La vulnerabilità di Pietro e l’onnipotenza di Maso: il potere del narcisismo patologico

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La vulnerabilità di Pietro e l’onnipotenza di Maso: il potere del narcisismo patologico

ISF Istituto di Scienze Forensi
Pubblicato da ISF Magazine in Criminologia · 1 Settembre 2023
Tags: pietromasonarcisismopatologico
Autore: dr.ssa Beatrice DE BENEDETTI
Supervisione: dr.ssa Micol TROMBETTA
Istituto di Scienze Forensi


Introduzione

Denaro, fama, potere.
Obiettivi che molti perseguono, per i quali in pochi sono disposti ad uccidere. Tra questi, Pietro Maso.
Risulta difficoltoso comprendere come un essere sociale ed evoluto quale l’uomo possa non essere in grado di provare sentimenti, possa vivere per raggiungere l’onnipotenza, ma soprattutto non è facile comprendere come possa arrivare a togliere la vita a coloro che gliel’hanno donata.
Pietro Maso visse tutto questo.
Dichiarò di aver perso il controllo della sua vita, in quanto pervaso da due entità: Pietro, il vulnerabile, e Maso, l’onnipotente, la sua maschera.
Le esperienze, l’ambiente, la famiglia, la cultura, la società, gli amici. Sono gli stimoli esterni che plasmano la personalità e, attraverso un’analisi approfondita della storia di vita del soggetto, è possibile comprenderne il comportamento che, secondo Goethe, è lo specchio in cui tutti mostrano la loro vera identità.
Tuttavia, a volte, disturbi come quello narcisistico di personalità non solo caratterizzano, ma definiscono l’essenza di una persona, cosa significherebbe sradicarli?


1. Il “caso Maso”

1.1 Pietro Maso
Pietro Maso è uno dei più clamorosi rei confessi della storia della cronaca nera italiana relativa all’omicidio familiare, in quanto massacrò entrambi i genitori, con l’aiuto di tre complici, nella loro casa a Montecchia di Crosara.
Per poter comprendere, o quanto meno contestualizzare, un fenomeno brutale come quello del parricidio, ossia l’uccisione dei genitori, è fondamentale approfondire l’infanzia dell’omicida.
Pietro Maso nacque il 17 luglio 1971 a San Bonifacio, autentico borgo in provincia di Verona, e fu immediatamente ricoverato in terapia intensiva neonatale per prematurità e diagnosi di meningite acuta che causò gravi danni ai polmoni e ad altri organi. Le condizioni critiche e la febbre alta condussero i medici a convocare i genitori e il parroco per l’estrema unzione ma, quasi miracolosamente, le funzioni vitali ripresero a lavorare e il piccolo Pietro venne dimesso prima dell’anno di età con l’avvertimento, nonostante la repentina guarigione, che non avrebbe vissuto un’infanzia ordinaria. A causa delle difese immunitarie tanto basse da costringerlo a letto ogni qualvolta venisse sottoposto ad uno sforzo fisico o ad una variazione di temperatura, trascorse i primi cinque anni di vita all’interno delle mura di casa. Presentava, inoltre, delle difficoltà fonologiche, risultando incapace di emettere suoni e iniziando a parlare solo all’età di quattro anni. Nell’autobiografia intitolata “Il male ero io”, pubblicata nel 2013, Maso collega la sua infanzia all’assidua presenza del medico che lo sottoponeva a cure a domicilio e alla figura materna che vegliava su di lui e lo viziava, nel tentativo di sopperire alle numerose difficoltà.
