifici crimini. La squadra di ricerca era composta da due membri del BSU, Robert K. Ressler e John E. Douglas, e da due esperti riconosciuti a livello internazionale nel campo delle aggressioni sessuali, il dottor A. Nicholas Groth e la dottoressa Ann Wolbert Burgess. Nello specifico, il dott. Groth era direttore del </span><i>Sex Offender Program</i><span style="font-style: normal;"> per il Dipartimento di correzione del Connecticut e psicologo clinico, il quale ha lavorato a lungo con autori di reati sessuali condannati, mentre la dott.ssa Burgess era professoressa e direttrice della ricerca infermieristica presso la </span><i>Boston University School of Nursing</i><span style="font-style: normal;"> e specialista clinica in assistenza psichiatrica di salute mentale, anch’essa a stretto contatto con le vittime di violenza sessuale.</span></div></i></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La psicologia del comportamento criminale, e dunque i suoi modelli, le sue dinamiche e le sue caratteristiche, comprendeva ai tempi un'area di ricerca affrontata in maniera inadeguata. Solitamente, dopo l’incarcerazione l'autore di reato diventava inaccessibile a chi ne volesse studiare il comportamento. La ricerca che si occupa del comportamento criminale era circoscritta al rapporto inerente al singolo caso, e di conseguenza non si riusciva a fare una distinzione tra le informazioni rilevanti e quelle irrilevanti. Pertanto, si è ritenuto che uno studio sistematico di detenuti, i cui appelli erano esauriti, combinato con una revisione di tutti i documenti e la casistica rilevanti, le osservazioni dirette e le interviste cliniche-investigative in prima persona con il soggetto, poteva fornire importanti intuizioni sulla natura psicologica del comportamento criminale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per realizzare questo studio sono stati presi in considerazione i casi in cui l'FBI aveva avuto la giurisdizione primaria o quelli in cui aveva assistito le agenzie locali, e le direttive sono state formulate in collaborazione con la <i>Legal Instruction Unit</i> (Unità di istruzione legale) dell'Accademia dell'FBI. Sono stati quindi selezionati e interpellati otto detenuti che stavano scontando delle pene per gravi capi d’imputazione in diversi penitenziari statali e federali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In seguito ai risultati ottenuti, è stato sviluppato un piano per uno studio sistematico, esteso e continuo di detenuti in modo da migliorare la comprensione e le dinamiche del comportamento criminale. Inizialmente lo studio si concentrò sull'omicidio a sfondo sessuale.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La <i>Behavioral Science Unit, </i>si è occupata dello sviluppo dei profili psicologici di indagati per casi di violenza e/o omicidio a sfondo sessuale riportati dai dipartimenti di polizia locali. Dalle prove e dalle informazioni disponibili, i membri dell'unità hanno sviluppato un identikit psicologico dell’indagato usando un metodo che si basava sul <i>brainstorming</i> e sull'intuizione. Tuttavia, non era ancora stata sviluppata una banca dati formale con cui confrontare sistematicamente i nuovi casi, dunque ciò che è stato elaborato derivava solamente da anni di esperienza investigativa accumulata sul campo e di familiarità con un gran numero di casi.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Data l'opportunità di intervistare criminali identificati e rendendosi conto della necessità di sviluppare un protocollo per assicurare il recupero sistematico dei dati rilevanti, la <i>Training Division </i>ha quindi chiesto la collaborazione del Dott. A. Nicholas Groth e della Dott.ssa Ann W. Burgess, esperti nel campo della violenza sessuale, i quali hanno condotto vari corsi sui temi di stupro e molestie su minori rivolti ad agenti delle forze dell'ordine presso l'Accademia dell'FBI. Questa affiliazione professionale ha fatto sì che lo studio dell’omicida sessuale venisse affrontato in maniera multidisciplinare, coinvolgendo sia le forze dell'ordine sia le scienze comportamentali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Questo <i>team</i> ha poi sviluppato un protocollo per catalogare i dati da utilizzare nelle indagini e nella valutazione dei trasgressori, in modo da fornire linee guida per le interviste e un sistema di registrazione e codifica dei dati rilevanti per consentirne l'analisi e il recupero via computer. Il protocollo era diviso in cinque sezioni: (1) caratteristiche fisiche dell'autore del reato, (2) storia dello sviluppo personale di questo, (3) dati sul reato, (4) dati sulla vittima e (5) dati sulla scena del crimine. Non solo, comprendeva anche la descrizione fisica dell'autore del reato, la storia medica/psichiatrica, la vita familiare, la prima educazione, l'istruzione, il servizio militare, la storia professionale, lo sviluppo sessuale, la storia coniugale, gli interessi ricreativi, la storia criminale, le caratteristiche del reato, il modus operandi, la modalità di selezione delle vittime e la descrizione della scena del crimine. Una volta realizzato questo protocollo di valutazione, sono emerse fondamentalmente tre categorie di autori di reati a sfondo sessuale: omicida a sfondo sessuale (primo gruppo); stupratori e molestatori di bambini (secondo gruppo); autori di reati sessuali, confinati in istituti psichiatrici (terzo gruppo). Durante il primo anno dello studio (1979), sono stati intervistati 26 uomini appartenenti al primo gruppo, 125 del secondo e circa un centinaio del terzo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Per verificare l’affidabilità e la validità dei dati ottenuti, sono stati confrontati con i dati del profilo già noto del singolo criminale. Sebbene siano state osservate differenze individuali tra coloro che commettono reati simili, esistono alcune caratteristiche che questi hanno in comune: somiglianze e differenze concorrono nel classificare i criminali in varie categorie e poi a differenziarli ulteriormente all’interno di queste.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’intento del protocollo era quello di contribuire allo studio dell’omicidio a sfondo sessuale, istituendo una banca dati nazionale dalla quale fosse possibile recuperare informazioni affidabili. A partire dai dati e le conoscenze derivati da questa ricerca, sono stati sviluppati possibili profili di criminali in modo da aiutare le forze dell’ordine locali nell’identificazione e nell’arresto di criminali reali e prevenire reati. Infine, sono state affinate le tecniche di interrogatorio e degli informatori che avevano a che fare con la criminalità e lo spionaggio.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div class="imTALeft"><i><b class="fs12lh1-5">2.4 Il Criminal Profiling moderno</b></i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Dagli anni ’70, i </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> della </span><i class="fs11lh1-5">Behavioral Science Unit </i><span class="fs11lh1-5">dell’FBI (ora parte del </span><i class="fs11lh1-5">National Center for the Analysis of Violent Crime</i><span class="fs11lh1-5">) hanno assistito le agenzie locali, statali e federali nelle indagini, fornendo profili di personalità criminali.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Attualmente, i </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> non solo cercano di descrivere il tipico “assassino”, ma analizzano le informazioni raccolte dalla scena del crimine, in quanto possono potenzialmente rivelare che tipo di persona ha commesso il crimine. Il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> è stato descritto come una raccolta di indizi </span><span class="fs11lh1-5">[vi]</span><span class="fs11lh1-5"> finalizzata a fornire informazioni specifiche su un certo tipo di indagato, particolarmente utile quando il criminale dimostra qualche forma di psicopatologia </span><span class="fs11lh1-5">[vii]</span><span class="fs11lh1-5">, e come uno schema biografico di modelli comportamentali</span><span class="fs11lh1-5">[viii]</span><span class="fs11lh1-5">. James A. Brussel, in una discussione riguardante Sherlock Holmes, spiega che uno psichiatra di solito studia una persona e poi fa alcune previsioni ragionate su come la stessa potrebbe reagire a una situazione specifica e comportarsi nel futuro. Mentre nel </span><i class="fs11lh1-5">profiling</i><span class="fs11lh1-5">, sempre secondo Brussel, questo processo è invertito, ovvero studiando le azioni di un individuo, si deduce che tipo di persona potrebbe essere</span><span class="fs11lh1-5">[ix]</span><span class="fs11lh1-5">. Robert K. Ressler, ex direttore del </span><i class="fs11lh1-5">Violent Criminal Apprehension Program </i><span class="fs11lh1-5">dell’FBI, si riferisce al </span><i class="fs11lh1-5">profiling</i><span class="fs11lh1-5"> come “l’autopsia psicologica di un omicidio”</span><span class="fs11lh1-5">[x]</span><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il processo di generazione del profilo criminale, come utilizzato dai </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> dell’FBI, è definito come una tecnica per identificare le principali caratteristiche della personalità e del comportamento di un individuo che si basa sull’analisi dei crimini che questo ha commesso. Tale processo assomiglia a quello utilizzato dai medici per fare una diagnosi e un piano di trattamento: i dati vengono raccolti e valutati; la situazione viene ricostruita; vengono formulate ipotesi; viene sviluppato e testato un profilo e infine i risultati vengono riportati. L'abilità del </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> sta nel riconoscere le dinamiche della scena del crimine, che collegano vari tipi di personalità che commettono crimini simili e fare ipotetiche formulazioni basate sulla loro precedente esperienza. Una premessa di base del </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling,</i><span class="fs11lh1-5"> è che gli schemi di pensiero di una persona dirigono il suo comportamento. Pertanto, quando il </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> analizza una scena del crimine e rileva alcuni fattori critici, egli può essere in grado di determinare il movente e il tipo di persona che ha commesso il crimine, risalendo alla personalità del probabile colpevole, a partire dalle sue azioni criminose.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Tradizionalmente, il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> era utilizzato principalmente dagli specialisti della salute mentale, i quali cercavano di spiegare la personalità e le azioni di un criminale attraverso concetti psichiatrici, e dagli agenti delle forze dell’ordine, il cui compito era determinare i modelli comportamentali di un sospetto attraverso concetti investigativi. Difatti, i casi in cui il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> è risultato maggiormente utile, sono gli omicidi seriali a sfondo sessuale, che possono essere tendenzialmente i più difficili da risolvere a causa della loro natura apparentemente casuale. Successivamente, il suo utilizzo viene esteso a diversi settori, per esempio nella presa di ostaggi; nell’identificazione di autori di minacce anonime scritte od orali, in quanto solitamente fornisce un aiuto nel restringere il campo d’indagine.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Tuttavia, il </span><i class="fs11lh1-5">profiling</i><span class="fs11lh1-5"> non fornisce l’identità specifica del criminale, bensì indica il tipo di persona che ha più probabilità di aver commesso un crimine in base a determinate caratteristiche comportamentali e di personalità. La logica alla base di questa tecnica investigativa è che il comportamento riflette la personalità, ed esaminando il comportamento criminoso, l’investigatore può essere in grado di determinare quale tipo di persona è responsabile del reato.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div class="imTALeft"><i><b class="fs12lh1-5">2.5 Il processo di generazione di profili criminali</b></i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">In che cosa consiste esattamente il processo di generazione di profili criminali?</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Si tratta di una serie composta da cinque fasi sovrapposte che conducono alla sesta fase, ovvero all’arresto del criminale. Queste fasi sono: (1) profilazione degli <i>input</i>; (2) modelli di processo decisionale; (3) valutazione del crimine; (4) profilo criminale; (5) indagine e (6) arresto. Non solo, durante il processo è fondamentale verificare che ci sia congruenza con le prove, con i modelli decisionali e con le raccomandazioni dell'indagine e che risultino nuove prove.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Le prove sono sempre molto importanti, in quanto sono un vero e proprio linguaggio di schemi e sequenze che possono rivelare le caratteristiche comportamentali del criminale.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">1. </b><b class="fs11lh1-5">Profilazione degli input</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La fase di profilazione degli <i>input</i> avvia il processo di generazione del profilo criminale. Nei casi di omicidio, le informazioni necessarie ai fini del <i>profiling</i> includono una sinossi completa del crimine e una descrizione della scena del crimine, comprendente i fattori autoctoni di quella zona al momento dell'incidente, come le condizioni meteorologiche e l'ambiente politico e sociale. I dati relativi al criminale dovrebbero riguardare l'ambiente domestico, l'occupazione, la reputazione, le abitudini, le paure, la condizione fisica, la personalità, la storia criminale, le relazioni familiari, gli hobby e la condotta sociale. Anche le informazioni sulla vittima sono fondamentali per lo sviluppo di questi profili e devono comprendere il rapporto di autopsia con i risultati tossicologici/sierologici; le impressioni del medico legale in merito al tempo stimato e alla causa della morte; al tipo di arma usata e alla distribuzione delle ferite sul corpo; fotografie dell'autopsia e fotografie delle ferite pulite. Oltre alle fotografie dell'autopsia, sono necessarie fotografie aeree (se disponibili e appropriate) e immagini a colori otto per dieci della scena del crimine; oltre a schizzi della scena che mostrano distanze, direzioni e dimensioni, nonché mappe dell'area. Questi dati e le fotografie possono rivelare elementi significativi, come il livello di rischio della vittima; il grado di controllo esibito dall'autore del reato; lo stato emotivo dello stesso e il metodo utilizzato. Il <i>profiler</i> generalmente si concentra sull’analisi di tutte le informazioni sopracitate, nonché dei rapporti iniziali della polizia.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">2. </b><b class="fs11lh1-5">Modelli del processo decisionale</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il processo decisionale organizza e distribuisce gli <i>input</i> in schemi significativi. Sette punti chiave organizzano le informazioni della fase uno e formano una struttura decisionale fondamentale per il <i>profiling</i>. Tra i punti più importanti, troviamo il rischio della vittima, il rischio del criminale, l’<i>escalation</i> del crimine, fattori di tempo e posizione.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5">Il rischio della vittima</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il concetto di rischio della vittima è coinvolto in diverse fasi del processo di <i>profiling</i>: fornisce informazioni sull’indagato in termini di come opera e aiutano a generare un'idea del tipo di autore ricercato. &nbsp;Il rischio viene determinato utilizzando fattori quali età, occupazione, stile di vita, statura fisica, capacità di resistenza e localizzazione della vittima, e può essere classificato come alto, moderato o basso.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5">Il rischio del criminale</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">I dati della vittima vengono integrati con le informazioni sul rischio intrapreso dal criminale per commettere il reato. Ad esempio, le circostanze in cui si è svolto il reato possono rivelare lo stress sotto cui operava il criminale; se era convinto di non essere arrestato o meno; il livello di eccitazione di cui aveva bisogno nella commissione del reato e la sua maturità emotiva.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5">Escalation</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Le informazioni sull'<i>escalation</i> derivano da un'analisi dei fatti in base ai modelli del processo decisionale precedente. I <i>profiler</i> sono poi in grado di dedurre la sequenza di atti commessi durante lo svolgimento del reato e di determinare se il potenziale criminale potrebbe aggravare i suoi reati (ad esempio, sbirciare, accarezzare, aggredire, stuprare, uccidere) o ripeterli in modo seriale.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5">Fattori temporali</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Ci sono diversi fattori temporali che devono essere considerati durante la generazione di un profilo criminale. Questi fattori includono il tempo necessario (1) per uccidere la vittima; (2) per commettere atti aggiuntivi sul corpo e (3) per sbarazzarsi del corpo. Anche l'orario in cui è stato commesso il crimine è importante, se di giorno o di notte, in quanto può fornire informazioni sullo stile di vita e sull'occupazione dell'indagato.</span></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div class="imTALeft"><i class="fs11lh1-5">Fattori di posizione</i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Le informazioni sulla posizione, ovvero dove la vittima è stata avvicinata per la prima volta, dove si è verificato il crimine e l’eventuale morte della vittima, forniscono dati aggiuntivi sul criminale.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">3. </b><b class="fs11lh1-5">Valutazione del reato</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La fase di valutazione del reato prevede la ricostruzione della sequenza degli eventi e del comportamento sia dell'autore del reato che della vittima, basandosi sugli sviluppi delle fasi precedenti, in modo da fornire informazioni sulle caratteristiche specifiche del profilo che si vuole generare.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Le dinamiche della scena del crimine sono costituite da numerosi elementi che devono essere interpretati dagli agenti incaricati delle indagini e possono essere facilmente fraintesi. Alcuni di questi elementi includono la localizzazione della scena del crimine; la causa della morte; il metodo di uccisione; la posizione del corpo e la posizione delle ferite. Il <i>profiler</i> osserva le dinamiche della scena del crimine e le interpreta in base alla sua esperienza con casi simili di cui si conosce l'esito. Le ricerche approfondite della <i>Behavioral Science Unit</i> dell'Accademia dell'FBI e le interviste con i criminali detenuti hanno fornito un vasto corpo di conoscenza che permette di collegare le dinamiche della scena del crimine a specifici modelli di personalità criminale.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">4. </b><b class="fs11lh1-5">Generazione del profilo criminale</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La quarta fase consiste nella generazione del profilo criminale e riguarda il tipo di persona che ha commesso il crimine e il suo comportamento in relazione ad esso. Nel profilo sono incluse le informazioni di base (come i dati demografici), le caratteristiche fisiche, le abitudini, le credenze, i valori e il comportamento prima e dopo il reato. Può anche includere raccomandazioni investigative per interrogare, identificare e arrestare l'autore del reato. Il profilo inoltre deve essere compatibile con la precedente ricostruzione del crimine, con le prove e con i modelli decisionali. In caso di incompatibilità, i <i>profiler</i> devono riesaminare tutti i dati disponibili.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">5. </b><b class="fs11lh1-5">L’indagine</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Una volta determinata la compatibilità del profilo criminale con gli altri dati, viene fornito un rapporto scritto all'agenzia richiedente e aggiunto ai dati già raccolti durante il processo investigativo.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Se dalla generazione del profilo ne risultano l'identificazione e l’arresto dell’indagato, e una confessione, l’obiettivo del <i>profiling</i> è stato raggiunto.</span></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTALeft"><b class="fs11lh1-5">6. </b><b class="fs11lh1-5">L’arresto</b></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">U</span><span class="fs11lh1-5">na volta che l’indagato è in arresto, viene esaminata la concordanza tra l’esito dell’indagine e il processo di generazione del profilo. Se l’imputato confessa, è importante condurre un'intervista dettagliata per verificare la validità dell'intero processo di <i>profiling</i>.</span></div><span class="fs11lh1-5"> </span><div><hr align="left" size="1" width="33%"><span class="fs10lh1-5">[i] R. K. Ressler; Tom Shachtman, <i>Whoever Fights </i>Monsters, Simon &amp; Schuster, 1992, p.222</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[ii] A. W. Burgess; J. E. Douglas; R. K. Ressler, <i>Criminal Personality Research Project</i>, Journal of interpersonal violence, September 1986 issue</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[iii] A. W. Burgess; J. E. Douglas; R. K. Ressler,<i> Sexual Homicide: Patterns and Motives, </i>The Free Press, 1988</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[iv] A. J. Burgess; A. W. Burgess; J. E. Douglas; R. K. Ressler,<i> Crime Classification Manual, </i>Lexington Books, 1992</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[v] J. E. Douglas; M. Olshaker, <i>Mindhunter: inside the FBI's elite serial crime unit,</i> New York Scribner, 1995, p.354</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[vi] D. ﻿Rossi, <i>Crime Scene Behavioral Analysis: Another Tool for the Law Enforcement Investigator</i>, Official Proceedings of the 88th Annual IACP Conference, Police Chief (January): 152–55, 1982</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[vii] ﻿ V. J. Geberth, <i>Psychological Profiling</i>, Law and Order (September): 46–49, 1981</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[viii] ﻿ R. E. Vorpagel, <i>Painting Psychological Profiles: Charlatanism, Charisma, or a New Science?</i>, Official Proceedings of the 88th Annual IACP ﻿Conference, Police Chief (January): 156–59, 1982</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[ix] ﻿ J. S. Brussel, <i>Casebook of a Crime Psychiatrist</i>, 1968</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[x] ﻿ R. K. Ressler, A. W. Burgess, J. E. Douglas, R. L. Depue, <i>In Rape and Sexual Assault: A Research Handbook</i>, ed. Burgess, New York: Garland, pp. 343–49, 1985</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">CAPITOLO 3: IL CASO UNABOM</b></div><div><i class="imTAJustify fs11lh1-5"><br></i></div><div><i class="imTAJustify fs11lh1-5">Unabomber </i><span class="imTAJustify fs11lh1-5">è il soprannome dato al terrorista americano Theodore Kaczynski, artefice di una serie di attacchi svoltosi in un periodo lungo 17 anni, caratterizzati dall’utilizzo di bombe postali indirizzate ad accademici, dirigenti aziendali e altri. La campagna di attacchi di </span><i class="imTAJustify fs11lh1-5">Unabomber,</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5"> che uccise tre persone e ne ferì 23, iniziò alla fine degli anni ‘70 e proseguì fino a quando Kaczynski fu arrestato nel 1996, a seguito di una caccia all’uomo, a livello nazionale, guidata dal </span><i class="imTAJustify fs11lh1-5">Federal Bureau of Investigation</i><span class="imTAJustify fs11lh1-5"> (FBI).</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/UnaBomb.PNG"  width="242" height="288" /><i><b class="fs12lh1-5">3.1 Accenni sulla vita di Theodore Kaczynski</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Theodore Kaczynski, è un uomo altamente istruito, che con il passare del tempo e dell’evoluzione della società, iniziò ad essere sempre più deluso del modo in cui stava evolvendo il mondo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo essersi diplomato precocemente alla </span><i class="fs11lh1-5">Evergreen Park Community High School</i><span class="fs11lh1-5">, è stato accettato all’Università di Harvard con una borsa di </span><span class="fs11lh1-5">studio completa, alla sola età di 16 anni. Le persone che frequentarono le scuole con Ted, lo descrivevano come molto solitario; difatti anche nel nuovo ambiente universitario non si fece molti amici, ma continuò ad ottenere risultati straordinari a livello accademico. Tuttavia, fu proprio durante il suo periodo ad Harvard, che partecipò ad uno studio controverso condotto dallo psicologo Henry Murray. Nell’esperimento, ai soggetti fu chiesto di scrivere un saggio sulle loro filosofie personali. Successivamente, mentre erano collegati ad elettrodi per misurare la loro risposta fisiologica, i soggetti dello studio furono sottoposti a ore di insulti e attacchi personali, e i saggi, furono usati come base per gli insulti. Si ritiene che Kaczynski partecipò a quest’esperimento per oltre 200 ore; per una durata complessiva di tre anni a partire dal 1959, e che questo ebbe delle conseguenze sul suo benessere mentale ed emotivo. Nonostante tutto, si laureò ad Harvard con una laurea in matematica nel 1962. In seguito conseguì un master (1964) e un dottorato (1967) nella stessa materia presso l’Università del Michigan. Dopo aver completato gli studi, a 25 anni, Kaczynski divenne il più giovane assistente professore di storia dell’Università della California a Berkeley, per poi essere assunto come insegnante di geometria e calcolo universitari nell’autunno del 1967. Due anni dopo, senza fornire alcuna motivazione, si dimise. Dopo aver lasciato Berkeley, Ted tornò in Illinois a vivere con i suoi genitori per due anni, prima di trasferirsi nel 1971 fuori Lincoln, nel Montana, in una capanna isolata nei boschi in cui visse come recluso, senza elettricità e acqua corrente, tentando di diventare autosufficiente con l’utilizzo della caccia e dell’agricoltura biologica. Nel giro di pochi anni, Ted diventò sempre più infastidito dall’invasione del settore immobiliare e dello sviluppo industriale nell’area circostante casa sua e, nel 1975, influenzato dagli scritti del filosofo anarchico cristiano francese, Jacques Ellul, iniziò a vandalizzare cantieri nell’area di Lincoln nel tentativo di sabotare lo sviluppo. I limiti imposti dalla società non erano semplicemente sgradevoli per Kaczynski, ma diventarono un punto di rabbia, e lo stesso, in un’intervista, dalla sua prigione del Colorado, ha raccontato: “<i>Da quel momento in poi ho deciso che, piuttosto che cercare di acquisire ulteriori abilità nella natura, avrei lavorato per dar contro al sistema. Vendetta.”[i]</i></span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i><b class="fs12lh1-5">3.2 Gli attacchi</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">A partire dal 25 maggio 1978, Kaczynski iniziò a usare bombe postali inviate tramite il servizio postale degli Stati Uniti, o che occasionalmente consegnava lui stesso a mano, in una serie di attacchi coordinati per un periodo di 17 anni. Il suo primo obiettivo, Buckley Crist, professore di ingegneria della <i>Northwestern University</i>, per poco evitò delle gravi lesioni, dal momento in cui venne trovato un pacco nel parcheggio esterno all’edificio del suo ufficio in cui veniva dichiarato come “mittente”, e dunque che gli era stato “restituito”. Notando che non aveva inviato quel pacco, avvisò la sicurezza. Difatti, aprendolo e facendo così esplodere la bomba al suo interno, la guardia subì un infortunio alla mano. Le motivazioni per cui Kaczynski avesse preso di mira Crist non furono mai chiarite, tuttavia, nel periodo, viveva di nuovo in Illinois e lavorava con suo padre e suo fratello. Poco dopo, fu licenziato per aver insultato una sovrintendente con la quale aveva brevemente avuto una relazione romantica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel corso dei sette anni successivi, inviò nove ordigni fatti in casa a bersagli differenti, inclusi dirigenti di compagnie aeree statunitensi e amministratori accademici, ferendo diverse persone, alcune gravemente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel dicembre 1985, una bomba inviata a Hugh Scrutton, proprietario del negozio di elettronica di Sacramento, esplose, causandone la sua morte. Questa, fu la prima fatalità attribuita a Kaczynski. Complessivamente, “<i>Unabomber</i>”, come ormai era diventato noto, commise 14 attacchi, utilizzando 16 bombe, uccidendo 3 persone e ferendone altre 23. Il suo ultimo attacco, il 24 aprile 1995, sempre a Sacramentto, uccise il lobbista dell’industria di legname, Gilbert Murray.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i><b class="fs12lh1-5">3.3 Il manifesto</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">L’FBI basandosi sulle somiglianze dei dispositivi utilizzati negli attacchi, aveva già collegato molto episodi e li aveva attribuiti allo stesso autore o gruppo di autori. Ben presto, si notò che l’aggressore avesse dei collegamenti con l’area di Chicago e della Baia di San Francisco, ed era proprio il caso di Kaczynski.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Inizialmente, fu proprio l’FBI a chiamare l’indagine in corso “</span><i class="fs11lh1-5">UNABOM” </i><span class="fs11lh1-5">(acronimo per </span><i class="fs11lh1-5">university and airline bomber</i><span class="fs11lh1-5">); solo successivamente i media soprannominarono l’aggressore “</span><i class="fs11lh1-5">Unabomber”. </i><span class="fs11lh1-5">Tuttavia, l’identità di Kaczynski, era ancora sconosciuta alle autorità, finché nell’estate del 1995 inviò attraverso lettere, il suo famigerato manifesto di 35 mila parole intitolato </span><i class="fs11lh1-5">“Società industriale e il suo futuro” </i><span class="fs11lh1-5">alle principali testate giornalistiche e stazioni televisive, chiedendone la pubblicazione nella sua interezza. In caso contrario, minacciò di commettere altri attacchi. Nel saggio, l’autore sostiene “un’ideologia che si oppone alla tecnologia”; ovvero spiega come la tecnologia e la società industrializzata avevano allontanato gli esseri umani dalla natura, portandoli verso quelle che chiamava “attività surrogate” come l’intrattenimento popolare e lo sport, e distrutto efficacemente la libertà umana perché, secondo lo stesso, devono “regolare da vicino il comportamento umano per funzionare”. Non solo, invita gli esseri umani a tornare alla così descritta “natura selvaggia”, e, a suo avviso, ciò includeva la fine di tutta la ricerca scientifica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il procuratore generale degli Stati Uniti, Janet Reno, e il direttore dell’FBI, Louis Freeh, concordarono che il manifesto doveva essere pubblicato, sebbene si trattasse di una decisione controversa, e fu così che il </span><i class="fs11lh1-5">New York Times</i><span class="fs11lh1-5"> e il </span><i class="fs11lh1-5">Washington Post</i><span class="fs11lh1-5"> lo pubblicarono nel settembre 1995.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Notevole fu la reazione al manifesto dei vari critici e accademici, che nonostante disprezzassero gli atti violenti commessi da Kaczynski, ammisero che molte delle idee presentate erano abbastanza ragionevoli.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i><b class="fs12lh1-5">3.4 Lo svolgimento delle indagini</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">La prima fase dell’indagine </span><i class="fs11lh1-5">Unabom</i><span class="fs11lh1-5"> iniziò il 25 maggio 1978, presso l'Università dell'Illinois a Chicago. Quello che accadde tra il 1978 e il 1996 fu, all'epoca, la più vasta e costosa indagine intrapresa dal </span><i class="fs11lh1-5">Federal Bureau of Investigation</i><span class="fs11lh1-5"> (FBI), svoltasi in un arco di tempo di quasi diciotto anni, coinvolgendo diverse centinaia di funzionari delle forze dell'ordine federali e locali e personale di supporto, per una stima di 50 milioni di dollari in costi investigativi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Inoltre ha anche realizzato uno dei progetti di analisi testuale più ampi e completi nella storia del sistema giudiziario degli Stati Uniti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L'indagine iniziale, iniziata nel 1978, era stata intrapresa da diverse forze dell'ordine federali, che lavoravano in maniera indipendente l'una dall'altra. Queste agenzie includevano l'FBI, il servizio di ispezione postale degli Stati Uniti (USPIS) e il Dipartimento per il controllo di alcool, tabacco ed armi da fuoco (ATF). Tuttavia, con la ricomparsa dell'</span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> nel 1993, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ordinato la formazione della </span><i class="fs11lh1-5">Unabom Task Force</i><span class="fs11lh1-5"> (UTF), che si stabilì a San Francisco, in California. L'FBI è stata designata come agenzia principale. Questa squadra speciale comprendeva anche l'USPIS e l'ATF. Durante il primo anno dell'UTF, sono state esaminate tutte le aree investigative necessarie. Queste includevano un riesame forense dettagliato di tutti i componenti delle bombe; reinterviste di tutte le vittime e testimoni viventi; un nuovo sguardo a tutti i contatti precedentemente trattati nel caso, comunicati stampa proattivi e una ricompensa pubblicizzata del valore di un milione di dollari.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il primo aspetto linguistico del caso </span><i class="fs11lh1-5">Unabom,</i><span class="fs11lh1-5"> si è verificato durante quest’ultimo lasso di tempo ed è diventato noto come l'inchiesta “Nathan R”. Come per tutte le lettere inviate da </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5">, una delle prime inviate al </span><i class="fs11lh1-5">New York Times</i><span class="fs11lh1-5"> è stata inoltrata al laboratorio dell'FBI per il consueto esame forense. Dopo aver condotto le varie indagini in laboratorio, è stato stabilito che questa particolare lettera conteneva un calco di scrittura. Il calco è generalmente invisibile ad occhio nudo e di solito è il risultato di qualcuno che scrive su un foglio di carta separato sopra quello in questione. In questo particolare documento, la scritta calcata diceva: “Chiama Nathan R 19:00”. L'FBI ha lanciato una campagna a tutto campo per conoscere l'identità di “Nathan R.” Dopo aver condotto diverse interviste al NYT, è stato determinato che il dipendente della testata giornalistica che per primo era entrato in possesso di questa particolare lettera era quello che aveva scritto una breve nota a sé stesso per chiamare il suo amico. Questa nota era stata scritta su un pezzo di carta sulla sua scrivania che si trovava per caso sopra la lettera dell’</span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> appena ricevuta, risultando così nel calco sul documento esaminato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Poco dopo, alla fine del 1994 e all'inizio del 1995, si verificarono altri due attentati mortali attribuiti ad </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5">, e, come aveva anticipato nelle sue lettere all'inizio del 1995, il 24 giugno di quell'anno, il manifesto fu ricevuto dal NYT e altri tre destinatari, tramite posta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Non ci volle molto affinché gli investigatori si rendessero conto della grande quantità di prove in loro possesso. Queste erano sotto forma di ampi e dettagliati scritti di un attentatore che aveva evitato l'identificazione ed era sfuggito agli investigatori per tanti anni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A questo punto, la direzione dell'UTF a San Francisco ha ritenuto di aver bisogno di assistenza in questo particolare aspetto dell'indagine; di conseguenza contattarono quella che è attualmente conosciuta come la </span><i class="fs11lh1-5">Behavioral Science Unit</i><span class="fs11lh1-5"> (BSU) presso l'Accademia dell'FBI, a Quantico, in Virginia, chiedendo che un </span><i class="fs11lh1-5">criminal profiler </i><span class="fs11lh1-5">fosse assegnato temporaneamente all'UTF. Il </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> in questione era James R. Fitzgerald, il quale arrivò all’UTF nel luglio 1995. La sua strategia consisteva nell’acquisire tutte le informazioni possibili sull’attentatore attraverso l’analisi di tutti i suoi scritti.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><i class="fs11lh1-5">Prima fase di analisi testuale: gli “U-Docs”</i></b></div><div><span class="fs11lh1-5">In totale c’erano quattordici documenti </span><i class="fs11lh1-5">Unabom </i><span class="fs11lh1-5">(denominati </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5">), ed erano delle lettere in cui </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> tentava di spiegare la sua logica filosofica, per cui si sentiva giustificato nell’eseguire la sua campagna di attentati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nelle prime settimane, Fitzgerald si è dedicato alla conoscenza e familiarizzazione degli scritti a lui sottoposti; dal momento che stava per intraprendere la revisione di quasi quarantamila parole su circa settanta pagine, ciascuna contenente un testo dattiloscritto a spaziatura singola; tutte scritte sotto pseudonimo da FC. Per la revisione di questi, Fitzgerald ha utilizzato un metodo semplice ed efficace per l’analisi testuale, ovvero l’evidenziazione con colori diversi. Ad esempio, un colore è stato utilizzato per errori ortografici o grammaticali, a dire il vero pochissimi; un altro colore è stato utilizzato per l’ortografia e la grammatica che risultavano usate in maniera complessa o confusa; anche se poi si scoprì che l’autore era di fatto corretto; ancora un altro colore è stato utilizzato per parole o frasi insolite e un colore diverso per quella che poteva essere una caratteristica biografica apparente. Un aspetto importante di un’analisi come quella condotta nell’indagine </span><i class="fs11lh1-5">Unabom, </i><span class="fs11lh1-5">è comprendere l’ortografia e le regole grammaticali del periodo di tempo approssimativo di quando un autore scrive, in modo tale da valutare cosa sia accettabile o inaccettabile. Nel tentativo di snellire il sistema di categorizzazione dei documenti, Fitzgerald ha ideato un semplice sistema alfanumerico per distinguere un documento dall’altro, basandosi sull’ordine cronologico dei bolli postali e ha anche creato un glossario/indice del manifesto che si è poi rivelato molto vantaggioso per l’UTF. Col tempo Fitzgerald si rese conto che gli scritti di </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> parlavano non solo delle sue filosofie ma anche in un certo modo dell’autore stesso. Infatti dimostravano che l’autore fosse uno scrittore esperto, con un’ottima conoscenza e padronanza della lingua inglese. Il formato del manifesto era come quello di una tesi accademica degli anni Cinquanta o Sessanta; era presente un frontespizio; una pagina di correzione e il corpo comprendeva 232 paragrafi e seguito da trentasei note di chiusura. L’autore ha anche incluso un diagramma del suo cosiddetto </span><i class="fs11lh1-5">Power Process </i><span class="fs11lh1-5">(Procedimento di potere), note a piè di pagine e riferimenti bibliografici. Ha usato varianti britanniche per lo spelling delle parole </span><i class="fs11lh1-5">analyse </i><span class="fs11lh1-5">(analizzare)</span><i class="fs11lh1-5"> </i><span class="fs11lh1-5">e </span><i class="fs11lh1-5">licence </i><span class="fs11lh1-5">(licenza), e altre varianti alternative per le parole </span><i class="fs11lh1-5">wilfully </i><span class="fs11lh1-5">(intenzionalmente) e </span><i class="fs11lh1-5">instalment </i><span class="fs11lh1-5">(rata), e le ha utilizzate in tutti gli </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5">. L’autore inoltre ha usato un linguaggio datato attraverso le parole </span><i class="fs11lh1-5">negro, broad </i><span class="fs11lh1-5">(donna) e </span><i class="fs11lh1-5">chick </i><span class="fs11lh1-5">(pollastra/ragazza) e ha sottolineato parole e frasi particolari in tutto il manifesto che probabilmente erano importanti per lui e voleva enfatizzarle. Altre parole e frasi distintive erano: </span><i class="fs11lh1-5">chimerical </i><span class="fs11lh1-5">(chimerico)</span><i class="fs11lh1-5">, coreligionist </i><span class="fs11lh1-5">(correligionario)</span><i class="fs11lh1-5">, delimited </i><span class="fs11lh1-5">(delimitato)</span><i class="fs11lh1-5">, anomie </i><span class="fs11lh1-5">(anomia)</span><i class="fs11lh1-5"> </i><span class="fs11lh1-5">e </span><i class="fs11lh1-5">middle-class vacuity </i><span class="fs11lh1-5">(vacuità della classe media). C’era un’altra frase, </span><i class="fs11lh1-5">cool-headed logicians </i><span class="fs11lh1-5">(logici equilibrati) che inizialmente non venne notata da Fitzgerald. Tuttavia, diversi mesi dopo, qualcun altro ci fece caso e questo cambiò il corso delle indagini.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’estate del 1995 Fitzgerald contattò un linguista forense, il dottor Roger Shuy, in modo da avere un parere professionale sugli scritti di </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber </i><span class="fs11lh1-5">e che lo aiutasse durante lo svolgimento delle indagini. In qualsiasi indagine forense basata sulla lingua e/o analisi del testo, è fondamentale capire cosa legge l’autore, o a che cosa è culturalmente esposto, per tentare di appurare la sua identità e/o saperne di più su di lui. Non ci volle molto affinché l’UTF si rendesse conto che le ideologie sostenute da </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> non erano del tutto originali, anzi, molte si basavano sulle opere di Jacques Ellul, il suo libro </span><i class="fs11lh1-5">The Technological Society </i><span class="fs11lh1-5">(1964) e sulle credenze dei Luddisti. Dopo circa un mese dall’arrivo di Fitzgerald e di attenta analisi del manifesto, finalmente il </span><i class="fs11lh1-5">profiler</i><span class="fs11lh1-5"> trova un apparente errore nel paragrafo 185, in cui </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> scrive: </span><i class="fs11lh1-5">“As for the negative consequences of eliminating industrial society well, you can't </i><i class="fs11lh1-5">﻿</i><i class="fs11lh1-5">eat your cake and have it too.” &nbsp;</i><span class="fs11lh1-5">(Per quanto riguarda le conseguenze negative dell'eliminazione della società industriale, non puoi avere la moglie ubriaca e la botte piena.) Negli Stati Uniti, quando viene usato questo proverbio, le persone solitamente dicono o scrivono </span><i class="fs11lh1-5">“You can’t have your cake and eat it too.”</i><span class="fs11lh1-5"> (Non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca). Dunque non si tratta di un errore grammaticale o di spelling, ma l’autore ha invertito i verbi di questo famoso proverbio.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><i class="fs11lh1-5">Seconda fase di analisi testuale: “T-Docs”</i></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 23 febbraio 1996, Fitzgerald, che al momento si trovava all’Accademia dell’FBI, riceve una telefonata dai suoi colleghi dell’UTF, i quali gli chiedono di visionare un documento tenendo a mente le sue conoscenze del manifesto in modo da verificare se fossero presenti delle similitudini o meno. Questo documento era prima in possesso di un avvocato e il suo cliente, il quale, pensando che suo fratello fosse </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5">, voleva che l’FBI lo comparasse agli scritti di quest’ultimo. Dopo aver letto il documento in questione, Fitzgerald fu subito sicuro della loro comune paternità: la selezione di argomenti varia ma correlata, la forza di opinione e di posizione, la somiglianza nel fraseggio e nella formulazione, e persino l'ordine cronologico in cui i problemi sono stati presentati, indicavano uno stile di scrittura molto simile a quello presente nel manifesto. Di conseguenza, il documento appena menzionato diventa il primo dei </span><i class="fs11lh1-5">Ted Documents (T-Docs)</i><span class="fs11lh1-5"> ed era stato scritto da Ted Kaczynski nel 1971. Il fratello, subito dopo identificato come David Kaczynski, pensò che rappresentasse al meglio lo stile di scrittura e la filosofia di Ted, e decise che questo documento era quello da fornire inizialmente all'FBI per l'analisi. Poiché la madre e il fratello di Ted Kaczynski stavano ora collaborando con l'FBI, iniziarono a fornire all'UTF ogni lettera, documento, rapporto, bozza che il loro Ted avesse mai scritto, composto o disegnato. Ci confermarono che Ted era un uomo molto intelligente, istruito e recluso, poiché viveva da solo in una capanna sperduta su una collina a Lincoln, nel Montana.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">David Kaczynski iniziò a sospettare che suo fratello potesse essere </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> dal momento in cui sua moglie Linda, gli chiese di leggere il manifesto. Ciò che alla fine lo ha portato alla realizzazione della possibile complicità di suo fratello è stato l’uso da parte dell’autore del manifesto del termine </span><i class="fs11lh1-5">cool-headed logicians</i><span class="fs11lh1-5"> (logici equilibrati), nel paragrafo 18.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A questo punto Fitzgerald doveva confrontare i quattordici </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> con i documenti forniti dalla famiglia Kaczynski, in tutto sessantanove, in modo tale da determinare se entrambe le serie di documenti fossero state scritte dalla stessa persona, ovvero Ted Kaczynski. Questo includeva anche il confronto dei tratti della macchina da scrivere su questi nuovi documenti con i tratti della macchina da scrivere sugli </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5">. Non si è mai trovata una corrispondenza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli argomenti dei </span><i class="fs11lh1-5">T-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> includevano lettere toccanti e personali ai genitori e al fratello di Ted; altre invece erano piene di rabbia e risentimento per i torti percepiti che avevano commesso nei suoi confronti. Molte delle lettere includevano argomenti che riguardavano, come negli </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5">, il potere, la tecnologia, la società e le libertà individuali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In vari punti, i </span><i class="fs11lh1-5">T-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> contenevano anche la variante britannica e le forme di spelling alternative delle quattro parole trovate nel manifesto: </span><i class="fs11lh1-5">analyse </i><span class="fs11lh1-5">(analisi), </span><i class="fs11lh1-5">licence</i><span class="fs11lh1-5"> (licenza), </span><i class="fs11lh1-5">wilfully </i><span class="fs11lh1-5">(intenzionalmente), </span><i class="fs11lh1-5">instalment</i><span class="fs11lh1-5"> (rata), che non sono state scritte diversamente in tutti i T-Docs. Inoltre c'erano diverse dozzine di documenti scritti da Ted in spagnolo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le scoperte di questa indagine sarebbero state fondamentali per determinare il suo livello di coinvolgimento e se alla fine sarebbe stato arrestato per i relativi attentati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A quel tempo, la data prevista per la ricerca e l'arresto speranzoso di Kaczynski era la metà di aprile 1996. Come con la maggior parte delle persone, se misurate su una quantità sufficiente di materiale testuale, Kaczynski non poteva fare a meno di scrivere in un formato e uno stile coerenti indipendentemente dalla persona con cui stava comunicando. Questo stile, fortunatamente, è rimasto coerente nel corso di diversi decenni. Il </span><i class="fs11lh1-5">team</i><span class="fs11lh1-5"> di analisi, ha poi creato al computer una tabella a due colonne con i risultati dei </span><i class="fs11lh1-5">T-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> in una colonna e degli </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> nell'altra.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il rapporto finale doveva elencare il confronto di argomenti, frasi e parole, includendo il punto di riferimento per ciascun elemento, sottolineando quali erano le parole/frasi chiave per ogni esempio riportato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Fino ad allora, le prove sotto forma di analisi testuali non erano state ancora consentite nei tribunali federali; difatti, il Vice Procuratore degli Stati Uniti, Stephen Freccero, non aveva mai promosso un caso criminale basandosi su un progetto di analisi testuale, nonostante fosse impressionato dal lavoro svolto da Fitzgerald e il suo </span><i class="fs11lh1-5">team</i><span class="fs11lh1-5">, non era ancora sicuro dell’utilità del progetto o del rapporto. Questo cambiò nel momento in cui Fitzgerald esaminò il T-137; una lettera che Ted aveva inviato alla rivista </span><i class="fs11lh1-5">Saturday Review</i><span class="fs11lh1-5"> all’inizio degli anni ’70, che affrontava numerose questioni ambientali e spiegava come la società moderna fosse responsabile dei danni ai nostri ecosistemi. In uno dei paragrafi verso la fine della lettera di due pagine c’era la seguente frase: </span><i class="fs11lh1-5">“We will be sacrificing some of the materialistic benefits of technology, but there just isn't any other way. </i><i class="fs11lh1-5">We can't eat our cake and have it too.” </i><span class="fs11lh1-5">(sacrificheremo alcuni dei vantaggi materialistici della tecnologia, in quanto non c’è nessun altro modo. Non possiamo avere la moglie ubriaca e la botte piena).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con quest’ultima scoperta, Fitzgerald aveva ottenuto una valida connessione linguistica tra i vari documenti. Sebbene questa frase, e l’uso distintivo che ne faceva l’autore, fosse preziosa in senso probatorio, in realtà non era davvero un errore, a differenza di quello che pensava inizialmente Fitzgerald. </span><i class="fs11lh1-5">“You can’t have your cake and eat it too”</i><span class="fs11lh1-5"> è la forma che è stata usata per diverse centinaia di anni negli Stati Uniti e accettata nell'inglese americano moderno. Tuttavia, la forma storicamente corretta, e la forma basata sull'inglese medio del XV secolo, è quella usata da </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5"> e Ted Kaczynski ed il fatto che abbia avuto ragione in un modo molto raro, ha aggiunto molto al valore di questa scoperta e al progetto. Verso la fine di marzo del 1996, il rapporto finale di analisi comparativa </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs / T-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> veniva stilato e, fino ad allora, il fatto che l’FBI ritenesse che Ted Kaczynski fosse il principale indagato, era un segreto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Fu in quel momento che </span><i class="fs11lh1-5">CBS News</i><span class="fs11lh1-5"> contattò inaspettatamente l'UTF. Il giornalista ha informato l'ASAC (agente speciale assistente in carica) Turchie, di avere una fonte molto affidabile e di alto livello nel governo federale, che gli aveva detto molti dei dettagli su ciò che l'UTF aveva elaborato, così diligentemente, per nascondere i progressi delle indagini al pubblico e ai media in tutti questi mesi. Non solo, il giornalista ha poi messo al corrente che il conduttore televisivo Dan Rather avrebbe trasmesso la storia al telegiornale delle 18:30 della stessa sera, 31 marzo. L'FBI non era pronto ad arrestare Kaczynski quel giorno, ma se la CBS avesse reso pubbliche le informazioni sul caso e Kaczynski non fosse stato arrestato, avrebbe sicuramente tentato di fuggire. L'allora direttore dell'FBI Louis Freeh contattò il presidente della </span><i class="fs11lh1-5">CBS News</i><span class="fs11lh1-5"> e fu raggiunto un compromesso: la CBS avrebbe concesso tre giorni all’FBI, né più né meno, e poi avrebbe trasmesso la storia indipendentemente dal fatto che fosse pronto o meno.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><b><br></b></i></div><div><i><b class="fs12lh1-5">3.5 La cattura e il processo</b></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Di conseguenza, per l’FBI era necessario ottenere un mandato di perquisizione federale nel distretto del Montana per recarsi alla capanna di Kaczynski la mattina del 3 aprile 1996.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il 2 aprile, un giudice federale del Montana, dopo aver letto la domanda di mandato di perquisizione, compreso il rapporto di analisi comparativa dell’UTF, determinando che c’era un motivo fondato, la firmò. La mattina del 3 aprile 1996, gli agenti dell’FBI si recarono al complesso rurale e finalmente arrestarono Ted Kaczynski. Successivamente iniziarono ad esaminare la capanna, in cui trovarono molti materiali probatori, come almeno una bomba completamente assemblata e numerosi componenti di bombe, oltre a risme di nuovi documenti. Quest’ultimi consistevano in versioni manoscritte originali del manifesto; versioni manoscritte di praticamente ogni </span><i class="fs11lh1-5">U-Doc</i><span class="fs11lh1-5">; il diario personale di Kaczynski; i suoi appunti personali, la sua autobiografia; libri in cui venivano descritte le bombe, dettagli di attentati, elenchi di potenziali vittime e molto altro. Il progetto successivo del </span><i class="fs11lh1-5">team</i><span class="fs11lh1-5"> di analisi comparativa dell'UTF è stato quello di leggere e classificare tutti i cosiddetti </span><i class="fs11lh1-5">Cabin Documents</i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5">(C-Docs)</i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Finalmente, non c'erano dubbi sulla complicità di Kaczynski nei sedici attentati; lui stesso lo raccontava a parole sue nei suoi scritti. Tuttavia, non ha mai rilasciato una dichiarazione orale a nessun investigatore. Una volta in custodia si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda relativa alla sua capanna o agli attentati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È stato chiaramente riconosciuto dall'FBI che nessun confronto o esempio avrebbe collegato le due serie di documenti. Invece, sono stati i quasi settecento confronti, comprese molte frasi scritte in modo quasi identico, ognuna delle quali discuteva argomenti divergenti come tecnologia, intrattenimento di massa, psicologia e libertà, nella loro interezza, a costituire l'argomento più forte per la sua colpevolezza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Durante il processo, l’Accusa ingaggiò il dottor Donald Foster, professore di inglese al </span><i class="fs11lh1-5">Vassar College</i><span class="fs11lh1-5">, a Poughkeepsie, New York, per rispondere alla dichiarazione giurata della Difesa. Foster preparò la sua dichiarazione, affrontando ciascuna delle questioni presentate dalla Difesa in maniera convincente e fondata. Sono riassunte al meglio le sue scoperte nella conclusione del suo rapporto di quarantotto pagine: “In uno studio assistito da computer che si estende a migliaia di scrittori, centinaia di migliaia di testi e milioni di parole, non trovo nessun individuo i cui scritti corrispondano più strettamente a quelli del soggetto </span><i class="fs11lh1-5">Unabom</i><span class="fs11lh1-5"> di Theodore J. Kaczynski. Trovo in tutti </span><i class="fs11lh1-5">T-</i><span class="fs11lh1-5"> e </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> le stesse abitudini linguistiche, gli stessi schemi di dizione, fraseggio, ortografia, morfologia grammaticale e sintassi abituale, persino la stessa punteggiatura distintiva. Trovo in tutti i documenti la stessa ideologia anarchica e neo-luddista; riferimento o allusione simile a molte delle stesse fonti secondarie.” L'ultima frase recita: “Considero l'identità autoriale dei </span><i class="fs11lh1-5">T-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> e degli </span><i class="fs11lh1-5">U-Docs</i><span class="fs11lh1-5"> una certezza virtuale, la verità di cui sono convinto oltre ogni ragionevole dubbio”.</span><span class="fs11lh1-5">[ii]</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sebbene i suoi avvocati volessero che lui presentasse una richiesta di infermità mentale, Kaczynski rifiutò e si dichiarò colpevole di tutte le accuse. Fu dunque incriminato da un gran giurì federale per 10 capi di imputazione per trasporto, spedizione e uso illegale di bombe e tre capi d’accusa per omicidio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Oggi giorno Theodore Kaczynski rimane incarcerato, scontando otto ergastoli, senza alcuna possibilità di libertà vigilata, nel carcere di sicurezza di Supermax a Florence, Colorado.</span></div><div><i><b class="fs12lh1-5"><br></b></i></div><div><i><b class="fs12lh1-5">3.6 La psicologia degli attacchi di Theodore Kaczynski</b></i></div><div><i class="fs11lh1-5">Perché Unabomber ha inviato le sue bombe?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">Le ragioni per cui Kaczynski voleva uccidere, erano radicate nella sua struttura psicologica conflittuale ed in realtà erano di natura piuttosto elementare. Queste sono state apprese leggendo i suoi documenti personali trovati nella capanna dopo l’arresto. In primo luogo, Kaczynski era molto frustrato dal fatto di non aver mai avuto una relazione di successo con una donna. Era eterosessuale, eppure non aveva mai avuto una relazione di alcuna durata o significato con l’altro sesso. Lui stesso ha collegato questo fatto con la sua propensione a voler uccidere. Non solo, era consapevole delle vaste carenze della sua personalità. Sapeva di essere geniale, ma anche di avere capacità sociali limitate. Questo è il motivo per cui ha scelto di allontanarsi il più possibile dagli altri umani, vivendo in una capanna sperduta nei boschi del Montana.</span></div><div><i class="fs11lh1-5">In base a cosa aveva scelto i suoi bersagli?</i></div><div><span class="fs11lh1-5">Il suo processo di selezione era molto elementare nel progetto. Kaczynski ha scelto bersagli rappresentazionali, cioè che non erano necessariamente associati direttamente a lui, ma che rappresentavano un problema in qualche modo. Ha bombardato università e/o professori perché non ha avuto successo professionalmente nel suo breve periodo come insegnante di matematica all'Università della California a Berkeley.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L'industria dei computer rappresentava uno dei progressi della tecnologia che Kaczynski tanto disprezzava. Un computer moderno potrebbe calcolare in pochi secondi un problema matematico che avrebbe richiesto ore, se non giorni, per le soluzioni. Questo spiega molti dei suoi primi attentati. Inoltre, due volte al giorno, Kaczynski sentiva gli aerei commerciali volare sopra la sua capanna. Il rumore dei motori a reazione, anche a più di sei chilometri in altezza, e questa “violazione” dei suoi diritti di proprietà verticale lo turbavano immensamente. Così, all'inizio degli anni '80, colpì varie figure associate all'industria aerea. Il lobbista forestale è stato ucciso perché una segheria è stata aperta a circa un chilometro dalla capanna di Kaczynski. Il rumore lo offese e decise di far pagare con la vita un sostenitore di un'azienda di legname scelto a caso, che viveva e lavorava a più di 1600 chilometri di distanza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sono tutti motivi molto personali per Kaczynski e di difficile comprensione per gli altri. Anche il motivo per cui ha scelto di iniziare a scrivere lettere e spedirle ai vari destinatari, deriva da un ragionamento molto personale di </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5">.</span></div></div><div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><b><div class="fs11lh1-5"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter fs11lh1-5"><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5">CONCLUSIONE</b></div></b><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’elaborato proposto, ho studiato le teorie scientifiche del XIX secolo e l’influenza che hanno avuto gli investigatori noti nel mondo della letteratura Charles A. Dupin e Sherlock Holmes, per poi analizzare come si è sviluppato il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> nell’epoca moderna, portando un esempio del suo utilizzo nel caso </span><i class="fs11lh1-5">Unabom</i><span class="fs11lh1-5">. Si può dunque affermare che il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> nasce in maniera più concreta grazie al lavoro svolto e alle innovazioni portate da Howard D. Teten e in seguito all’istituzione della </span><i class="fs11lh1-5">Behavioral Science Unit</i><span class="fs11lh1-5">. In particolare, si iniziano a vedere le potenzialità di questo approccio scientifico alla fine degli anni settanta del Novecento con lo studio sui Serial Killer condotto dagli agenti dell’F.B.I. </span><span class="fs11lh1-5">[iii]</span><span class="fs11lh1-5"> al fine di decifrarne le dinamiche psicologiche, applicando il modello a omicidi irrisolti e fornendo una indicazione investigativa.</span></div><div><i class="fs11lh1-5"><div style="display: inline !important;"><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span style="font-style: normal;" class="fs11lh1-5"> è uno dei termini più diffusi per definire questo approccio psico-scientifico usato dalle forze dell’ordine, ma ne esistono anche altri che definiscono lo stesso concetto: </span><i class="fs11lh1-5">Behavior</i><span style="font-style: normal;" class="fs11lh1-5"> o </span><i class="fs11lh1-5">Behavioral Profiling, Criminal Personality Profiling, Criminal Investigative Analysis, Forensic Profiling, Psychological Profiling</i><span style="font-style: normal;" class="fs11lh1-5">, etc.</span></div></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> può essere considerato un particolare approccio volto alla costruzione di un identikit psicologico del criminale, che basandosi sull’analisi dei crimini commessi, indica le principali caratteristiche della personalità e del comportamento del tipo di persona che ha più probabilità di aver commesso tali crimini. Non solo, cerca di comprendere anche tutte le forme di violenza agita; prende in considerazione ogni aspetto della storia di un crimine e si pone come obiettivo la cattura del reo. Tradizionalmente questa tecnica investigativa è risultata particolarmente utile negli omicidi a sfondo sessuale seriali, in cui apparentemente il criminale agisce senza motivazioni e in maniera casuale. In realtà, grazie al suo essere multidisciplinare, l’utilizzo del </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> viene esteso a diversi settori e ad una più ampia casistica. Esempio di quest’ultima affermazione lo si può ritrovare nel caso </span><i class="fs11lh1-5">Unabom</i><span class="fs11lh1-5"> che ho presentato e analizzato: per arrivare all’identificazione del reo, Ted Kaczynski, è stata utilizzata la linguistica forense come mezzo per delineare che tipo di persona fosse il criminale in questione. Difatti, Fitzgerald stesso si rese conto che gli scritti di </span><i class="fs11lh1-5">Unabomber</i><span class="fs11lh1-5">, non solo enunciavano le sue filosofie, ma rivelavano anche chi fosse l’autore, ovvero una persona che si era laureata intorno agli anni cinquanta o sessanta del Novecento, altamente istruita con un’ottima padronanza dell’inglese, che utilizzava delle forme di spelling alternative. Queste informazioni furono di vitale importanza per l’identificazione, in quanto riconducevano l’autore ad un determinato contesto e evidenziavano la sua paternità degli scritti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sicuramente il </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> è un metodo investigativo molto vasto, che non si limita a seguire le classiche tecniche di indagine. Per questo motivo ritengo che sarebbe necessario e interessante studiare in maniera approfondita tutti i casi in cui è stato applicato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Date le conoscenze acquisite attraverso lo sviluppo della tesi e l’interesse provato già in precedenza, in futuro spero di poter lavorare nell’ambito del </span><i class="fs11lh1-5">Criminal Profiling</i><span class="fs11lh1-5"> o a stretto contatto con le figure che vi operano.</span></div><div><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i class="fs11lh1-5"> </i></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Autore: dr.ssa Chloé Passoni</span><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTALeft"><hr></div><b class="fs10lh1-5"><div><b class="fs10lh1-5"><br></b></div>BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA</b></div><div><span class="fs10lh1-5">Armocida Giuseppe, </span><i class="fs10lh1-5">Lombroso Cesare</i><span class="fs10lh1-5">, in Treccani: Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 65, 2005.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">A. W. Burgess, C. R. Hartman, R. K. Ressler, J. E. Douglas, A. McCormack, </span><i class="fs10lh1-5">Sexual homicide: A motivational model</i><span class="fs10lh1-5">, Journal of Interpersonal Violence</span><i class="fs10lh1-5">,</i><span class="fs10lh1-5"> 1986.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Arthur Conan Doyle: the official site of the Sir Arthur Conan Doyle Literary Estate, in: www.arthurconandoyle.com</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Berg Stanton O., </span><i class="fs10lh1-5">Sherlock Holmes: Father of scientific crime and detection</i><span class="fs10lh1-5">, 61 J. Crim. L. Criminology &amp; Police Sci. 446, 1970.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Bonn A. Scott, </span><i class="fs10lh1-5">Criminal Profiling: The Original Mind Hunter</i><span class="fs10lh1-5">, in: Psychology Today, 2017.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Burgess A. W., Depue R. L., Ressler R. K., Douglas J. 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D., </span><i class="fs10lh1-5">Introduction: The Roots of Modern Profiling</i><span class="fs10lh1-5">, American Psychological Association, 2006.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">History.com Editors, </span><i class="fs10lh1-5">Unabomber (Ted Kaczynski)</i><span class="fs10lh1-5">, in: www.history.com/topics/crime/unabomber-ted-kaczynski, 21/08/2020.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Incognito Forensic Foundation Blog, </span><i class="fs10lh1-5">Types of Questioned Documents - Forensic Document Examination, </i><span class="fs10lh1-5">in: www.ifflab.org/types-of-questioned-documents-forensic-document-examination/.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Marchetti Paolo, </span><i class="fs10lh1-5">Lombroso Cesare</i><span class="fs10lh1-5">, in Treccani: Il contributo italiano alla storia del Pensiero – Diritto, 2012.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Marucci Carmela, </span><i class="fs10lh1-5">Dal criminal al digital profiling</i><span class="fs10lh1-5">, in: www.profilicriminali.it, 2019.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Poe Edgar Allan, </span><i class="fs10lh1-5">The Murders in the Rue Morgue,</i><span class="fs10lh1-5"> in Graham’s Magazine, London, 1841.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Ramsland Katherine, </span><i class="fs10lh1-5">Criminal Profiling: How It All Began</i><span class="fs10lh1-5">: </span><i class="fs10lh1-5">An Unsolved Kidnapping Proved The Value Of Psychology In Crimesolving, </i><span class="fs10lh1-5">in: Psychology Today, 2014.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Ressler Robert K., Tom Shachtman, </span><i class="fs10lh1-5">Whoever Fights </i><span class="fs10lh1-5">Monsters, Simon &amp; Schuster, 1992, p.222.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Rossi D. ﻿, </span><i class="fs10lh1-5">Crime Scene Behavioral Analysis: Another Tool for the Law Enforcement Investigator</i><span class="fs10lh1-5">, Official Proceedings of the 88th Annual IACP Conference, Police Chief (January): 152–55, 1982.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Stice Joel, </span><i class="fs10lh1-5">James Fitzgerald: The Man Who Brought The Unabomber’s 18-Year Reign Of Terror Streak To An End</i><span class="fs10lh1-5">, in: www.allthatsinteresting.com/james-fitzgerald, 10/10/2018.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Thomas Roberto, </span><i class="fs10lh1-5">Cesare Lombroso, fondatore della antropologia criminale poi denominata criminologia</i><span class="fs10lh1-5">, in: www.poliziapenitenziaria.it/cesare-lombroso-fondatore-della-antropologia-criminale-poi-denominata-criminologia/, 01/02/2019.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">US v. Kaczynski, 239 F. 3d 1108 - Court of Appeals, 9th Circuit 2001.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Vorpagel Russell E., </span><i class="fs10lh1-5">Painting Psychological Profiles: Charlatanism, Charisma, or a New Science?</i><span class="fs10lh1-5">, Official Proceedings of the 88th Annual IACP Conference, Police Chief (January): 156–59, 1982.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Webb David, </span><i class="fs10lh1-5">Criminal Profiling: An introductory guide</i><span class="fs10lh1-5">, Create Space, 2013.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Wilson Philip K., </span><i class="fs10lh1-5">Sherlock Holmes</i><span class="fs10lh1-5">, Encyclopaedia Britannica, inc., in: www.britannica.com/topic/Sherlock-Holmes, 14/08/2020.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Zocchi Alessandro, </span><i class="fs10lh1-5">Frenologia</i><span class="fs10lh1-5">, CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), in: www.cicap.org/n/articolo.php?id=101113, 19/10/2002.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Dal sito governativo dell’FBI:</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.fbi.gov/history/famous-cases/unabomber &nbsp;(caso Unabom).</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.fbi.gov/news/stories/serial-killers-part-2-the-birth-of-behavioral-analysis-in-the-fbi (nascita dell’analisi comportamentale forense).</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www2.fbi.gov/hq/td/academy/bsu/bsu.htm (definizione dell’analisi comportamentale forense).</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Dal dizionario online Merriam-Webster:</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.merriam-webster.com/dictionary/diagnosis</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.merriam-webster.com/dictionary/diagnostic</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.merriam-webster.com/dictionary/forensics</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.merriam-webster.com/dictionary/fiction#learn-more</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.merriam-webster.com/dictionary/guaiacum</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.merriam-webster.com/dictionary/investigation</span></div><div><span class="fs10lh1-5">www.merriam-webster.com/dictionary/narrative</span></div><div><span class="fs10lh1-5">ifflab.org/types-of-questioned-documents-forensic-document-examination</span><span class="fs10lh1-5"> (riguardo il concetto di </span><i class="fs10lh1-5">questioned document examination</i><span class="fs10lh1-5">).</span><br><span class="fs10lh1-5"> </span><div><hr align="left" size="1" width="33%"></div><div><!--[if !supportFootnotes]--><span class="fs10lh1-5">[i]<!--[endif]--> Intervista a Theodore Kaczynski nella prigione federale <i>ADX Supermax </i>in Florence,<i> </i>Colorado, <i>Earth-First Journal</i>, giugno 1999.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[ii]</span><span class="fs10lh1-5"> Citazione del Prof. Donald Foster, tratta dal libro </span><i class="fs10lh1-5">Profilers,</i><span class="fs10lh1-5"> p.218, J. H. Campbell., D. DeNevi.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">[iii]</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5 cf3">A. W. Burgess, C. R. Hartman, R. K. Ressler, J. E. Douglas, A. McCormack, </span><i class="fs10lh1-5"><span class="cf3">Sexual homicide: A motivational model</span></i><span class="fs10lh1-5 cf3">, </span><span class="fs10lh1-5 cf3">Journal of Interpersonal Violence</span><i class="fs10lh1-5"><span class="cf3">,</span></i><span class="fs10lh1-5 cf3"> 1986.</span></div><div><br></div></div></div></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 03 May 2021 09:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[TSN di Milano, partner primario dell’Istituto]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000024"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.scienzeforensi.net/images/IMG-20210426-WA0008.jpg"  width="156" height="208" />Mario Berardinetti, presidente del Tiro a Segno Nazionale di Milano, partner ufficiale dell’Istituto di Scienze Forensi, impegnato in delle prove di tiro con un Barret M82 .416, fucile semiautomatico a lunga gittata, evoluzione del Barret M82 calibro .50 utilizzato da moltissimi reparti speciali militari in tutto il mondo. </div> &nbsp;<div>Mario Berardinetti, oltre ad essere presidente del TSN di Milano, nonché uno dei maggiori esperti del settore armi e tiro, è direttore della ATC, azienda specializzata in armi tattiche custom. Nelle foto, lo si vede con indosso una felpa da addestramento dell’Istituto di Scienze Forensi, e ciò a testimonianza non solo dello stretto rapporto di collaborazione tra il TSN di Milano e il nostro Istituto ma anche dell’intenso legame di amicizia che lega i dirigenti, i docenti e gli istruttori di entrambi gli enti da numerosi anni. </div> &nbsp;<div>Ogni anno, presso il TSN di Milano, vengono formati un centinaio di allievi dell’Istituto nell’ambito dell’insegnamento di Scienza delle armi e balistica forense dei corsi di studio in Scienze forensi. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Apr 2021 22:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ennesima strage in USA con fucile d'assalto]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000023"><div><span class="fs11lh1-5">Ennesima strage negli Stati Uniti consumatasi con l’uso di un fucile militare d’assalto in un supermercato della cittadina di Boulder, Colorado.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Proprio oggi, 23 marzo 2021, con gli studenti del Master in Criminologia e scienze forensi, abbiamo parlato di questi agghiaccianti fenomeni criminali, le stragi commesse da terroristi o folli (anche se, in quest’ultimo caso, non sempre viene accertata una patologia mentale nei responsabili).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’arma usata nella strage in questione è una AR 15 dell’ArmaLite Colt, della quale abbiamo una copia che fa parte della vasta collezione del museo dell’Istituto. Così, con gli studenti del Master, abbiamo avviato una piccola ricerca sulle armi di questo genere, come spesso accade nel corso dell’insegnamento di Scienza delle armi e balistica forense, il quale prende in esame non solo gli aspetti puramente tecnici ma anche quelli di carattere psicologico e sociologico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I fucili d’assalto militari non solo pericolosi solo per il fatto di poter sparare a raffica, ma anche perché le pallottole viaggiano ad una velocità di ben oltre 900 metri al secondo. Questa caratteristica, fa si che i danni a livello di cavitazione e distruzione tissutale siano ben maggiori rispetto a quelli provocati da una pistola semiautomatica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La regolamentazione della vendita e del porto d’armi da fuoco negli Stati Uniti, purtroppo, è da sempre al centro di un grande dibattito che vede schierati da una parte coloro che rivendicano il diritto di potersi difendere con ogni mezzo e, dall’altra, coloro che, a mio parere, giustamente, pretendono sia il rispetto della vita umana a prescindere, sia che la vendita e il porto di armi vengano regolamentati in modo adeguato. Nel mezzo, i grandi interessi dell’industria armiera da sempre legata ad altrettanto grandi interessi politici ed economici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr. Corrado Macrì</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Docente titolare di Scienza delle armi e balistica forense</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 15:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La classe del MASCRIM 4 racconta la sua esperienza con le armi al TSN di Milano]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000022"><div><span class="fs11lh1-5"><b>Dalle allieve del MASCRIM 4</b></span></div><div><i class="fs11lh1-5"><br></i></div><div><span class="fs11lh1-5">L’Istituto offre ai propri allievi la possibilità di un’esperienza entusiasmante che si coniuga con gli obiettivi formativi caratterizzanti i corsi di studio in Scienze forensi: “toccare con mano” e vivere esperienze sul campo con i professionisti del settore. <br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">In tale contesto, la nostra classe del Master in Scienze forensi e investigazione criminale 4° Edizione (MASCRIM 4), venerdì 19 febbraio 2021 è stata protagonista di una giornata di formazione teorico-pratica al Tiro a segno nazionale di Milano, una delle realtà del settore più vive e importanti d’Italia, sia per le Forze dell’Ordine e della sicurezza privata che per gli sportivi professionisti e gli appassionati di armi e tiro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Ora vi raccontiamo la nostra giornata al TSN…</b></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Venerdì 19 febbraio 2021</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Alle ore 8.30 del mattino noi allieve del gruppo “MASCRIM 4” raggiungiamo la sezione milanese del TSN, storica struttura in cui lo stesso Giuseppe Garibaldi, il 22 marzo del 1862, effettuò il primo “tiro” inaugurale nel bersaglio ancora oggi conservato al TSN.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’ambiente è semplice ma ben organizzato; il personale, fin da subito, si mostra accogliente e disponibile facendoci accomodare distanziati in una saletta, nel rispetto delle norme igieniche vigenti, per proseguire con le presentazioni e le adeguate formalità documentali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il nostro docente e vicepreside del College dr. Corrado Macrì, ci presenta il Direttivo del TSN e, in seguito, gli istruttori che ci seguiranno per l’intera giornata pratica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Con una breve introduzione di carattere teorico, gli istruttori del TSN ci rappresentano come qualsiasi attività del poligono</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sia svolta in totale sicurezza, funzionalità e rendimento a</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">prescindere</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">che la stessa sia finalizzata alla didattica, all’allenamento, alle gare o alle esercitazioni per professionisti della sicurezza.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Inizialmente è l’agitazione a farla da padrona. Infatti, maneggeremo e utilizzeremo per la prima volta delle vere armi da fuoco, una semiautomatica “Glock” 9x21 la mattina e una carabina calibro 22 nel pomeriggio. Insomma, una giornata psicologicamente impegnativa ma alquanto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">stimolante</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">per</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">noi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">allieve dell’ISF.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">primo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">momento</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il nostro docente</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dr.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Macrì</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ricapitola brevemente</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">le</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">casistiche viste</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a lezione,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">soffermandosi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sulle differenze di funzionamento di una pistola semiautomatica rispetto ad un revolver; d’altronde scegliere &nbsp;tra le due non è cosa di poco conto, poiché, al di là della più semplice gestione operativa di quest’ultima, i benefici dati dell’impiego di una semiautomatica sono parecchi se consideriamo la rapidità di tiro e il numero superiore di colpi inseribili nel caricatore rispetto al</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">tamburo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">del revolver.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Dunque,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">cosa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">spinge</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">un</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">eventuale</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">offender</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a prediligere</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">l’una o</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">l’altra? Come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ci ricordano giustamente gli istruttori: </span><i class="fs11lh1-5">“Non esiste l’arma perfetta per tutti, ma esiste l’arma migliore per le &nbsp;prevedibili esigenze d’impiego”</i><span class="fs11lh1-5">. Quindi, sia per la delinquenza abituale che per la difesa personale o professionale,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">gli</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">scopi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">del</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">singolo riflettono la</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">scelta</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dell’arma</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">cui</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">servirsi: doppia azione, singola azione, tamburo, non tamburo ecc., tutto sta nel saper gestire l’arma e lo stress. &nbsp;Conoscere i propri limiti, allenarsi e avere fiducia nelle proprie capacità, sono elementi che fanno la differenza come afferma &nbsp;lo stesso presidente del TSN Mario Berardinetti, il quale, fin dalle prime battute, si mostra fiducioso nelle potenzialità e nella bravura di una classe femminile: </span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5">“D’altronde, </span></i><span class="fs11lh1-5">- sostiene Berardinetti -</span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5"> sono proprio le donne, concretamente parlando, ad avere maggiore</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5">mira</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5">e</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5">predisposizione</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5">al</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><i class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5">tiro”</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Uscite dalla saletta, ci rechiamo presso le linee di tiro: attraversiamo esternamente un lungo </span><span class="fs11lh1-5">corridoio (dove in seguito troveremo le carabine per la sessione di tiro pomeridiana) e scendiamo in un sotterraneo della struttura, nell’anticamera della linea di tiro per l’arma corta, curiose di ciò che avverrà da lì a breve.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli istruttori ci forniscono nuovamente le raccomandazioni relative alla sicurezza: “<span class="fs11lh1-5"><i>Sicurezza e Regolamento sono l’appiglio migliore per evitare spiacevoli incidenti! Ciò che fa dell’inesperto un buon tiratore non è la frenesia nel raggiungere</i></span></span><span class="fs11lh1-5"><i> fin da subito un buon risultato. Piuttosto, è necessario essere disciplinati e affidarsi totalmente a chi, nel settore, ha ampia esperienza"</i></span><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Infatti, altro punto forte del TSN milanese sono gli istruttori: parliamo di professionisti di grande esperienza, diversi dei quali ex appartenenti alle forze di polizia.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si affrontano questioni quali "corretta postura", "idonea impugnatura dell’arma", "paura suscitata dal rinculo”, "difficoltà nella gestione</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">psicologica dell’arma"</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">e molto altro;</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ma, come si</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">dice</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">questi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">casi,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">“Tra il dire e il fare”…</span></div> &nbsp;<div><span class="fs11lh1-5"><b>Quali sono, dunque, i “punti saldi” di un attento tiratore?</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">1. Mai abbandonare la propria area di tiro;</span></div><div><span class="fs11lh1-5">2. verificare sempre che l’arma sia aperta e il caricatore vuoto prima di deporla sull’apposito banchetto che separa dal bersaglio;</span></div><div><span class="fs11lh1-5">3. non puntare mai l’arma altrove se non sul bersaglio di tiro;</span></div><div><span class="fs11lh1-5">4. qualora la luce rossa di "porta aperta nella zona bersagli” sia accesa, cessare immediatamente il tiro e assicurarsi di riporre l’arma secondo regolamento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come li chiama Pietro (uno degli istruttori che ci segue), «Piccoli ma fondamentali accorgimenti». tuttavia, prosegue Pietro, «</span><i class="fs11lh1-5">la &nbsp;miglior sicura è sempre quella del dito che poggia sul grilletto».</i></div><div><span class="fs11lh1-5">Iniziano le fasi preliminari: ci muniamo di tappi auricolari e occhialini a tutela della nostra sicurezza. Una </span><span class="fs11lh1-5">volta divisi in piccoli</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">gruppi, ci accingiamo ad andare ciascuno verso la linea di tiro assegnata. </span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dei cinquanta</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">colpi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a disposizione, è il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">primo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">a farci</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sudare:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">c’è chi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">trema,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">chi</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">è impaurita,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">chi,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">invece, si</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">sente carica</span><span class="fs11lh1-5"> ma nervosa allo stesso tempo. Pressione arteriosa e battito cardiaco aumentano finché il primo proiettile non viene esploso dalla canna. </span><span class="fs11lh1-5">Man mano</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">il corpo si rilassa, acquisisce consapevolezza grazie all’ ”aura magica” dei nostri istruttori e si migliora non solo la predisposizione fisica al maneggio dell’arma ma anche l’ottica di mira, la quale diventa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">più chiara e lineare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Possiamo dire terminata la prima “tranche” e diremmo con esito più che soddisfacente. Infatti, quell’arma che prima ci spaventava, diventa qualcosa di più gestibile perché “conosciuto”, maneggiato e provato. Le sensazioni e le impressioni da</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">condividere</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">diventano in quel</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">momento parecchie. </span><span class="fs11lh1-5">L’entusiasmo e, allo stesso tempo, la voglia di proseguire con questa stimolante esperienza arrivano</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">pienamente</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">agli occhi e alle orecchie di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">chi ci</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">osserva e ascolta.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Lo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">staff degli istruttori condivide con noi le riflessioni postume al tiro e la soddisfazione per l’impegno che ci abbiamo messo. Tutte noi, infatti, abbiamo ottenuto buoni risultati: «</span><i>D’altronde, </i><span class="fs11lh1-5">- ci dicono gli istruttori -</span><i> chi vorrebbe, per negligenza o disobbedienza, ricevere un calcio diretto tra le gambe?». </i><span class="fs11lh1-5">Non esiste la fortuna del principiante ma l’alunno diligente, quali siamo state noi, nel seguire “passo passo” </span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ognuna il</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">proprio maestro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>La pausa pranzo</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">In questa atipica e così speciale giornata, anche la pausa pranzo (ore 12.30 circa) diventa occasione di &nbsp;gradevole convivialità: il T.S.N. milanese, infatti, offre la possibilità ai propri frequentatori e allievi di usufruire dell’area bar-ristorante, la quale fornisce una moltitudine di pietanze calde in un menù a prezzo più che ottimo; approfittiamo di questi attimi anche per festeggiare con dei dolcetti il compleanno di due nostre colleghe, il tutto grazie alla cordialità e disponibilità del personale del ristorante.