Iniziò a frequentare la scuola in prima elementare accompagnato da un’insegnante di sostegno per le criticità nell’apprendimento e nel movimento, inoltre, perdurando un’alta propensione ad ammalarsi, non gli era permesso uscire in cortile con gli altri compagni. Tale condizione lo portò a sentirsi diverso dai pari e, gradualmente, anche inferiore. Dal momento che in quinta elementare il suo sistema immunitario cominciò ad irrobustirsi, i genitori lo mandarono ad un campo estivo a sfondo cattolico dove si avvicinò così tanto alla religione da chiedere di essere iscritto in seminario. Lo frequentò per un anno, senza ammalarsi e sviluppando un senso di appartenenza al gruppo, sentendosi socialmente apprezzato e, per la prima volta, alla pari dei suoi coetanei. Tuttavia, le sue aspettative vennero infrante quando venne espulso a causa degli scarsi risultati scolastici. Si scontrò con la sua prima delusione, temendo di regredire alla precedente situazione di diversità e isolamento dal mondo. Era solito essere assecondato dai genitori, viziato dai parenti, coccolato dalle sorelle ma, in questo frangente, gli venne imposto il primo inaspettato no. Non gli era più possibile vivere e studiare fuori casa, non poteva seguire la strada del parroco e questo divieto lo demoralizzò al punto da non riuscire mai ad accettare l’episodio che, sia nella biografia che nelle interviste, ricorderà con grande rammarico e disappunto. L’ipotesi avanzata dalla psicologa Laura Baccaro, fondatrice e presidente dell’Associazione “Psicologo di strada” e docente di Psicologia criminale e Criminologia in svariate università italiane, interpreta il desiderio di Pietro di allontanarsi da casa, andando a studiare in seminario, come un modo per dimostrare ai genitori di essere all’altezza di vivere autonomamente un’esperienza; mentre l’espulsione sarebbe stata vissuta come un ritorno forzato a quelle mura che lo avevano intrappolato per anni e, di conseguenza, a sviluppare un sentimento di avversità verso quel luogo e verso le persone che vi abitavano. Nella psiche di Pietro, questo confronto con la realtà, innescò una reazione difensiva; cominciò ad allontanare sempre più i genitori, rinnegò il cattolicesimo e, una volta tornato a scuola, sentendosi nuovamente fuori luogo, iniziò con gli eccessi: si tagliò i capelli, esagerò con l’abbigliamento e gli accessori per attirare l’attenzione, finché, non solo venne notato, ma anche imitato dai compagni. L’ammirazione iniziò a conferirgli soddisfazione e piacere psicologico, accrescendo il suo ego fino a generare un vero e proprio bisogno di essere considerato come punto di riferimento, di essere compiaciuto ed emulato. I genitori, d’altra parte, non smisero di vederlo come il loro piccolo, fragile figliolo. Quel bimbo malato che necessitava continue cure e attenzioni, il cui singolo desiderio veniva esaudito al fine di distogliere il suo pensiero dalla malattia.
Il nucleo famigliare di Pietro Maso era composto dalla madre Mariarosa Tessari, il padre Antonio Maso e le sorelle Laura e Nadia, rispettivamente 6 e 8 anni più grandi di lui. Rosa e Antonio vengono ricordati come dei classici genitori veneti degli anni ’70-’80, devoti a valori tradizionali quali il lavoro, la terra e la famiglia ma già protagonisti di un cambiamento epocale: l’industrializzazione e la diffusione del benessere. Lei viene ricordata dai compaesani come “una brava donna", casalinga e dedita alla cura della casa e dei figli; lui, invece, il classico cosiddetto “pezzo di pane” e gran lavoratore che trascorreva le giornate, senza vacanze o giorni di riposo, nei campi, coltivandoli più del rapporto con i figli. Secondo i racconti circolanti in paese, i Maso erano una famiglia agiata, proprietari di terreni da frutto e da semina, devoti frequentatori delle attività proposte dai gruppi di preghiera presso i Frati di Lonigo, un paesino ad una ventina di chilometri da Montecchia di Crosara.
Montecchia è, tutt’oggi, una terra di contadini, abitanti che non solo lavorano, ma vivono per i loro terreni, i quali sono posti come priorità verso qualsiasi altro aspetto della vita. Uno dei detti storici che i genitori ripetono ai figli è: fameja lasagna, chi laora magna, che in dialetto veneto significa come la famiglia sia paragonabile a una lasagna formata da vari strati, ossia i componenti della stessa, e solo chi lavora e si dà da fare può vivere e mangiare sotto quel tetto. A tavola si parlava di terreni, raccolto, semina; questo perché il lavoro e il denaro erano, e sono tutt’ora, i cardini di una società come questa. Lavoro inteso come fatica fisica; denaro guadagnato con sudore e che deve essere risparmiato, ponderando accuratamente le spese e limitandole solo al necessario o all’acquisto di altri terreni per ampliare le proprie coltivazioni.
Sotto questa scia, Pietro frequentò tre anni di istituto agrario ma lasciò gli studi da sedicenne per andare a lavorare, com’era tradizione, nell’attività di famiglia. Nonostante i tentativi, Pietro non era per nulla portato per la vita nei campi; a lui non piaceva svegliarsi presto, il freddo o sporcarsi le mani come i suoi antenati. Non combaciava con il suo stile di vita che, a partire dall’adolescenza, prevedeva lunghe serate tra locali, vestito di abiti firmati e con massima cura della propria immagine. Pertanto, trovò lavoro altrove, licenziandosi spesso per cambiare mansione o ambiente, senza alcun intervento da parte dei genitori. Nonostante si dimostrassero preoccupati per la vita irregolare del figlio, non si imposero con lui e non provarono ad indirizzarlo verso un’altra condotta. I licenziamenti improvvisi, gli episodi di furto, le nottate in discoteca e le spese eccessive, oltre le effettive possibilità economiche, non hanno mai incontrato ostacoli o rimproveri da parte dei genitori; al punto che il suo atteggiamento divenne sempre più eccentrico, teatrale, fino a toccare l'eclatante. Più Pietro, il bambino gracile, cresceva e più Maso, l’uomo onnipotente, prendeva il sopravvento, incitato e supportato dalla cerchia di amici che lui stesso si era creato.
Pietro era considerato il leader di un gruppo molto ristretto di compaesani, riusciti a conquistare la sua fiducia, assecondandolo ed emulandolo così da accresce ancor di più il suo egocentrismo. Giorgio Carbognin era il suo braccio destro, figlio di contadini come lui, timido e impacciato ma ambizioso. Pietro si vantò di averlo plasmato a sua immagine e somiglianza, di avergli insegnato come muoversi, come vestirsi, come approcciare con le ragazze, creando con lui un legame profondo e particolare. Sviluppando un vero e proprio disturbo dipendente nei confronti di Pietro, per tempo, Giorgio visse di luce riflessa ma, progressivamente, anche di luce propria[1], arrivando in alcuni momenti a superare la sua stravaganza o sfrontatezza. Paolo Cavazza decise di entrare nel giro poiché vedeva che Giorgio e Pietro si distinguevano dalla massa: avevano sempre denaro a disposizione, indossavano abiti firmati, offrivano da bere nei bar o nelle discoteche e giocavano a poker. Damiano Burato era ancora minorenne al tempo, ragazzo semplice e cordiale ma immaturo, al tempo, conosciuto nella zona perché lavorava presso una carrozzeria e suonava come DJ alle feste. Le caratteristiche psicologiche e di personalità della compagnia che Maso si era creato, si incastravano perfettamente con le sue necessità ed il suo desiderio di essere compiaciuto; l’immaturità e la fragilità psicologica, dovute alla scarsa autostima, li rendevano dei discepoli perfetti, tanto da seguirlo in un piano omicida.

1.2 Il parricidio
Il 17 aprile 1991, poco dopo le undici di sera, Pietro Maso, Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato uccisero Mariarosa Tessari e Antonio Maso - genitori di Pietro - nel pianerottolo della loro casa, mentre stavano rientrando da un incontro di preghiera. Ciò che più colpisce di questo orribile gesto, è il movente: non per odio o vendetta, bensì per ottenere il loro patrimonio e vivere la vita sfarzosa che tanto desideravano.
I quattro aggressori assalirono i coniugi con ferocia avvalendosi di spranghe, padelle e un bloccasterzo, in aggiunta a tentativi di soffocamento con tende e cuscini. Perpetrarono un massacro della durata di 53 minuti. Pietro sferrò il primo colpo ma tutti, a turno, colpirono le vittime, tranne Damiano che si chiuse in bagno sotto shock. Dall’esame autoptico del padre emersero cranio fracassato e mandibola spezzata in due parti, per la pressione che Paolo fece col piede sulla gola dell’uomo mentre provava a soffocarlo con una tenda. La madre, invece, venne percossa con violenza anche maggiore, colpita da Giorgio con una padella fino a che si ruppe il manico e, dopo un tentativo vano di soffocamento con un cuscino, fu Pietro a prendere in mano la situazione e darle il colpo letale con una spranga.
Analizzando la criminodinamica[2], si osserva come il piano di Maso fosse quello di cogliere alla sprovvista i genitori, colpendoli al buio appena saliti dal garage sottostante. Per evitare che accendessero la luce e li vedessero, i quattro svitarono le lampadine e si nascosero nel ballatoio. Una volta compiuta la mattanza, decisero di simulare una rapina finita male, aprendo cassetti e rubando oggetti di valore. Successivamente, si lavarono e radunarono le lenzuola utilizzate per coprire i cadaveri, le tute e i vestiti sporchi di sangue in un borsone che gettarono nel fiume da un ponte. Infine, salirono in macchina diretti verso il loro alibi: l’Alter Ego, una discoteca di Verona. A loro insaputa, l’ingresso quella sera era solo su invito e, temendo di non avere testimoni, decisero di farsi notare alzando la voce e lamentandosi rumorosamente all’ingresso del locale così da attirare l’attenzione dei presenti. Terminarono la serata in un bar della città per poi fare rientro verso a casa verso le 2 di notte. Qui, posero in essere un tentativo di staging, ossia una “messa in scena”, un’alterazione volontaria della scena del crimine volta a depistare le forze dell’ordine sul movente originario dell’atto e sui sospettati[3]. Tuttavia, il tentativo di mascherare le loro identità e di sviare gli investigatori dalle reali circostanze del reato non fu privo di errori banali. Per esempio, si dimenticarono di riavvitare le lampadine lasciandole sul tavolo, si scordarono le maschere che indossarono vicino ai cadaveri e non ripulirono accuratamente il bagno tralasciando residui di sangue. Tutti questi indizi permisero agli investigatori di ricostruire la dinamica criminale, ipotizzando che gli aggressori avessero avuto molto tempo a disposizione e che non potessero essere stati degli estranei ad introdursi nell’abitazione dal momento in cui erano assenti segni di effrazione. A tal proposito, è possibile affermare che l’omicidio sia stato caratterizzato dalla premeditazione.