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Ore 14.30: l'arma lunga</b></div><div><span class="fs11lh1-5">È giunto il momento di prendere confidenza con l'arma lunga, nello specifico la carabina calibro 22.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dalla postura eretta,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in piedi a gambe leggermente divaricate, passiamo alla posizione seduta del cosiddetto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">“tiratore scelto” (o cecchino o “sniper”)</span><span class="fs11lh1-5"> il quale</span><span class="fs11lh1-5">, con arma equipaggiata di mirino, sa colpire con precisione a lunga</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">distanza (ci siamo serviti di una linea di tiro da 25 metri).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nonostante la lontananza del bersaglio e il chiaro</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">ingombro dell’arma rispetto alla semiautomatica “Glock”, il tiro ci è parso più agevole, sia dal punto di vista della postura che da quello dell’arma, grazie alla posizione più comoda, alla maggiore facilità di carica del caricatore e alla precisione data dal mirino. Anche sul </span><span class="fs11lh1-5">piano psicologico ci sono dei vantaggi: infatti si è è seduti, l’arma e le braccia sono poggiate su un supporto piano. Anche il tremore suscitato dall'emozione, non si percepisce più.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Al termine della prova di tiro, previa verifica dei caricatori, lasciamo in totale sicurezza la postazione e visualizziamo ciascuno il proprio punteggio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Il diploma!</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">È quasi giunta a termine la nostra lunga giornata. Ne approfittiamo per rivolgere le ultime domande alle nostre “guide” e, infine, ci accingiamo a ritirare con grande soddisfazione e orgoglio l’attestato che reca la dicitura:</span></div><div><span class="fs11lh1-5">"</span><span class="fs11lh1-5"><b>Unione Italiana Tiro a Segno - Ente Pubblico e Federazione Sportiva del C.O.N.I - Sezione<span> di Milano</span></b></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Diploma di Idoneità al maneggio delle </b></span><span class="fs11lh1-5"><span class="fs11lh1-5"><b>armi - 19/02/21</b></span>”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>Che dire, dunque, dell’esperienza al T.S.N. Milanese?</b></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sicuramente, per noi ragazze del “MASCRIM 4”, le aspettative relative a questa giornata erano molte e non sono state deluse. Anzi. La professionalità, la pazienza e la capacità di metterci a nostro agio dimostrate dagli istruttori, sono state inaspettate quanto altamente motivanti. Per chi, come noi, sogna un futuro nel campo delle investigazioni forensi, tanti possono essere i vantaggi dell’approccio diretto e pratico alle armi presso un poligono come quello del TSN di Milano. Si impara a maneggiare e usare uno strumento altamente letale come un’arma da fuoco, soprattutto la calibro 9x21, e ciò consente di smorzare notevolmente il timore psicologico verso di essa. Inoltre, questo tipo di esperienza aiuta a comprendere meglio la visione di un offender ovvero la criminogenesi e la criminodinamica di un delitto commesso con arma da fuoco. </span><span class="fs11lh1-5">Entrate al TSN con timore, siamo uscite con maggiore consapevolezza, sia sul piano tecnico-pratico sia su quello psicologico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Questa è la testimonianza di come l’esperienza di tiro alla sede milanese ci abbia arricchito sia professionalmente che umanamente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">La Classe “MASCRIM 4” - Anno accademico 2020/2021</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.facebook.com/media/set?vanity=isfcollegeitalia&set=a.4062439697120581" target="_blank" class="imCssLink">Foto della giornata sulla pagina Facebook: clicca qui</a></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 16:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le allieve del Master in Scienze forensi al poligono di Milano]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000021"><div><span class="fs11lh1-5">Il 19 febbraio 2021 le allieve della 4° edizione del Master in Scienze forensi e investigazione criminale hanno partecipato al Corso di maneggio e uso delle armi da fuoco presso il Tiro a Segno Nazionale di Milano. A coordinare l’attività didattica esterna e ad occuparsi dell’introduzione teorico-pratica al Corso, come sempre, il dr. Corrado Macrì, docente titolare dell’insegnamento Scienza delle armi e balistica forense.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Presso il TSN (Tiro a Segno Nazionale) di Milano, il più grande e importante d’Italia, le allieve hanno avuto la possibilità di ricevere i necessari insegnamenti teorico-pratici di approfondimento sulle caratteristiche delle armi da fuoco, sul loro uso e sulle norme di sicurezza. In relazione alle armi, si sono confrontate con un’arma corta semiautomatica e una lunga, rispettivamente una Glock 9x21 e una carabina calibro 22.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le attività di insegnamento specifico sul maneggio e uso in poligono, sono state svolte dagli istruttori UITS coordinati dal direttore di tiro Andrea Marzorati e dal presidente Mario Berardinetti del TSN di Milano.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel corso delle prove pratiche, le allieve hanno avuto l’opportunità non solo di mettere in atto quanto appreso durante le lezioni teoriche propedeutiche al tiro, ma anche di acquisire la consapevolezza su due aspetti fondamentali delle armi da fuoco: cosa significa maneggiare uno strumento tanto potente quanto letale e quali sono le percezioni psicofisiche derivanti dal premere il grilletto e sparare a un bersaglio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Michela Nidola</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Allieva Master in Scienze forensi </span></div><div><span class="fs10lh1-5">e investigazione criminale 4° Ed.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">per ISF Magazine</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5"><a href="https://www.facebook.com/media/set?vanity=isfcollegeitalia&set=a.4062439697120581" target="_blank" class="imCssLink">Foto della giornata sulla pagina Facebook: clicca qui</a></span></div></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 16:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ricerca: "Dalla Milano da bere a Rogoredo. Analisi e previsioni sulla più grande piazza di spaccio del Nord Italia"]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000020"><div class="imTALeft"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Ricerca-Milano-piazza-di-spaccio-ISF-College.png"  width="982" height="491" /><span class="fs11lh1-5 cf1"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5 cf1">Sono partite oggi, sabato 13 febbraio 2021, le attività della ricerca socio-criminologica “Dalla Milano da bere a Rogoredo” diretta e coordinata dal dr. Danilo Lazzaro, esperto di criminalità organizzata e spaccio di sostanze stupefacenti, che vede coinvolti gli studenti del terzo anno di Criminalistica dell’Istituto.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La ricerca si fonda sulla raccolta di informazioni, l’analisi e l’elaborazione dei dati riguardanti uno dei fenomeni più allarmanti sia per i decisori politici e le forze di polizia che per i cittadini, non solo nella cosiddetta “Milano da bere” e nel quartiere di Rogoredo, ma anche nell’intero nostro Paese. Infatti, come viene richiamato dal titolo del progetto di ricerca, Milano è la più grande piazza di spaccio di stupefacenti del Nord Italia.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">Il contesto di riferimento, sfaccettato e complesso come pochi, si rivela una preziosa occasione per affrontare uno degli ultimi “taboo” sociali e politici per eccellenza: droga e dipendenze.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">La ricerca sarà l’occasione, per i nostri allievi, di misurarsi, sia nella teoria che nella pratica, con un contesto “reale” che fornirà loro conoscenze e competenze di alto profilo per il futuro lavoro. Ma non solo: infatti, i risultati della ricerca, che verranno divulgati attraverso pubblicazioni, saranno di sicuro interesse per le Istituzioni, gli operatori del settore e i media ma anche per i comuni cittadini interessati al traffico e al consumo di droga.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5">L’approccio alla raccolta delle informazioni e all’analisi del fenomeno sarà di stampo multidisciplinare, spaziando da questioni geopolitiche (proibizionismo, liberalizzazione o regolamentazione) all’impatto psicosociale, passando per le attività di investigazione preventiva e repressiva dello spaccio e del consumo, considerando altresì il grande problema della produzione e diffusione di nuove sostanze stupefacenti sintetiche sconosciute.</span></div><div class="imTALeft"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 13 Feb 2021 13:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Robert Milne, ex ufficiale di Scotland Yard, è il nuovo Preside del College]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001F"><div><span class="fs11lh1-5">In data odierna, il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto di Scienze Forensi ha conferito a Robert Milne l’incarico di preside della propria Corporate University. </span><span class="fs11lh1-5">Il testimone passa così dal prof. Massimo Blanco, che rientra nel suo ruolo istituzionale di direttore generale dell’Istituto, ad una delle figure più rappresentative del mondo delle moderne scienze forensi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Robert Milne ha prestato servizio per oltre quarant’anni a Scotland Yard ricoprendo i ruoli di esperto di impronte digitali, investigatore della scena del crimine, coordinatore delle operazioni nei casi di crimini particolarmente efferati e capo della sezione di Intelligence Forense del MIB (Met Intelligence Bureau).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella sua lunghissima carriera, si è occupato di una vasta quantità di casi criminali, anche di rilevanza internazionale, e ha trascorso diversi anni come investigatore della scena del crimine nell'East End di Londra, incluso Whitechapel.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Negli ultimi anni al Met, ha supervisionato lo sviluppo dei servizi segreti forensi di Scotland Yard.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Congedatosi da Scotland Yard nel 2008, ha intrapreso la libera professione di investigatore di incendi con la Fire Investigations UK LLP, il team</span></div><div><span class="fs11lh1-5">investigativo che collabora con il Building Research Establishment (BRE Global).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Membro delle maggiori associazioni mondiali di esperti forensi, quali la Chartered Society of Forensic Sciences, la Fingerprint Society, la London Region Representative of the UK Association of Fire Investigators, l’International Association for Identification (IAI) e l’International Association of Arson Investigators (IAAI), attualmente si occupa anche di revisione di casi penali rilevanti (Crown Court) e “cold case” (delitti irrisolti).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2012 ha pubblicato “Forensic Intelligence”, CRC Press, Taylor &amp; Francis, un manuale per una polizia moderna guidata dalle attività di intelligence. È stato editor del “The International Journal of the Fingerprint Society” dal 2013 al 2015 ed è membro della Whitechapel Society.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tra le sue invenzioni più innovative per le scienze forensi, si annovera il “Pathfinder”, uno strumento elettrostatico per il sollevamento delle tracce di polvere utilizzato da numerose forze di polizia in tutto il mondo, compresa l’FBI.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Oltre ad essere il Preside e docente all’ISF College Corporate University, Robert Milne è docente e Preside del Dipartimento di Scienze Applicate allo European Forensic Institute.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il Consiglio di Amministrazione, onorato di avere a capo della propria corporate university uno dei più grandi esperti forensi del mondo, augura a Robert Milne e al suo staff buon lavoro, nella certezza di ottenere risultati sempre più importanti sul piano della qualità didattica offerta agli studenti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 21 Jan 2021 17:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[COVID-19: analisi innovativa per la comprensione della gravità del contagio]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001E"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/A1ADEgaKyIU" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 12:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'ISF College a "Punto di Incontro" 13 e 14 aprile 2021]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div><span class="fs11lh1-5">L'ISF College sarà presente con un proprio stand e con diverse sue attrezzature a Punto di Incontro 2021</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">per proporre i corsi di laurea e i master finalizzati alla formazione degli esperti tecnici investigativi e forensi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per l'occasione, gli esperti dell'Istituto di Scienze Forensi terranno due workshop riguardanti la scena del crimine.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Punto di Incontro, il più importante evento del Nord-Est dedicato a lavoro, formazione e orientamento c</span><span class="fs11lh1-5">on la partecipazione di tutte le più importanti istituzioni del territorio:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">università, aziende ed enti di formazione.</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Fanno parte del gruppo che collabora alla realizzazione dell’evento tutte le maggiori istituzioni del territorio: Pordenone Fiere, Fondazione Crup, Ufficio Scolastico Regionale per il Friuli Venezia Giulia, CCIAA di Pordenone, Centro Regionale di Orientamento di Pordenone, Comune di Pordenone, Consorzio Universitario di Pordenone O.G.G.I., Pn Polo Tecnologico di Pordenone, Provincia di Pordenone, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Unione Industriali di Pordenone e BCC Banca di Credito Cooperativo Pordenonese.</span><br></div><div><br></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Fiera di Pordenone 13-14 aprile 2021</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">1° giorno Orario dalle 9.00 alle 18.00</span><br></div><div><span class="fs11lh1-5">2° giorno Orario dalle 9.00 alle 17.00</span><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Sito internet:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">http://www.incontropordenone.it/</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ingresso gratuito</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Ti aspettiamo!</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 18:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Intervista di Radio News 24 al dr. Mirko Vicenzotto]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Interviste_e_reportage"><![CDATA[Interviste e reportage]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/PNnOosw6pzs" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 08:37:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Introduzione alla Tanatologia]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/w21Vb-3NNGc" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 24 Jul 2020 14:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Introduzione alla Balistica comparativa]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Armi_e_Balistica"><![CDATA[Armi e Balistica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/lVGKPHfQoA4" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 20 Jul 2020 13:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Come si diventa Criminologi o Criminalisti. Orientamento professionale]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/LBad4-51Jcc" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 18 Jul 2020 13:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il monopattino elettrico è un mezzo sicuro?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/DMeFpxxqVfQ" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 07 Jul 2020 18:53:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Telefonare alla guida: auricolare e vivavoce garantiscono la massima sicurezza?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Sicurezza_stradale"><![CDATA[Sicurezza stradale]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/uiwCebLBGro" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 08:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Crimini e armi: Le armi bianche]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/ZrdK6G4Aza0" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Jun 2020 00:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Tiro a segno nazionale di Milano, partner dell'Istituto di Scienze Forensi]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/FjA2A6E_PW0" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 24 Jun 2020 15:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Crimini e armi: La pena di morte]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><div class="imTACenter"><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/ULRRxVh9m4I" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 13:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I primi laureati in Criminologia investigativa e forense]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/8c6T5MTVh8E" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 11 Jun 2020 15:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Omicidio di Luciano Ollino a Torino. Intervista alla dr.ssa Monica Chiovini]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/OCGdz3FmrUQ" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 10 Jun 2020 16:01:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Crimini e armi: Il sicario (seconda parte)]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/bfLNIPZsKcc" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 15:29:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Crimini e armi: Il sicario (prima parte)]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/Gdugecyr2-c" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 15:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Captatore informatico: aspetti tecnici e criticità. I nostri dati sono in buone mani?]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div><span class="fs11lh1-5">Con la sentenza n. 26889/2016, detta anche “sentenza Scurato”, le Sezioni Unite della Cassazione si pronunciarono sull’utilizzo dei cosiddetti captatori informatici o trojan di Stato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Due furono i punti di diritto affermati nell’occasione:</span></div><div><ol><li><i class="fs11lh1-5">«Limitatamente ai procedimenti per delitti di criminalità organizzata, è consentita l’intercettazione di conversazioni o comunicazioni tra presenti - mediante l’installazione di un “captatore informatico” in dispositivi elettronici portatili (ad esempio personal computer, tablet, smartphone, ecc.) &nbsp;- &nbsp;anche nei luoghi di privata dimora ex articolo 614 Codice penale, pure non singolarmente individuati e anche se ivi non si stia svolgendo l’attività criminosa».</i></li><li><i class="fs11lh1-5">«Per reati di criminalità organizzata devono intendersi non solo quelli elencati nell’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, Codice di procedura penale, ma anche quelli comunque facenti capo a un’associazione per delinquere, ex articolo 416 Codice penale, correlata alle attività criminose più diverse, con esclusione del mero concorso di persone nel reato»</i></li></ol><span class="fs11lh1-5">Le Sezioni Unite diedero in tal modo via libera all’uso di spyware del tipo Trojan Horse per scopi intercettivi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Si tratta di veri e propri virus informatici che, solitamente, vengono installati da remoto inviando una e-mail o un SMS al bersaglio prescelto (un personal computer, uno smartphone o un tablet), all’insaputa di chi ne fa uso. Una volta completata l’operazione, il suo regista dispone di molteplici opzioni. In particolare:</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">il controllo a distanza del dispositivo infettato (l’operatore può servirsene senza limiti, compiendovi ogni tipo di attività);</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la visualizzazione di tutte le operazioni compiute dal detentore;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la visualizzazione e l’estrazione di tutti i dati contenuti nel dispositivo;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la sua messa fuori uso; l’attivazione del microfono e della webcam del dispositivo e quindi la possibilità di ottenere riprese audio e video. &nbsp;</span></li></ol><span class="fs11lh1-5">In sostanza, l’operatore ha il completo controllo non solo delle attività informatiche compiute dall’utilizzatore del dispositivo ma anche dei suoi movimenti e delle sue comunicazioni. Quasi della sua vita, si potrebbe dire.<br></span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Il captatore: sviluppo, tecniche di inoculazione e strumenti disponibili a bersaglio infetto</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Lo sviluppo di tali strumenti è abbastanza libero e aperto, in quanto non esiste una legge che impedisca a un soggetto privato di sviluppare tool del genere. Solamente l’utilizzo non consentito di tali strumenti è sanzionato dalla legge: è un po’ come dire che i soggetti sono autorizzati a costruire fucili ma non sono autorizzati a utilizzarli e di questo, le pregresse vicende avvenute in Italia, insegnano.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A fianco allo sviluppo in proprio, possiamo trovarci anche nella situazione in cui determinati soggetti utilizzino codice di terze parti per produrre il proprio strumento, ad esempio quando, per funzionare, necessitano di sfruttare le vulnerabilità dei dispositivi mobili.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Esiste un vero e proprio “black market” in cui possono essere acquistati diversi tipi di vulnerabilità e, in base all’efficacia, il prezzo aumenta: abbiamo visto aziende italiane acquistare vulnerabilità per somme di circa 40 mila euro ed esistono vulnerabilità che vanno oltre il milione di euro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il cosiddetto trojan di Stato è uno strumento investigativo cui nominativo si applica, più che al suo funzionamento, al metodo con cui viene inoculato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’inoculazione del captatore può avvenire principalmente in due modalità:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>da locale</b>: occorre avere la disponibilità del dispositivo e, quindi, viene installato il software direttamente dall’Autorità giudiziaria che dispone le intercettazioni. Oppure, occorre far avere un dispositivo preconfigurato all’origine, da fornire alla persona intercettata. Questa metodologia era più diffusa nel passato, mentre oggi si preferisce tentare l’inoculazione;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>da remoto:</b> tramite l’utilizzo di alcuni escamotage, la persona intercettata viene guidata ad installare sul proprio dispositivo il software che poi prenderà il controllo del dispositivo intercettato.</span></li></ul></div><div><span class="fs11lh1-5">La bontà di un prodotto di installazione da remoto si valuta in base al numero di click che l’utente deve fare sul proprio dispositivo per infettarsi:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "3 Click"</b>: sono i prodotti meno raffinati che richiedono molta interazione con l’utente e, quindi, spesso risultano essere poco efficaci. Il costo medio di questi prodotti rientra nell’ordine di alcune centinaia di euro.</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "2 Click"</b>: sono prodotti di buona fattura che richiedono una media interazione con l’utente e risultano essere efficaci tra il 30 e il 50% dei casi. Il costo medio di questa linea di prodotti rientra nell’ordine di qualche migliaio di euro;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "1 Click"</b>: sono prodotti di ottima fattura che richiedono un’interazione minima con l’utente e risultano essere più efficaci, almeno nel 50% dei casi in cui viene impiegato. Il costo di questi prodotti supera abbondantemente 100 mila euro;</span></li><li><span class="fs11lh1-5"><b>prodotti "0 Click</b>: sono prodotti di fattura eccezionale in quanto non richiedono alcuna interazione da parte dell’utente. L’efficacia è pressoché garantita in quanto questi prodotti sfruttano vulnerabilità non note che consentono di prendere il controllo del dispositivo in modalità silente. Prodotti di questa categoria possono costare ben oltre il milione di euro.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Invero, per quello che è il funzionamento dei captatori informatici, <b>spyware</b><b> </b>è il nome che più si adatta e rappresenta le sue potenzialità. Una volta inoculato, lo spyware ha pieno accesso al dispositivo bersaglio sfruttando quelle vulnerabilità di sistema operativo chiamate “zeroday” che sono, in alcuni casi, sconosciute perfino allo sviluppatore dello smartphone stesso. Per pieno accesso al bersaglio, si intende che lo spyware, bypassando anche il problema della crittografia dei dati (o delle chat), visiona tutto il contenuto in chiaro del bersaglio infetto, riesce ad interagire con quelle che sono le componenti hardware del bersaglio stesso, cioè con il circuito del microfono, con quello della fotocamera, quello dei sensori e del GPS. Tuttavia, ancor prima che il captatore abbia pieno accesso alle componenti hardware, esso ha necessità di bypassare protocolli di sicurezza nonché di ottenere privilegi software.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A bersaglio infetto, successivamente alla verifica dell’IMEI, il software finisce di scaricarsi e installarsi, pronto per iniziare a fare data collection.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Generalmente, prima di iniziare a fare attività di data collection, lo spyware crea un’area di memoria crittografata di dimensioni variabili, nella quale confluiscono i dati che, in seguito, verranno "esfiltrati". È difficile infatti che i dati possano essere acquisiti in “tempo reale”, salvo particolari eccezioni. Lo scopo del prodotto è quello di restare invisibile agli occhi dell’utente in quanto un'eccessiva attività del dispositivo, sicuramente farebbe insospettire l’utilizzatore del dispositivo infetto rendendo vano l’uso dello spyware.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I prodotti più evoluti, a differenza di quelli commerciali, tendono a limitare le attività allo stretto necessario anche per preservare, ad esempio, l’utilizzo della batteria. Infatti, se lo spyware consumasse molta energia per esfiltrare i dati, il sistema di protezione Android potrebbe segnalare come attività insolita e potenzialmente sospetta il consumo di energia di una determinata applicazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il consumo di batteria quindi dovrebbe rimanere e non superare il 5% delle risorse totali.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Gestione dei privilegi</b></div><div><span class="fs11lh1-5">In base al tipo di attività ed al tipo di dati che il software deve esfiltrare, occorre che lo stesso acquisisca determinati tipi di privilegi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La condizione ideale in cui trovarsi, ovviamente è quella di utente con privilegi di root (privilegi di amministrazione completi) del dispositivo. Questo tipo di privilegi non sono consentiti agli utenti del dispositivo al fine di evitare che lo stesso possa bloccarsi a causa di attività non corrette svolte dall’utilizzatore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Attraverso i privilegi di root, tutte le attività sopra descritte sono possibili e realizzabili. Tuttavia, esistono moltissimi casi in cui non è possibile acquisire i privilegi di root e, quindi, le attività di estrazione saranno limitate dai privilegi. Ad esempio, è possibile acquisire i file multimediali senza avere i privilegi di root, mentre non sarà possibile acquisire in tempo reale il database delle chat utilizzate dall’utente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Un trojan che ottiene pieni privilegi di sistema del dispositivo infetto, ha la potenzialità di eseguire:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione IMEI</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione rubrica</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione lista chiamate</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione SMS</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione dei file multimediali</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione delle posizioni GPS del dispositivo</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione dei dati provenienti dalle Applicazioni</span></li><li><span class="fs11lh1-5">attivazione del microfono e della fotocamera da remoto</span></li><li><span class="fs11lh1-5">acquisizione delle chat in tempo reale</span></li></ul></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Dati investigativi ottenuti a mezzo captatore e instradamento degli stessi</b></div><div><span class="fs11lh1-5">Una volta che i dati vengono raccolti dal dispositivo, vengono spostati nell’area crittografata che il programma spia aveva creato in fase di installazione. Da questo momento in poi, i dati sono pronti per essere esfiltrati. Occorrerà, quindi, programmare il processo di estrapolazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In genere, i dati vengono inviati dal bersaglio al centro di comando e controllo quando il dispositivo risulta, ad esempio, collegato da una rete Wi-Fi. È possibile estrarre i dati anche utilizzando la connessione dell’operatore di telefonia mobile ovvero della scheda SIM contenuta nel dispositivo. Ma, in questo caso, potrebbe rendersi necessario aumentare la soglia dati del target infetto. I dati esfiltrati dovrebbero arrivare crittografati alla stazione di comando e controllo e la chiave di decrittazione degli stessi dovrebbe essere legata all’IMEI del dispositivo intercettato, al fine di garantire la massima riservatezza delle informazioni che vengono collezionate.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La mole enorme di dati ottenuti o ottenibili con il captatore, necessitano di essere instradati e trattati al fine di poterli utilizzare. &nbsp;Le case produttrici di molti spyware commerciali (che vengono venduti e acquistati su internet con finalità di parental control), forniscono direttamente delle piattaforme su cui l’investigatore può interagire. Da queste piattaforme client, l’utente si interfaccia con i dati ottenuti e immagazzinati presso un server.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’esempio sottostante è la piattaforma di uno dei più diffusi “spyware” parental control in commercio</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/aaaaa.png"  width="976" height="470" /><br></span></div><div><div><span class="fs11lh1-5">Come si può notare, già un prodotto così apparentemente banale ed economico, permette l’accesso a informazioni riservate come la cronologia di navigazione, gli SMS, le chiamate, la posizione, le foto, gli audio in live ovvero l'attivazione e l'ascolto del microfono. Proprio con quest’ultima funzionalità si interfaccia maggiormente l’investigatore, il quale può interagire con il microfono attivandolo e disattivandolo a propria scelta.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel caso delle investigazioni operate dalle procure, però, essendo esse organi di Stato, esse non si avvalgono ovviamente di software in commercio reperibili sul web, bensì di software creati da case produttrici di strumenti di captazione-registrazione che, nella gran parte dei casi, sono le medesime che trattano le intercettazioni “classiche” ovvero quelle telefoniche. Aziende come Lutech (RadioTrevisan) nonché Innova, R.C.S. ecc., sono le principali fornitrici degli strumenti di investigazione a mezzo captatore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Questo potente mezzo investigativo, tuttavia, sta suscitando, proprio in questo periodo storico, una serie di perplessità tecniche e giuridiche, tanto è vero che le più recenti pronunce giurisprudenziali intervengono fissando alcuni criteri di applicabilità e trattamento dei dati captati a mezzo trojan. Il decreto legislativo 216/2017, attuativo della legge delega 103/2017, ha legittimato normativamente il ricorso ai captatori informatici, interpolando il secondo comma dell’articolo 266 Codice di procedura penale, aggiungendovi il nuovo comma 2-bis. Ha modificato, inoltre, il comma 1 dell’articolo 267, così rendendo obbligatoria l’indicazione specifica nel decreto autorizzativo delle ragioni che rendono necessario l’uso del captatore. Il decreto deve inoltre includere, quando autorizza intercettazioni collegate a delitti non compresi tra quelli descritti nei commi 3-bis e 3-quater dell’articolo 51 CVodice di procedura penale, i luoghi e il tempo in cui è consentita la captazione dei segnali vocali mediante l’attivazione del microfono. È stato inoltre aggiunto il nuovo comma 2-bis, applicabile ai casi d’urgenza in cui è il pubblico ministero ad autorizzare interinalmente le intercettazioni tra presenti. La norma gli consente di disporre l’intercettazione mediante l’inserimento di un captatore su un dispositivo elettronico portatile, ma solo nei procedimenti per i delitti indicati nei citati commi dell’articolo 51. È tuttavia imposta al PM una motivazione grave che dia conto dell’impossibilità di procedere per le vie ordinarie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel nuovo testo, l’articolo 89 prevede, infatti, che, in caso di uso del captatore informatico, il verbale delle operazioni indichi il tipo di programma impiegato, il quale deve essere conforme ai requisiti tecnici stabiliti con decreto del Ministro della giustizia, e i luoghi in cui si svolgono le comunicazioni e conversazioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma vi è di più: è stato stabilito che il flusso di dati proveniente dal captatore informatico attivo sul dispositivo bersaglio, deve essere instradato unicamente e direttamente verso le strutture informatiche server della procura che ne ha autorizzato l’utilizzo. Tuttavia, ciò si scontra con il funzionamento intrinseco del captatore il quale necessita di essere eseguito e controllato per il tramite del centro di controllo a cui solo gli sviluppatori del trojan possono avere pienamente accesso, ciò anche per esigenze di segreto aziendale. Solo in seconda battuta, cioè nella fase di scelta della destinazione di memorizzazione, la piattaforma operante può veicolare la registrazione sul server della procura, lasciando però spazio ad alcune lacune tecnico-giuridiche.</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs11lh1-5">Criticità</b></div><div><span class="fs11lh1-5">L'Autorità giudiziaria non vuole far sapere al target che sta operando data collection delle informazioni contenute sul suo dispositivo. Quindi, per evitare di essere identificata come punto di arrivo dei dati esfiltrati, può spostare su uno o più server i pacchetti dei dati in modo da non poter essere identificata come punto di arrivo delle informazioni raccolte. Non è obbligatorio che questa sia la prassi ma, ovviamente, l'AG non potrebbe accettare di poter essere facilmente individuata nel caso in cui l’utente si accorga di essere intercettato. Quindi, i prodotti utilizzati prevedono questi “hoops” su diversi server; le informazioni dell’ultimo server, vengono distrutte e, quindi, rendono irrintracciabile il dato. Domanda: in tutto questo, l'AG o la polizia giudiziaria operante, hanno effettivamente il controllo delle fonti di prova originali o non hanno altro che una replica di quella che è l’interfaccia proprietaria e delle funzionalità della stessa? Su questa enorme problematica si fondano casi giudiziari ben noti alle cronache e alla stampa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Stando a quanto trapelato dai media, negli atti di indagine si afferma che, in maniera del tutto fortuita e casuale, degli operatori di PG si accorsero che, con le credenziali date loro dalla società fornitrice del servizio di intercettazione a mezzo captatore, essi potessero avere accesso ai contenuti di altri procedimenti appartenenti ad altre sezioni di PG in Italia, nonché &nbsp;al &nbsp;contenuto &nbsp;di &nbsp;alcuni &nbsp;dispositivi &nbsp;non &nbsp;soggetti &nbsp;a &nbsp;procedimenti &nbsp;in &nbsp;cui &nbsp;vi &nbsp;era &nbsp;stata autorizzata tale tipologia di intercettazione. E vi è di più: il contenuto non era assolutamente protetto da crittografia e non era immagazzinato nei server della procura bensì in server di AWS, situati negli Stati Uniti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Sulla scia di questo caso giudiziario sono diversi i procedimenti in cui le difese hanno sollevato perplessità su violazioni della corretta applicazione di quanto previsto dalle norme vigenti, nonché mancati accessi e verifiche di integrità delle fonti di prova generate dal captatore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tutto quanto fin qui affermato, mette in evidenza che, per come concepito, allo stato attuale il captatore è tecnicamente in contrasto con la più importante delle normative che tratta l’acquisizione e la conservazione della prova digitale: la legge 48 del 18 marzo 2008 in ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa, denominata Convenzione di Budapest. Rispetto a questa, il funzionamento e le pratiche messe in atto dal captatore informatico, per come sviluppato non offrono alcuna garanzia tecnico-operativa idonea a rendere verificabile e/o confutabile la prova che si è formata in un procedimento.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il percorso di formazione della prova a mezzo captatore inizia già in prima fase con una alterazione volontaria dello status originario del bersaglio: l’inoculazione e l’accesso ai privilegi di root a cui si aggiungono la mancanza di un protocollo di accesso alla prova, la mancanza di file di LOG delle attività, la mancata possibilità, per gli operatori del procedimento, di verificare il flusso dati proveniente dal captatore e gli HASH dei dati generati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">E se alcune criticità fossero, almeno in parte, risolvibili prevedendo dei semplici file di LOG generati durante tutto il periodo di utilizzo del software di captazione informatica?</span></div><div><b class="fs11lh1-5"><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Antonio Miriello &amp; Luca Governatori</span></div><div><span class="fs9lh1-5">*Riproduzione riservata*</span></div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 30 May 2020 13:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Crimini e armi: Jack lo squartatore]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div class="imTACenter"><div><iframe width="100%" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/gg7LcLuZTsY" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 25 May 2020 15:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Maneggio e uso delle armi da fuoco: gli studenti ISF a lezione al TSN di Milano]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div><span class="fs9lh1-5">Nella foto: alcuni studenti del 1° anno di Criminalistica con il preside prof. Massimo Blanco (in piedi a sinistra), il docente di Balistica dr. Corrado Macrì e il coordinatore dello Student Office dr.ssa Micol Trombetta (seduti).</span></div><div><br></div><div>Anche quest’anno i nostri studenti stanno frequentando il corso di maneggio e uso delle armi da fuoco previsto dal programma di studi in criminalistica. A gruppi, dopo le lezioni teoriche tenute in Istituto dal nostro docente di Balistica forense dr. Corrado Macrì, istruttore UITS, gli studenti vengono portati al Tiro a Segno Nazionale (TSN) di Milano, una delle strutture più moderne ed efficienti in Italia presso cui si addestrano diverse forze di polizia e militari italiane e straniere. Al TSN, gli studenti seguono un’ulteriore attività formativa teorica di approfondimento sulla sicurezza e sulla tecnica tenuta dai commissari di tiro. Nella stessa mattinata si passa, poi, alle prove con armi da fuoco: una sessione con carabina ottica cal. 22 e una con Glock cal. 9x21. Per la cronaca, le pistole calibro 9 sono utilizzate dalle forze militari e di polizia di tutto il mondo. </div> &nbsp;<div>Le prove di tiro si svolgono sotto la supervisione del team di istruttori coordinati dal presidente del TSN Mario Berardinetti. Nel corso dell’addestramento al poligono, gli studenti, oltre che imparare a sparare, hanno l’opportunità di ampliare le loro conoscenze circa il funzionamento e le potenzialità di un’arma vera e ciò risulta indispensabile al fine di affrontare con maggiore consapevolezza le lezioni di laboratorio di Balistica forense. Una prassi consolidata, questa, voluta fin dall’attivazione dei primi corsi di criminalistica e in perfetta sintonia con la filosofia dell’ISF College Corporate University. Una filosofia che si fonda su un apprendimento soprattutto pratico, connotato, laddove possibile, dall’esperienza diretta da parte dello studente. Ciò risulta indubbiamente un valore aggiunto al curriculum accademico degli studenti e rappresenta qualcosa di unico in Italia. Inoltre, le attività al TSN sono sempre caratterizzate da un altissimo tasso di gradimento, anche perché, nonostante sia data la massima enfasi alle norme di sicurezza, i docenti dell’Istituto riescono a creare un clima sereno e a mettere in condizione tutti gli studenti di ottenere ottimi risultati. Infatti, nonostante il punteggio al tiro sia di importanza secondaria, i risultati conseguiti dai nostri studenti sono sempre eccellenti e di molto superiori, in proporzione agli anni di esperienza nel tiro, a quelli registrati nei corsi dedicati ai professionisti che, per via del loro lavoro, sono dotati di armi da fuoco. Un fenomeno, questo, assai strano ma scientificamente interessante sotto il profilo forense, tanto è che gli esperti dell’Istituto di Scienze Forensi hanno intenzione di studiarlo a fondo. </div> &nbsp;<div>Un ringraziamento speciale è rivolto, anche in questa occasione, agli istruttori di tiro del TSN e al loro presidente Mario Berardinetti per la grande professionalità e per l’encomiabile attenzione che hanno per i nostri studenti. Buona parte del merito della riuscita di ogni nostro corso sulle armi da fuoco va sicuramente anche a loro. &nbsp;</div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 04 Feb 2020 16:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[“Punto di incontro” a Pordenone: il resoconto della fiera]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div>Pordenone, 6 e 7 novembre 2019</div><div><span class="fs11lh1-5">Due giornate con un nostro stand a “Punto di incontro”, il Salone dedicato a orientamento, formazione e lavoro, per avere la conferma, qualora ve ne fosse stato bisogno, che l’interesse per le scienze forensi da parte degli studenti delle scuole superiori è ancora molto alto. </span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/IMG-20191107-WA0002.jpg"  width="982" height="540" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Vero è che l’ISF College resta l’unica realtà in Italia che offre percorsi universitari che puntano a formare chi andrà a lavorare direttamente nell’ambito dell’investigazione tecnico-scientifica, trattando casi reali dall’esame al dibattimento in tribunale, ma ciò non toglie la soddisfazione di aver visto il nostro stand letteralmente preso d’assalto dagli studenti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Hanno fatto da cornice all’esperienza espositiva la conoscenza e il confronto professionale con gli operatori delle forze di polizia (Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Carabinieri) ubicati nella nostra medesima zona all’interno del padiglione fieristico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-1" src="https://www.scienzeforensi.net/images/IMG-20191107-WA0004.jpg"  width="982" height="737" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs11lh1-5">Prossimo appuntamento al “JOB&amp;Orienta” che si terrà nei giorni 28, 29 e 30 novembre prossimi a Verona. &nbsp;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Nov 2019 11:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Incidenti stradali: il seminario con il dr. Antonio Pietrini]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div>Il 5 novembre scorso si è tenuto un interessantissimo seminario dal titolo “L’approccio alla ricostruzione degli incidenti stradali” tenuto dal dottor Antonio Pietrini, uno dei massimi esperti italiani in materia.