Secondo il Codice Penale, la premeditazione è una forma di cosiddetto dolo di proposito che richiede da un alto un notevole lasso di tempo tra l'ideazione del reato e la sua concreta attuazione (elemento cronologico) e dall'altro una preordinazione di modalità e mezzi per assicurare al piano criminoso una possibilità di riuscita (elemento ideologico). Ha una sua rilevanza quale circostanza aggravante nei delitti di omicidio (art. 577 n. 3) e di lesione personale (art. 585)[4].
Come dichiarato da Pietro Maso stesso nel suo libro “Il male ero io”, l’idea di commettere il reato era sorta già l’autunno precedente al misfatto. Lui e i suoi amici erano soliti ad uno stile di vita medio-alto che prevedeva abiti griffati, auto sportive e lunghe serate di divertimento all’insegna della competizione a chi spendeva di più. Aspirando ad osare sempre più, crebbe in loro il bisogno di avere maggiore denaro a disposizione. L’idea di ricorrere al gesto estremo venne proposta con la massima leggerezza da Pietro come risposta alla domanda di Giorgio in merito alle possibili alternative per avere tanti soldi velocemente. Uccidere i genitori e le sorelle, nella sua testa, era l’unica soluzione possibile in quanto avrebbe consentito loro di ottenere l’eredità e vivere la vita che sognavano. Di fronte una tale constatazione, Giorgio sorrise complice, senza replicare o palesare alcuna repulsione. Il discorso, fatto in macchina a metà novembre 1990 e non più approfondito, venne ripreso il gennaio successivo di fronte ad una situazione di emergenza economica.
Giorgio Carbognin ottenne un prestito di 25 milioni di lire per acquistare una macchina ma quei soldi li inebriarono a livello che, in un solo mese, spesero l’intera somma per soddisfare i loro vizi. Così si ritrovarono con un enorme debito da restituire entro la metà di aprile. Per tale motivo, giocando a biliardo nel loro punto di ritrovo, il Bar John di Montecchia di Crosara, Pietro e Giorgio illustrarono l’idea dell’omicidio anche a Paolo Cavazza che rimase sconcertato. L’ultimo che ne fu messo a conoscenza fu Damiano Burato.
È necessario evidenziare come la banda abbia gestito l’idea criminale e i preparativi con la massima freddezza e riferendosi a dover fare quella cosa come se fosse doveroso, senza attribuirci un valore morale o approfondendo le possibili conseguenze. Ne parlavano al bar o in macchina senza usare mai esplicitamente i termini “uccidere” o “ammazzare”, riducendo gradualmente di gravità l’azione al fine di normalizzarla ed arrivare a compierla senza emotività.
Parte della dottrina e della giurisprudenza aggiungono, quale ulteriore requisito della premeditazione la c.d. macchinazione, consistente nella predisposizione dei mezzi e delle modalità per la realizzazione del reato[5].
La sera del delitto, la banda simulò una classica uscita in compagnia: Pietro si fece accompagnare al Bar John dai suoi genitori e lì si ritrovò con Giorgio e Paolo. Parlarono di “andare in discoteca” davanti ai presenti in modo tale che sembrasse tutto regolare. In realtà, lasciato il bar, si diressero verso casa di Damiano, che custodiva, dal giorno precedente, i borsoni con le tute da lavoro e le maschere di carnevale, utili per nascondere il volto e proteggersi da eventuali schizzi di sangue.
Oltre la vera e propria deposizione rilasciata ai Carabinieri, sono molti i fatti dimostranti che l’omicidio fosse stato organizzato e premeditato. A tal proposito, le tute vennero procurate da Burato presso la carrozzeria dove lavorava qualche giorno prima, a conferma del fatto che stavano macchinando il progetto omicida con anticipo, muovendosi per procurare tutto il materiale necessario.
Raggiunta la dimora Maso, trascorsero un’ora e mezza ad organizzare lo svolgimento del massacro. Allestirono la scena del crimine, svitarono le lampadine, si vestirono e cercarono gli arnesi per compiere la mattanza. Anticiparono i movimenti di Rosa e Antonio, pianificarono dove nascondersi, simularono i movimenti per colpirli, dividendosi i compiti e chi aggredire.