</div><div><span class="fs11lh1-5">All’evento, al quale hanno partecipato circa novanta persone tra nostri tecnici e studenti, professionisti del settore e appartenenti ai corpi di polizia locale, sono stati esposti alcuni degli argomenti inseriti nel manuale denominato con lo stesso titolo del seminario. Manuale che è stato altresì adottato come testo di riferimento per i nostri corsi e master in criminalistica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La ricostruzione degli incidenti stradali costituisce un'attività complessa che coinvolge varie discipline e che va affrontata con grande rigore scientifico. Per fornire un corretto approccio al problema nasce questa pubblicazione che intende fornire un quadro d'insieme dell'attività finalizzata a ricostruire l'andamento di un incidente stradale nella forma più completa, dalla dinamica ai comportamenti. In poche parole, tutto ciò che consentirà un giudizio obiettivo, circostanziato e documentato in merito alle responsabilità coinvolte. Sul mercato sono disponibili software per il ricostruttore sempre più sofisticati, che costituiscono un enorme aiuto per gli specialisti ma che possono indurre a grossolani errori se utilizzati da chi non ha le opportune conoscenze. A questo scopo la pubblicazione indica un tracciato metodologico, partendo dall'analisi degli scopi della ricostruzione e quindi dall'aspetto giuridico, per passare attraverso l'indagine vera e propria, con indicazione sia delle chiavi di lettura delle molteplici tracce e rilievi sia dei criteri scientifici del loro utilizzo, per concludere con le implicazioni dell'elaborato peritale e quindi della necessità di dare certezze, ovvero della deontologia professionale. La pubblicazione è rivolta sia a coloro che vogliono intraprendere l'attività sia a coloro che intendono gestire al meglio, con un corretto metodo di analisi e sintesi, le indubbie agevolazioni che i molteplici software offrono, senza esserne condizionati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il dr. Pietrini, relatore del seminario e autore del manuale, dopo aver insegnato matematica e fisica nel liceo scientifico di Cortina d’Ampezzo, ha abbandonato l’insegnamento per dedicarsi all’attività di consulente in infortunistica stradale, attività che esercita tuttora. È stato presidente nazionale di AICIS (associazione italiana consulenti in infortunistica stradale) e nel suo periodo di presidenza ha contribuito alla definizione della legge istitutiva del ruolo nazionale periti assicurativi, essendo stato anche commissario ministeriale nella commissione nazionale presso il Ministero dell’industria. Da oltre 30 anni si occupa di ricostruzione della dinamica degli incidenti stradali, attività per la quale collabora con il Tribunale e con la Procura della Repubblica di Bolzano, oltre che con gli Uffici del Giudice di Pace e con numerosi studi legali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dalla fondazione, nel 2005, è stato presidente nazionale di ASAIS (associazione per lo studio e l’analisi degli incidenti stradali).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">EGAF, casa editrice del manuale, è una azienda leader nell'informazione professionale su circolazione stradale, motorizzazione e trasporti che la maggior parte degli operatori di polizia conosce in quanto alcuni dei suoi testi sono considerati alla stregua di “testi sacri” per le attività di polizia stradale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 11:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Louis Bilancia della ESI in visita alla sede di Treviso]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004"><div><span class="fs12lh1-5">Il 14 ottobre scorso, presso la Direzione di Treviso dell’Istituto, un ospite d’eccezione: Louis Bilancia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Bilancia, ingegnere elettrico, è Senior Consultant e direttore della sede dell’Oregon della Engineering System Inc. (ESI), una delle maggiori aziende americane di ingegneria forense.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Louis Bilancia è altresì impegnato da molti anni sia sul fronte dell'investigazione tecnica sia su apparecchiature elettroniche ed elettromedicali che sugli incendi, settore nel quale, peraltro, ha contribuito attivamente con pubblicazioni scientifiche di grande rilievo.</span></div><div><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Foto: Louis Bilancia con il Capo della Divisione Consulenze Tecniche Ing. Andreas Melinato</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 25 Oct 2019 10:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Partito il Master in Biologia e tossicologia forensi prima edizione]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div><span class="fs12lh1-5">Catania, 21 ottobre 2019</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa mattina, a Catania, presso il Laboratorio di Biologia e tossicologia forensi ISF Medisan, ha avuto inizio la prima edizione del Master in Biologia e tossicologia forensi diretto dal dr. Cristian Fioriglio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Master sarà tenuto da specialisti del settore i quali implementeranno ricche attività pratiche, in quanto la finalità del percorso di studi è quella di formare professionisti con peculiari e raffinate conoscenze i quali sappiano agevolmente muoversi nell’ambito tecnico-legale. Infatti, le figure professionali uscenti saranno tecnici in biologia e tossicologia forensi non solo con basi scientifiche di alto livello nelle scienze delle indagini scientifiche ma che avranno altresì spiccate competenze di carattere giuridico-investigativo, etico e tecnico tali da permettere loro di svolgere il ruolo di consulente o perito in modo eccelso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il preside dell’ISF College Corporate University prof. Massimo Blanco, a nome del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto di Scienze Forensi, augura buon lavoro alle studentesse e al corpo docente per questa nuova avventura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 21 Oct 2019 11:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'Istituto a "Punto di incontro" 2019, la fiera dedicata all'orientamento, alla formazione e al lavoro]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div><span class="fs12lh1-5">L'Istituto di Scienze Forensi e la sua corporate university, ISF College, saranno presenti il 6 e 7 novembre 2019 a "Punto di incontro", la fiera di Pordenone dedicata all'orientamento, alla formazione e al lavoro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La fiera è dedicata a studenti degli istituti superiori e alle loro famiglie (la visita alla fiera è possibile in forma autonoma e/o organizzata con le scuole di appartenenza), a laureandi e laureati e a coloro che sono alla ricerca di prima o nuova occupazione, corsi, esperienze all’estero, approfondimenti ecc.</span></div><div><br></div><div><strong><b><span class="fs12lh1-5">Dove</span></b><br></strong><span class="fs12lh1-5">Fiera di Pordenone</span><br><span class="fs12lh1-5">Viale Treviso, 1</span><br><span class="fs12lh1-5">33170 Pordenone</span><br><strong><br></strong></div><div><strong><b><span class="fs12lh1-5">Quando</span></b></strong><br><span class="fs12lh1-5">12° Edizione</span><br><span class="fs12lh1-5">6 e 7 novembre 2019</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Mercoledì 6 novembre: dalle ore 9.00 alle ore 19.30</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Giovedì 7 novembre: dalle ore 9.00 alle ore 17.00</span></li></ul></div><div></div><div><strong><b><span class="fs12lh1-5">Ingresso gratuito</span></b></strong></div><div></div><div><strong><b><span class="fs12lh1-5">Follow #FieraIncontro2019</span></b></strong></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">www.incontropordenone.it</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">www.facebook.com/bacheca.incontro</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">www.twitter.com/FieraIncontroPN</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">www.instagram.com/puntoincontro_pordenone</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">www.linkedin.com/showcase/fiera-punto-di-incontro-pordenone</span></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Vi aspettiamo!</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 17 Sep 2019 11:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Chimica e biologia forense: incontro con i rappresentanti di Avans Hogeschool]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Notizie"><![CDATA[Notizie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000007"><div><span class="fs11lh1-5">Venerdì 21 giugno 2019, presso la Direzione di Milano dell’Istituto di Scienze Forensi, l’Ingegner Melinato, direttore della Divisione Consulenze Tecniche e preside di EFI - European Forensic Institute di Malta, unitamente a Michelle Yew e Alis Tarakdjian, delegate per le attività di sviluppo internazionale, hanno incontrato i rappresentanti di Avans Hogeschool.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Avans, che ha sede a Breda, nei Paesi Bassi, ed è una delle più prestigiose università europee specializzate nel campo delle scienze applicate, offre un programma di laurea quadriennale focalizzato sulla chimica o sulla biologia applicate alle tecniche di laboratorio, ambiti di grande interesse didattico sia per EFI che per ISF College Corporate University.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Oggetto dell’incontro è stato principalmente quello di una collaborazione tra l’università olandese e i nostri istituti, maltese e italiano. Infatti, si è discusso di un possibile scambio di docenti per delle lezioni straordinarie su specifici temi del mondo delle scienze forensi. Inoltre, l’occasione è stata utile per dare corso alle prime valutazioni circa l’avvio di un programma “exchange” per gli studenti di EFI e ISF College interessati ad un periodo di pratica di laboratorio all’estero, soprattutto per quelli che, partendo da una formazione accademica in ambito chimico o biologico, desiderano ampliare il proprio bagaglio di conoscenze e competenze.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 24 Jun 2019 11:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Bullismo e cyberbullismo: un’analisi psico-criminologica. Dal profilo di personalità agli interventi rieducativi]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"><div><span class="fs11lh1-5">Autore: dr.ssa Monica Chiovini</span></div><div><span class="fs9lh1-5">Sezione Criminologia Investigativa e Forense &nbsp;dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Il termine</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">bullismo</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">deriva dall’inglese “bullying”, utilizzato per descrivere il fenomeno degli atti aggressivi e delle prepotenze tra pari, ovvero tra soggetti appartenenti alla stessa fascia d’età, all’interno di un gruppo. Per l’appunto, bullismo potrebbe essere equiparato a</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">mobbing</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">in contesto lavorativo. La radice del termine è “mob”, dunque “gruppo”, “folla”, che denota un’azione iniziata e portata avanti da un gruppo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In tempi più recenti, tale definizione è stata ampliata, includendo quale attore di questo brutale comportamento anche il singolo individuo e non solo la banda dei pari. Un tempo, venivano prese in considerazione esclusivamente azioni fisiche e verbali, mentre oggi si profila anche un’importante modalità di violenza psicologica. Quest’ultima, silente e difficilmente identificabile, rappresenta una subdola aggressione agita dal soggetto sulla psiche e sull’autostima della vittima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per meglio comprendere, siamo in presenza di una situazione di bullismo quando si assiste o si subisce un insieme di vessazioni, ovvero di atti persecutori, violenti e aggressivi, da parte di un coetaneo o, per lo più, da un gruppo di coetanei, nei confronti di un loro pari. Le prepotenze possono essere di natura fisica, ad esempio sberle, spintoni, pugni e botte, oppure di tipo verbale, come minacce, offese, svalutazioni e insulti pesanti. Oppure, ancora, possono concretizzarsi in forme di abuso psicologico quali umiliazioni, derisioni, discriminazioni, pettegolezzi ed emarginazione. Nella maggior parte dei casi, si denota una concomitanza di tutte le categorie fin qui descritte. L’offesa verbale trascende nell’aggressione fisica e le azioni sono sempre accompagnate da un forte trauma psicologico in seguito al quale la vittima difficilmente riesce a sopravvivere da sola. Le vessazioni del primo tipo, verbali e fisiche, sono chiamate modalità</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">dirette</span></i><span class="fs11lh1-5">, che sono le più evidenti; al contrario, l’esclusione dal gruppo e la diffusione di calunnie sui compagni, sono cosiddette modalità</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">indirette</span></i><span class="fs11lh1-5">, perché sono violenze psicologiche sottili, nascoste e più difficilmente rilevabili. Altro, ma non ultimo, criterio da evidenziare per parlare di bullismo è l’intenzionalità nel danneggiare, nel far del male ovvero nel procurare sofferenza alla vittima, privandola della sua sfera sociale e relazionale. Intenzionalità, oltre che persistenza, frequenza e costanza delle azioni nel tempo, risultano ulteriori aspetti caratteristici.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Le conseguenze sulla persona designata dal bullo sono deleterie ed includono danni alla salute fisica, disturbi psicologici, abbandono delle relazioni, paura e terrore dell’“altro”, che viene visto come potenziale carnefice, dispersione scolastica o abbandono degli studi e, nei casi estremi, purtroppo non rari, suicidio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In passato, il bullo era tendenzialmente un maschio in età scolare. Ciò non significa che le ragazze sono esenti dall’agire prepotenze e vessazioni contro una loro coetanea benché emerga una significativa differenza nella modalità di azione in base al genere. Nello specifico, i maschi prediligono forme verbali e fisiche di bullismo, mentre le femmine, oltre che in offese verbali, si producono in azioni di umiliazione dell’immagine della vittima mediante pettegolezzo, dicerie e diffusione di immagini false sulla sua identità. Di recente, però, si sta riscontrando un aumento dei casi di bullismo “al femminile” connotate da aggressioni fisiche e verbali sul modello maschile. Nell’era moderna dei media, di internet, dei social network e degli strumenti informatici, ecco che il fenomeno del bullismo viene sempre più affiancato da nuovi canali attraverso cui si possono realizzare azioni vessatorie. Da tale contesto è nato il cosiddetto</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">cyberbullismo</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il termine “cyberbullismo” (bullismo online), introdotto dal docente canadese Bill Belsey, è un attacco offensivo continuo, reiterato e sistematico operato mediante la rete.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il fenomeno, tipico del Terzo millennio, è oggi oggetto di studio e di intervento da parte di psicologi, criminologi, sociologi, giuristi, educatori nonché delle Forze dell’Ordine.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il cyberbullismo prevede azioni indirette di umiliazione nei confronti della vittima attraverso chat, siti web, messaggi sul telefonino, e-mail o per mezzo di videogiochi collegati in simultanea. Se il bullismo si manifesta in un contesto scolastico e di ritrovo del gruppo dei pari, il cyberbullismo viene messo in atto e facilitato dalla maschera, apparentemente protettiva, della rete. Il cyberbullo, non avendo un contatto diretto con il soggetto, acquista maggiore forza e prepotenza e si considera invincibile, illudendosi di non venire mai scoperto dietro ad uno schermo o ad un falso “nickname”. In molti casi, inoltre, subentra una concomitanza di bullismo praticato nel mondo “reale”, ad esempio a scuola, e di cyberbullismo esercitato in rete.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In concreto, le azioni ricorrenti da parte del cyberbullo consistono nel far circolare foto spiacevoli della vittima su internet, inviare e-mail contenenti materiale offensivo, scrivere messaggi minacciosi, anche a sfondo di morte, denigrare la preda sui social network mediante contenuti violenti e volgari. Questi comportamenti denotano una condotta deviante e perseguibile alla cui base troviamo l’inganno e la molestia. Il cyberbullo è privo di senso di colpa; anzi, talvolta emerge in lui una sorta di sadismo nel procurare dolore fisico, emotivo e psicologico ad un coetaneo. Una personalità caratterizzata da un forte disturbo della condotta che può sfociare, successivamente, in un vero e proprio disturbo antisociale e in un’escalation criminale. Scarso sviluppo dell’empatia, menzogna e manipolazione completano il quadro. Il bullo ed anche il cyberbullo sono la rappresentazione di un “duro apparente” che cela gravi lacune psicologiche: narcisismo, arroganza e prepotenza mascherano, infatti, conflitti e problemi vissuti internamente al suo contesto familiare e di vita nel corso dell’infanzia. Spesso l’aggressore è stato o è, lui stesso, vittima di abusi e traumi psicofisici ad opera di adulti che lo hanno spinto verso un processo di identificazione con l’aggressore: la vittima diventa il carnefice al fine di acquisire maggiore potere e interiorizza l’unica forma appresa di affermazione, ovvero la forza fisica e verbale, dietro alla quale si riscontra invece una bassa autostima e una sfiducia nelle proprie possibilità di adattamento e di realizzazione sociale. Un circolo vizioso, da interrompere quanto prima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Al contrario, la vittima, apparentemente debole perché il più delle volte possiede una personalità poco incline alla ribellione o alla ricerca del rischio o avente un’identità di genere che si sviluppa in direzione omosessuale, viene attaccata facilmente ed isolata fino ad essere privata, mediante minacce che spesso si estendono anche ai membri della sua famiglia, di un aiuto esterno. La vittima, coetanea o poco più giovane d’età rispetto al bullo, può sopravvivere solo se possiede una forte</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">resilienza</span></i><span class="fs11lh1-5">, cioè resistenza mentale,</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">o se si trova nelle condizioni di ricevere ascolto e sostegno. Sicuramente, un’esperienza di tal genere lascerà un trauma psicologico con sintomi di ansia, panico o depressione. In assenza, infatti, di figure genitoriali che prestino adeguata attenzione allo stato emotivo del proprio figlio o di insegnanti che non trascurano i segnali di allarme, si possono verificare conseguenze irreversibili come la morte della vittima.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Oltre al bullo e alla vittima, in tale fenomeno subentrano i</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">gregari</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">o, per usare un termine “social”, i</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">followers</span></i><span class="fs11lh1-5">, quindi i seguaci di un leader disadattato. Questi ultimi si suddividono in tre categorie: troviamo coloro che incitano le azioni bullizzanti, prendendone parte attivamente; quelli che invece assistono silenziosi al fatto, senza denunciare, divenendo così complici di reato; e, infine, coloro che traggono gratificazione in maniera indiretta deridendo la vittima mentre subisce.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Data l’emergenza e la gravità di questo fenomeno, da sempre diffuso ma prima meno esposto all’attenzione pubblica ed oggi ancor più pericoloso per la componente online, si evidenzia l’importanza di realizzare interventi di prevenzione e rieducazione mirati e contestualizzati. L’obiettivo dovrebbe essere quello di informare e far conoscere in due direzioni: la prima rivolta agli adolescenti e orientata soprattutto a trasmettere una maggiore consapevolezza delle conseguenze e dei danni alla salute provocati alla vittima; la seconda, invece, indirizzata in particolar modo ai genitori dei ragazzi che, spesso, concentrati su loro stessi, dimenticano i bisogni dei figli e il compito educativo primario di provvedere alla loro crescita, anche con una certa dose di controllo sull’uso che essi fanno degli strumenti informatici. Occorre, poi, dare rilievo alle ripercussioni giuridiche del cyberbullismo, rivolgendosi inoltre al corpo docente nel contesto scolastico e richiedendo loro un’adeguata supervisione delle situazioni problematiche insite nel gruppo dei pari.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Oggi, sono state approvate nuove norme in tema di bullismo le quali invocano punizioni anche severe per gli autori di reato. Un’altra modalità di intervento preventivo dovrebbe muoversi proprio in questo senso: sviluppare una maggiore consapevolezza nei minori e negli adulti riguardo alle conseguenze penali del bullismo e del cyberbullismo. Ricerche in campo psicologico dimostrano l’efficacia della</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">peer-education</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(educazione tra pari) per trattare comportamenti problematici e difficoltà affettivo-sociali nei giovani. Affiancare una persona alla pari, più adattata e socialmente integrata, con un adeguato equilibrio psichico, può fungere da efficace canale di apprendimento per osservazione ed imitazione, come sosteneva Bandura, di atteggiamenti ed emozioni positivi nei confronti dei coetanei, anche quando ci sono di mezzo razze, caratteristiche e tendenze diverse dalle proprie.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Fondamentale è, poi, il lavoro coordinato di vigilanza e supporto svolto dalle equipe socio-psico-educative con le Forze dell’Ordine al cui centro dell’attenzione deve essere posta la vittima del cyberbullo ma anche quest’ultimo, in quanto soggetto da non trascurare e da rieducare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dal punto di vista psicologico, la rieducazione del bullo dà spazio alla mediazione con la persona offesa, fase che richiede particolare cautela e deve essere svolta sotto la guida di un professionista psicologo. L’intervento mira a stimolare nell’aggressore una presa di contatto con il bullizzato, una capacità di chiedere scusa e di cercare un modo pratico per rimediare alle umiliazioni arrecate. La vittima, da parte sua, deve essere aiutata a perdonare, ad accogliere il bullo o il cyberbullo, concedendogli quindi la possibilità di dimostrare una forma migliore di rapportarsi ad essa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Efficaci percorsi riabilitativi includono anche un lavoro di apprendimento di un uso sensato dei nuovi media e un monitoraggio delle attività poste in essere. Di contro, sportelli di ascolto gratuito, numeri telefonici di emergenza utili e, tra l’altro, un futuro sito web di aiuto, sono riservati alle persone vittime di azioni oppressive e violente che non si sentono di parlare con le figure educative di riferimento ma avvertono, comunque, la necessità di segnalare la propria situazione e ricevere dei consigli.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Regolamenti e obblighi di denuncia vengono infine trasmessi dal Ministero dell’Istruzione alle scuole e ai dirigenti degli istituti, i quali hanno l’obbligo di tenersi aggiornati sull’evoluzione del fenomeno e sui nuovi mezzi di manifestazione, di coinvolgere tutto il corpo docente in un’intensa attività di osservazione, controllo e ascolto dei primi segnali di bullismo-cyberbullismo nonché organizzare conferenze tematiche e incontri in classe tra studenti ed esperti del settore. La prevenzione così delineata non è solo prevenzione secondaria e terziaria, fatta di interventi messi in atto quando il problema è già presente e, magari, insediato nel contesto, ma soprattutto una prevenzione primaria a livello territoriale.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Monica Chiovini</span></div><div><span class="fs9lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs9lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs9lh1-5">E. Menesini,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Bullismo.</span></i><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Che fare? Prevenzione e strategie di intervento nella scuola, Giunti,</span><span class="fs9lh1-5"> </span></i><span class="fs9lh1-5">Firenze, 2000</span></div><div><span class="fs9lh1-5">F. Marini, M. Mondo,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Il benessere nei contesti lavorativi e formativi</span></i><span class="fs9lh1-5">, Carocci, Roma, 2008</span></div><div><span class="fs9lh1-5">G. Zara,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Le carriere criminali</span></i><span class="fs9lh1-5">, Giuffé, Torino 2005</span></div><div><i><span class="fs9lh1-5">DSM-IV-TR</span></i><span class="fs9lh1-5">,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali</span></i><span class="fs9lh1-5">, Elsevier, 2000</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs9lh1-5">Sitografia</span></b></div><div><span class="fs9lh1-5">Ministero dell’Istruzione, dell’università e della Ricerca,</span><i><span class="fs9lh1-5"> </span><span class="fs9lh1-5">Bullismo e Cyberbullismo</span></i></div><div><span class="fs9lh1-5">Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Linee di orientamento per azioni di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyber bullismo</span></i><span class="fs9lh1-5">, Aprile 2015</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 21 Jun 2019 11:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giovani internauti e viaggi senza ritorno: il fenomeno “Blue Whale challenge”]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000009"><div><span class="fs11lh1-5">Autori: prof. Massimo Blanco e dr.ssa Micol Trombetta</span></div><div><span class="fs9lh1-5">Sezione Criminologia Investigativa e Forense dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Introduzione</span></b><br></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">«La tecnologia dovrebbe migliorare la tua vita, non diventare la tua vita.»</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Questa frase pronunciata da Harvey B. Mackay</span><span class="fs11lh1-5 cf1">[1]</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">riassume emblematicamente quanto è emerso dalle ricerche effettuate e dalle riflessioni che ne sono scaturite in relazione alla produzione di questo elaborato.</span></div><div><i><span class="fs11lh1-5">Giovani internauti e viaggi senza ritorno</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">è un’espressione con cui si può sintetizzare la storia di anime fragili, isolate, emarginate e “annoiate” che si confondono tra gli adolescenti di oggi che chiamiamo “web generation”. Una generazione che, a volte, può trovare nella “sfida” la risposta al desiderio di riscattarsi socialmente.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In questo elaborato sarà analizzata nel dettaglio una sfida in particolare, il “Blue Whale challenge”, la più estrema, quella che vinci solo se, alla fine, muori. Il primo capitolo narrerà come nasce il Blue Whale e saranno spiegati i suoi tratti fondamentali nonché le storie di chi ha vinto, sfracellandosi al suolo, e di chi, invece, ha ricevuto in dono una seconda vita terrena. Successivamente, l’analisi si sposterà sulle problematiche connesse all’uso del web, alla “noia”, alla bramosia di “apparire”, ai rischi di adescamento, dipendenza e suicidio, focalizzando l’attenzione anche sugli aspetti legati all’empatia. In seguito, dopo aver descritto i risultati della ricerca sul campo, saranno riportati e commentati i dati emersi da alcune interviste condotte da uno degli autori del presente lavoro, Micol Trombetta, con adulti che vivono o lavorano con adolescenti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quello che emerge dalla trattazione ci mostra soprattutto come, in questa nostra ricca e ipertecnologica quanto complessa società, talvolta il raggiungimento del successo sembra passare principalmente per una sorta di lotta per la “notorietà”. Una lotta che si consuma giorno dopo giorno, ora dopo ora, sul web, un “luogo” senza confini dove il tempo è relativo e dove l’immagine di sé assume un ruolo fondamentale. Purtroppo, non tutti si accontentano di mostrare ai propri “followers” immagini ordinarie, come quelle legate alla moda o al divertimento. Alcuni vogliono soprattutto “dimostrare”, e in questo, talvolta, il confine tra vita e morte diventa troppo sottile.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1. Il fenomeno del “Blue Whale challenge”</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.1. Primo contatto</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Siamo nel maggio del 2016 quando Galina Murselieva pubblica sul sito del periodico russo “Novaya Gazeta” la prima inchiesta sul fenomeno</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Blue Whale challenge</span></i><span class="fs11lh1-5">, o più semplicemente</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Blue Whale</span></i><span class="fs11lh1-5">, sostenendo che 130 suicidi giovanili avvenuti in Russia nel periodo compreso tra novembre 2015 e aprile 2016, erano collegati a dei gruppi di VKontakte[2]e, tra questi, almeno ottanta riconducibili proprio al Blue Whale. In un arco di tempo così breve, ottanta fragili anime russe si sono suicidate buttandosi dai palazzi più alti delle città e il fatto più inquietante è che esse si sono filmate e hanno documentato il loro tragico gesto. Questo per seguire un folle rituale psicologico studiato per indurre la mente dei ragazzini ad una sorta di depressione così profonda da vedere nella morta l’unica salvezza col fine ultimo di diffondere i video dei loro suicidi in rete. Così, le testate più importanti a livello internazionale iniziano ad occuparsi di questo fenomeno, cercando di provarne la veridicità e ricostruendone storia e origini ma senza raggiungere risultati apprezzabili nella fase dell’approfondimento. Quel che è certo, però, è che il Blue Whale esiste e che, diffusosi nel 2013, continua tutt’ora a reclutare adepti e a provocare vittime in ogni Paese. Adolescenti spinti dalla smania di fama e dal desiderio di essere ricordati, giovanissimi la cui massima aspirazione è quella dell’immortalità (digitale si intende), i quali, pur di vedere aumentare i</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">like</span></i><span class="fs11lh1-5">[3]</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">su Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat e sul maggior numero dei social network di tutto il mondo, sarebbero disposti a qualsiasi cosa, addirittura a dare la propria vita. Una fotografia tanto preoccupante quanto triste di una società in cui non conta più il rispetto per gli altri e soprattutto per sé stessi, una società materiale, insensibile, una società</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">liquida</span></i><span class="fs11lh1-5">:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5 cf2">“con</span><span class="fs11lh1-5 cf2"> </span><span class="fs11lh1-5">la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemica) e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e ilconsumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo” (Eco, 2016).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.2. Il gioco della morte</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Il</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Blue Whale Challenge</span><span class="fs11lh1-5"> </span></i><span class="fs11lh1-5">nasce su VKontakte, in sigla VK, un social network russo paragonabile al nostro Facebook dove veri e propri manipolatori della mente, i cosiddetti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">curatori</span></i><span class="fs11lh1-5">, “reclutano” le loro vittime di età compresa tra i nove e i diciassette anni. Adolescenti dalla personalità fragile e immatura che vivono in uno stato di isolamento e depressione, quindi facili prede da utilizzare per il raggiungimento dell’obiettivo finale del gioco: il suicidio. I curatori, chiamati anche</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">master</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">o</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">tutor</span></i><span class="fs11lh1-5">, hanno il compito di suggestionare le giovani vittime manipolandone la volontà, enfatizzando le loro idee di protagonismo e facendogli credere che solo attraverso questo percorso potranno sentirsi liberi e, finalmente, felici, divenendo degli esempi, dei miti immortali. È proprio il fascino del mito che, sempre più, si sta diffondendo tra gli adolescenti d’oggi, portandoli a compiere atti tremendi solo per la gioia di essere ricordati.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per raggiungere l’obiettivo, l’ideatore del gioco ha elaborato un percorso di cinquanta prove, chiamate</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">regole,</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">da svolgere in cinquanta giorni. Le regole hanno lo scopo di alterare il ritmo veglia-sonno così da rendere l’adolescente docile e sottomesso, pronto ad affrontare un percorso sempre più crudele fatto di notti insonni, gesti autolesivi e attività pericolose fino al ventiseiesimo giorno in cui il curatore dirà al ragazzo quando dovrà morire.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di seguito le cinquanta regole della Blue Whale Challenge:</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57"[4] e inviate una foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Alzatevi alle 4.20 del mattino e guardate video psichedelici e dell'orrore che il curatore vi invia direttamente.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Disegnate una balena su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Se siete pronti a "diventare una balena" incidetevi "yes" su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sfida misteriosa.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Scrivete "#i_am_whale" nel vostro status di VKontakte.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Dovete superare la vostra paura.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Dovete svegliarvi alle 4.20 del mattino e andare sul tetto di un palazzo altissimo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Incidetevi con il rasoio una balena sulla mano e inviate la foto al curatore.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Guardate video psichedelici e dell'orrore tutto il giorno.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ascoltate la musica che vi inviano i curatori.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Tagliatevi il labbro.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Passate un ago sulla vostra mano più volte.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Procuratevi del dolore, fatevi del male.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione per un po' di tempo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Andate su un ponte e state sul bordo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Salite su una gru o almeno cercate di farlo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il curatore controlla se siete affidabili.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Abbiate una conversazione con una “balena" (con un altro giocatore come voi o con un curatore) su Skype.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Andate su un tetto e sedetevi sul bordo con le gambe a penzoloni.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Un'altra sfida misteriosa.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Compito segreto.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Abbiate un incontro con una "balena".</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Alzatevi alle 4.20 del mattino e andate a visitare i binari di una stazione ferroviaria.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Non parlate con nessuno per tutto il giorno.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Fate un vocale dove dite che siete una balena.</span></li></ol><span class="fs11lh1-5">Dalla regola 30 alla 49: ogni giorno svegliatevi alle 4.20 del mattino, guardate video horror, ascoltate la musica che il curatore vi manda, fatevi un taglio sul corpo al giorno, parlate a una “balena".</span></div><div><span class="fs11lh1-5">50. Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Alla base di queste prove da rispettare vi è la regola principale: “Effettua diligentemente ogni compito e nessuno deve saperlo. Quando hai finito il compito devi inviarmi una foto. E alla fine del gioco tu muori. Sei pronto?”</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È con queste parole che il curatore inizia la manipolazione della vittima, convincendola che, nel caso decidesse di ritirarsi dal gioco, la pena ricadrebbe sulla famiglia in quanto il gestore del social network è in possesso di documenti e informazioni personali.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.3. I gruppi della morte</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Come già rappresentato, questa sfida si è diffusa tra i giovani a partire dal 2013 ma il fenomeno è emerso solo nel 2016 grazie all’articolo della giornalista Galina Murselieva che, nel suo reportage sul Blue Whale, prese come primo esempio la storia di Rina Palenkova, una sedicenne russa che frequentava le cosiddette</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">chat della morte</span></i><span class="fs11lh1-5">. Nel novembre del 2015, Rina annunciò con un video sui social network la sua imminente morte per suicidio e, pochi secondi dopo, si gettò sotto un treno. Insieme al video che annunciava il tragico gesto sul suo profilo online, venne ritrovato anche altro materiale video e fotografico nelle cui didascalie compariva la sigla “f57”.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">«Non stiamo parlando di un gioco ma di un comportamento pericolosissimo e contagioso. I gruppi che si autocostruiscono sul web insistono sull’emulazione, spacciando le prove a cui gli adepti devono sottoporsi come un percorso di coraggio per uscire dall’adolescenza. A rimanere coinvolti sono i ragazzi più soli, quelli che hanno una frequentazione massiva con la rete, molti amici virtuali ma quasi nessuno reale»[5]. Queste le parole di Carlo Solimene, direttore della sezione investigativa della Polizia Postale che si occupa di contrastare crimini informatici e garantire la sicurezza nel mondo digitale. Solimene descrive questo fenomeno come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">comportamento contagioso</span></i><span class="fs11lh1-5">, ponendo l’attenzione sull’</span><i><span class="fs11lh1-5">emulazione</span></i><span class="fs11lh1-5">. Infatti, il problema principale è proprio questo: i giovani si contagiano tra loro, decidendo di aderire segretamente a questo gioco spinti dalla curiosità e dal gusto del proibito, totalmente ignari dell’impatto che le regole possono avere sulla loro mente e sul loro corpo. Alcuni psicologi sostengono che le regole sono sviluppate in modo tale da creare nell’adolescente un senso di malessere e sofferenza la cui unica salvezza è il suicidio. Si parla di ragazzi di età compresa tra i nove ed i diciassette anni che hanno una «mente in via di sviluppo, in definizione, ed è quindi una mente fragile; in questa fase della vita l’essere plagiati è un qualcosa di agevolato e facilitato, fermo restando che chi si coinvolge in questi giochi ha delle caratteristiche che noi dovremmo conoscere meglio. Dobbiamo studiare i gruppi di persone che diventano preda di simili giochi. In questo caso il suicidio diventa quasi un gesto eroico finale, per aver concluso una sfida ed essersi sottomessi a un qualcosa di grandioso. Il fatto che queste persone si filmino, o si facciano filmare, rappresenta l’aberrazione più grande della cultura della morte»[6] ha spiegato Maurizio Pompili,responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio nell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma e professore associato di Psichiatria della “Sapienza” di Roma.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Tornando all’intervista fatta a Solimene, è utile soffermarsi anche sulla questione inerente i cosiddetti</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">gruppi della morte</span></i><span class="fs11lh1-5">. Questi gruppi, che sono nati molto presto su internet, sono luoghi virtuali di incontro per persone in difficoltà e in cerca di consigli, forum atti ad accogliere coloro che riscontrano problematiche nel comunicare all’interno della società reale o soggetti con tendenze suicide che trovano la loro “casa” in queste comunità virtuali. Infatti, questi gruppi sono stati inventati con l’intento di supportare persone problematiche. Gli amministratori e i moderatori favoriscono la creazione e il mantenimento di un ambiente non giudicante, instillano nei frequentatori sicurezza, li fanno sentire compresi, liberi di esprimersi, offrono aiuto a chi non è in grado di cercarlo o a coloro che non sanno a chi rivolgersi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Come spesso accade nella società reale, anche sul web possiamo rinvenire forme di devianza. Infatti, tra gli attuali diversi gruppi della morte che, come abbiamo visto prima, sono comunità nate con intenti positivi e indirizzati al benessere collettivo, troviamo anche quelli indirizzati al male. È il caso dei</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Suicide Apartment</span></i><span class="fs11lh1-5">, gruppi della morte presenti nel dark web[7] il cui intento è quello di favorire l’incontro di due soggetti con idee suicidarie disposti a togliersi la vita su Skype o anche solo in nome della fiducia reciproca[8]. Visitando questi gruppi, si trovano spesso riferimenti al Blue Whale. Per questo motivo - come si approfondirà in seguito nel paragrafo 1.5. - la Duma[9], in Russia, ha emanato una legge che punisce penalmente coloro che partecipano a queste</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">chat della morte</span></i><span class="fs11lh1-5">.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.4. Chi è Philipp Budeikin e perché “Blue Whale”</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma la domanda che tanti si pongono è:</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">perché?</span></i></div><div><span class="fs11lh1-5">Dietro a questo gioco dell’orrore vi è Philipp Budeikin, un giovane russo di ventitré anni studente di psicologia, ideatore del Blue Whale. Budeikin, arrestato a San Pietroburgo nel maggio 2017 e ora detenuto con l’accusa di istigazione al suicidio, si faceva chiamare sui social con il nickname “Lis”, che significa</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">volpone</span></i><span class="fs11lh1-5">. In tribunale ha confessato di non essere assolutamente pentito per ciò che ha fatto, anzi: «Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società. Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza.</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi. Un giorno capirete tutti e mi ringrazierete»[10].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Scopo di Budeikin era quello di ripulire la società facendosi accettare come leader da molti adolescenti deboli, confusi, magari con problemi psicologici o familiari, che trovavano nelle prove un senso di gratificazione, facendo sentire apprezzate bambine e giovani ragazze che, ancora oggi, non riconoscono il pericolo in cui si erano addentrate e fanno recapitare, ogni giorno, lettere d’amore al detenuto.