Nel delitto di omicidio, la premeditazione si ha quando la risoluzione di uccidere è condizionata al verificarsi di un evento futuro. A tal proposito la giurisprudenza distingue tra condizione propria, in cui l'evento non solo è futuro ma anche incerto (es. uccido il seduttore di mia figlia se non la sposa); condizione impropria, in cui l'evento futuro è certo (uccido il mio vicino appena mi sarà consegnata la pistola che ho acquistato). La giurisprudenza ritiene compatibile la premeditazione solo con la condizione impropria.[6]
Tutti e quattro i complici parlavano dell’omicidio da almeno sei mesi, riferivano a dover fare quella cosa con naturalezza durante le loro serate e, nonostante a turno decelerassero, accelerassero e indietreggiassero, nessuno si tirò mai indietro definitivamente. Dimostrarono la loro convinzione a compiere l’atto anche dopo svariati tentativi con esito negativo.
La mattanza del 17 aprile, di fatto, non fu il primo e unico momento in cui i ragazzi provarono ad uccidere i coniugi Maso. Vi furono tre tentativi precedenti, elaborati e posti in essere da Pietro e Giorgio:
  • la prima idea fu di Giorgio, ad inizio marzo 1991, che propose di trovare un killer che si occupasse dell’omicidio al posto loro. A tal proposito si recarono a Vicenza ma, nonostante vagassero per le zone meno raccomandabili, si resero conto che la ricerca sarebbe stata vana. Pertanto, decisero di acquistare sonniferi e topicida per avvelenare il cibo di Rosa e Antonio. Appena tornati a casa, le loro convinzioni cominciarono a vacillare per paura che i coniugi Maso si accorgessero delle sostanze tossiche dall’odore, così, buttarono tutto nella spazzatura;
  • il secondo tentativo si verificò a metà marzo quando provarono a far esplodere la casa con il gas, tramite delle bombole in garage e un marchingegno, azionato da una sveglia, che avrebbe fatto scattare la scintilla. Il piano non andò a buon fine poiché non venne mai impostata la sveglia, o, più probabilmente, Pietro non ebbe il coraggio di farlo. Dimostrò la sua ingenuità dimenticando di smontare la scena che i genitori notarono, ma a cui decisero di non prestare attenzione;
  • la terza volta architettarono che Giorgio colpisse la signora Rosa durante un viaggio in macchina, in cui si sarebbe seduto dietro di lei mentre Pietro guidava. Anche in questo caso, mancò il coraggio di compiere l’azione.
Nonostante la quarta volta fu quella decisiva, a turno, tutti e quattro, tentennarono.
L’atteggiamento di Pietro Maso a questo proposito potrebbe suscitare qualche perplessità. Sono molti i segnali che dimostrano il suo indugio. Pochi minuti prima che arrivassero i genitori si chiese perché non si fosse tirato indietro, disse di aver colpito chiudendo gli occhi e, una volta terminato il massacro, dichiarò di essersi guardato allo specchio e di non essersi riconosciuto. Successivamente, decise di coprire i corpi con un lenzuolo per non vederli mentre allestiva lo staging. Questo comportamento è chiamato undoing ed è tipicamente posto in essere da coloro che tolgono la vita a soggetti a loro cari, provando imbarazzo o vergogna decidono di coprire il volto della vittima per non imprimere nella loro mente l’immagine del massacro compiuto. Aggiunse, inoltre, di aver steso i teli guardando altrove, così come di averli tolti prima di lasciare la scena criminis prestando attenzione a non toccare il corpo dei genitori. La freddezza da un lato e la vulnerabilità dall’altro, introducono la personalità narcisistica di Pietro Maso. Il soggetto dimostrò una certa ripugnanza verso l’atrocità commessa ma nonostante ciò, affrontò con freddezza i carabinieri, il processo e le sue sorelle, dormendo in mezzo a loro la notte dopo il massacro.
Nell’autobiografia dichiarò di aver avuto solo 14 anni la prima volta che pensò di uccidere suo padre, dacché lo sgridò per aver lasciato il motorino nuovo incustodito in paese ed essere andato fino in città a Verona in moto con un amico molto più grande di lui. Tale rimprovero, giustificato dall’apprensione di un genitore verso il figlio adolescente, venne percepito come affronto alla sua indipendenza; la rabbia e la convinzione di non poter essere sottomesso e non voler ubbidire fecero sì che qualcosa nel loro legame si ruppe per sempre. Secondo il Manuale MSD[7], l’adolescenza è il momento della vita in cui si sviluppa l’autonomia personale, spesso entrando in conflitto con le regole imposte dai genitori. Nel caso in cui non si riesca a trovare un punto d’incontro, potrebbe crearsi una frattura nel legame genitore-figlio[8] che, come nel caso di Maso, non viene mai più risanata. La situazione si aggraverà ulteriormente a causa del disturbo narcisistico di personalità che gli verrà, in seguito, diagnosticato.
Indagando circa il movente a partire da una visione superficiale, i quattro ragazzi uccisero per ottenere l’eredità dei coniugi Maso che ammontava circa a un miliardo di lire, ossia all’incirca 500.000 euro. Gli accordi erano di suddividere la somma in quattro parti, attribuendo a Paolo e Damiano 200 milioni di lire ciascuno e a Giorgio e Pietro 300 milioni cada uno. Il desiderio nacque per avidità, non per mancanza di finanze da parte dei giovani, in quanto i soldi di cui disponevano finivano sempre troppo velocemente a causa delle spese compulsive. La gestione dei soldi da parte di un soggetto narcisista, come quello in questione, è di tipo patologico, con frequente accumulo di debiti o situazioni di bancarotta a causa delle fantasie di potere e successo che spingono a vedere il denaro come uno strumento necessario per ottenere quanto si desidera oppure per raggiungere, o mantenere, un certo status di superiorità. Emerse il bisogno, quindi, di fare tanti soldi e in fretta, come dichiarò Maso nel suo scritto. La fretta nel compiere la tragedia, venne infine sollecitata dal fatto che Pietro falsificò un assegno con la firma della madre per permettere al Carbognin di ripagare il prestito che doveva alla banca; consci che, nel giro di poco, si sarebbe resa conto dell’assenza di 25 milioni di lire nel suo conto.
Può il solo motivo economico rendere possibile tale scempio? Può il solo desiderio di denaro comportare un totale distacco affettivo-emotivo? Maso dimostrò totale assenza di empatia verso le persone che hanno dato lui la vita, affermando di aver alzato tutte le barriere per affrontare il momento, di essersi allontanato da loro così tanto da arrivare non solo ad oggettivizzarli, ma addirittura ad annullare la loro esistenza.
In psicologia, l’empatia è considerata una competenza emotiva che, attraverso l’osservazione o l’immaginazione degli stati affettivi altrui, induce l’osservatore a condividere la stessa condizione; per questo viene anche tradotta come la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”. Tale compassione attiva, da un lato, la sfera emotiva, ossia l’avvertimento del disagio altrui e, dall’altro, la sfera cognitiva, con la comprensione dei motivi di tale tristezza.
Nel caso specifico di chi presenta tratti borderline di personalità, come i narcisisti, si intacca prevalentemente l’ambito cognitivo, rendendo loro difficile comprendere che anche gli altri hanno dei bisogni e che potrebbero essere più o meno uguali ai loro. Lo sviluppo dell’empatia è appreso e dipende da fattori bio-psico-sociali, ciò significa che incide sia la sfera genetico-ereditaria, sia quella psichica e di personalità, così come anche fattori socio-ambientali, culturali e l’educazione ricevuta[9].
Io non sentivo alcun richiamo da dentro. Né qualcosa che potesse pescare in un odio antico verso mamma e papà. O forse c’era e non me ne rendevo conto. Forse gli avevo già uccisi dentro di me, tanto tempo prima. Ma non erano neppure estranei. Perché pensare ad un estraneo vuol dire attribuirgli comunque l’esistenza. Non c'era neppure questo. Mio padre e mia madre erano figure inanimate che si muovevano nella mia realtà di allora. Colpire è stato come colpire un sacco vuoto. È avvenuto nella più completa e totale assenza del tutto.
Una dichiarazione agghiacciante dimostrata con i fatti anche dal modo impassibile col quale Maso reagì una volta rinvenuti i corpi. È stato lui stesso a correre dai vicini di casa per avvertirli impaurito che sospettava fosse successo qualcosa, inventando di aver visto delle gambe spuntare dal bancone della cucina una volta rientrato dalla discoteca. Ha accompagnato gli agenti in un tour della casa quando vi erano ancora i cadaveri sul pavimento e risposto con totale distacco e freddezza ai giornalisti e ai carabinieri, comparendo nei telegiornali quasi annoiato e indifferente ai fatti.
A differenza degli assassini seriali che uccidono spinti da un bisogno psicologico personale, inteso come pulsione interiore incontrollabile, Maso nega tale impulso di uccidere, confermando che l’atto fosse stato compiuto solo per ottenere un vantaggio personale: il denaro.
Analizzando più in profondità il movente, si può azzardare un altro tipo di bisogno psicologico collegato al disturbo narcisistico di personalità. L’obbiettivo principale potrebbe essere diventato quello di contrastare la sua debolezza, provare a se stesso di essere capace di fare qualsiasi cosa per coronare il desiderio di onnipotenza, frutto dei suoi pensieri malati. Raggiunse l’apice del suo delirio con un gesto forte, anzi il più terribile che esista, il parenticidio, ossia l’omicidio di entrambi i genitori. Secondo alcuni studi, in Italia i casi sono aumentati notevolmente dalla seconda metà degli anni ’80, soprattutto nelle regioni del nord di Veneto, Lombardia e Liguria. È interessante notare come il responsabile sia quasi esclusivamente di sesso maschile, mosso da ragioni di interesse economico, che non agisce quasi mai in maniera improvvisa e cerca di eliminare anche eventuali fratelli nel caso ci fossero. Tutte caratteristiche presenti nel suddetto genitoricidio e che portano Pietro Maso ad essere citato come esempio di riferimento nella letteratura in questo ambito[10].