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Altro nome conosciuto, associato a Philipp Budeikin, è quello di Yulia, o meglio, Eva Reich come preferiva farsi chiamare in chat. Questa ragazzina di soli tredici anni, ha sostenuto di aver anche lei contribuito alla «pulizia dell’umanità dai più deboli», ma è stata rilasciata in quanto sotto i limiti d’età per procedere per vie legali.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Blue Whale, letteralmente balena azzurra, rimanda al comportamento di questi cetacei che, senza un valido motivo, si spiaggiano sulle rive e la maggior parte delle volte, non essendo più in grado di rientrare in acqua, muoiono. I biologi marini attribuiscono le cause di questa tragica fine alla perdita dell’orientamento e, quindi, all’incapacità di muoversi nell’immensità dei fondali marini. Vi sono quindi due importanti similarità con la sfida del Blue Whale: si tratta di fenomeni di massa riguardanti fragili vite che si sentono diverse, lontane, isolate e non trovano una via di fuga. Persone disorientate, smarrite in una società poco solidale, giovani che si sentono estranei nel loro mondo. Si potrebbe fare riferimento, proprio sulla base di questi concetti, al pensiero di Èmile Durkheim, uno dei padri della sociologia, il quale, nel suo scritto più importante -</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Il Suicidio</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">- spiega come il suicidio sia un fatto sociale. L’uomo è perennemente condizionato dalla società anche nei suoi lati più intimi come, ad esempio, la scelta tra la vita e la morte. Ecco perché il suicidio per Durkheim rappresenta l’indice migliore per misurare il grado di integrazione individuale nella comunità (Durkheim, 1897).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.5. Come è stato affrontato in Italia e nel mondo</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">In Italia la notizia del Blue Whale Challenge si diffonde nel maggio 2017 con il servizio televisivo della trasmissione “Le Iene” in onda su Mediaset. Subito dopo questa puntata, una moltitudine di siti internet, telegiornali e giornali hanno ripreso la notizia sostenendo si trattasse di una bufala o di una leggenda metropolitana, scagliandosi contro il programma e accusandolo di invogliare i ragazzi a cimentarsi nella sfida del Blue Whale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In realtà, i giornalisti de “Le Iene” non sono i primi ad aver parlato del fenomeno in Italia. Già nel marzo 2017, quindi due mesi prima del loro primo servizio sul tema, alcune delle principali testate giornalistiche della carta stampata e del web, quali “La Repubblica”, “Il Giornale”, “Il Messaggero”, “GQ”, “Libero”, “Quotidiano.net” e molti altri, trattavano del fenomeno, allarmando i propri lettori. Questo perché il 4 febbraio 2017, a Livorno, è stato accertato il primo caso di Blue Whale nel nostro Paese riguardante un ragazzino di 15 anni che si è lasciato cadere dal palazzo più alto dalla città. Il 20 maggio 2017, poi, lo stesso stava per accadere a Pescara. Fortunatamente, in questo caso, le forze di polizia intervenute hanno salvato la tredicenne che aveva assolto tutti i compiti dati da 49 delle 50 regole e che avrebbe dovuto ultimare il suo percorso, suicidandosi, il giorno seguente. È stata la ragazza stessa a dichiarare «si è vero, ho partecipato al Blue Whale».</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel periodo successivo al mese di marzo 2017, mese in cui le testate giornalistiche prima citate pubblicano del Blue Whale, mentre in Italia ci si interroga ancora sull’effettiva esistenza del fenomeno, nel resto del mondo le forze di polizia e le istituzioni sanitarie combattono quotidianamente questo orribile e macabro gioco, mettendo in atto campagne di sensibilizzazione per prevenirlo e contrastarlo. Ne è un esempio un famoso spot pubblicato in rete, che riprende una bambina con una balena incisa sul braccio che piange in cima ad un tetto prima di lasciarsi cadere nel vuoto. A questa tragedia assiste la sua anima avvilita dal pensiero del dolore che questo gesto provocherà nelle persone a lei care.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In Russia, il co-fondatore dell’Associazione “Salviamo i bambini dai crimini informatici” ha sempre sostenuto che parlarne non può che essere un bene per il contrasto al fenomeno. Parlare significa prevenire, conoscere e rendere la gente consapevole di ciò che sta accadendo. Sempre in Russia, nel giugno 2017, è stato arrestato Ilya Sidorov, curatore di ventisei anni reo confesso, che ha ammesso di aver adescato, tramite chat della morte, trentadue ragazzine minorenni, dando loro i compiti di causarsi danni alla salute con l’obiettivo di portarle al suicidio. Ecco le sue parole: «Ero curatore e davo istruzioni alle bambine, tramite i social e internet. Le istruzioni consistevano nel tagliarsi le mani, svegliarsi alle 4.20 del mattino…». Questa notizia è stata trasmessa dai principali telegiornali, sui più importanti siti internet e dalle maggiori agenzie di stampa della Federazione Russa. Il Ministero degli Interni russo, per voce del colonnello Irina Volk, trasmise anche un comunicato ufficiale. Riguardo alla situazione, il deputato del Parlamento Irina Yarovaya ha sostenuto con forza che il Blue Whale è una vera e propria «guerra contro i bambini» e «un’attività criminale organizzata e intenzionale». La tenacia della Yarovaya ha portato il Governo russo ad approvare un decreto in cui vengono inasprite le pene per chiunque istighi al suicidio giovani ragazzi o promuova azioni pericolose che possono portare i minori alla morte. Vladimir Putin, per scoraggiare i malintenzionati del web, ha firmato, il 28 aprile 2017, una legge sulle responsabilità penali per la creazione di questi gruppi della morte, inasprendo le pene fino a sei anni di reclusione. Nello stesso periodo, in Inghilterra, la testata del “The Times” londinese pubblicava la notizia “Un postino russo ha trascinato gli adolescenti nel Blue Whale”. E ancora, in Albania, vengono sviluppate diverse campagne di sensibilizzazione per informare la popolazione e, in particolare, i giovani, i genitori e gli insegnanti. Uruguay, Equador e Hong Kong iniziano ad adottare dei sistemi di prevenzione. In India emergono i primi casi di suicidio riconducibili al gioco della morte. Negli Stati Uniti, la CNN e la BBC ne parlano continuamente, illustrando almeno 5 casi di Blue Whale accaduti a Buenos Aires. In Ucraina, dopo accurate indagini, vengono accertati almeno 35 casi. In Europa, si muove anche la Francia che istituisce campagne a scopo preventivo tramite i social, la televisione e i giornali. Il Ministero dell’Istruzione diffonde una circolare in tutto il Paese per allertare la popolazione in relazione al macabro gioco, secondo la filosofia che “parlarne significa che lo si sta già combattendo”. In Spagna e in Portogallo, i ministeri dell’interno emanano un comunicato ufficiale in cui manifestano piena disponibilità a cooperare con varie istituzioni per prevenire e reprimere il fenomeno criminale.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">1.6. La situazione in Italia</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche in Italia le misure operative contro il Blue Whale non hanno tardato ad arrivare. Il Ministero dell’Interno e varie organizzazioni governative e non governative, infatti, hanno messo in atto strategie di prevenzione e controllo volte ad aiutare i giovani, evitando loro di cadere nella trappola mortale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel quadro delle attività preventive sopra descritte, la Polizia postale ha elaborato cinque regole positive contro il Blue Whale indirizzate ai ragazzi, ai genitori e agli attori sociali impegnati sul fronte dell’educazione:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">è necessario dialogare in famiglia e nelle principali sedi educative sul mondo di internet, dei rischi che può portare un uso scorretto del web e del fenomeno del Blue Whale ascoltando anche il parere dell’adolescente;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">bisogna prestare attenzione ai cambiamenti nella vita dell’adolescente, quali rendimento scolastico, amicizie, ciclo veglia-sonno ecc.;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">mai sottovalutare ciò che viene raccontato dall’adolescente. Ciò che agli adulti può sembrare poco importante, magari può essere fondamentale per il ragazzo o la ragazza;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">fondamentale è denunciare chiunque attenti alla vostra vita e al vostro benessere, anche se tramite una chat; fondamentale è parlarne con qualcuno e chiedere aiuto;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">è utile controllare ed informarsi sui gruppi ai quali si viene aggiunti nei social network.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Anche i social si stanno attrezzando per reprimere il fenomeno e per dare aiuto ai giovani in difficoltà. Su Facebook, Instagram, Twitter e Tumblr sono stati creati veri e proprio centri di assistenza dedicati a coloro che vivono situazioni di sofferenza interiore o che hanno tendenze autolesionistiche o idee suicidarie. Su Instagram si è persino diffuso lo slogan #fermiamolabalena, ideato dalla Casa Pediatrica ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano, dall’Osservatorio Nazionale sull’Adolescenza e da Pepita Onlus.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2. Adolescenza, web e rischi connessi</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.1. Adolescenza annoiata: un ossimoro?</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel nostro tempo, per spiegare alcuni dei più preoccupanti comportamenti devianti e/o criminali messi in atto dagli adolescenti, il termine più utilizzato da psicologi, psichiatri, sociologi e pedagogisti è “noia”. Di questo stato puramente psicologico di demotivazione, fastidio e tristezza, se ne parlava già nella Roma antica. Nel secondo secolo, l’imperatore Marco Aurelio, noto per essere stato anche un grande filosofo, affermava che una delle più comuni malattie che può affliggere l’essere umano è l’insoddisfazione, quella sensazione che manchi qualcosa. Una volta preda della noia, l’individuo cerca di spronarsi ma questo non fa altro che portarlo all’inquietudine e, alla fine, alla consapevolezza dei propri insuccessi. Così, egli prova in tutti i modi a fuggire da se stesso dedicandosi ad attività che lo distraggano per superare la noia di vivere[11]. Ciò nonostante, se da un lato possiamo affermare, senza l’apporto di ulteriori disquisizioni psicologiche, che il pensiero di Marco Aurelio costituisca la rappresentazione plastica della condizione di certi adulti provati da particolari vissuti emotivi, di anziani che vivono in solitudine, di tossicodipendenti o di soggetti affetti da depressione[12], dall’altro risulta difficile credere che un adolescente possa essere vittima di noia cronica. Infatti, l’adolescenza, pur essendo una fase assai critica dello sviluppo umano caratterizzata da imponenti modificazioni psicologiche e somatiche, dal superamento dell’egocentrismo infantile e dal forte desiderio di distaccarsi dalle figure genitoriali per scoprire il mondo “là fuori”, è il periodo in cui un individuo dovrebbe manifestare sentimenti diametralmente opposti alla noia. Vero è che l’adolescente può facilmente alternare periodi di grande fervore, eccitazione e spregiudicatezza ad altri di scoramento, delusione e noia, ma in questo contesto di fragilità e alternanza di stati d’animo, l’elemento cardine della sua esistenza resta sempre la voglia di vivere esperienze costruttive e gratificanti. La noia, infatti, costituisce un brevissimo periodo utile alla riflessione, l’anticamera di una nuova fase dello sviluppo personale, perché se si è annoiati significa che le solite attività hanno perso il loro fascino. Così, dopo un brevissimo periodo di noia, si attiva la spinta a ricercare nuovi interessi e nuove passioni che favoriscono la crescita. Questa fotografia, però, appare assai sbiadita nel momento in cui ci si trova ad interrogarsi sulla dilagante noia negli adolescenti di oggi che li porta, in alcuni casi, ad adottare stili di vita e comportamenti antisociali e/o autodistruttivi.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.2. “Web generation”</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Tra i moderni “luoghi” di socializzazione sotto la lente di ingrandimento delle istituzioni, dei diversi enti e degli esperti che si occupano di devianza giovanile, quello che attualmente possiede lo status di “sorvegliato speciale” è sicuramente il controverso mondo virtuale, il web e le sue immense potenzialità. Ma prima di parlare dei pericoli correlati al web, è necessario partire da alcune considerazioni relative alla fase dell’adolescenza in virtù dei significativi mutamenti verificatisi non solo nella modalità, ma anche nei tempi in cui si esprime questa fase dello sviluppo nell’odierna ipertecnologica società.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’arco temporale dell’adolescenza, fino a pochi anni fa era definito tra gli 11-12 anni e i 18-19 anni di età nelle ragazze e tra 12-14 anni e i 20-21 anni nei ragazzi. In media, la pubertà[13] iniziava a manifestarsi intorno ai 14 anni. Oggi, invece, nel mondo occidentale, la pubertà esordisce all’incirca a 10 anni. Un recente studio condotto presso il Centro per la salute degli adolescenti del "Royal Children’s Hospital" di Melbourne da Susan Sawyer e colleghi, ha evidenziato che le ragazze hanno già la prima mestruazione tra gli 8 e i 10 anni e che, nel Regno Unito, una ragazza su due è già pienamente sviluppata a 12 anni. L’anticipazione della pubertà deriva da migliori condizioni di vita, ma da contraltare a questo dato incoraggiante vi sono delle problematiche di carattere sanitario. Infatti, una pubertà precoce può dare luogo ad anomalie del comportamento, all’insorgenza di depressione e ad un aumento del rischio di sviluppare patologie cardiache o alcuni tipi di tumore (Sawyer et al., 2018). Da un duplice punto di vista, sanitario e sociale, sono inoltre da tenere in grande considerazione il pericolo di rapporti sessuali a rischio nonché quello di gravidanze indesiderate, considerato il fatto che lo sviluppo del corpo risulta notevolmente più avanti di quello della mente. Sempre nello stesso studio di Sawyer, viene confermato quanto già riscontrato da diverso tempo, cioè il procrastinarsi del periodo adolescenziale che, oggi, si spinge mediamente fino ai 24 anni di età. L’adolescenza comincia presto e termina tardi e le cause principali di quest’ultimo dato sono soprattutto il prolungamento degli studi, la crisi occupazionale, il precariato e gli elevati costi per affittare o comprare una casa. I giovani neomaggiorenni restano in famiglia, rischiano di essere “infantilizzati” dai genitori e di rimanere “incastrati” in un ruolo sociale che li lega ancora al mondo dei ragazzi anziché spingerli verso quello degli adulti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Quando si pensa all’adolescenza come una “semplice fase della crescita”, si commette l’errore di ridurre ai minimi termini il vero significato umano e sociale di un delicatissimo periodo dello sviluppo del futuro adulto. Anzi, a pensarci bene, l’attenzione verso gli adolescenti nasce soprattutto quando essi iniziano a dare problemi. L’adolescenza è già di per sé una fase assai critica dell’esistenza umana, sia da un punto di vista psicologico che biologico, un periodo di importanti e imponenti cambiamenti interiori ed esteriori che, oggi, risultano non adeguatamente supportati dalle agenzie di socializzazione, famiglia in primis. Nella nostra epoca, caratterizzata da complessità e continue quanto repentine trasformazioni, i punti di riferimento sono labili o risultano assenti invece che essere chiari e stabili. Anziché fornire agli adolescenti le regole, anche forti, e i punti di riferimento di cui hanno bisogno e ai quali hanno parimenti diritto, spesso la società sceglie il metodo più sbrigativo per chiudere la “pratica” con diverse etichette: sono scansafatiche, non hanno obiettivi, non vogliono responsabilità, non hanno intenzione di crescere ecc. In verità, ciò che sono i ragazzi oggi è il prodotto della deresponsabilizzazione attuata dalla società stessa. Infatti, agli adolescenti non si chiede mai nulla e non gli si affidano ruoli o compiti di responsabilità. L’invito è sempre quello di studiare al fine di ottenere una buona posizione lavorativa, comportarsi in modo educato per farsi voler bene e raggiungere il successo personale, con buona pace di chi pensa che la natura umana sia “sociale” e che i successi raggiunti dall’umanità nel corso di migliaia di anni siano frutto della cooperazione e non dell’individualismo. Così facendo, la società non tiene conto minimamente del fatto che la fisiologia umana e, quindi, la salute, dipendono dalle relazioni sociali, quelle stabili e nel mondo reale. Infatti, la qualità dei rapporti interpersonali gioca un ruolo fondamentale sulle cellule e sulle intere strutture cerebrali. Se le relazioni sociali funzionano adeguatamente, garantiscono il massimo sostegno psicofisico non solo al gruppo ma anche al singolo individuo (Blanco, 2016). Invece, la carenza di relazioni sociali vere e nel mondo reale, che comporta l’assenza di adeguati stimoli o sollecitazioni, porta inevitabilmente ad escludere l’adolescente dalla società, facendogli provare un senso di vuoto che, oggi, il ragazzo o la ragazza possono colmare con smartphone, tablet, pc, videogiochi e tutto ciò con cui è possibile collegarsi a internet (Costanzo, 2017). Così, le relazioni con la società reale si indeboliscono e si rafforzano quelle con la società virtuale, dove per gli adolescenti è possibile sperimentarsi, costruire degli ideali e condividere le proprie passioni. Il web diventa il posto privilegiato per socializzare in modo sicuro, tanto è che oggi si parla di</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">web generation</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">per denominare gli attuali adolescenti. Da qui ne deriva la circostanza che le regole sociali diventano quelle apprese direttamente o indirettamente sul web e che l’identità viene costruita attraverso i personaggi della Rete anziché con i naturali modelli di riferimento come possono essere i genitori, i fratelli maggiori, gli insegnanti ecc. La vita viene vissuta alla giornata e non vi è né progettualità né visione del proprio futuro. In questo modo, i ragazzi sono liberi di non impegnarsi e di vivere pensando di poter essere, dire e fare ciò che vogliono e di poter ottenere subito ciò che desiderano, avendo la sensazione, perlomeno iniziale, di avere tutto sotto controllo. In realtà, però, essi rischiano di spingersi verso l’isolamento, l’insoddisfazione e/o la noia. Il paradosso è che il benessere ha generato situazioni di malessere tra i giovani (Ulivieri, 1997). Gli adolescenti non han più la necessità di soddisfare i propri bisogni materiali ma, al contempo, non sono in grado di chiarire quali, invece, siano i loro desideri a parte quello dell’“apparire”.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.3. Sfuggire alla noia di vivere strizzando l’occhio alla morte</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Tradizionalmente, si ritiene che gli adolescenti più a rischio siano quelli che hanno problemi di abuso di sostanze stupefacenti o alcol ovvero che sono vittime di abusi familiari o persecuzioni. Oppure, ancora, che vivono in situazioni di degrado sul piano economico e sociale. Purtroppo, questo modello, negli ultimi anni, si allinea sempre meno con la realtà. Infatti, sono sempre più i ragazzi a rischio che poco o nulla hanno a che fare con le situazioni sopra descritte ma che si producono ugualmente in comportamenti che denunciano dei veri e propri disturbi della condotta[14]. Tra questi comportamenti, quelli che negli ultimi anni destano particolare preoccupazione e che si stanno lentamente ma costantemente diffondendo tra gli adolescenti, sono i cosiddetti “giochi estremi”, pratiche dettate da mode folli che terminano non di rado in ospedale, lasciando segni talvolta indelebili sia sul piano fisico che psichico. A volte, poi, questi giochi si concludono nel modo più tragico, cioè con la morte del giocatore o di poveri innocenti finiti per caso in queste raccapriccianti attività “ludiche” messe in campo da ragazzi che non sanno più come distrarsi ed entusiasmarsi. Ragazzi che gustano la vita al meglio solo quando di mezzo c’è il proibito, l’eccesso, il pericolo, la violenza, il dolore e, non da ultima, la popolarità, visto che molto spesso i video di giochi o sfide estremi vengono poi diffusi sul web.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Qui di seguito, un elenco di alcuni giochi e/o sfide estremi praticati anche in Italia[15].</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Choking game (Space monkey). Consiste nel provocare la perdita di coscienza per soffocamento al fine di raggiungere uno stato di euforia. Un giocatore esercita una pressione sulla carotide dell’altro giocatore e l’ipossia che ne deriva provoca una perdita dei sensi temporanea. Quando il giocatore strangolato rinviene, prova uno stato di stordimento e, al contempo, una piacevole euforia. In pratica è un modo per “sballarsi” senza assumere sostanze.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Batmanning, la moda ispirata al famoso supereroe della “DC Comics”. Il giocatore si appende con i piedi e resta a testa in giù. Questa posizione provoca delle modificazioni fisiologiche che sfociano nell’annebbiamento delle facoltà sensoriali e nella modificazione del battito cardiaco. Purtroppo, non sono infrequenti le rovinose e pericolosissime cadute a terra del giocatore che si prodiga in questo gioco.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Horsemanning. Anche se poco diffuso, considerato che prevede la cooperazione di più giocatori, consiste nel farsi fotografare in posizioni in cui sembra di essere stati decapitati.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Owling (da “owl”, gufo), uno dei giochi più recenti. Consiste nel farsi immortalare accovacciati nei posti più strani, come su un tavolo, una lavatrice o su sostegni molto più pericolosi, anche a diversi metri di altezza.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Planking. Anche qui si tratta di essere fotografati o ripresi sdraiati in posti o situazioni strani. Data l’apparente innocuità del gioco, sembra che tale pratica sia stata motivo di danneggiamenti a persone e cose, tanto è che in alcuni Paesi del mondo la polizia ha dovuto arrestare i giocatori.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Eyeballing. Consiste nel versarsi della vodka negli occhi. È una pratica che spopola sul web, nata negli ambienti universitari inglesi e diffusasi rapidamente anche negli Stati Uniti. In seguito all’insano e pericolosissimo gesto, il giocatore inizia a urlare dal dolore e, in taluni casi, perde i sensi. Il motivo del gioco è dovuto alla credenza che l’alcol, attraverso i bulbi oculari, arrivando più rapidamente nel sangue, consenta di ubriacarsi molto più velocemente. I medici, invece, sostengono che sia come gettarsi candeggina negli occhi e che vengano provocate serie lesioni alla cornea con compromissione del senso della visione. Per quanto concerne lo “sballo”, i medici dicono che si tratti di un effetto a livello locale, in quanto la pesante irritazione degli occhi provoca la distorsione della visione.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il binge drinking. È assai diffuso tra i giovani ed è molto pericoloso. Consiste nel bere almeno cinque alcolici in meno di due ore a digiuno. Questa pratica proviene dal Nord Europa e, negli ultimi dieci anni, si è diffusa in Italia coinvolgendo massicciamente i nostri adolescenti.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Balconing. È un fenomeno nato a Ibiza e Maiorca (Spagna) nei primi anni del Duemila ma diffusosi significativamente nell’estate del 2010. Consiste nel concludere una notte a base di alcol e/o stupefacenti lanciandosi da terrazze e balconi degli alberghi nelle piscine di questi, oppure saltare da un balcone all’altro. Talvolta il “gesto atletico” non va a buon fine e il giocatore si schianta al suolo.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Plumbking. Consiste nel mettersi a testa in giù nella tazza da bagno, celando il capo all’interno della tazza.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Oltreoceano, negli Stati Uniti, non stanno meglio, anzi. Infatti, si registrano giochi e/o sfide assai pericolosi che, a quanto risulta, ancora non sono stati “sdoganati” in Italia. Qui di seguito alcuni di essi[16].</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Cinnamon challenge. La sfida è quella di ingoiare un cucchiaio di cannella in meno di un minuto senza bere acqua. Se una dose della spezia finisce accidentalmente nei polmoni, si rischiano serie irritazioni o, addirittura, lesioni permanenti. Se poi lo sfidante è un soggetto asmatico, la sfida può anche risultare fatale.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Backpack challenge. Consiste nel passare tra due file di compagni di scuola che, con i loro zaini pesanti, colpiscono il giocatore per farlo finire a terra. È inutile dire che, se lo zaino contiene oggetti pesanti e/o con spigolosità, si rischiano traumi anche gravi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Salt and ice challenge. La sfida consiste nel cospargersi una parte del corpo con il sale e poi applicare sopra di essa un cubetto di ghiaccio. Si rischiano ustioni anche di secondo grado.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">The condom snorting challenge. Lo sfidante deve infilare un preservativo nel naso e farlo uscire dalla bocca. Il rischio è che il condom resti incastrato nella trachea provocando il soffocamento.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">A tutte queste sfide, si aggiungono le sfide più “tradizionali”, come ad esempio quelle in cui vince chi beve la maggiore quantità di alcolici. Ovviamente, tutte le sfide sono rigorosamente riprese con lo smartphone e poi pubblicate sul web.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.4. Narcisismo 2.0</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">«In futuro tutti avranno il loro quarto d’ora di notorietà». Questa la frase profetica più azzeccata da Andy Wharol[17], padre della pop art americana, per descrivere il nostro tempo, quello dei</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">social</span></i><span class="fs11lh1-5">[18].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In Italia e nel mondo l’utilizzo e la diffusione dei social non conoscono crisi. In Italia, dal 2017 ad oggi (rilevazione marzo 2018), gli utenti sono cresciuti del 10% raggiugendo il numero di 34 milioni. In sostanza, il 57% della popolazione è presente in modo attivo sui social. Il social media più utilizzato è YouTube con il 62% di utenti; a seguire troviamo Facebook (60%), WhatsApp (59%), Facebook Messenger (39%), Instagram (33%), Google+ (25%) e Twitter (23%). Per quanto riguarda la fascia che ci interessa, quella tra i 13 e i 24 anni, gli utilizzatori di Facebook sono appena l’11% del totale (solo il 2% nella fascia compresa tra 13 e 17 anni). In relazione al sesso degli utilizzatori dei social, non si riscontrano significative differenze tra maschi e femmine. In media, un italiano trascorre sei ore al giorno online, due delle quali utilizzando un social. Contrariamente al resto del mondo, dove Facebook conta il maggior numero di utilizzatori, in Italia questo primato viene conteso con YouTube. Instagram, tra i social network, è il meno utilizzato, mentre i servizi di messaggistica più usati sono WhatsApp e Facebook Messenger[19].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’analisi di queste statistiche è però necessario tenere in considerazione il fatto che nessuna delle piattaforme social ha un sistema di controllo dell’età dichiarata. Ad esempio, pare che molti degli utilizzatori di Instagram siano ragazzi minori di 13 anni. Infatti, tra i ragazzi delle scuole medie inferiori, quindi tra gli 11 e i 13 anni, quelli che utilizzano Facebook, rispetto a soli 5 anni fa, sono diminuiti drasticamente. Al contrario, è cresciuto a dismisura il numero degli adolescenti che utilizzano Instagram. Questo dato deve farci riflettere, in quanto Instagram è un social basato principalmente sull’interazione attraverso immagini piuttosto che sullo scritto. Ciò suggerisce quanto, oggi, soprattutto fra i più giovani, sia importante l’immagine e, quindi, comunicare principalmente attraverso di essa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto riguarda gli altri Paesi d’Europa, nel 2016, nel Regno Unito, la BBC ha condotto un’indagine su 1200 adolescenti di età compresa fra i 13 e i 18 anni, rilevando che ben il 96% di essi erano iscritti ad almeno un social. Tra i minori di 13 anni, la percentuale era ancora molto alta: il 73%, nonostante il divieto di utilizzo dei social per i ragazzi al di sotto di questa età[21].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A livello mondiale ogni anno il numero di iscritti ai social cresce vertiginosamente. Miliardi di persone nel mondo (e decine di milioni in Italia), ogni giorno pubblicano, anche in modo dettagliato, fatti e foto della propria vita aspettando i “like”. C’è chi pubblica ogni tanto ma c’è anche chi passa giorno e notte a controllare “pollici all’insù” o se ci sono nuovi followers[22]. C’è chi dorme pochissime ore e c’è anche chi lascia l’avviso acustico delle notifiche attivato, svegliandosi nel cuore della notte per controllare il proprio profilo social sullo smartphone posto sul comodino (se non addirittura sotto le coperte). Negli ultimi anni gli psicologi si stanno interrogando sui motivi dell’esplosione di questo desiderio di mettersi in mostra per ottenere consenso e ammirazione, in quanto i dati suggeriscono che siamo in presenza di una sorta di epidemia di disturbo narcisistico di personalità, un disturbo della personalità caratterizzato da idee di grandiosità, bisogno costante di ammirazione e mancanza di empatia. Questa tipologia di disturbo non è stata ancora ben inquadrata sotto il profilo delle cause scatenanti, ma alcuni psicologi sostengono che un ambiente di crescita in cui le figure genitoriali tendono ad elevare le doti dei propri figli, evitando al contempo qualsiasi critica nei loro confronti, possa portare i ragazzi a sperimentare comportamenti narcisistici già nell’infanzia (Groopman e Cooper, 2006). La personalità narcisista funziona per mezzo del potenziamento e del mantenimento del senso di autostima (Thomas et al., 2009), pertanto il bisogno costante di convalida sociale si trasforma in pensieri e comportamenti patologici (Wright, 2014) che, il web, può amplificare.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il termine “narcisismo” deriva dal mito greco di Narciso, quello che meglio rappresenta il primato dell’immagine. Narciso era bellissimo e di lui si innamorò perdutamente la ninfa Eco la quale, però, venne veementemente respinta. Per il dolore, Eco si ridusse ad un’ombra e di lei rimase soltanto una voce che produceva lamenti strazianti. Così Nemesi, la dea che puniva le debolezze degli uomini, udendo i lamenti di Eco, si adoperò per vendicarla facendo in modo che Narciso si specchiasse in una pozza profonda d’acqua su cui si era chinato per bere. Quando Narciso vide la sua immagine riflessa, si innamorò del ragazzo che stava fissando, senza rendersi conto che si stava semplicemente specchiando. Dopo qualche tempo, Narciso realizzò che il ragazzo di cui si era innamorato era egli stesso, così, consapevole che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, si lasciò morire[23].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da un punto di vista sociale, la marcata diffusione dei social mette in luce l’emergere di un nuovo narcisismo in cui la magnificenza e la perfezione dei rapporti interpersonali in rete esaltano l’immagine a discapito delle interazioni umane che vengono del tutto spersonalizzate. In questa nuova cultura, la memoria collettiva viene affidata allo smartphone, al tablet o al pc attraverso foto e video, mentre i discorsi vengono sempre più messi da parte e le uniche espressioni che si leggono restano quelle precedute dagli</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">hashtag</span></i><span class="fs11lh1-5">[24]. Come Narciso che si innamora del bellissimo ragazzo che vede nella pozza d’acqua e che non è reale, anche chi utilizza i social per nutrire il proprio ego, la propria autostima, ama quell’immagine che ha nel mondo virtuale. Un’immagine che non potrà mai essere reale ma che continua ad essere coltivata portando inesorabilmente verso la dissociazione dalla realtà e all’isolamento. Il narcisismo, inoltre, va di pari passo con l’individualismo. Possiamo ritrovare l’espressione di questa nuova cultura anche nelle nuove modalità in cui parliamo e scriviamo. Ad esempio, una ricerca condotta su “Google Books” ha evidenziato che anche sui libri vengono sempre più utilizzati pronomi singolari (Twenge et al., 2014). Tutte queste evidenze ci riportano agli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. Negli anni Settanta, Christopher Lasch coniava l’espressione</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">narcisismo culturale</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">per spiegare come la società dell’epoca promuovesse l’individualismo invitando le persone a focalizzarsi su sé stesse, sostenendo i culti della fama e della celebrità unitamente al timore della vecchiaia e delle relazioni a lungo termine. Poi, negli anni Ottanta, venne alla luce l’espressione</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">individualismo espressivo</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(Ballah et al., 1985), una sorta di epidemia culturale che incoraggia le persone a focalizzarsi su di sé, enfatizzando le proprie emozioni ed espressioni e contrapponendosi alla collettività (Paris, 2014).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Allo stato attuale, i pareri all’interno della comunità scientifica al riguardo della correlazione tra narcisismo e social non sono univoci. Ciò nonostante, negli ultimi vent’anni gli studi sulle correlazioni tra narcisismo e web suggeriscono di tenere alta la guardia, soprattutto perché i social, in modo particolare quelli legati all’immagine, sono sempre più utilizzati da bambini e ragazzi nella delicatissima fase della prima adolescenza.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.5. Dipendenza 2.0</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Fin qui si è visto come i moderni strumenti di interazione virtuale, soprattutto gli smartphone che sono sempre in tasca, possano causare una disconnessione dal mondo reale, portando le persone a isolarsi, a vivere in funzione della propria immagine, a nutrirsi voracemente di consensi virtuali e, quindi, a rischiare di sconfinare in comportamenti di matrice narcisistica. Ora vediamo come si realizza la dipendenza dal web[25], inquadrata dal punto di vista medico come</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">dipendenza da internet</span></i><span class="fs11lh1-5">, in inglese</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">internet addiction disorder</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">(IAD).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">L’espressione “internet addiction disorder” si deve allo psichiatra newyorkese Ivan Goldberg che la inventò di sana pianta nel 1995 per criticare, sulla propria bacheca della rivista scientifica online “PsyCom.net”, i rigidi criteri diagnostici della nuova edizione dell’epoca, la quarta, del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM)[26]. Goldberg tutto si sarebbe aspettato tranne che di scoperchiare il cosiddetto “vaso di Pandora”. Infatti, nella sua nota, lo psichiatra paragonò la dipendenza dal gioco d’azzardo alla dipendenza da sostanze, circostanza oramai acclarata, e, in modo ironico, citò anche la dipendenza da internet. Immediatamente, la bacheca di Goldberg fu letteralmente inondata di commenti di persone che erano rimaste intrappolate nella rete e avevano disperatamente bisogno di aiuto. Lo stesso Goldberg non credeva potesse esistere una vera e propria dipendenza da internet ma, piuttosto, un suo uso eccessivo (Dalal e Basu, 2016). Invece, il problema era assai serio e diffuso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">La dipendenza da internet è un disturbo del controllo degli impulsi[27]. Le persone che ne sono affette, fanno un uso sregolato e patologico di qualsiasi strumento tecnologico collegato alla Rete che le può portare, quando non sono connesse, a sintomi di astinenza e isolamento sociale nonché a compromettere le relazioni sociali, da quelle più intime a quelle lavorative. Il soggetto dipendente da internet, quando è in astinenza manifesta irritabilità, attacchi di ansia e stati depressivi (Young, 1996a). Alcuni soggetti possono arrivare a trascorrere intere giornate e nottate su internet senza mai disconnettersi e ad ignorare le normali attività, anche quelle essenziali. L’uso eccessivo di internet è spesso collegato al bisogno di colmare vuoti affettivi e/o la solitudine oppure alla necessità di sfogare le frustrazioni. Infatti, per molti il web è una vera “valvola di sfogo” delle emozioni negative provate nella vita reale. Così, il web diviene il “luogo” ideale per dissociarsi da una realtà avversa o percepita come tale, un posto senza confini dove anche il tempo perde il suo significato e valore e dove perdersi risulta quanto mai piacevole. Il web sembra avere un effetto anestetico che dona alla mente e al corpo sollievo rispetto al male di vivere. Naturalmente esiste anche la possibilità che la dipendenza da internet sia una conseguenza di disturbi psichici già in atto o verso i quali il soggetto interessato sia innatamente predisposto, come la depressione (Fortson et al., 2007), i disturbi d’ansia (Black e Shaw 2008), il disturbo bipolare, il gioco d’azzardo patologico, la sindrome da deficit di attenzione (Ha et al., 2006) e la fobia sociale (Yen et al., 2007). Infine, è da evidenziare che, dopo l’avvento degli smartphone, le cose si sono ulteriormente complicate. Infatti, la disponibilità di uno strumento portatile che si collega a internet, ha portato moltissimi soggetti dipendenti a sviluppare una particolare nevrosi[28] che è stata chiamata</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">nomofobia</span></i><span class="fs11lh1-5">[29]. In mancanza del proprio smartphone o tablet, chi ne soffre può manifestare crisi ansiose quando non c’è campo o quando la batteria dell’apparecchio si è scaricata (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ma qual è la situazione degli adolescenti italiani in merito alla dipendenza da internet? Nel 2017, l’“Associazione Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo” ha condotto un sondaggio online su un campione di 500 soggetti di età compresa tra 15 e 50 anni. Il 51% del campione nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 20 anni ha dichiarato di avere difficoltà a prendersi una pausa dagli strumenti collegati alla Rete, tanto da arrivare a controllare lo smatphone in media 75 volte al giorno. Il 7% ha dichiarato di arrivare fino a 110 volte al giorno. Ma ciò che preoccupa di più la comunità degli psichiatri, è il fatto che il 13% degli adolescenti costantemente connessi è a rischio dipendenza[30].</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.6. Il grooming</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Per grooming, dall’inglese “to groom”, in questo contesto ci si riferisce all’adescamento online[31]. In particolare, il grooming è la tecnica di manipolazione psicologica utilizzata da adulti nei confronti di adolescenti e bambini al fine superare le loro resistenze emotive e conquistare la loro fiducia. Di norma, il fine ultimo dell’adescatore è quello di instaurare una relazione intima e di carattere sessuale con il minore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I dati attuali ci dicono che il fenomeno del grooming è in aumento, anche a causa di comportamenti quanto meno incauti da parte dei minori in relazione alla privacy. Una ricerca commissionata nel 2017 all’IPSOS da parte di “Save the Children”, ha fatto emergere una situazione assai preoccupante che non riguarda solo gli adolescenti (campione di età compreso tra 12 e 17 anni), ma anche gli adulti (campione di età compreso tra i 26 e i 65 anni). Per cominciare, gli adolescenti ricevono il loro primo smartphone a 11 anni e mezzo, un anno di età in meno rispetto al dato del 2015. 9 intervistati su 10, tra adulti e ragazzi, non fanno nulla per proteggere la propria immagine online e sono ben disposti a far accedere le</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">app</span></i><span class="fs11lh1-5">[32] ai propri contatti, ritenendo che sia un giusto “prezzo” da pagare per avere in cambio un servizio (lo pensa il 90% di tutti coloro che utilizzano le app permettendo l’accesso ai propri contatti). Quasi il 10% degli adolescenti utilizza carte prepagate o sistemi di pagamento online per scommesse e giochi legali sul web vietati ai minori; oltre il 20% degli adolescenti invia foto o video intimi di se stesso a coetanei o adulti conosciuti in Rete, oppure attiva la webcam del proprio pc in cambio di regali. Sia adulti che ragazzi frequentano sempre più i social, avendo in media 5 profili a testa; il 95% degli adulti e il 97% degli adolescenti possiede uno smartphone e tutti hanno la consapevolezza del fatto che i loro dati vengono registrati ma non sanno esattamente quali. Solo il 18% degli adolescenti e il 14% degli adulti almeno una volta ha eseguito azioni efficaci per proteggere la propria immagine online, ma solo il 19% dei ragazzi e il 16% degli adulti usa bloccare su Facebook e WhatsApp i contatti indesiderati. Il 29% degli adolescenti e il 23% degli adulti reputa che sia sicuro condividere online foto e video intimi riservati perché “lo fanno tutti”; ben l’81% degli adolescenti e il 73% degli adulti pensa che, quando qualcuno condivide online qualcosa, abbia implicitamente fornito il consenso affinché il materiale sia diffuso. I risultati della ricerca sono a dir poco inquietanti, soprattutto per il fatto che sia gli adulti che i ragazzi hanno le medesime conoscenze e gli stessi livelli di consapevolezza al riguardo delle possibili conseguenze di comportamenti incauti. Infatti, «gli adulti dovrebbero esercitare un ruolo di guida in un contesto complesso e in continua evoluzione, come quello del mondo e delle tecnologie digitali», ha spiegato Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia-Europa di “Save the Children”. Invece, risulta che gli adulti ne sappiano quanto gli adolescenti se non meno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel 2015, sempre una ricerca condotta dall’IPSOA per “Save the Children” nel merito delle interazioni online, aveva evidenziato quanto segue: il 41% degli adolescenti interagisce anche con persone che non conosce direttamente; il 24% invia messaggi contenenti foto e video di stampo sessuale in gruppi in cui non conosce tutti i membri; il 33% si da appuntamento con soggetti conosciuti tramite questi gruppi. Questo ultimo dato evidenzia il rischio a cui si sottopongono gli adolescenti con il loro comportamento quanto meno spregiudicato, fatto di fiducia “sulla parola” data all’interlocutore virtuale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Ora veniamo al grooming nel suo aspetto più “tecnico”, ovvero nelle sue modalità di esecuzione da parte dell’adescatore online.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il grooming si realizza attraverso cinque passaggi. I primi quattro riguardano l’adescamento; il quinto, invece, serve all’adescatore per tenere “incatenato” il minore.</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">Contatto: avviene di norma tramite le chat di gruppi o giochi online o, semplicemente, con una richiesta di amicizia su un social. Iniziano le prime brevi conversazioni con la vittima.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Fiducia: l’adescatore inizia un paziente processo di interazione online con il minore per conquistarne la fiducia. Condivide ad esempio contenuti musicali, immagini o video che hanno a che fare con le passioni dell’adolescente, si mostra aggiornato sulle mode del momento e, per finire, cerca di capire se il ragazzo o la ragazza ha dei problemi. In tal caso, lo/la spinge amorevolmente a confidarsi mostrando tutta la sua comprensione.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Acquisizione di informazioni: dopo aver conquistato la fiducia della vittima, con accuratezza di linguaggio e senza destare sospetti l’adescatore cerca di informarsi su aspetti della vita del minore che non si possono desumere dal suo profilo. Ad esempio, le abitudini dell’adolescente, chi sono e cosa fanno i suoi familiari, tipologia del dispositivo fisso e mobile con cui comunica il ragazzo o la ragazza, grado di sicurezza del dispositivo e se lo stesso viene utilizzato e/o controllato dai familiari.