2. La personalità di Pietro Maso

2.1 I tratti della personalità
Nella perizia psichiatrica redatta a carico di Pietro Maso si legge che il soggetto è affetto da disturbo narcisistico di personalità lieve-medio, aggravato dall’ambiente familiare e sociale; una modalità pervasiva di grandiosità nella fantasia e nel comportamento, di ipersensibilità nel giudizio degli altri e mancanza di empatia che è presente dalla prima età a quella adulta.[11]
L'assoluta necessità di ricevere ammirazione e la sensazione di umiliazione se posto in secondo piano, lo hanno portato a manifestare comportamenti esuberanti per attirare l’attenzione degli altri e a coltivare relazioni solo se queste gli avessero generato un vantaggio.
Lo psichiatra Vittorino Andreoli ha scritto sulla mia perizia che ero affetto da “narcisismo bipolare”. Forse era vero. Ma non me ne rendevo conto. Oggi so che tutto quello che vivevo era assurdo. Sbagliato. Io ero sbagliato. Negli anni avevo lavorato sull’immagine di Maso. Avevo costruito quella che consideravo la mia creatura perfetta, invincibile, immortale. Per molto tempo Maso aveva convissuto insieme a Pietro, come due gemelli uguali ma profondamente diversi. Maso si alimentava di narcisismo. E quel narcisismo faceva sì che io godessi solo quando gli altri mi guardavano. O ancora di più quando gli altri provavano a imitarmi. Erano lo specchio nel quale io potevo ammirarmi. Mi dava l’illusione di un potere immenso. Delirio. Ebbrezza. Ecco perché non ho mai avuto bisogno né di alcol, né di droghe. Volevo, dovevo essere lucido per godere di ogni minimo dettaglio. Bere dai loro sguardi, pensieri, parole. Saziarmi della loro ammirazione. Solo allora mi sentivo di esistere[12]. Una dichiarazione lucida, un’interpretazione perspicace della propria condizione cercando, però, una giustificazione al suo essere. Pietro Maso disse che all’epoca dei fatti era pervaso da due entità: Pietro e Maso. Pietro era il bravo ragazzo, fragile e timido; mentre Maso incarnava il suo narcisismo, era esibizionista e assetato di attenzioni. Dichiarò, anche, di essere invaso dal vuoto, di aver perso il controllo sulle sue decisioni e smesso completamente di provare emozioni. Maso prese possesso della vita di Pietro e, sulla base di questo, Pietro continuò a dichiararsi vittima di Maso, il suo stesso narcisismo perverso.
A questo punto, sorge spontanea una questione: Pietro potrebbe esistere senza Maso? O viceversa, Maso potrebbe sussistere senza Pietro? E quindi, un disturbo come il narcisismo può essere sradicato dalla personalità o ciò significherebbe annullare l’identità stessa della persona? Al fine di rispondere a tale quesito è necessario definire cosa si intenda con disturbo di personalità.
La personalità di un individuo è l’insieme delle caratteristiche psichiche e delle modalità comportamentali che lo rendono unico e irripetibile. La personalità è un concetto dinamico, in quanto il soggetto tende a evolvere la propria maturazione psicofisica adeguandosi al contesto in cui è inserito. La personalità, infatti, si manifesta attraverso il vivere sociale del soggetto in funzione della sua capacità e efficienza di interagire con altri individui.
Quando si discute sulla personalità è d’obbligo fare riferimento agli studi del padre della Psicanalisi, Sigmund Freud. Lo psicologo austriaco formulò, nel particolare, due teorie sulla struttura della personalità: il Modello topografico nel 1915 e, qualche anno dopo, il Modello strutturale.
Secondo il Modello strutturale, elaborato nel 1922, l’apparato psichico è formato da tre istanze o strutture:
  • Es, l’inconscio. Comprende l’insieme dei tratti ereditari e biologici, inclusi istinti, pulsioni, passioni e sentimenti rimossi o di cui il soggetto non è a conoscenza;
  • Io, il conscio. Quel lato della personalità che si forma in seguito al soddisfacimento dei bisogni sulla base dei rapporti con la realtà oggettiva, valutando le reali possibilità del mondo esterno;
  • Super-Io, la moralità. Il contenitore interno di valori etici e norme sociali apprese nell’infanzia tramite divieti, ricompense o punizioni[13]. Esercita la funzione di arbitro morale interno della condotta, sia disapprovando i comportamenti contrari alle norme sociali e facendo sentire l’uomo colpevole, sia approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di sé quando la sua condotta è conforme alle regole e adeguata a quell’ideale di sé che ciascuno tende a perseguire secondo i modelli che i propri cari e la società impongono. Il Super-Io controlla ed inibisce gli impulsi dell’Es.