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Esclusività: quando l’adescatore ha instaurato una relazione che, per il minore, appare del tutto genuina, comincia la fase dell’esclusività, una forma di relazione solida e impenetrabile ad altri soggetti esterni che apre la strada alla condivisione di contenuti sessualmente espliciti da parte dell’adescatore il quale chiede al minore di fare altrettanto. Se il minore è disponibile, potrebbe anche realizzarsi una relazione via webcam. L’adescatore rarissimamente si mostra in volto mentre convince l’adolescente a farlo mostrando altresì i suoi lati intimi. Inoltre, l’adescatore potrebbe chiedere un incontro di persona per conoscersi meglio e non è raro che ciò si verifichi.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Ricatto: se l’adolescente dovesse rendersi conto dell’errore che sta commettendo e volesse ritirarsi dalla relazione, potrebbe scattare, da parte dell’adescatore, la strategia del ricatto. Infatti, di norma, l’adescatore, dal momento del primo contatto, ha iniziato a collezionare “prove” a sfavore del minore e potrebbe minacciarlo di rivelarle ai suoi genitori o a persone che fanno parte del giro delle sue conoscenze nel mondo reale.</span></li></ol></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.7. Il suicidio 2.0</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">In base ai dati registrati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2015, nel mondo ogni anno muoiono circa 800 mila persone per suicidio, in media una persona ogni 40 secondi. Inoltre, il suicidio è la seconda causa di morte nei soggetti di età compresa tra i 15 e i 29 anni e i dati suggeriscono altresì che, per ogni suicida deceduto, potrebbero esserci stati almeno 20 casi di tentato suicidio[34].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Secondo la maggior parte degli studiosi in ambito medico-psichiatrico e psicologico, i soggetti che si suicidano sono persone che presentano delle psicopatologie, come disturbi dell’umore (depressione e manie) che possono sfociare in deliri, disturbi borderline di personalità[35], abuso di sostanze e disturbi della condotta. In tema di adolescenti, si stima che il rischio di suicidio sia tre volte maggiore in quei ragazzi che hanno una storia di abuso di sostanze in concomitanza con un disturbo depressivo (Brent et al., 1997). Esistono inoltre diversi studi i quali indicano che anche soggetti con disturbo narcisistico di personalità, affetti o non affetti da depressione (Stone, 1989; Sher, 2016), possano ricorrere al suicidio (Ronningstam e Maltsberger, 1998; Sher 2016). Ad ogni modo, dal punto di vista medico-psichiatrico le motivazioni del suicidio sono in parte un mistero, soprattutto perché i dati statistici forniscono ancora oggi delle informazioni assai contraddittorie e discutibili. Tuttavia, l’orientamento prevalente riguarda la sofferenza interiore, un dolore talmente grande a cui può porre rimedio unicamente l’estremo gesto di togliersi la vita.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da un punto di vista storico, invece, il suicidio risulta una pratica seguita dagli esseri umani di tutti i tempi. In alcune culture occidentali, in talune circostanze il suicidio era considerato un gesto eroico. Ad esempio, nell’antica Roma il suicidio era ritenuto un gesto nobile di coraggio finalizzato ad evitare di arrendersi al nemico. Inoltre, più recentemente, nell’Europa dei primi del Novecento, era diffuso e socialmente accettato il cosiddetto “suicidio d’onore”, un atto che consentiva di “lavare” colpe infamanti come tradimenti e debiti. Praticamente, la morte autoinflitta diveniva una sorta di “pagamento” dei propri conti in sospeso con la società. Per quanto riguarda le religioni, invece, il suicidio è stato sempre censurato e condannato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In merito alla nostra analisi sui suicidi correlati più o meno direttamente al web, è degno di nota un fenomeno chiamato</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">netto shinju</span></i><span class="fs11lh1-5">[36], una forma contemporanea di suicidio giapponese la cui espressione è nota da oltre un decennio. &nbsp;Il netto shinju si concretizza a partire dalla conoscenza di altri aspiranti suicidi attraverso il web, tramite gruppi social creati appositamente in cui ci si scambia consigli sui diversi metodi con cui togliersi la vita. In seguito, due o più soggetti scelgono luogo e orario per incontrarsi offline, recarsi sul posto insieme e, contemporaneamente e autonomamente, con lo stesso metodo (es. impiccagione) autoinfliggersi la morte (Ikunaga, 2013). Restando in Giappone, altri noti esperti, negli ultimi dieci anni, si sono particolarmente interessati allo studio delle cause del suicidio tra i giovani nipponici, in quanto, nella terra del Sol levante, i primi anni del Duemila hanno fatto registrare la nascita di diversi gruppi e forum, creati per far incontrare e interagire aspiranti suicidi, i quali sembrano aver provocato un numero impressionante di vittime. L’interesse degli studiosi per questa modalità suicidaria, come si è prima rappresentato, è stato ed è tuttora significativo. Infatti, i paradigmi classici non riescono a spiegare i caratteri distintivi di questo fenomeno del tutto nuovo in relazione al quale, ancora oggi, si hanno molte domande e poche risposte. Nei primi anni del Duemila è stato ipotizzato, innanzitutto, che alla base di questo fenomeno vi sia la paura del rifiuto e dell’isolamento che verrebbe compensata dalla connessione sociale che si realizza grazie alle infinite possibilità offerte dal web di conoscere altri soggetti che condividono le stesse idee, emozioni e aspirazioni (compresa quella del suicidio). In secondo luogo, si è supposto che l’estrema paura del rifiuto e dell’isolamento sia da addebitarsi soprattutto alla cultura nipponica, dove l’ego e il sé sociale sono strettamente legati. Ne emerge che il suicidio di “gruppo internet” (chiamato così negli studi effettuati) permetterebbe ad una persona di svanire e, al contempo, di avere una morte “comoda”, condivisa con altri e facilitata dal gruppo stesso (Ozawa-De Silva, 2010). In sostanza, si resta “connessi” anche nell’atto estremo senza tradire la propria cultura.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In Italia, nel 2011, Corrado De Rosa e colleghi del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Napoli “SUN” hanno condotto uno studio relativo alla diffusione dei siti internet dedicati al suicidio, evidenziando una certa facilità di reperimento e accessibilità di siti internet dedicati al tema. Sono state inserite in cinque dei più popolari motori di ricerca della Nazione le parole che potrebbero essere digitate con più facilità da un aspirante suicida ed è emerso che, la maggior parte dei siti che fornisce informazioni su come suicidarsi e che incoraggia al suicidio, sono sempre ai primi posti dei risultati delle ricerche (De Rosa et al., 2011)[37].</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Gli effetti “benefici” del web in relazione alla paura dell’isolamento e del rifiuto sociale, accomunano buona parte delle persone dipendenti da internet, soprattutto nella sua dimensione social, anche in Occidente. È da precisare, però, che l’uso del web, anche eccessivo, di per sé non provoca depressione o altre patologie. Se mai, se un soggetto è già predisposto a sviluppare un disturbo psichiatrico, divengono maggiori le possibilità che questo insorga a causa di fattori connessi alle interazioni e relazioni online. Infatti, il continuo rimuginare[38] sul fatto di non ricevere i consensi che ci si aspetta di ricevere, oppure di subire attacchi o denigrazioni, può portare chi è predisposto, anche da fattori sociali e ambientali, a sviluppare disturbi più o meno gravi come nevrosi, paranoia, ossessione o depressione. Quest’ultima, lo ricordiamo, è un importante fattore di rischio del suicidio.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">2.8. Possibili ipotesi sul suicidio nel Blue Whale challenge</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Allo stato attuale non si hanno ancora dati relativi alle condizioni di salute mentale o ai fattori di rischio sociali e ambientali dei ragazzi che si sono prodigati nel Blue Whale, né di quelli che lo hanno portato a termine, né degli altri che si sono salvati. Tanto meno si ha notizia di eventuali loro dipendenze da internet o sostanze stupefacenti ovvero disturbi della condotta. I genitori dei ragazzi morti suicidi in seguito alla “sfida della balena blu”, nelle loro interviste dipingono i loro figli come ragazzi normali che non avevano mai dato segni di disagio. Pertanto, l’analisi del fenomeno, in questa sede, si potrà operare da un punto di vista squisitamente ipotetico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Innanzitutto, il Blue Whale challenge sembra avere solo a tratti delle caratteristiche in comune con i suicidi di coloro che annunciano la propria dipartita sul web e si auto-riprendono con una telecamera nell’atto estremo di togliersi la vita davanti ai loro “followers”. Infatti, in questo caso, di mezzo non vi è una “sfida”, una gara, bensì il grido di dolore di un essere umano che, finalmente, può essere ascoltato e visto da decine se non centinaia di migliaia di persone. Ciò che potrebbe accomunare con ogni probabilità le due modalità di suicidio, è la precedente esposizione a contenuti video diffusi sul web in cui si vedono soggetti che si tolgono la vita divenendo una sorta di celebrità. In sostanza, in entrambi i casi, l’emulazione potrebbe essere il “volano” dell’ideazione suicidaria, dalle fasi preliminari sino al momento decisivo. Il suicidio annunciato e ripreso fin dalle sue fasi preliminari sul web, in modo che arrivino al protagonista continue “attenzioni” da parte del pubblico di followers, tra chi lo prega di non compiere l’insano gesto, chi lo stima per il coraggio e chi lo incita, appare come il cosiddetto “quarto d’ora di celebrità” profetizzato da Wharol (chiaramente della sua versione estrema). Invece, il suicidio nel Blue Whale challenge appare come l’atto finale di un durissimo percorso di riscatto sociale del protagonista. Infatti, si parla di “sfida”, una sfida che permette all’adolescente di uscire dalla noia, dall’isolamento o dall’emarginazione stimolando il suo bisogno di mettere alla prova sé stesso, raggiungendo oltremodo la popolarità (benché postuma alla sua morte). La “sfida” è la chiave di lettura del fenomeno del Blue Whale. Infatti, la sfida, da un punto di vista biologico è una caratteristica insita nei giovani esseri umani ancora non maturi sotto il profilo delle competenze sociali e, quindi, maggiormente inclini ad esporsi ai pericoli. A questo si aggiunge l’odierna visione del successo offerta dalla società, la quale fornisce, come già argomentato, l’idea di un mondo sempre più individualista dove è vincente chi “appare” meglio degli altri e che, per questo motivo, merita attenzione e ammirazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Il “sistema” studiato dall’inventore del Blue Whale challenge permette ai ragazzi più fragili, insicuri, con poca autostima e che si sentono isolati e/o emarginati, di avere, probabilmente per la prima volta, una figura di riferimento, il “curatore” (o “tutor”). Questa sorta di maestro, di “guida spirituale”, potrebbe essere colui che colma il vuoto creatosi con il mondo degli adulti, soprattutto con i genitori. Infatti, dobbiamo sempre tener presente che, anche se l’adolescenza costituisce una fase della vita in cui i ragazzi fanno di tutto per creare un distacco dai genitori, essi hanno comunque il bisogno di averli accanto, di sapere che ci sono. Talvolta, il vuoto creatosi nel rapporto tra figli e genitori viene colmato da altre figure importanti, come gli zii o i fratelli maggiori ma anche gli istruttori sportivi. Nel caso del Blue Whale, evidentemente tutti i possibili legami con le predette figure di riferimento sono falliti e il curatore ha campo libero per creare un rapporto esclusivo con i suoi “adepti”. Quindi è probabile che il curatore li faccia sentire amati, compresi, motivati, unici e pronti per iniziare l’“addestramento”. Come sappiamo, le prove iniziali del Blue Whale sono pressoché innocue ma si fanno via via sempre più rischiose e dolorose, mettendo certamente a dura prova i nervi del ragazzo il quale potrebbe anche rinunciare. Se l’adolescente continua, invece, è chiaro che avrà trovato dentro di sé delle risorse che credeva di non possedere. Questa scoperta gli donerà maggiore consapevolezza delle sue doti caratteriali e delle sue capacità, facendolo sentire sempre più forte e coraggioso. Si dice che, alla manifestazione di rinuncia da parte del ragazzo finito nella trappola del Blue Whale, segua la minaccia, da parte del curatore, di ritorsioni contro la sua famiglia. Tuttavia, è ragionevole credere che questa non sia la vera leva che spinge un adolescente ad arrivare fino in fondo. Infatti, non bisogna sottovalutare la circostanza che, un “lavaggio del cervello” fatto a dovere su un soggetto psicologicamente vulnerabile, sia più che sufficiente per creare una vera e propria dipendenza da una guida forte e dai suoi precetti. Il curatore potrebbe incarnare, in questo caso, l’</span><i><span class="fs11lh1-5">essere dall’immensa</span></i><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">potenza</span></i><span class="fs11lh1-5">, un’espressione usata dal famoso neuroscienziato Paul MacLean (1913-2007) per denominare il capobranco e spiegare la misura in cui i gruppi, compresi quelli umani, possano divenire completamente assoggettati ad esso. Secondo Michele Ernandes, ricercatore dell’Università di Palermo che ha ripreso la teoria di MacLean sull’essere dall’immensa potenza in uno studio sull’evoluzione, il nostro antenato</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Australopithecus afarensis</span></i><span class="fs11lh1-5">, vissuto fino a circa 3 milioni di anni fa, aveva un tipo di socialità costruita sulla figura del capobranco assoluto, cioè l’essere dalla immensa potenza, al quale gli appartenenti al gruppo dovevano sottostare. Quindi, l’</span><i><span class="fs11lh1-5">Homo sapiens</span></i><span class="fs11lh1-5">, a livello neurobiologico, conserverebbe ancora oggi quello schema di comportamento che continua ad esistere nonostante sia venuta a mancare, nel corso dell’evoluzione, la figura del capobranco assoluto (Ernandes e Giammanco, 1998; Blanco, 2015).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In virtù di quanto fino ad ora argomentato, si potrebbe supporre, pertanto, che il suicidio nel Blue Whale challenge sia determinato dalla concomitanza dei seguenti fattori:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">la presenza di disturbi psichiatrici o psicologici;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">una situazione sociale e/o ambientale sfavorevole (isolamento, emarginazione, mancanza di punti di riferimento ecc.);</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la cieca devozione nei confronti del curatore;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">il sentimento di invincibilità derivante dall’aver superato prove estreme;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">la prospettiva di essere ricordati per sempre per la forza e il coraggio dimostrati, guadagnando una sorta di immortalità.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">3. La ricerca sul campo: gap generazionale</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">3.1. Il metodo</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">La ricerca qualitativa è utilizzata, soprattutto in sociologia, per descrivere uno o più fenomeni in un determinato contesto. Nello specifico, «è un processo di indagine che si basa sulla comprensione di distinte tradizioni metodologiche di indagine per esplorare un problema sociale o umano. Il ricercatore costruisce una fotografia complessa e olistica, analizza le parole, riporta dettagliatamente il punto di vista degli informatori e conduce lo studio in un setting naturale» (Creswell, 1998). Il ricercatore, al fine di raccogliere informazioni, stabilire fatti e presentare testimonianze il più possibile autentiche e oggettive utilizza un’intervista</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">semi strutturata</span></i><span class="fs11lh1-5">, in cui le risposte sono assenti e l’insieme di atti di interrogazione è fisso. Questi, inoltre, presentano tra loro gradi differenti di standardizzazione[39] e direttività[40], nonché l’uso di sollecitazioni di natura diversa. La conduzione dell’intervista semi strutturata può essere di tipo</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">classico</span></i><span class="fs11lh1-5">(detto anche</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">tradizionale)</span></i><span class="fs11lh1-5">: si propongono delle domande in un ordine preciso che rispetta la logica dello svolgimento del tema, partendo da quesiti generali fino ad arrivare nello specifico.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nell’intervista individuale si ha un’interazione sociale tra due soggetti, intervistatore e intervistato. Quest’ultimo deve essere ritenuto idoneo a fornire informazioni adeguate e utili, con uno scopo conoscitivo volto all’approfondimento di un fenomeno sociale e guidato da uno schema di intervista. Per l’argomento in questione si è deciso di sottoporre ad una intervista persone che lavorano o vivono a contatto con adolescenti, quali:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">due genitori di adolescenti: una mamma e un papa;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">educatore di scuola primaria;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">psicologa di scuola primaria e presso studio privato;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">professoressa di scuola secondaria di primo grado.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Lo schema proposto, in questo caso, è il seguente:</span></div><div><ol><li><span class="fs11lh1-5">Secondo Lei, oggi, i bambini e gli adolescenti sono sufficientemente tutelati dagli attori del nostro sistema sociale intesi nella loro accezione più ampia, a partire dalla famiglia, passando dalle diverse figure educative come insegnanti, istruttori sportivi e volontari degli oratori fino ad arrivare ai rappresentanti delle Istituzioni?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lei crede di essere sufficientemente informato/a sul mondo di internet e, in particolar modo, su come funzionano le cosiddette “comunità virtuali” come i social network?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sa come funzionano e quali sono le differenze tra i principali social network come Facebook, Instagram, Twitter e YouTube?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lei è al corrente di quale sia l’età minima per iscriversi ad un social network?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Pensa che la scuola sia particolarmente attenta nell’affrontare, in termini educativi, il problema della prevenzione delle dipendenze da internet e delle eventuali manipolazioni psicologiche operate da malintenzionati sul web?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Se venisse a scoprire che suo/a figlio/a - alunno/a - utente è vittima di manipolazioni psicologiche da parte di malintenzionati sul web, cosa farebbe per aiutarlo/a?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il 18 giugno 2017 è entrata in vigore la legge 29 maggio 2017, n. 71, recante</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">"Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo"</span></i><span class="fs11lh1-5">. Ne era al corrente e sa di cosa tratta?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sa cosa sono il deep web e il dark web?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lo scorso anno, alcuni giornalisti e, soprattutto, la trasmissione “Le Iene” di Mediaset, hanno condotto delle inchieste riguardanti il “Blue Whale”, un gioco online in cui i ragazzi devono superare 50 prove di vario genere a difficoltà crescente. Si parte con una prova semplice, come svegliarsi alle 4,30 del mattino e guardare un film horror, si passa per l’autolesionismo e si arriva all’ultima prova che è quella di lanciarsi nel vuoto da un palazzo molto alto. Chi termina tutte le sfide vince. Ne ha sentito parlare?</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lei crede sia possibile che un/a ragazzo/a possa essere manipolato psicologicamente attraverso il mondo virtuale da sconosciuti fino ad arrivare addirittura al suicidio?</span></li></ol><b><br></b><b><span class="fs11lh1-5">3.2. La ricerca sul campo</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Con</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><i><span class="fs11lh1-5 cf1">gap</span></i><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">(o</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><i><span class="fs11lh1-5 cf1">conflitto</span></i><span class="fs11lh1-5 cf1">)</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><i><span class="fs11lh1-5 cf1">generazionale</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span></i><span class="fs11lh1-5 cf1">si intende la contrapposizione</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">di idee e la divergenza di norme culturali che dividono la vecchia generazione dalla nuova. Proprio questa è la realtà emersa dalla ricerca fatta. Figli, alunni, ragazzi sempre più tecnologici seguiti da genitori ed educatori che sia per tempo, sia per difficoltà non conoscono molto di questo mondo ma anzi, talvolta, lo reputano più sicuro dell’ambiente esterno.</span></div><div><span class="fs11lh1-5 cf1">Gli studiosi chiamano il suddetto concetto con il nome di</span><span class="fs11lh1-5 cf1"> </span><i><span class="fs11lh1-5 cf1">digital divide generazionale</span></i><span class="fs11lh1-5 cf1">, evidenziando questo abisso tra generazioni. In uno studio degli ultimi anni riguardante questo fenomeno, si è notato come, in Italia, internet si diffonda maggiormente in adolescenti di età compresa fra i 14 e i 17 anni, ma già dai 40 anni il dato è pari alla metà. Inoltre, i giovanissimi utilizzano la tecnologia per crearsi nuove conoscenze ed incrementare la propria autostima, mentre gli adulti utilizzano questi mezzi per informarsi e restare aggiornati su ciò che avviene nel mondo reale. Secondo la ricerca “Bambini e nuovi media” del 2010, eseguita dalla onlus “Terre des Hommes” si rileva che unicamente il 18% dei genitori intervistati sia a conoscenza dei rischi del web.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Anche secondo la ricerca svolta per questo elaborato, gli intervistati sostengono tutti di avere e utilizzare quotidianamente dei social network, ma di essere quasi per nulla informati sui rischi: «li so utilizzare in modo consapevole, ma essendo un mondo in continua evoluzione penso manchino ancora diversi pezzi. Cerco sempre di porre attenzione ai rischi e metto i ragazzi di fronte alla realtà perché loro spesso vedono questi rischi come qualcosa che non li tocca» risponde la psicologa scolastica, aggiungendo che purtroppo sono sempre più giovani i ragazzi con uno smartphone in mano con libero accesso a internet. A questo proposito è stato chiesto loro se sapessero quale fosse l’età minima[41] per iscriversi ad un social network, ma anche in questo caso la risposta è stata negativa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">I genitori, in linea generale, riconoscono questo loro limite e si affidano alle istituzioni e a diverse figure educative, come gli insegnanti, per tutelare i propri ragazzi. La convinzione, però, è che nella scuola primaria e secondaria di primo grado vi sia molta attenzione alla problematica, cosa che poi viene meno nella scuola secondaria di secondo grado dove queste anime «se chiedono aiuto, difficilmente trovano qualcuno disposto solo ad ascoltarli, dato che a casa non parlano in quanto vogliono dimostrarsi grandi» sostiene un genitore.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Fortunatamente, il pensiero generale è quello che le istituzioni si stanno evolvendo ed informando in questo ambito cercando di formulare progetti per creare consapevolezza sull’utilizzo del web. «Ultimamente ci si sta muovendo molto in questa direzione, vi è molta più attenzione e sempre più richieste per progetti educativi» dice l’insegnante, e continua «sicuramente non è ancora abbastanza, forse è più utile insegnare loro come usare questi social piuttosto che fare corsi generici su bullismo e cyberbullismo». Tutto questo sarebbe ancora più utile se si iniziassero questi progetti già dalla scuola primaria, in quanto, come detto nei precedenti capitoli, l’età dell’adolescenza è stata ridotta a 9/10 anni, ma si tratta ancora di bambini immaturi e non pienamente consapevoli delle conseguenze delle loro azioni.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto riguarda, invece, il fenomeno del Blue Whale, a livello generale vi è conoscenza del gioco. Ognuno degli intervistati ha parlato ai propri figli o studenti di questo e li ha allertati, convincendoli ad avvisare subito in caso di necessità. «In Italia è passato poco, nel resto dell’Europa è stato molto più devastante, però ho reputato molto utile parlarne ai ragazzi perché resto sempre dell’idea che prevenire sia meglio che curare» sostiene l’educatore della scuola primaria. &nbsp;È un fenomeno tremendo. Entrambi i genitori sostengono che sia orribile questa manipolazione della mente umana, soprattutto della mente di giovani ragazzi. Si tratta di un fatto davvero pericoloso soprattutto perché «se non si ha abbastanza forza o coraggio per parlarne in casa con chi è più esperto o con chi ti ama realmente, uscirne è quasi impossibile».</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Alle espressioni “social media”, “social network” e “social networking” di norma si continua ad associare concetti ed espressioni come “sociale”, “socialità” o “socializzazione” senza aver presente che il mondo del web è notevolmente cambiato dal suo avvento. Alla fine degli anni Novanta del XX secolo, il social era fatto per socializzare. Si comunicava, si facevano nuove conoscenze. Con Facebook molti hanno avuto anche l’opportunità di ritrovare vecchi amici e compagni di scuola o di scoprire di avere lontani parenti sparsi per il mondo. Oggi, invece, la tendenza che si va delineando sempre in misura maggiore nel mondo dei social non è la socializzazione ma la “condivisione”. Una condivisione fatta per essere “approvati” e ammirati dell’altro. Poco importa se l’altro è un amico o un conoscente anche nella vita reale oppure un perfetto sconosciuto capitato per caso tra i propri contatti, l’importante è che, attraverso un suo “like” o un commento positivo, egli dimostri la sua attenzione e stima. Questa appena descritta non è prerogativa dei ragazzi ma riguarda anche molti adulti. Però, mentre gli adulti tendono ancora a “cavalcare” i social “classici” come Facebook, gli adolescenti si sono via via “trasferiti” sui quelli di condivisione delle immagini e dei video come Instagram. La web generation, nel mondo virtuale, appare disinteressata alla dialettica e al confronto con l’“altro” che è realmente qualcuno diverso da Sé. Con uno smartphone nelle proprie mani ventiquattr’ore al giorno, molti adolescenti sono intenti a “guardare” immagini. Guardano di continuo foto e video dei loro contatti social e guardano di continuo la propria immagine immortalata da continui</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">selfie</span></i><span class="fs11lh1-5">[42] realizzati nelle più svariate posizioni, nei più diversi luoghi e contesti. L’“altro” esiste e serve solo per rinforzare l’immagine di se stessi anche se, in realtà, la relazione sul web è vera quanto una relazione in “carne e ossa”. Solo che la relazione virtuale non permette di avere feedback diretti e concreti e molto viene lasciato all’immaginazione. Il web è, quindi, un mondo in cui la relazione è basata più sull’immaginazione che sull’esperienza diretta (Trabucchi, 2014). In questo modo, l’empatia viene ad essere pericolosamente minata, soprattutto se si tratta di un adolescente che ha un cervello in pieno corso di maturazione sotto il profilo delle strutture cerebrali coinvolte nei processi empatici. Questi ultimi sostengono la capacità di immedesimarsi negli stati d’animo dell’altro e di comprenderne i bisogni. In altre parole, grazie all’empatia è possibile capire le emozioni e i sentimenti dell’altro.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Da circa un trentennio, sappiamo che nel cervello esistono degli speciali neuroni chiamati</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">neuroni specchio</span></i><span class="fs11lh1-5">[43] i quali si attivano sia quando eseguiamo un atto motorio sia quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto motorio. Ciò avviene anche nell’ambito delle emozioni. Ad esempio, se osserviamo il volto di una persona che ci sorride, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni specchio che si attiverebbero se quel sorriso lo stessimo eseguendo noi stessi. Quindi, il nostro cervello, in modo automatico, riesce a capire anche se il sorriso osservato è un sorriso vero o un sorriso finto senza necessità di alcuna attività di elaborazione di tipo inferenziale. Questo meccanismo, chiamato di “simulazione incarnata” (io sono dentro l’altro, l’altro è dentro di me), è fondamentale che si sviluppi adeguatamente in tutte le fasi della crescita di ogni individuo, a partire dalla nascita sino ad arrivare alla prima gioventù (Blanco, 2016). Pertanto, da quanto è emerso sino ad ora, se un adolescente risulta impegnato più ad osservare uno smartphone, un tablet o un pc piuttosto che i volti delle persone con le quali ha la possibilità di interagire dal vivo, anche se non dovesse isolarsi, annoiarsi, sviluppare dipendenze, suicidarsi o diventare un narcisista, con ogni probabilità sarà un adulto con scarse doti empatiche e con competenze sociali non pienamente sviluppate.</span></div><div><b><br></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr. Massimo Blanco</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dr.ssa Micol Trombetta</span></div><div><span class="fs9lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs9lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs9lh1-5">Alfieri S., Bignardi P., Marta E. (a cura di),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Generazione Z</span></i><span class="fs9lh1-5">, Vita e Pensiero, Milano, 2018.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Bauman Z. (2011),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Modernità liquida</span></i><span class="fs9lh1-5">, La Terza, Roma, 2011.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Bellah R.N., Sullivan W.M., Madsen R., Swidler A., Tipton S.M. (1985),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Habits of the Heart: Individualism and Commitment in American Life</span></i><span class="fs9lh1-5">, University of California Press.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Bianchi R. (2002),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">L’intervista biografica. Una proposta metodologica</span></i><span class="fs9lh1-5">, Vita e Pensiero, Milano, 2002.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Bilotto A., Casadei I. (2017),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Dalla balena blu al cyberbullismo. Affrontare i pericoli dei social con la psicologia positiva</span></i><span class="fs9lh1-5">, Red Edizioni, Milano, 2017.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Bilotto A., Casadei I. (2014),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Genitori social ai tempi di Facebook e WhatsApp. Gestire opportunità e rischi delle nuove tecnologie</span></i><span class="fs9lh1-5">, Red Edizioni, Milano, 2014.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Black D., Shaw M. (2008),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Internet Addiction Definition, Assessment</span></i><span class="fs9lh1-5">, Epidemiology and Clinical Management, CNS Drugs, 22(5), pp. 353‐365.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Blanco, M. (2016),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Fondamenti di Neurosociologia</span></i><span class="fs9lh1-5">, Primiceri, Padova, 2016, pp. 41; 235-237; 281.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Blanco M. (2015),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Corso di Neurosociologia della Religione</span></i><span class="fs9lh1-5">, Istituto di Scienze Forensi, Milano.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Brent D.A. (1997),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">The psycological autopsy. Methodological considerations for the study of adolescent suicide</span></i><span class="fs9lh1-5">, Suicide and Life-Threatening Behavior, p. 19.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Costanzo S. (2017),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Ragazzi difficili oggi</span></i><span class="fs9lh1-5">, Rogiosi, Napoli, 2017, p. 54.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Creswell J.W. 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(1996a),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Internet Addiction: the emergence of a new clinical disorder</span></i><span class="fs9lh1-5">, documento presentato al 104° incontro annuale dell’American Psychological Association, Toronto, Canada, 15/08/1996.</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Yen J.Y., Ko C.H., Yen C.F., Wu H.Y., Yang M.J. (2007),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">The comorbid psychiatric symptoms of Internet addiction: attention deficit and hyperactivity disorder (ADHD), depression, social phobia, and hostility</span></i><span class="fs9lh1-5">, The Journal of Adolescent Health, 41(1), pp. 93-98.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs9lh1-5">Sitografia</span></b></div><div><ul><li><span class="fs9lh1-5">22° Congresso nazionale della SOPSI Società italiana di Psicopatologia, Roma, 19 marzo 2018 (https://www.acp.it/2018/03/adolescenti-iperconnessi-sopsi-fino-al-13-a-rischio-dipendenza-patologica-11212.html).</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Corato G.,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Dal knockout game al balconing: giochi estremi della web generation</span></i><span class="fs9lh1-5">, articolo del 1° novembre 2014 su “Il Giornale.it” (http://www.ilgiornale.it/news/cronache/knockout-game-balconing-giochi-estremi-web-generation-1064275.html).</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Elgersma C.,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">The viral Internet stunts parents should know</span></i><span class="fs9lh1-5">, articolo del 24 maggio 2017 su “Common Sense Media” CNN International Edition (https://edition.cnn.com/2017/05/24/health/viral-youtube-challenges-partner/index.html).</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Groopman L.C., Cooper A.M. (2006),</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Narcissistic personality disorder</span></i><span class="fs9lh1-5">, in Armenian Health Network, 2. (http://www.health.am/psy/narcissistic-personality-disorder/).</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Jamieson S.,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Children ignore age limits by opening social media accounts</span></i><span class="fs9lh1-5">, “The Telegraph”, February 9, 2016, (https://www.telegraph.co.uk/news/health/children/12147629/Children-ignore-age-limits-by-opening-social-media-accounts.html).</span></li><li><span class="fs9lh1-5">La Repubblica.it,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Il gap generazionale sul web</span></i><span class="fs9lh1-5">, articolo del 27 giugno 2011 (http://d.repubblica.it/argomenti/2011/06/27/news/internet_societa-395922/).</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Organizzazione Mondiale della Sanità,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Suicide Data</span></i><span class="fs9lh1-5">, Report 2015 (http://www.who.int/mental_health/prevention/suicide/suicideprevent/en/).</span></li><li><span class="fs9lh1-5">Save the Children,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Minori e internet: adulti e ragazzi sempre più connessi via smartphone e sempre più social ma entrambi si muovono sulla rete quasi del tutto inconsapevoli</span></i><span class="fs9lh1-5">, ricerca IPSOS per “Save the Children” pubblicata il 6 febbraio 2017 (https://www.savethechildren.it/press/minori-e-internet-adulti-e-ragazzi-sempre-pi%C3%B9-connessi-smartphone-e-sempre-pi%C3%B9-social-ma).</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Dati e metodi della ricerca</span></i><b><span class="fs9lh1-5"> </span></b><span class="fs9lh1-5">Ragazzi: indagine su campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra 12 e 17 anni. Campione stratificato e casuale, selezionato in base a quote di genere, età, area geografica di residenza ed ampiezza centro. Al campione in rientro è stata applicata una ponderazione (con metodo RIM weighting) per tutte le variabili di campionamento. 804 interviste complete. Adulti: indagine su campione rappresentativo della popolazione italiana adulta, 25-65 anni. Campione stratificato e casuale, selezionato in base a quote di genere, età, area geografica di residenza ed ampiezza centro. Al campione in rientro è stata applicata una ponderazione (con metodo RIM weighting) per tutte le variabili di campionamento. 801 interviste complete.</span></li></ul></div><div><hr align="left" size="1" width="33%"><b><span class="fs9lh1-5">Note</span></b></div><div><span class="fs9lh1-5">[1] Autore e giornalista statunitense. Scrive per il “New York Times” ed è</span><span class="fs9lh1-5"> </span><span class="fs9lh1-5 cf1">membro della “National Association Council of Peers Award per l'Excellence Hall of Fame”.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[2] VKontakte è la piattaforma “social” russa che sarà descritta nel secondo paragrafo.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[3] Il click</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Mi piace</span></i><span class="fs9lh1-5"> </span><span class="fs9lh1-5">sui social network. Inventati nel 2007 da</span><span class="fs9lh1-5"> </span><strong><span class="fs9lh1-5 cf3">Justin Rosenstein,</span></strong><span class="fs9lh1-5 cf3"> </span><span class="fs9lh1-5 cf3">con lo scopo di creare ottimismo si sono trasformati, nel giro di qualche anno, nel motore dei social. È la quantità di like al commento o alla foto del singolo a decretare che persona si è, se si presenta come un fallito o un modello da seguire per la società. Lo stesso ideatore ha dichiarato di essersi pentito di ciò che ha creato.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[4] È ancora incerto il significato di questa sigla. Secondo alcune fonti si tratta del nome di un gruppo di persone tendenti al suicidio su VK; secondo altre fonti è semplicemente una sigla senza alcun senso nascosto.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[5] Intervista di Michele Ardengo a Carlo Solimene,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Il Giornale</span><span class="fs9lh1-5"> </span></i><span class="fs9lh1-5">del 30/05/2017.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[6] Intervista di Rachele Bombace a Maurizio Pompili,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Agenzia DIRE</span></i><span class="fs9lh1-5"> </span><span class="fs9lh1-5">del 16/05/2017, www.dire.it.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[7] Il dark web è il “luogo” del web i cui contenuti sono raggiungibili via internet solo attraverso specifici software tramite codici autorizzativi.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[8] Indagine di</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">The Submarine</span></i><span class="fs9lh1-5"> </span><span class="fs9lh1-5">su internet e sul darknet, marzo 2017.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[9] Il Parlamento russo.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[10] Tanveer Mann, Metro.co.uk, 10/05/2017.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[11] Tratto da</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Colloqui con se stesso</span></i><span class="fs9lh1-5">, una delle opere letterarie più famose dell’imperatore e filosofo romano Marco Aurelio, frutto di proprie riflessioni che riguardano gli ultimi dodici anni della sua vita.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[12] Depressione: disturbo dell’umore caratterizzato da significativi stati di insoddisfazione e tristezza che porta a non provare più alcun interesse per le comuni attività quotidiane e/o per quelle che, prima dell’insorgenza del disturbo, davano piacere.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[13] Arco temporale in cui il corpo di un fanciullo diviene un corpo sessualmente adulto, quindi capace di procreare. Le ghiandole sessuali iniziano la loro attività fisiologica. La femmina ha la prima mestruazione e nel maschio comincia la produzione di liquido spermatico. L’adolescenza, invece, è legata a fattori più che altro psicologici.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[14] Disturbo del comportamento che insorge nell’infanzia e nell’adolescenza e che consiste nella violazione ripetuta di norme sociali e diritti degli altri nonché nella messa in campo di attività rischiose per sé e per gli altri.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[15] Tratto dall’articolo</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Dal knockout game al balconing: giochi estremi della web generation</span></i><span class="fs9lh1-5"> </span><span class="fs9lh1-5">di Giovanni Corato dell’1/11/2014 su “Il Giornale.it”.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[16] Tratto dall’articolo</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">The viral Internet stunts parents should know</span><span class="fs9lh1-5"> </span></i><span class="fs9lh1-5">di Christine Elgersma del 24/5/2017 su “Common Sense Media” CNN International Edition.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[17] Andy Warhol (1930-1987) è stato uno dei maggiori esponenti della “pop art”, una corrente artistica del XX secolo che si occupa della forma e della rappresentazione della realtà. Warhol è famoso per le sue opere che prendono spunto dal cinema, dalla pubblicità e dai fumetti.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[18] Qui si utilizza il termine “social” per indicare sia i social media che i social network. Questi ultimi rappresentano un sottoinsieme del più vasto mondo dei social media (Kaplan e Haenlein, 2012).</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[19] Report Global Digital 2018 prodotto da We Are Social in collaborazione con Hootsuite.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[21] Jamieson S,</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">Children ignore age limits by opening social media accounts</span></i><span class="fs9lh1-5">, articolo del 9 febbraio 2016 sul quotidiano inglese “The Telegraph”.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[22] Follower: dall’inglese “seguace”. Termine usato nel mondo dei social per indicare un utente che si è registrato sulla pagina o su un canale di un altro utente al fine di visualizzarne i messaggi e i contenuti (foto e video). Il follower può in genere commentare o esprimere un parere (ad esempio tramite i “like”) i messaggi o i contenuti inseriti dall’utente seguito.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[23] Quella citata è la versione romana del mito di Narciso, narrata da Ovidio. Ne esiste anche una ellenica.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[24] Il simbolo del cancelletto (#) associato a una o più parole chiave per facilitare le ricerche tematiche in un blog o in un social media.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[25] I termini “internet” e “web” sono comunemente utilizzati, anche nell’ambito dello studio dei fenomeni sociali e psichici, in modo intercambiabile. In realtà, dal punto di vista informatico, internet può essere paragonato all’hardware del sistema mentre il web al software. Internet, in sostanza, è l’infrastruttura che fa funzionare la rete di applicazioni che servono per comunicare e condividere, cioè il web. In questo paragrafo, i termini “internet” e “web” verranno usati come sinonimi.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[26] Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) è il manuale statunitense pubblicato dalla American Psychiatric Association, in cui vengono riportati e classificati tutti i disturbi mentali e psicopatologici. Il manuale viene utilizzato pressoché dai medici e dagli psicologi di tutto il mondo e, ad oggi, è giunto alla sua quinta edizione.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[27] Tra questi disturbi rientrano il gioco d’azzardo patologico, la cleptomania, la piromania e la tricotillomania.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[28] Disordine psicologico causato principalmente da un conflitto inconscio tra chi ne soffre e l’ambiente.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[29] In inglese</span><span class="fs9lh1-5"> </span><i><span class="fs9lh1-5">nomophobia</span></i><span class="fs9lh1-5">, dove “nomo” è l’acronimo di “no-mobile”.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[30] 22° Congresso Nazionale della SOPSI Società italiana di Psicopatologia, Roma, 19 marzo 2018.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[31] Il termine letteralmente è riferito alla buona cura degli animali (pulizia, spazzolatura del pelo ecc.) ma può significare anche l’atto di addestrare qualcuno. In etologia, è il comportamento con cui un animale si prende cura delle superfici del proprio corpo o del corpo di un individuo della stessa specie.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[32] Abbreviazione di “applicazione”. Si tratta di software per dispositivi di tipo mobile, come gli smartphone. In genere sono giochi o utilità della più varia natura (es. bussola, mappe geografiche, programmi dietetici, contapassi ecc.).</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[34] Dati OMS del 2015.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[35] È un disturbo di personalità in cui il soggetto che ne è affetto tende a sperimentare emozioni e stati d’animo molto intensi che possono cambiare repentinamente. Il malato fa fatica a calmarsi se è emotivamente provato, pertanto potrebbe avere dei veementi scatti d’ira. Inoltre, il disturbo porta chi ne soffre ad abusare di sostanze, avere rapporti sessuali a rischio, autoinfliggersi lesioni e ad azioni di suicidio.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[36] Il termine è traducibile in inglese con “net-suicide” (suicidio connesso alla Rete internet).</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[37] La ricerca è del 2011 ma la situazione, verificata nel 2018, si presenta ancora la medesima (cfr. articolo di Grazia Sambruna del 17 marzo 2018</span><i><span class="fs9lh1-5">Suicidio e eutanasia online, bastano venti minuti</span></i><span class="fs9lh1-5"> </span><span class="fs9lh1-5">su “Linkiesta” http://www.linkiesta.it/it/article/2018/03/17/suicidio-e-eutanasia-online-bastano-venti-minuti/37474/).</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[38] In psicologia, il rimuginio consiste in uno stato d’ansia che riguarda pensieri negativi riguardanti pericoli o minacce</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[39] Proprietà dell’intervista. Si riferisce all’uniformità degli atti di interrogazione in un’intervista individuale sia per quanto riguarda la forma, sia per quanto riguarda l’ordine della loro presentazione agli intervistati.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[40] Proprietà dell’intervista. Si riferisce alla possibilità, da parte del ricercatore, di stabilire i contenuti dell’intervista (Bichi, 2002).</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[41] la normativa UE prevede età minima 16 anni a meno che non ci sia il consenso dei genitori, ma ha rimandato ai singoli garanti dei Paesi UE di fare come credono. In Italia, il Garante della Privacy non si è ancora espresso – ad ogni modo, FB, Instagram, WA ecc. fissano età minima a 13 anni</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[42] Autoritratto realizzato con una fotocamera compatta, con uno smartphone, con una webcam o con un tablet.</span></div><div><span class="fs9lh1-5">[43] I neuroni specchio sono chiamati in gergo anche “mirror” (dall’inglese mirror neurons).</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 25 Mar 2019 12:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’importanza delle tecniche di “triage” applicate alle prove digitali]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div><span class="fs11lh1-5">Autore: Antonio Andrea Miriello</span></div><div><span class="fs9lh1-5">Sezione Investigazioni Scientifiche, Unità Digital Forensics dell'Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Se è pur vero che indizi e prove digitali provenienti dai dispositivi a noi in uso (pc, smartphone, tablet, memorie usb/esterne ecc.) stanno praticamente rivoluzionando i metodi con cui si applica la giustizia civile e penale nei nostri tribunali, non si può dire lo stesso delle metodologie con cui queste vengono acquisite.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Nuova tecnologia, vecchie maniere</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Non è raro, purtroppo, imbattersi in procedimenti ove si evidenziano degli errori che, nella grande maggioranza dei casi, vengono commessi nelle fasi di individuazione, preservazione e prima acquisizione della prova digitale. Errori che rischiano di compromettere seriamente l’andamento dei futuri procedimenti civili e penali. Computer accesi che vengono spenti, smartphone che vengono sottratti all’utilizzatore senza che vengano isolati dalle frequenze radio, mancata individuazione dei supporti informatici “mimetizzati” in oggettistica, smartphone e tablet che vengono ispezionati senza la presenza dei legali o dei consulenti tecnici di fiducia sono solo alcuni degli errori in cui ci si imbatte più spesso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Invero, le “best practice” della digital forensics, quando applicate, prevedono, proprio per le fasi di individuazione, preservazione e prima analisi, delle procedure che permettono, nella quasi totalità dei casi, di non lasciare il minimo dubbio sull’alterazione volontaria o involontaria della prova informatica.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">A partire dalla convenzione di Budapest sulla criminalità informatica, con la legge 18 marzo 2008, n. 48, venivano sancite le linee guida sull’acquisizione della prova informatica secondo le quali la prova informatica</span><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5 cf1">deve essere acquisita con metodologia adatta:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5 cf1">a garantire che non vi siano alterazioni o danneggiamenti del dispositivo originale; all’autenticazione del reperto e dell’immagine acquisita;</span></li><li><span class="fs11lh1-5 cf1">a garantire la ripetibilità dell’accertamento;</span></li><li><span class="fs11lh1-5 cf1">a un’analisi senza modificazione dei dati originari;</span></li><li><span class="fs11lh1-5 cf1">alla massima imparzialità nell’agire tecnico.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">Secondo le pratiche ormai consolidate della digital forensics, infatti, basterebbero delle accortezze specifiche che anche gli operatori di PG dovrebbero essere in grado di attuare, visto che proprio loro, molto spesso, sono direttamente coinvolti nelle fasi di individuazione (perquisizione) e sequestro (preservazione) dei dispositivi.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Indipendentemente dal fatto che il dispositivo informatico sia esso stesso “vittima” di un crimine (crimine informatico, hacking, spoofing ecc.) oppure che sia stato di ausilio all’utilizzatore per compiere un crimine, le best practice cui si fa riferimento variano, grossolanamente, in base al tipo di dispositivo e allo stato in cui viene rinvenuto.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Esempio</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel momento in cui un pc, uno smartphone o un tablet viene rinvenuto nello status di “spento” nei luoghi di interesse operativo, basterebbe una folta attività di identificazione e custodia puntualmente verbalizzata &nbsp;per far sì che i futuri giudicanti possano aver conto di quanto successo in questa fase (attività composta da: indicazione dei seriali o degli IMEI, descrizione fisica dei dispositivi, utilizzo di borse di Faraday isolanti, farsi riferire eventuali password o codici di sblocco dagli utilizzatori se essi sono presenti e collaborativi).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Nel momento in cui un PC, uno smartphone o un tablet vengono rinvenuti nello status di “acceso”, la situazione cambia radicalmente. Infatti, una delle caratteristiche più delicate della traccia digitale è la sua volatilità, in quanto tutti i dispositivi informatici possiedono una memoria di lavoro RAM (random access memory), la quale, interrotta l’alimentazione, perde i dati in essa contenuti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">È assolutamente consigliabile, quindi, procedere perlomeno all’acquisizione in “live” della memoria RAM (per i pc) o all’acquisizione fisica o logica degli smartphone/tablet dopo aver attivato la modalità aereo/offline (procedura più che sufficiente a mettere in sicurezza il dispositivo mobile).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Queste pratiche richiedono il possesso e l’utilizzo di determinati tools/software che sono progettati e sviluppati per fornire metodi di acquisizione forense riconosciuti dalla comunità scientifica (es. CAINE/DEFT/HELIX per i pc, UFED, XRY, MOBILEDIT FORENSICS per smartphone e tablet), nonché di</span><b><span class="fs11lh1-5"> </span></b><span class="fs11lh1-5">hardware/strumenti di “write blocking” che, bloccando il flusso di dati in scrittura (flusso che si interfaccerebbe con il dispositivo da acquisire), proteggono le fasi di duplicazioni forense da eventuali scritture involontarie di dati. Infine, sono necessarie memorie di archiviazione di massa idonee ad immagazzinare quanto acquisito dalle precedenti operazioni e di cui dovrà essere noto il seriale, poiché questi saranno i dispositivi che conterranno le prime immagini forensi su cui poter successivamente confrontare i dati provenienti da future ed eventuali altre copie forensi.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Confrontare come?</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Tutto ruota, invero, attorno all’ “algoritmo di hash”, che è quella funzione unilaterale che permette agli operatori di un eventuale procedimento di verificare se il dato informatico in analisi (operazione effettuata ad esempio da un perito o da un consulente di parte), sia lo stesso dato che era presente al momento del sequestro e della preservazione della prova digitale. Infatti, al variare del contenuto di un file immagine, di un brano audio, di un file di testo o pdf, varierà sempre il codice di hash successivamente verificato.</span></div><div><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-0" src="https://www.scienzeforensi.net/images/Triage-digital.png"  width="619" height="210" /><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div><br></div><div><div><span class="fs11lh1-5">I principali algoritmi di HASH applicati alla digital forensics sono:</span></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">l’algoritmo MD5 (message digest 5), sequenza di 32 caratteri esadecimali ed output a 128 bit;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">l’algoritmo SHA-1 (secure hash algorithm), sequenza di 40 caratteri esadecimali ed output a 160 bit;</span></li><li><span class="fs11lh1-5">l’algoritmo SHA-256, sequenza di 64 caratteri esadecimali ed output di 256 bit.</span></li></ul><span class="fs11lh1-5">La funzione di HASH si può applicare a qualsiasi dato informatico ottenuto in seguito alla copia forense. Si può applicare altresì all’immagine generale della copia forense ottenuta (che contiene al suo interno tutti i dati), così come si può applicare ad una cartella, ad una sottocartella, a dei singoli file, a dei database ecc.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">In merito all’utilizzo degli algoritmi di hash, vi sono delle distinzioni da fare tra la computer forensics e la mobile forensics. Per quanto riguarda la computer forensics, nella grande maggioranza dei casi è possibile acquisire la copia integrale della memoria di archiviazione (hard disk) mediante copia fisica bit-a-bit su cui, applicando la funzione di hash, sarà sempre possibile verificarne l’integrità ottenendo ogni volta il medesimo hash, poiché non ci si aspetta che, con nuove acquisizioni, la memoria subisca alcuna variazione.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Per quanto riguarda la mobile forensics, invece, raramente è possibile attuare soluzioni che non prevedano l’accensione del dispositivo. Dopo la prima copia forense, quindi, se sarà necessario effettuarne di nuove bisognerà nuovamente avviare il dispositivo. Avviando il dispositivo, però, il sistema operativo si interfaccerà con le memorie (di lavoro e di archiviazione) facendo sì che si concretizzi una modifica del filesystem. Variazione che, anche se minima, farà variare gli algoritmi di hash della copia che cambieranno nonostante ci si aspetta non cambino quelli dei file in essa contenuti.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Dopo aver adottato tutte le dovute cautele, quindi, si potrà passare alle prime analisi dei dispositivi senza dover lavorare direttamente sui reperti, che potranno essere ricustoditi mantenendo la catena di custodia per future esigenze.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">Nella realtà dei fatti, i sequestri, le analisi, le acquisizioni di dispositivi informatici sono innumerevoli e all’ordine del giorno. Un volume di lavoro così ampio che è impossibile, oggettivamente, affidare unicamente alle forze dell’ordine specializzate nel settore (di nicchia) e poter garantire l’attuazione delle best practice prima descritte su tutto il territorio nazionale.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">Di vitale importanza, quindi, diventano gli esperti della materia che svolgono autonomamente questa attività i quali, spesso, si affiancano alle forze di polizia nella fase investigativa come ausiliari di PG o consulenti tecnici del pm.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Antonio Andrea Miriello</span><br></div><div><span class="fs9lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 12:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La macabra storia di un'interazione sociale patologica: la strage di Erba]]></title>
			<author><![CDATA[ISF Magazine]]></author>
			<category domain="https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?category=Articoli"><![CDATA[Articoli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000057"><div><span class="fs12lh1-5">Autori: prof. Massimo Blanco e dr.ssa Micol Trombetta - Istituto di Scienze Forensi</span></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">1. La strage di Erba</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1.1. Cronaca di un massacro</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">strage di Erba</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è probabilmente uno dei “crimini più atroci nella storia del nostro Paese”, così come ha dichiarato Massimo Astori, il pubblico ministero che ha indagato per primo sui fatti di sangue avvenuti nella tranquilla cittadina di 16 mila abitanti della Brianza. Un delitto che ha segnato la coscienza dell’opinione pubblica negli anni successivi al giorno della strage, avvenuta nel 2006, e che ha continuato ad animare il dibattito mediatico, anche in tempi recenti, per quanto riguarda le vicende processuali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È la sera dell’11 dicembre del 2006. In una piccola palazzina in condominio di una corte ristrutturata, denominata “Condominio del Ghiaccio” e situata in via Diaz, una zona residenziale di Erba in provincia di Como, quattro persone vengono uccise barbaramente a colpi di spranga e coltellate. Successivamente, gli assassini appiccano il fuoco nell’appartamento dove hanno consumato la strage. Le vittime sono Raffaella Castagna, trent’anni, volontaria in un centro di assistenza per persone disabili, il piccolo Youssef Marzouk di 2 anni, figlio di Raffaella, la madre di quest’ultima, Paola Galli, 60 anni, e la vicina di casa Valeria Cherubini, 55 anni. La follia omicida degli assassini si riversa anche su Mario Frigerio, 65 anni, marito della Cherubini, corso in soccorso della moglie e scampato miracolosamente alla morte nonostante un profondo taglio alla gola che non è stato letale per via di una malformazione congenita della carotide, che ha permesso all’uomo di non morire dissanguato. Alle 20,20 circa, alla vista del fumo, due vicini di casa, tra cui un vigile del fuoco volontario fuori servizio, salgono le scale della palazzina dirigendosi al primo piano dove era situato l’appartamento in fiamme. Trovano prima Mario Frigerio, riverso a terra, e lo allontanano dall’abitazione trascinandolo via per le caviglie verso una zona sicura del pianerottolo. La porta dell’appartamento avvolto dal fuoco è aperta e i due entrano senza indugio. Trovano immediatamente Raffaella Castagna distesa a terra ed esanime. Anch’essa viene trascinata per le caviglie sul pianerottolo. Frigerio, in fin di vita, con le poche forze rimastegli indica con il dito ai due soccorritori il piano di sopra dal quale provengono urla strazianti di una donna. Purtroppo, però, il fumo, che si sta propagando a dismisura al primo piano e su per le scale, ha già reso l’aria irrespirabile e i due devono desistere dall’intento di salire. Poco dopo arrivano i vigili del fuoco che spengono l’incendio e rinvengono i corpi senza vita del piccolo Youssef e della nonna materna Paola Galli. Al secondo piano viene trovato il cadavere di Valeria Cherubini, moglie del Frigerio. Quest’ultimo, nel frattempo, viene portato d’urgenza all’Ospedale Sant’Anna, in provincia di Como, dove sarà operato. Si risveglierà dall’anestesia dopo due giorni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli accertamenti tecnici operati dagli investigatori della scientifica dei Carabinieri evidenziano che gli aggressori erano in due, di cui uno mancino, armati di due coltelli, uno a lama lunga e uno a lama corta, e di una spranga. Inizialmente le indagini si dirigono verso Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef, un tunisino di 26 anni con precedenti penali per spaccio di stupefacenti uscito dal carcere grazie all’indulto. Ma Marzouk, quel giorno, era ancora in Tunisia dai suoi genitori.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Emergono, invece, dei sospetti sui vicini di casa che abitano al piano terra, Angela Rosa Bazzi, che tutti chiamano Rosa, e Olindo Romano, due coniugi senza figli che assumono dei comportamenti anomali, primo tra tutti l’esibizione spontanea di uno scontrino del McDonald’s di Como quale alibi della loro assenza da Erba nel momento della strage. In realtà, i carabinieri avevano suonato al campanello della coppia semplicemente per domandare se avessero sentito rumori, senza chiedere nulla in merito alla loro presenza o meno nella palazzina negli orari in cui si era consumato l’atroce delitto. Ai carabinieri, però, sorgono altri sospetti nel momento del breve colloquio sull’uscio di casa dei Romano. Infatti, Olindo presenta un vasto ematoma al braccio e delle vistose escoriazioni alle mani. Rosa, invece, ha un cerotto su un dito dal quale si intravedevano segni di sangue recenti.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1.2. La ricostruzione della “mattanza”</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 9 gennaio 2007, in seguito ad un lungo interrogatorio, i coniugi Romano vengono arrestati in quanto fortemente sospettati in relazione ai fatti. Olindo viene indagato per omicidio plurimo aggravato, Rosa per favoreggiamento. I RIS, però, indicano che vi sarebbe un altro soggetto quale altro esecutore della strage, un soggetto mancino come lo è Rosa Bazzi. Due giorni dopo, l’11 gennaio 2007, i due confessano il delitto ai magistrati inquirenti Massimo Astori, Antonio Nalesso e Mariano Fadda. Una confessione, avvenuta separatamente e talmente ricca di particolari che, in alcuni punti, coincide perfettamente con i risultati degli esami autoptici eseguiti sulle vittime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rosa Bazzi riferisce agli inquirenti quanto segue: «È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi...»[1]. «Quella sera volevamo solo dare una bella lezione a quella del piano di sopra. Eravamo stanchi della maleducazione sua e dei suoi parenti ed amici. Odiavamo anche suo padre, Carlo Castagna»[2].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sono le 19,50 dell’11 dicembre 2006 e i coniugi Romano, pronti ad entrare in azione, indossano dei guanti per non lasciare impronte. Qualche ora prima, Olindo pare avesse già staccato la corrente elettrica che alimenta casa Castagna[3]. Rosa sale su al primo piano della palazzina e bussa alla porta di Raffaella Castagna. La scusa per farsi aprire è quella di parlare di un processo penale in corso[4], nato da una querela per aggressione sporta da Raffaella nei confronti di Rosa. Olindo attende sulle scale con il cric del suo camper[5]. Quando Raffaella apre la porta, Olindo come una furia si avventa sulla donna e la colpisce sulla testa con violenza. Raffaella cade a terra e Olindo si avventa immediatamente contro Paola Galli, la madre, colpendo violentemente anche lei sul capo. Una volta che le vittime sono a terra, esanimi, Olindo e Rosa si accaniscono su di loro con i coltelli. Raffaella riceve dodici coltellate anche se, il referto autoptico, dirà che il colpo alla testa è stato quello fatale. Mentre Olindo si assicura che le vittime siano morte, Rosa corre nell’altra camera dove c’era il piccolo Youssef. «Mentre mio marito era di là con loro due io ho ammazzato il bambino. L’ho ucciso con una coltellata, alla gola» ha confessato agli inquirenti Rosa Bazzi. Il bimbo aveva delle ferite da taglio al braccio, segno evidente che la povera creatura ha cercato in qualche modo di difendersi dal mostro che aveva appena massacrato la sua mamma e la sua nonna e che, in quell’istante, voleva prendersi anche la sua innocente vita. Nel frattempo, i coniugi Frigerio, Valeria Cherubini e Mario, che abitano al piano superiore, hanno appena finito di cenare. La Cherubini vorrebbe scendere per portare fuori il cane, ma il marito le consiglia di attendere che il “solito baccano” proveniente dal piano di sotto termini. Infatti, non erano infrequenti le grida provenienti dall’appartamento di Raffaella Castagna. Grida dovute ai frequenti litigi tra lei e il compagno Azouz Marzouk, connotati anche da violenza fisica tra i due, ai quali tutti i residenti della palazzina erano abituati, tanto è che nessuno, in quell’occasione, si è minimamente allarmato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sono le 20 e il “primo atto” del massacro è terminato. La calma nel Condominio del Ghiaccio è tornata. In realtà, i coniugi Romano stanno silenziosamente procedendo nel loro diabolico piano, raccattando tutto ciò che può facilmente essere incendiato. Volevano cancellare qualsiasi prova in quell’appartamento divenuto un mattatoio di esseri umani. Valeria Cherubini, fidandosi di quella calma apparente, esce di casa per portare fuori il cane. Questione di qualche minuto e la donna rientra nella palazzina. Nel frattempo, Olindo e Rosa appiccano il fuoco, cominciando dagli abiti di Raffaella Castagna. Sono circa le 20.15. In questo istante inizia a delinearsi anche l’atroce destino di Valeria Cherubini. «Mentre stavamo uscendo si è sentito il rumore di qualcuno che arrivava dalle scale» racconta, nella sua confessione, Olindo Romano. La Cherubini vede del fumo uscire dall’abitazione dei Castagna. Si affretta a salire le scale per andare nel suo appartamento al secondo piano ad avvisare il marito Mario Frigerio. Quest’ultimo scende al piano sottostante per verificare quanto stava succedendo. La Bazzi e il Romano attendono alcuni istanti all’interno dell’appartamento aspettando la loro prossima vittima “non prevista”. Olindo apre la porta di scatto e si trova davanti Frigerio. Lo colpisce scaraventandolo a terra. Frigerio è riverso al suolo e Olindo, con una coltellata, gli taglia la gola. Valeria Cherubini si mette a urlare, cerca di risalire le scale per trovare rifugio nel suo appartamento ma viene raggiunta da Olindo e Rosa che la uccidono a coltellate. Il fuoco avanza e i coniugi Romano devono fare in fretta anche se, nel frattempo, stanno arrivando i vigili del fuoco e le ambulanze. Percorrono a ritroso circa quindici metri per andare nel loro garage senza essere notati. Si cambiano, si lavano e mettono gli abiti sporchi e le armi in un sacco della spazzatura. Poi, ancora senza esser visti da nessuno, si mettono a bordo della loro Seat Arosa grigia e partono alla volta di Como per gettare il sacco e crearsi un alibi. Olindo, che lavora come netturbino, conosce bene i “giri” che fa l’immondizia, pertanto sa già dove gettare tutte le prove: un cassonetto che viene svuotato ogni giorno di buon mattino da un camion dotato di compattatore, il quale porta il suo contenuto direttamente ad un inceneritore della nettezza urbana. Dopo aver gettato il sacco, i Romano cenano presso un McDonald’s di Como conservando con la massima cura il loro “alibi”, lo scontrino[6]. Otto euro e venticinque centesimi di cena a base di gamberi e bacon acquistata alle 21,37, poco più di un’ora dopo l’assassinio dell’ultima vittima[7] [8].</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1.3. Le prime confessioni di Rosa e Olindo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 9 e 10 e gennaio 2007, Rosa Bazzi e Olindo Romano, già in stato di arresto dal 9 gennaio, vengono interrogati separatamente dagli inquirenti che hanno già capito chi è, dei due, l’elemento “debole” della coppia. Infatti, come si evince da un’intercettazione ambientale del 10 gennaio 2007, Olindo, dopo il secondo interrogatorio con gli inquirenti, sembra si sia convinto a raccontare la “verità” e a convincere Rosa a fare altrettanto. Ma quale verità? Di seguito lo stralcio dell’intercettazione effettuata dai Carabinieri[9] durante l’incontro che è stato concesso ai due dopo il secondo interrogatorio dell’uomo:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Ascolta...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Si?</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Ho parlato con il magistrato.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Eh.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Lui mi ha detto che se vogliamo far finire questa storia qui...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Sì???</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: ...di dire la verità.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Ma non c’è niente da dire...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Lui mi ha detto così. Io ho pensato... Ho pensato questo...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Non c’è niente, Olli, è tutto stato... Una cosa che hanno... Hanno fatto tutto loro, ancora adesso torno a ripeterglielo, glielo ho detto cento volte.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Loro mi hanno spiegato la situazione in termini pratici...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Ho capito...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Mi ha spiegato e mi ha detto che... Loro ci tengono qui perché devono fare ancora delle indagini...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Sì.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Se per disgrazia trovano qualcosa, ti processano e ti danno l’ergastolo. Se invece confessi, hai le attenuanti e il rito abbreviato. Dici la verità, che la moglie non c’entra niente ti ha fatto solo l’alibi ecc., ecc... E non becchi niente...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Ma non è vero, Olli.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: E io becco le attenuanti e finisce tutta la storia.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Non è vero Olli... Non è vero...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">(...)</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: E non... Non so. O se continuare così... Lasciare fare quello che devono fare... E dopo prendere poi quello che si prende... E se non si dice... Si fa la confessione...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Ma che cosa c’è da confessare... Non siamo stati noi...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Lo so aspetta... Per tagliare le gambe al toro... Metti che sono stato io...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Ma quando sei andato su?</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Non lo so.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Dimmi quando sei andato su???</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Lo so Rosa, ma è per far finire questa storia qui...</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Ma perché devi dire che non è??? Non è vero niente Olli. Sai che non è vero niente tutta questa cosa... Ancora adesso io lo dico... E torno sempre a ripetere... Ti pesa così tanto?</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Stare dentro sì.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Cosa vuoi fare?</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Olindo: Non lo so. Se facciamo così prendiamo anche dei benefici e ce ne andiamo a casa.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Rosa: Ma cosa vado a fare Olli? Vuoi che esco di qua e mi butto sotto un treno?</span></li><li><span class="fs12lh1-5">(...)</span></li></ul></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 10 gennaio 2007, probabilmente dietro la spinta delle parole proferite da Olindo nel colloquio avvenuto poche ore prima, Rosa decide di auto accusarsi. L’interrogatorio inizia alle ore 15,25: «Intendo rendere piena confessione, ho fatto tutto da sola, mio marito non c’entra nulla. Da tempo ero esasperata. Ci hanno reso la vita impossibile con i loro furiosi litigi, rumori e la vita disordinata. Poi lui un po' mi faceva paura, mi minacciava e mi molestava in continuazione con ripetute irrisioni sue e dei suoi amici. Più di una volta mi dissero con tono insolente che mi avrebbero scopata. Lui a volte veniva a sbottonarsi i pantaloni in modo osceno davanti alla mia finestra. Nel sottopasso del garage mi aveva minacciato più di una volta con un coltello. Ho riferito questo episodio a mio marito il quale diceva sempre che prima o poi gli avrebbe spaccato la faccia. Questo mi ha fatto star male. Soffro di un insopportabile mal di testa». Questa è la prima versione in assoluto[10] della confessione di Rosa Bazzi in cui la donna si assume la responsabilità della strage. Rosa, subito dopo, racconta quanto segue: «A un certo punto ero fuori dalla corte a sistemare cose di casa quando ho visto arrivare Raffaella da sola a piedi, entrare a casa sua. Improvvisamente ho deciso di raggiungerla sul pianerottolo. L’appartamento era buio, credo che fosse uscita perché l’appartamento era buio. Io avevo staccato il suo contatore. Sono entrata portando con me un coltello da cucina e un arnese in ferro prelevato da mio marito da una discarica. L’avevo tenuto e pensavo di usarlo per il giardinaggio. Ho fatto tutto io. Mio marito era a casa, forse assopito. È arrivato dopo, quando stava bruciando la casa. Ammetto che però mio marito mi ha aiutato per l’incendio. Abbiamo ammucchiato un po' di libri e di cose infiammabili e abbiamo dato fuoco. Dopo i fatti ci siamo liberati degli abiti sporchi, delle scarpe e delle armi. La macchia quella sera è sempre stata lì, contrariamente a quanto dichiarato da altri. Abbiamo buttato tutto in un cassonetto poco vicino al nostro condominio. Ci siamo disfatti del sacco»[11]. Olindo, quindi, secondo questa prima ricostruzione di Rosa Bazzi, ha avuto un ruolo marginale nella vicenda. Ne emerge che entrambi stanno facendo di tutto per proteggere l’altro. Olindo, prima, come si evince dall’intercettazione ambientale, riferisce a Rosa di voler confessare e assumersi tutte le responsabilità del delitto. Rosa, in seguito, decide di fare altrettanto rendendo “piena confessione” delle uccisioni compiute come si rileva dal riassunto dell’interrogatorio di cui sopra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alle 16,00, sempre del 10 gennaio 2007, comincia anche un nuovo interrogatorio di Olindo. L’uomo viene informato dagli inquirenti che la moglie si è dichiarata colpevole e che ha confessato. Nell’occasione, a Olindo vengono altresì fatti ascoltare due minuti salienti della confessione di Rosa. L’uomo continua a ripetere che la moglie non c’entra nulla e che ha fatto tutto da solo. Giura di voler raccontare la verità e di essere disposto a pagare tutto quel che deve per quel che ha fatto, purché gli sia consentito di continuare a vedere la sua adorata compagna (questo ultimo aspetto sarà ripreso nell’analisi della relazione esistente tra Olindo Romano e Rosa Bazzi dal punto di vista criminologico). Il racconto dei fatti da parte di Olindo è confuso così come è stata confusa la ricostruzione di Rosa nell’interrogatorio precedente. Ad ogni modo, il destino dei due coniugi si delinea quando, nel corso del secondo interrogatorio di Rosa del 10 gennaio 2007, la donna fornisce una versione diversa dei fatti, includendo Olindo quale parte attiva “alla pari” nella strage. Da quel che emerge dalle registrazioni degli interrogatori, Rosa viene messa alle strette dopo che gli inquirenti le leggono quanto raccontato da Olindo nell’ultimo suo interrogatorio[12].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le vicende processuali della strage di Erba sono state ricche di confessioni, ritrattazioni, colpi di scena processuali, elementi che non quadrano ecc. Oggi, Olindo Romano e Rosa Bazzi stanno scontando la pena dell’ergastolo rispettivamente nelle carceri di Opera e di Bollate. Hanno il permesso di incontrarsi una volta ogni quindici giorni. Mario Frigerio, il supertestimone, unico sopravvissuto alla strage che ha riconosciuto in Olindo la persona che ha tentato di ucciderlo[13], è morto dopo una lunga malattia nella notte tra il 15 e il 16 settembre 2014[14]. Sempre nel 2014, i difensori dei Romano affermano di avere nuovi elementi che permetterebbero la riapertura del caso e presentano un’istanza alle procure di Como e Brescia affinché siano eseguiti nuovi accertamenti. Le procure in questione si dichiarano incompetenti. Ad aprile del 2017 la Corte di Cassazione ammette al riesame alcuni dei nuovi elementi di prova. Nel mese di novembre 2017, la Corte d’Appello di Brescia concede di procedere a nuove analisi dei reperti ma, il 30 gennaio 2018, dichiara inammissibile l’incidente probatorio con le seguenti motivazioni: "La richiesta di incidente probatorio deve ritenersi funzionale a una, seppure futura ed eventuale, richiesta di revisione. Tale richiesta deve essere, seppur in astratto, rigorosamente orientata e in grado di scardinare le prove già acquisite e che hanno costituito il giudicato. In altri termini, la richiesta di incidente probatorio deve avere un'astratta potenzialità distruttiva del giudicato con il quale si deve in qualche modo confrontare". Altrimenti, è il ragionamento dei giudici, sarebbe consentita "una ricerca indiscriminata della nuova prova funzionale alla revisione senza alcun vaglio"[15].</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">2. Criminali o malati?</span></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.1. Chi sono Rosa Bazzi e Olindo Romano?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Rosa Bazzi nasce il 12 settembre 1963 e cresce in un quartiere periferico di Erba. È la terza di tre sorelle. Il padre è operaio e la madre casalinga. La piccola Rosa studia poco ma parla moltissimo con tutti, anche con le bambole e coi personaggi che disegna e che inventa. Racconta un sacco di storie e bugie. È mancina e soffre di asma. Speso i bambini la prendono in giro. Lei non è forte ma ha nervi saldi e coraggio, così li mette tutti al loro posto. Finita la quinta elementare non vuole più andare a scuola. Divenuta abbastanza grande, comincia a fare le pulizie a ore. Poi si sposa con Olindo. La madre di Rosa: «Ha sposato un poco di buono, perché anche lei era così, una persona piena di veleno» (Corrias, 2007).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Siamo nel 2006: Rosa Bazzi è una donna puntuale e operosa, che vive per la sua casa. Anzi, Rosa “è la sua casa”. Settantacinque metri quadrati in cui il ritmo deve essere sempre uguale, senza intoppi, senza rumore e dove l’ordine e la pulizia regnano sovrani. Dopo l’arresto, un vicino di casa racconta che, all’alba di ogni giorno, Rosa usciva nella corte con il marito. Lui andava al lavoro, lei faceva i lavori di casa prima di andare a farli in casa di altri. Per via del fisico compatto e per la sua instancabilità, i vicini la chiamavano “il carrarmato”. Rosa faceva sacrifici enormi e dedicava anima e corpo alla propria casa che era tenuta come un santuario. Nessun amico, nessuna frequentazione. I due coniugi si bastavano e non serviva nient’altro. Avevano ancora il mutuo da pagare. Il televisore al plasma lo vedevano solo nel pomeriggio e il loro camper lo usavano solo per brevi gite a pochi chilometri da casa “così non si consumava”. «Era così pulito da sembrare fresco di concessionaria. Lo pulivano ogni giorno, come se fosse il loro bambino» ha raccontato un vicino. Un figlio, in realtà, lo hanno cercato, ma è andata male per due volte: una gravidanza extrauterina e un’altra non portata a termine. Non si poteva parlare con Rosa dell’argomento “bambini” e, tanto meno, delle sue gravidanze andate male. I bambini, poi, non erano ben visti dalla donna, soprattutto quelli piccoli e “rumorosi”. Ogni vicino si ricorda di lei che spinge via il piccolo Youssef che si avvicina troppo al camper con la sua bicicletta. Lei che sale a bussare perché “quel bambino non fa altro che strillare”. Un testimone di nozze di Raffaella Castagna, racconta che, per eliminare i rumori, il padre della donna aveva fatto installare un pavimento in cotto fiorentino alto una spanna, ma anche questo non bastava. Raffaella chiedeva agli ospiti di togliere le scarpe e si raccomandava di non muovere le sedie, ma Rosa saliva lo stesso a lamentarsi e ad insultare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rosa, fuori da casa, era una donna simpatica. Ma quando rientrava nel suo “fortino” di via Diaz, diventava un despota che si rivolgeva ai vicini con parole velenose. Ne aveva sempre per tutti, tanto è che le avevano affibbiato il nomignolo di “Isterichina”. Dovunque si sia trovata, Rosa ha avuto sempre un atteggiamento rigido e inflessibile. Quando viveva a Canzo con sua madre, erano grane continue con i vicini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei giorni successivi alla strage, Rosa era cambiata. Tutti, all’esterno della corte di via Diaz, nelle sue brevi uscite tra supermarket e pizzeria da asporto, avevano notato un certo buonumore nonostante la carneficina che si era consumata a pochi metri dalla sua casa. «Meno male che eravamo in pizzeria, altrimenti se venivano a sapere della causa che avevamo con loro, tiravano in mezzo noi» aveva detto sorridendo ad una amica. Era diventata più gentile. «Quando non ci saremo più, vi ricorderete di una vicina di casa come me» aveva detto a Mohamad, un vicino di casa siriano. Con i giornalisti ciondolava con la testa e ricordava il bambino. «Vivace, ma bello, mi piaceva averlo intorno» aveva detto. «Come faccio a sapere chi è l’assassino? Non so neanche chi è l’amante di mio marito». Suonava fuori luogo quell’euforia. Ma era sincera. Quella era una donna felice. La casa era diventata di nuovo pulita, tutto in ordine. Rosa aveva fatto le “pulizie”[16].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Olindo Romano nasce ad Albaredo per San Marco (Sondrio) il 10 febbraio 1962. Dopo aver lavorato per anni come autista di mezzi pesanti, nel 1996 entra in servizio come netturbino alla Econord S.p.A., azienda di raccolta e smaltimento dei rifiuti. I colleghi di lavoro raccontano che Olindo si faceva sempre gli affari suoi ma non disdegnava di scherzare con loro. Lo descrivono come un “bonaccione”. A ridosso di quell’11 dicembre, si era preso qualche giorno di ferie “per riposare”. Uno si ricorda che una volta aveva commentato così la strage di Erba: «Proprio non riesco a immaginare chi ha potuto fare una cosa del genere»[17].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Olindo e Rosa, appena sposati, vanno a vivere a Proserpio, un paesino di novecento anime in cui era cresciuto l’uomo. Un amore, il loro, che era diventato immediatamente un “patto contro gli altri”. Prima dell’arrivo di Rosa, Olindo, che in paese di faceva chiamare sin da piccolo Carmine, era un ragazzo come tanti altri. Gli piaceva giocare a pallone in piazza, davanti alla chiesa di San Rocco. Primogenito di quattro fratelli, si sentiva diverso da loro perché i genitori, quando lui nacque, non erano ancora sposati. Il padre, deceduto qualche anno prima, aveva avuto una vita difficile: operaio frontaliere, partiva il lunedì mattina e tornava il sabato. I quattro bambini, Olindo, Piero, Lino e Agata li ha tirati su mamma Piera. Olindo, da poco sposato, ad un certo punto rivendica parte della casa dove vivono, in appartamenti diversi, i fratelli. Dice che l’aveva fatta anche lui. Il litigio arriva fino alla piazza. Da allora, per i suoi familiari, Olindo sparisce. Piera, l’anziana madre di Olindo, racconta ai giornali: «Mio figlio è innocente. È in carcere per colpa di Bazzi Rosa. Era lei che comandava. Tutte le vigliaccherie che poteva fare, le ha fatte. Se mi viene sotto Bazzi Rosa io l’ammazzo. (…) La madre (di Rosa) era una vipera, velenosa come l’aspis. Il padre era un grande ubriacone…»[18].</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.2. Coppie criminali e “folie à deux”</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal giorno in cui si sono delineate le responsabilità dei fatti di Erba, quanto meno da un punto di vista processuale, criminologi, psichiatri e psicologi hanno iniziato ad interrogarsi sulle possibili cause che hanno portato due persone dalla vita ordinaria e senza particolari problemi di natura economica, a premeditare un delitto di siffatta crudeltà. Di fatto, Olindo e Rosa sono entrati a pieno titolo in quella categoria di assassini che vengono definiti, in gergo,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">coppia criminale</span></i><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno della coppia criminale è abbastanza raro in quanto la maggioranza dei crimini vengono ideati e commessi da singoli soggetti che possono coinvolgerne altri in modo casuale. Naturalmente, in questo contesto sono da escludersi criminali organizzati, cioè soggetti dediti ad attività illecite come rapine, estorsioni, spaccio di stupefacenti ecc. Qui parliamo di assassini che agiscono spinti da moventi assai particolari, i quali non necessariamente instaurano tra loro il legame tipico della coppia criminale di cui si parlerà tra poco.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come sopra rappresentato, il fenomeno della coppia criminale è poco comune ma in letteratura possiamo ritrovare diversi esempi di coppia criminale che portano a pensare, per via del tipo di relazione intercorrente tra i due componenti, dei moventi e della ferocia con cui è stato commesso il crimine, che si tratti di qualcosa che sfugge all’umana comprensione e che debba essere messo unicamente nelle mani della criminologia e della psichiatria. Alcuni fulgidi esempi di coppie criminali dei nostri giorni e del nostro Paese, oltre a Olindo Romano e Rosa Bazzi, sono stati Erika De Nardo e Mauro “Omar” Favaro (delitto di Novi Ligure), Alexander Boettcher e Martina Levato (coppia dell’acido), il medico di pronto soccorso Leonardo Cazzaniga (l’angelo della morte) e l’infermiera Laura Taroni. Vendetta, odio, perversione, denaro: possono essere diversi i moventi che spingono la coppia criminale ad agire. Oltre l’esaltazione del loro esclusivissimo rapporto e la forte dipendenza psicologica, troviamo in queste coppie qualcosa di terribile che sfugge a qualsiasi tipo di interpretazione razionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il fenomeno delle coppie criminali è stato studiato molto poco. Il primo ad occuparsene fattivamente è stato Scipio Sighele (1868-1913)[19], sociologo e criminologo italiano che, nella terza edizione della sua opera “La coppia criminale” pubblicata nel 1909[20], suddivise le coppie criminali come segue:</span></div><div><ol><li><span class="fs12lh1-5">gli amanti assassini: in questi casi, come facilmente si intende, è la suggestione d'amore che ha una grandissima parte. Spesso un amante può spingere l'altro al delitto. Dei due amanti, l'uno è un perverso e l'altro un debole, per cui questi diventa strumento dell'altro. Il legame che unisce l'incube al succube è l'amore sessuale nelle sue forme colpevoli o patologiche, e il delitto commesso ha sempre la sua origine, o per lo meno una delle sue cause, in questo amore, sia che sia vicendevole e corrisposto, sia che parta da uno degli amanti e sia dall'altro semplicemente subito. Spesso due amanti si associano per passione d'amore, ma molto spesso due amanti si associano per motivi più turpi e più antisociali, ad esempio per cupidigia;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la coppia infanticida: il cui delitto che nasce come conseguenza spontanea, se non necessaria, dall'amore illecito. Tutto ruota intorno alla prova della colpa che occorre fare scomparire; è il bambino - il quale, uscendo alla vita, accusa la madre - che bisogna sopprimere. L'infanticidio è il delitto specifico delle campagne e delle classi meno colte, che non hanno la furberia di sostituirlo con l'aborto; sono casi in cui si potrebbe quasi dire che la responsabilità del delitto ricade intera su uno solo dei due individui che compongono la coppia criminale, giacché l'altro non fa che prestare - costretto - il suo aiuto incosciente e meccanico;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la coppia familiare: è assai facile che ove in una famiglia vi sia, vicino a un malvagio, un individuo di scarso senso morale, il primo sappia corrompere il secondo. La dimestichezza e la vita in comune sono condizioni favorevolissime al sorgere e allo svilupparsi di una suggestione criminosa. In questi delitti familiari, in cui lo scopo è quasi sempre quello del lucro, in cui non c'è quasi mai una scintilla di una passione meno turpe che possa gettare sui colpevoli almeno una pallida scusa, più che l'incontro di un perverso e di un debole e la corruzione lenta di questo per opera di quello, avviene l'incontro di due perversi che non hanno bisogno di molto tempo per intendersi e per associarsi. Certamente esiste anche fra di essi un rapporto di dipendenza e l'uno agisce per impulso dell'altro, ma le singole parti non sono così diverse e così distinte come in altri casi. Non mancano tuttavia dei casi in cui l'influenza suggestiva dell'uno sull'altro è - anche nella coppia familiare - assai più intensa e in cui si ritrovano veramente coi loro caratteri spiccati i due tipi dell'incube e del succube;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">la coppia di amici: sorge, per lo più, nell'ambiente del carcere o in quelle taverne ove si riuniscono, insieme ai delinquenti, i vagabondi, gli spostati e gli oziosi, tutti i candidati, insomma, che attendono di prendere il loro posto nell'esercito del delitto. L'amicizia è anch'essa una condizione favorevole allo svolgersi di una suggestione criminosa, nel caso in cui uno degli amici sia un perverso e l'altro, psicologicamente, un debole[21].</span></li></ol><span class="fs12lh1-5">Una patologia di coppia, non necessariamente criminale, chiamata</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">folie à deux</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">(letteralmente “follia a due”), è un fenomeno descritto per la prima volta da Lasegue e Falret nel 1877[22]. In termini medici, la folie à deux è chiamata</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">disturbo psicotico condiviso</span></i><span class="fs12lh1-5">[23] o</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">sindrome delirante indotta</span></i><span class="fs12lh1-5">[24]. Tale patologia “a due” nasce quando un soggetto inizia a manifestare una psicosi causata dalla relazione con un altro soggetto che è già affetto dalla stessa patologia psichiatrica. In sostanza, è una sorta di “contagio” di tipo psichiatrico causato dal semplice fatto che i due soggetti sono in una relazione caratterizzata da un lungo vissuto insieme. Spesso tale vissuto è connotato da una buona dose di isolamento sociale. Nella follia a due, la psicosi consta generalmente in un disturbo delirante di tipo persecutorio in cui le convinzioni del primo, il soggetto che ne era già affetto, chiamato</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">induttore</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">o</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">caso primario</span></i><span class="fs12lh1-5">, vengono condivise con l’altro, integralmente o solo in parte. Chi viene contagiato non è detto debba necessariamente essere predisposto a sviluppare patologie psichiatriche né che debba esserne già affetto, quindi può essere un soggetto del tutto sano. Tuttavia, la fragilità psicologica di chi subisce l’influenza dell’induttore è un fattore determinante per l’insorgere del disturbo. Se la relazione con il caso primario viene interrotta, le convinzioni deliranti di chi ha subito l’influenza del caso primario cessano (Caponnetto et al., 2013).</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.3. Le perizie psichiatriche</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">I giudici che si sono occupati della strage di Erba, con diverse argomentazioni hanno sempre rigettato l’istanza di una perizia psichiatrica. La prima volta perché il perito aveva operato la sua analisi unicamente su fonti documentali senza mai aver incontrato gli imputati. Mentre, nel ricorso in Cassazione, quest’ultima ha sentenziato che non “può essere la sola efferatezza del delitto a suggerire la necessità di una perizia per valutare l’imputabilità, poiché non esiste alcun binomio automatico tra ferocità dell’aggressione e malattia mentale. &nbsp;Al contrario, si deve dar rilievo ai comportamenti tenuti prima e dopo il fatto dagli imputati che, dimostrando un forte controllo di sé e agendo per costruirsi un alibi, possono essere ritenuti espressivi di un ‘non interrotto contatto con la realtà’”[25].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel quadro delle valutazioni di tipo psicologico e psichiatrico, è innanzitutto da evidenziare quanto affermato dalla psicologa del carcere di Como che ha seguito Olindo e Rosa durante la custodia cautelare. Olindo Romano raccontò alla dottoressa Graziella Mercanti di aver fatto un patto comune di suicidio con la moglie perché non riuscivano a contemplare una vita separata. Nella sua deposizione, la Mercanti disse quanto segue: «L'impossibilità di stare insieme era per loro annichilente tanto che Olindo ripeteva che, se non avesse potuto scontare la pena con la moglie, l'avrebbe fatta finita, smettendo di alimentarsi… se anche dovessi uscire dal carcere - ripeteva l'imputato - non ce la farei senza di lei». «E anche Rosa - ha aggiunto la dottoressa - parlava di suicidio e ripeteva di continuo che la sua esistenza era finita». La seconda più interessante deposizione è stata quella della psichiatra Nunzia Chieppa, assunta dalla difesa dei Romano, la quale ha spiegato che «è evidente che siamo di fronte a una patologia di coppia che rientra nei casi di schizofrenia paranoide. I due vivevano e vivono in una sorta di bolla e si sentono perseguitati dal mondo esterno, con cui non vogliono entrare in contatto. In più la vita di coppia di Rosa e Olindo non è strutturata su un rapporto di parità come lo intendiamo tra adulti, ma, al contrario, Rosa è una bimba che, col suo atteggiamento, condiziona le azioni di Olindo, una sorta di marito-padre. Per dirla alla francese, siamo in presenza di una folie à deux, una follia a due»[26].</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Poi è stata la volta del professor Filippo Borgetto e del suo team (con Borgetto in tutto tre psichiatri) i quali, nella loro relazione, hanno affermato che Rosa Bazzi e Olindo Romano erano affetti da un disturbo delirante, una psicosi cronica che si sviluppa gradualmente e decorre per lungo tempo. Una patologia caratterizzata da idee deliranti ben organizzate, di persecuzione e rivendicazione. Infatti, “all’origine della strage vi potrebbe essere un’ideazione delirante che si costruisce, si stabilizza e si consolida in condizioni di isolamento sociale e che può portare a comportamenti violenti causati da fattori scatenanti. La pianificazione degli omicidi sarebbe dovuta ad una fortissima dipendenza reciproca tra i coniugi connotata in modo evidente dalla forte dipendenza di Olindo dalla moglie. Sussisterebbe, quindi, uno squilibrio psichico in relazione al quale effettuare approfondimenti. La confessione prodotta da Olindo e Rosa durante gli interrogatori, denuncerebbe inoltre una straordinaria freddezza, un distacco, una mancanza di risonanza emotiva e di coinvolgimento affettivo”[27].</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2.4. Focus su psicosi, disturbo delirante e schizofrenia paranoide</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei due paragrafi precedenti si è argomentato in relazione al possibile quadro patologico di Rosa Bazzi e Olindo Romano. I due, a quanto risulta dalle perizie effettuate dalla difesa, sembrerebbero affetti da disturbo psicotico condiviso (“folie à deux”) in cui Rosa Bazzi risulterebbe l’induttore (caso primario) e Olindo Romano il “contagiato”. Ora, però, risulta necessario, ai fini di una migliore e più comprensibile esposizione del presente lavoro, chiarire il significato e la portata dei disturbi citati nel caso della trattazione della folie à deux e dai periti di parte dei Romano, precisando che, nel campo della psichiatria, spesso non si trovano linee nette di pensiero circa le caratteristiche di disturbi e malattie mentali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Psicosi” è un termine generico con cui ci si riferisce ad una serie di disturbi psichiatrici caratterizzati da una grave alterazione dell’equilibrio psichico. Chi ne è affetto non ha una corretta visione della realtà, non riesce spesso ad avere cognizione della propria patologia e ha di frequente disturbi del pensiero quali deliri e/o allucinazioni. Esistono differenti tipi di disturbi psicotici tra i quali troviamo i disturbi di contenuto del pensiero. Tra questi, vi è il “disturbo delirante”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il disturbo delirante è, appunto, caratterizzato da deliri cioè falsi convincimenti. Per avere una diagnosi di disturbo delirante, i sintomi devono essere presenti per almeno un mese senza altri sintomi tipici della schizofrenia. Infatti, qualora fossero riscontrati sintomi di schizofrenia, il paziente sarebbe affetto da quest’ultima patologia. I deliri possono essere:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">“non bizzarri”, cioè riguardanti situazioni come la sensazione o il timore di essere seguiti, avvelenati, infettati, amati a distanza o essere ingannati o traditi dal proprio partner;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">“bizzarri”, cioè concernenti situazioni assai improbabili come credere di essere stati vittima di una asportazione di organi interni senza avere cicatrici da sutura.</span></li></ul><span class="fs12lh1-5">Il disturbo delirante non è molto diffuso e insorge generalmente in media o tarda età. Il funzionamento dal punto di vista psicosociale non viene compromesso e i problemi, normalmente, sono connessi unicamente alle convinzioni deliranti[28]. È da evidenziare che non vi sono pareri unanimi in tal senso. Infatti, diversi autori sostengono che i soggetti davvero affetti da un disturbo delirante, non hanno una vita normale sotto il profilo psicosociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel suo intervento quale consulente di parte della difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi, la psichiatra Nunzia Chieppa afferma la presenza di una “schizofrenia paranoide”. La schizofrenia è una psicosi caratterizzata da perdita del contatto con la realtà e una serie di manifestazioni come allucinazioni, deliri, linguaggio e comportamento disorganizzati, appiattimento dell'affettività, deficit cognitivi e malfunzionamento occupazionale e sociale. La causa è sconosciuta, ma vi è una forte evidenza di una componente genetica. I sintomi di solito esordiscono nell'adolescenza o nella prima età adulta. Uno o più episodi sintomatici devono persistere almeno sei mesi prima che venga formulata la diagnosi. Il trattamento consiste nella terapia farmacologica, nella psicoterapia e nella riabilitazione[29]. La schizofrenia paranoide è la tipologia più comune di schizofrenia[30]. Il quadro clinico è caratterizzato da deliri relativamente stabili di tipo persecutorio solitamente accompagnati da allucinazioni soprattutto di natura uditiva (sentire le voci) e disturbi della percezione[31]. I sintomi della schizofrenia paranoide hanno un effetto assai negativo sulla qualità della vita e la malattia non è reversibile benché si possano ottenere buoni risultati con un idoneo trattamento farmacologico[32].</span></div><div><b><br></b></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5">3. Analisi neurosociologica degli autori e della criminodinamica della strage</span></b><br></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3.1 Follia a due: l’incastro perfetto</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La folie à deux appare la spiegazione più plausibile del comportamento dei coniugi Romano, non solo nel merito di quanto è accaduto la sera dell’11 dicembre 2006 ma in relazione a tutto il loro vissuto insieme. Prendendo come riferimento le storie di vita di Rosa e Olindo, prima e dopo l’inizio della loro relazione sentimentale, unitamente al profilo psicologico-psichiatrico tracciato dagli esperti, i due sembrano incarnare alla perfezione i due elementi “tipici” di una relazione patologica destinata a sfociare in un disturbo psicotico condiviso. Rosa è una donna dal carattere forte, una maniaca dell’ordine e della pulizia, un “carrarmato” come l’hanno definita i vicini. È altresì una persona fortemente intollerante, soprattutto se si tratta del suo “fortino”, la sua casa, e delle sue cose come il camper. Infatti, le modalità di relazionarsi socialmente con gli altri mutano grandemente a seconda che il suo ambiente di vita sia potenzialmente in pericolo o meno: nella corte dove abita la conoscono tutti come una persona assai sgradevole, molto poco incline ai rapporti interpersonali e sempre pronta a rimproverare tutti. L’“Isterichina” l’avevano soprannominata. Sul posto di lavoro, invece, è una persona gentile, gradevole e disponibile. La parlantina da “macchinetta” è, poi, un’altra sua caratteristica, sia nel bene che nel male. Anche dal suo vissuto nella famiglia d’origine emergono delle particolarità. Innanzitutto, arriva a conseguire solo la licenza elementare. Questo è un dato importante perché parliamo di una donna nata nel 1963, quindi in data successiva alla riforma scolastica che ha portato l’obbligo di istruzione a 14 anni[33]. Risulta chiaro che Rosa abbia avuto dei genitori tutt’altro che responsabili nel crescere i propri figli ma anche noncuranti della legge. Rosa se la ricordano tutti come una che parlava moltissimo con tutti ma che racconta un sacco di bugie. Di norma, i bambini raccontano tutti delle bugie, fa parte della crescita, ma se Rosa viene ricordata da chi la conosceva per questa caratteristica, potrebbe essere che la menzogna, per lei, non fosse una semplice modalità infantile di sperimentarsi. I bulli, poi, non sono mai stati un problema: ha sempre saputo come metterli al “loro posto”, chissà come. Quando Rosa si sposa con Olindo, di lei la madre dice: «Ha sposato un poco di buono, perché anche lei era così, una persona piena di veleno» (Corrias, 2007). Gli elementi che scaturiscono da queste narrazioni sull’infanzia e l’adolescenza di Rosa Bazzi, lasciano intravedere un ambiente sociale primario assai critico nonché una personalità molto particolare fin dall’infanzia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Olindo, invece, è un omone di un metro e sessantasei per cento chili di peso cresciuto con il complesso di essere figlio di persone non sposate. Infatti, come si è detto in precedenza, quando lui nacque i suoi non erano ancora uniti in matrimonio. È descritto dai suoi colleghi (ormai “ex”) di lavoro come un uomo riservato ma anche capace di scherzare, un “bonaccione”. Nel suo ambiente sociale d’origine, con la sua famiglia e con i suoi conoscenti, cambia quando conosce Rosa: da “ragazzo della piazza” a cui piace giocare a pallone davanti alla chiesa del paese, si chiude nella morbosa relazione con la moglie e inizia a rivendicare ciò che reputa suo di diritto, una parte della casa familiare, fino ad arrivare alle mani con i suoi fratelli. Dopo quell’episodio, “taglia i ponti” con la sua famiglia. Appare come uno che ha vissuto da represso nelle emozioni e nelle aspirazioni. La parola d’ordine che ha sentito sempre riecheggiare nelle sue orecchie è “sgobbare”. Primogenito cresciuto senza la presenza paterna, in quanto il padre faceva ritorno a casa solo la domenica a causa del lavoro, Olindo ha probabilmente trovato in Rosa la sua occasione di riscatto sociale. Rosa Bazzi, l’induttore, una persona dal carattere forte e con apparenti qualità di donna e madre perfetta capace, allo stesso tempo, di far sentire Olindo, il “debole”, il “contagiato”, importante come uomo, marito e potenziale padre dei propri figli. In realtà, come ha stabilito una delle perizie psichiatriche, l’ipotesi che Olindo abbia assunto il ruolo di “padre-marito” pronto a soddisfare i bisogni e le pretese della “moglie-bambina” Rosa, sembra avere parecchia sostanza.</span></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3.2. Cervelli connessi</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo aver trattato della predisposizione psicosociale di una coppia in relazione all’insorgere di un disturbo psicotico condiviso, risulta necessario argomentare su come si innesca la relazione e su quali basi si fonda la dipendenza nella relazione patologica. Su questo fronte, le scoperte neuroscientifiche degli ultimi trent’anni e la visione neurosociologica dei processi di socializzazione possono fornire interessanti e plausibili ipotesi. La neurosociologia è la disciplina che studia le interazioni umane e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso. Essa utilizza strumenti di analisi ed intervento sociologici supportati dalle conoscenze neuroscientifiche (Blanco, 2015). Grazie ai loro imponenti progressi, derivanti da nuove tecniche e tecnologie di indagine del cervello umano, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo la neuroscienza ha iniziato a rispondere ai primi quesiti riguardanti le relazioni sociali, facendo emergere nuove branche delle scienze umane e sociali chiamate “neuroscienze sociali” o “neuroscienze delle relazioni umane”. Alla base di queste discipline vi è il concetto che il cervello è “progettato” per essere sociale. Non è più utile studiare unicamente il singolo individuo con le proprie caratteristiche, ma è assolutamente necessario osservare l’essere umano all’interno del suo ambiente sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con l’espressione “cervello sociale” si intende la nostra capacità di connetterci in modo automatico ed inconscio con il cervello di altre persone ogni volta che interagiamo con esse, anche solo per un istante. Questo avviene perché possediamo delle strutture nervose il cui compito è quello di garantire le interazioni con l’“altro diverso da noi” e l’instaurarsi di relazioni sociali che sono l’”arma” di sopravvivenza più importante per la nostra specie (Blanco, 2016).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nello specifico, nel nostro cervello è presente una speciale classe di neuroni chiamati</span><span class="fs12lh1-5"> </span><i><span class="fs12lh1-5">neuroni specchio</span></i><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">che sono stati scoperti per la prima volta alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso dal Prof. Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe di ricercatori[34] all’Università di Parma. I neuroni specchio sono speciali neuroni che sono al contempo neuroni motori e neuroni sensoriali. Quando si attivano trasmettono i loro impulsi alla corteccia motoria[35] e, principalmente, codificano insieme percezione e azione. Si attivano quando compiamo un atto motorio finalizzato, cioè avente uno scopo, e allo stesso modo quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto. I primi esperimenti fatti sulle scimmie, prevedevano esercizi di afferramento, prensione, manipolazione e spostamento di oggetti. I risultati furono che il 20% dei neuroni di F5[36] si attivava sia quando la scimmia eseguiva determinati atti motori, sia quando osservava gli sperimentatori eseguire i medesimi atti motori. Pertanto, i neuroni specchio rispondevano anche ad azioni osservate, purché avessero un significato per la scimmia. La differenza con l’uomo risiede nel fatto che questi particolari neuroni, nell’uomo, si attivano anche quando l’atto motorio non è finalizzato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo numerose critiche, Marco Iacoboni e la sua equipe ripresero gli studi sui mirror in modo più approfondito. Analizzando ventuno malati volontari affetti da grave epilessia, assodarono definitivamente le proprietà dei neuroni specchio già osservate da Rizzolatti e colleghi nelle scimmie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In sostanza, i neuroni specchio ci consentono di comprendere le azioni altrui ma anche di anticiparle. Ad esempio, quando osserviamo una persona prendere un bicchiere per portarlo alla bocca, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni motori che si attiverebbero se l’atto di prendere il bicchiere per portarlo alla bocca lo stessimo compiendo noi stessi. In pratica, da un punto di vista esperienziale, noi effettuiamo degli atti motori anche quando vediamo qualcun altro eseguirli. Facciamo esperienza compiendo degli atti motori finalizzati e facciamo esperienza osservando gli altri compiere atti motori facenti parte del nostro repertorio motorio. Inoltre, i neuroni specchio si attivano anche per atti motori finalizzati che vengono uditi. Ad esempio, se sentiamo aprire una lattina di una bibita in una stanza accanto alla nostra dove non vediamo l’esecutore di quell’atto motorio, i nostri neuroni specchio si attivano come se l’atto lo stessimo compiendo noi stessi. Con i medesimi meccanismi, in noi viene simulato lo stato d’animo di una persona che non vediamo ma che sentiamo ridere, piangere o urlare dal dolore (Blanco, 2015). I neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale anche nell’apprendimento, in quanto la base di quest’ultimo è di natura motoria. Inoltre, la scoperta dei neuroni specchio ha confermato le osservazioni compiute negli anni Settanta del secolo scorso dallo psicologo Meltzoff il quale studiò il comportamento imitativo di un bambino nato da soli quarantuno minuti. Per tutta la durata della nostra vita noi esseri umani imitiamo i nostri simili e ci rispecchiamo in essi. Le esperienze sociali sono la fonte del nostro saper vivere in tutti i sensi, dagli atti motori sino ad arrivare alla manifestazione delle emozioni. Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto. Io osservo il volto di una persona e le sue emozioni risuonano in me, perché mi rispecchio in essa. Questo il motivo per cui se un soggetto osserva un altro soggetto triste, i neuroni specchio relativi ai muscoli del volto dell’osservatore si attivano come quando egli stesso prova un sentimento di tristezza. Pertanto, i neuroni specchio ci permettono di sperimentare dentro di noi le emozioni provate da un nostro simile e condividere con lui la sua esperienza interiore (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). In sostanza, i neuroni specchio sono la base neurale dell’empatia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’empatia è la capacità di un individuo di immedesimarsi nell’altro, sia persona reale che immaginaria, come ad esempio il personaggio di un film.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5 cf1">Il significato etimologico del termine empatia è "</span><span class="fs12lh1-5 cf1">sentire dentro</span><span class="fs12lh1-5 cf1">". Grazie ad essa, infatti, possiamo relazionarci e condividere le stesse emozioni del nostro interlocutore semplicemente osservandolo o ascoltandolo. Sicuramente il senso che ha maggior rilievo è la vista ma, per esempio, possiamo entrare in empatia con un altro soggetto anche attraverso l’udito, tramite l’intensità, l’intonazione ed il ritmo del parlato. Ricordiamoci che, come detto in precedenza, il cervello è stato “progettato” per essere sociale. Ogni volta che due o più persone interagiscono, anche solo per qualche istante, connettono i loro cervelli. È impossibile non entrare in empatia con gli altri. Addirittura, se le interazioni sono frequenti e si realizza una vera e propria relazione sociale, si innescano dei</span><span class="fs12lh1-5">meccanismi automatici di simulazione incarnata. Con simulazione incarnata si intende la capacità di riconoscere in coloro che osserviamo un qualcosa in cui ci immedesimiamo e di cui ci appropriamo tanto da farlo nostro. Alla base non vi è alcun ragionamento, ma una comprensione diretta che viene dall’interno (Blanco, 2018).</span></div><div><br></div><div><br></div><div><b><span class="fs14lh1-5">Conclusioni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La criminodinamica della Strage di Erba richiama più le gesta di un “commando militare” piuttosto che l’azione di due normali coniugi dalla vita altrettanto normale. Tanto è vero che questo è proprio uno tra gli elementi su cui si sono basati diversi esperti che hanno ricostruito l’accaduto e che hanno tentato di scagionare i coniugi Romano. Secondo la ricostruzione dell’accusa, alle 19.50 Olindo e Rosa sono pronti ad entrare in azione e già alle 20.20 l’incendio divampa. Ragionevolmente, quindi, la strage si è consumata nell’arco di una manciata di minuti. Troppo pochi per le capacità psicofisiche di un netturbino e una donna delle pulizie che, chiaramente, non hanno alcun addestramento alle spalle? Rosa sale al primo piano, Raffaella le apre la porta. Olindo si avventa con una spranga contro Raffaella fracassandole il cranio. Subito dopo Rosa le sferra numerose coltellate, mentre Olindo ha già colpito con la stessa modalità la madre di Raffaella, Paola Galli. Nel contempo Rosa è già in camera dove si trova il piccolo Youssef. Lo afferra mentre il bambino cerca di difendersi e lo sgozza. Tutto nella penombra, tutto senza destare particolare allarme nella palazzina di via Diaz. Mentre il fumo si sparge nel condominio, Rosa e Olindo attendono di sapere di chi siano quei passi che sentono fuori dall’appartamento Castagna. Olindo apre di scatto la porta e getta a terra Mario Frigerio, buttandoglisi subito dopo sopra e sgozzandolo. Le ultime urla di Valeria Cherubini in vita richiamano l’attenzione dei due mostri che, in modo fulmineo, salgono al secondo piano uccidendo a coltellate anche la povera donna e il suo cane. Immediatamente dopo i due assassini riescono a recarsi nel proprio garage senza essere visti, si lavano, si cambiano, occultano le armi e partono in direzione Como. Quindi, troppo poco tempo? Forse sì, ma in base a ciò che si è argomentato sino ad ora risulta probabile il contrario. Infatti, i cervelli di Rosa e Olindo erano connessi, fusi, un solo pensare e agire. Olindo e Rosa “abitavano” l’uno nella mente dell’altro. Nelle coppie criminali, in particolare questa coppia, i meccanismi di simulazione incarnata vengono esasperati fino a trasformarsi in un rapporto simbiotico caratterizzato da un’ossessività che esclude tutto il resto del mondo. Tutti gli altri sono invasivi e prepotenti, un nemico da combattere. Olindo è il tipico carattere vicariale, il secondo della relazione, un perdente, tanto è che lui si è reso conto fin da subito del massacro che stavano compiendo. Rosa, invece, no. Ciò conferma che era Rosa la “burattinaia” nella coppia. Durante il processo, entrambi seduti dietro le sbarre, chiacchierano, ridono, si abbracciano teneramente. Sembrano totalmente inconsapevoli di ciò che li aspetta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La totale dipendenza dall’altro è sempre patologica, ma l’amore non è dipendere. Rosa e Olindo sono una coppia a cui non interessa il resto del mondo, né le persone, né il lavoro, né i beni materiali, perché l’importante è solo ed unicamente stare insieme. Anche in carcere.</span></div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5">Riproduzione riservata</span></div><div><b><br></b></div><div><hr></div><div><div><b><span class="fs11lh1-5">Note</span></b></div><div><span class="fs11lh1-5">[1] La Repubbica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">"Ho preso il bambino e gli ho tagliato la gola"</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Enrico Bonerandi e Emilio Randacio del 12 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[2] Affaritaliani.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Strage di Erba/ Rosa Bazzi: "Ho ucciso Raffaella perché mi faceva paura"</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 16 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[3] Ad oggi, non è ancora chiaro chi abbia staccato la corrente, se Olindo o Rosa.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[4] L’udienza si sarebbe dovuta tenere il 13 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[5] In realtà, non è mai emersa la verità sull’oggetto contundente metallico usato dal Romano. I coniugi han sempre parlato, infatti, di una stanga di ferro che sarebbe dovuta servire per attività di giardinaggio.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[6] Corriere della Sera,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La confessione: «Senza quelli si vive meglio»</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Giusi Fasano del 12 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[7] La Repubbica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Olindo e Rosa: otto anni dopo, il grande mistero dei mostri perfetti</span><u><span class="fs11lh1-5">,</span></u></i><span class="fs11lh1-5">articolo di Carlo Verdelli del 16 settembre 2014.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[8] La ricostruzione segue quella delineata a livello processuale. Le contraddizioni che hanno caratterizzato tutte le fasi giudiziarie che hanno tentato di arrivare ad una sola verità, sono tutt’ora molte.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[9] Intercettazione ambientale effettuata dai Carabinieri in data 10 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[10] La Bazzi cambierà la sua versione dopo poco tempo.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[11] Corriere della Sera.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Strage di Erba, l'ordinanza del gip</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 7 febbraio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[12] Pagliari P. (2015),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">«Non siamo stati noi». La strage di Erba dalla parte di Rosa e Olindo</span></i><span class="fs11lh1-5">, Youcanprint, pp. 248-256.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[13] Contrariamente alle notizie divulgate dai media, Mario Frigerio, prima di fare il nome di Olindo Romano, fece per ben tre volte la descrizione di un altro aggressore completamente diverso dal netturbino di Erba (Panza S., 2011).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[14] Il Giorno,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Morto Mario Frigerio: fu l'unico sopravvissuto alla Strage di Erba</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Roberto Canali del 16 settembre 2014.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[15] La Repubblica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Strage di Erba, respinto incidente probatorio: "Le nuove analisi non sono in grado di ribaltare sentenza"</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 30 gennaio 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[16] Corriere.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Casa, manie e rancori. Il mondo buio di Rosa</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Marco Imarisio del 12 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[17] La Repubblica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Olindo e Rosi, sposi semplici con la passione del camper</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Enrico Bonerandi del 9 gennaio 2007.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[18] Linea Gialla - Tra i casi: Roberta Ragusa, la strage di Erba e storie di femminicidio (15/10/2013).</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[19] Scipio Sighele fu allievo di Enrico Ferri (1856-1929), fondatore della scuola positivista, considerato uno dei maggiori esponenti della criminologia del secolo scorso.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[20] La prima edizione risale al 1892.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[21] Sighele S.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La coppia criminale: psicologia degli amori morbosi</span></i><span class="fs11lh1-5">, Bocca, Torino, 1892, p. 15.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[22] Lasegue C., Falret J. 1877,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La folie a` deux (ou folie communiquée)</span></i><span class="fs11lh1-5">, Annales Medico-Psychologiques, vol. 18, 1877, pp. 321-355.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[23] DSM IV-TR,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders</span></i><span class="fs11lh1-5">, Fourth Edition.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[24] ICD-10,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Classification of Mental and Behavioral Disorders: clinical descriptions and diagnostic guidelines</span></i></div><div><span class="fs11lh1-5">[25] Cass., sez. I, 3.5.2011 (dep. 5.9.2011), n. 33070, Pres. Chieffi, Est.Caprioglio, ric. Romano.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[26] Il Giornale.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Una perizia psichica per Olindo e Rosa «Meglio il suicidio che vivere separati»</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Gabriele Villa del 27 marzo 2008.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[27] La Repubblica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Olindo e Rosa soffrono di psicosi cronica</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 16 marzo 2010.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[28] Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, disturbo delirante, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[29] Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, schizofrenia, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[30] Varcarolis E. (2006), Manual of Psychiatric Nursing Care Plans 3° Ed., Saunders, Philadelphia, 2006.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[31] Funzione psicologica che interpreta i dati sensoriali al fine di conferire a questi una configurazione dotata di significato. Da non confondere con la “sensazione” che, invece, è la consapevolezza mentale di una risposta di organi di senso a stimoli come il calore, il suono, le radiazioni luminose.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[32] Mayo Foundation for Medical Education and Research (2013),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Paranoid Schizophrenia</span></i><span class="fs11lh1-5">, Mayo Clinic.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[33] Legge 31 dicembre 1962, n. 1859.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[34] L’equipe di Parma, in quel periodo, era composta da Rizzolatti, Gallese, Fogassi, Fadiga e di Pellegrino.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[35] Area della corteccia cerebrale che attiva i muscoli.</span></div><div><span class="fs11lh1-5">[36] L’area 6 di Brodmann è suddivisa in due aree situate nella porzione inferiore della corteccia premotoria: F4 e F5. La lettera “F” sta per “frontale”.</span></div></div><div><b><span class="fs11lh1-5"><br></span></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Bibliografia</span></b><br></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Blanco M. (2015),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">I neuroni specchio e la comunicazione genitore-adolescente. La prospettiva neurosociologica dell’interazione comunicativa</span></i><span class="fs11lh1-5">, Academia.edu.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Blanco M. (2018),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Perché ce la prendiamo con le persone amate? Un’ipotesi neurosociologica su un paradosso del comportamento sociale</span></i><span class="fs11lh1-5">, Academia.edu.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Caponnetto P., Auditore R., D’Alessandro M., Nasca G., Palumbo V., Mariconda L., Maglia M. (2013),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">L’aggressività della coppia criminale: la strage di Erba analizzata nell’ottica della coscienza intersoggettiva di D. Stern</span></i><span class="fs11lh1-5">, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, Vol. VII, N. 3, Set-Dic 2013, pp. 61-74.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cass., sez. I, 3.5.2011 (dep. 5.9.2011), n. 33070, Pres. Chieffi, Est.Caprioglio, ric. Romano.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Corrias P.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Vicini da morire. La strage di Erba e il Nord Italia divorato dalla paura</span></i><span class="fs11lh1-5">, Mondadori, Milano, 2007.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">DSM IV-TR,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders</span></i><span class="fs11lh1-5">, Fourth Edition, American Psychiatric Association, Washington, 2001, pp. 363- 364.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">ICD-10,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Classification of Mental and Behavioral Disorders: clinical descriptions and diagnostic guidelines</span></i><span class="fs11lh1-5">, Ed. italiana a cura di D. Kemali, M. May, F. Catapano, S. Lobrace, L. Magliano, Masson, Milano, 1992, pp. 100-102.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Joshi K.G., Frierson R.L., Gunter M.D. (2006),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Shared Psychotic Disorder and Criminal Responsibility</span></i><span class="fs11lh1-5">, in Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law, vol. 34, pp. 511-517.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Lasegue C., Falret J. (1877),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La folie a` deux (ou folie communiquée)</span></i><span class="fs11lh1-5">,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Annales Medico-Psychologiques</span></i><span class="fs11lh1-5">, vol. 18, 1877, pp. 321-355.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Pagliari P. (2015),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">«Non siamo stati noi». La strage di Erba dalla parte di Rosa e Olindo</span></i><span class="fs11lh1-5">, Youcanprint, pp. 248-270.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Panza S. (2011),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Una strage imperfetta</span></i><span class="fs11lh1-5">, Lampi di Stampa, p. 38</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Sighele S.,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La coppia criminale: psicologia degli amori morbosi</span></i><span class="fs11lh1-5">, Bocca, Torino, 1892, p. 15.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Varcarolis E. (2006),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Manual of Psychiatric Nursing Care Plans 3° Ed.</span></i><span class="fs11lh1-5">, Saunders, Philadelphia, 2006.</span></li></ul></div><div><b><br></b></div><div><b><span class="fs11lh1-5">Sitografia</span></b><br></div><div><ul><li><span class="fs11lh1-5">Affaritaliani.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Strage di Erba/ Rosa Bazzi: "Ho ucciso Raffaella perché mi faceva paura"</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 16 gennaio 2007.</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Cinquantamila.it, Biografia di Angela Rosa Bazzi, di Giorgio Dell’Arti, scheda aggiornata al 22 ottobre 2013. (http://www.cinquantamila.it/storyTellerThread.php?threadId=BAZZI%20Angela%20Rosa</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Corriere della Sera,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">La confessione: «Senza quelli si vive meglio»</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Giusi Fasano del 12 gennaio 2007 (https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/12/fasano2.shtml).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Corriere.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Casa, manie e rancori. Il mondo buio di Rosa</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Marco Imarisio del 12 gennaio 2007 (https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/12/imarisio.shtml).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il Giornale.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Una perizia psichica per Olindo e Rosa «Meglio il suicidio che vivere separati»</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Gabriele Villa del 27 marzo 2008 (http://www.ilgiornale.it/news/perizia-psichica-olindo-e-rosa-meglio-suicidio-che-vivere.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Il Giorno,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Morto Mario Frigerio: fu l'unico sopravvissuto alla Strage di Erba</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Roberto Canali del 16 settembre 2014 (https://www.ilgiorno.it/como/cronaca/morto-mario-frigerio-1.215907).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Olindo e Rosi, sposi semplici con la passione del camper</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Enrico Bonerandi del 9 gennaio 2007 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/01/09/olindo-rosi-sposi-semplici-con-la-passione.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it,</span><i><span class="fs11lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">"Ho preso il bambino e gli ho tagliato la gola"</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Bonerandi E., Randacio E. su “La Repubblica.it” del 12 gennaio 2007 (http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/cronaca/erba-2/racconto-bazzi/racconto-bazzi.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Olindo e Rosa soffrono di psicosi cronica</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 16 marzo 2010 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/16/olindo-rosa-soffrono-di-psicosi-cronica.html).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubbica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Olindo e Rosa: otto anni dopo, il grande mistero dei mostri perfetti</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo di Carlo Verdelli del 16 settembre 2014 (http://www.repubblica.it/cronaca/2014/09/16/news/olindo_e_rosa_otto_anni_dopo_il_grande_mistero_dei_mostri_perfetti-95902690/?refresh_ce).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">La Repubblica.it,</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Strage di Erba, respinto incidente probatorio: "Le nuove analisi non sono in grado di ribaltare sentenza"</span></i><span class="fs11lh1-5">, articolo del 30 gennaio 2018 (http://milano.repubblica.it/cronaca/2018/01/30/news/strage_di_erba_respinto_incidente_probatorio_le_nuove_analisi_non_sono_in_grado_di_ribaltare_sentenza_-187642592/).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Linea Gialla - Tra i casi: Roberta Ragusa, la strage di Erba e storie di femminicidio (15/10/2013), (https://www.youtube.com/watch?v=pN7Zc8tWOhc)</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, disturbo delirante, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018 (https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/schizofrenia-e-disturbi-correlati/disturbo-delirante).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Manuale MSD versione per professionisti, sez. disturbi psichiatrici, schizofrenia, S. Charles Schulz, MD, Professor Emeritus, University of Minnesota Medical School; Psychiatrist, Prairie Care Medical Group, Merck Sharp &amp; Dohme Corp., 2018 (https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/schizofrenia-e-disturbi-correlati/schizofrenia).</span></li><li><span class="fs11lh1-5">Mayo Foundation for Medical Education and Research (2013),</span><span class="fs11lh1-5"> </span><i><span class="fs11lh1-5">Paranoid Schizophrenia</span></i><span class="fs11lh1-5">, Mayo Clinic. Retrieved from "Archived copy". Archived from the original on June 18, 2013. Retrieved December 23, 2013 (https://web.archive.org/web/20130618045057/http://www.mayoclinic.com/health/paranoid-schizophrenia/DS00862/DSECTION%3Dsymptoms).</span></li></ul></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 17:08:00 GMT</pubDate>
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