Secondo Freud, la personalità è il risultato del conflitto tra coscio e inconscio, raggiunto tramite le modalità con cui l’Io costruisce le proprie relazioni con gli altri. Quest’ultima è l’istanza che media tra l’istintività dell’Es e i divieti del Super-Io decidendo se, e quando, autorizzare l’espressione degli impulsi e, quindi, determinando il funzionamento normale o patologico dello stato psichico[14]. I bisogni istintivi dell’Es e le censure del Super-Io sono in perenne conflitto. Quando l’Io viene sopraffatto da uno stimolo eccessivo che non riesce a dominare e non è possibile trovare una situazione di equilibrio tra le forze antagoniste dell’Es e del Super-io, l’Io stesso vive una situazione di pericolo che si realizza in ansia o angoscia. Nell’ottica psicoanalitica proposta da Freud, i problemi psichici attuali derivano sempre da precursori infantili che vanno approfonditi per spiegare i comportamenti adulti. Questo perché le interazioni e gli schemi comportamentali appresi nei primi anni di vita costituiscono un modello che viene assimilato e successivamente considerato per valutare il livello evolutivo di una persona[15].
Nel caso di Pietro Maso è possibile riscontrare alcune carenze nella formazione dell’Io, a causa dell’educazione poco rigida da parte dei genitori, i quali, di fronte alle numerose difficoltà psico-fisiche del figlio, preferivano assecondarlo senza rimproverarlo, evitando di innescare un sistema di punizioni e ricompense. Inoltre, è identificabile uno scarso confronto con la realtà durante l’infanzia, probabilmente anche a causa della condizione di isolamento dai coetanei che ha sicuramente contribuito a sviluppare delle notevoli difficoltà relazionali e una scarsa visione oggettiva del mondo circostante.
Un disturbo di personalità è un pattern permanente di esperienze interne (pensieri, sentimenti ed emozioni) e comportamenti che sono marcatamente differenti da quelli definiti dalla propria cultura, è pervasivo e inflessibile, ed emerge in adolescenza o nella prima età adulta. È stabile nel tempo e conduce a sofferenza o disabilità[16]. Una costruzione complessa che ci accompagna per tutta la vita, contraddistinguendoci in aspetti e caratteristiche che, in parte, restano immutati per tutta la vita e, in parte, si evolvono sulla base delle esperienze vissute. Questo perché l’obiettivo della personalità tende a stabilire un equilibrio con se stessi e la realtà circostante.
Per valutare la struttura della personalità bisogna considerare diversi parametri[17]. Innanzitutto, si esaminano i meccanismi di difesa adottati dal soggetto; ossia i processi psichici, spesso implementati da un comportamento, adottati per fronteggiare le tensioni della vita mediando tra gli impulsi interni e le proibizioni esterne[18]. Si tratta di funzioni che l’Es utilizza per salvaguardarsi di fronte a richieste istintive o pulsioni troppo intense che potrebbero risultare pericolose. Essi si formano nel corso dell’infanzia e sono fondamentali per gestire efficacemente stimoli inappropriati che, nel caso si implementassero, provocherebbero ansia o risulterebbero incompatibili con la realtà circostante[19].
In aggiunta, si valuta il livello di integrazione dell’identità, cioè la chiarezza nel valutare se stessi e comprendere gli altri. Un’identità integrata è in grado di formulare rappresentazioni del sé e degli altri differenziate ed elaborate, riconoscendo pregi e difetti in maniera oggettiva e attendibile e instaurando una serie di relazioni sociali ed affettive adeguate. D’altro canto, un’identità viene definita diffusa se vi è la presenza di rappresentazioni del sé, e degli altri, povere o facilmente mutevoli, così come di relazioni affettive o sentimenti labili, incostanti o addirittura violenti.
Successivamente, si approfondisce l’esame di realtà, che consiste nella capacità e nelle modalità con cui il soggetto mantiene il contatto col mondo circostante. Si riferisce, quindi, all’abilità di distinguere se stessi e la propria vita da quella delle altre persone, valutando i propri sentimenti, i pensieri e i comportamenti nel quadro delle norme sociali[20].
Inoltre, è fondamentale analizzare le principali preoccupazioni e angosce del soggetto per identificare eventuali esperienze negative, precursori di traumi irrisolti. Questi eventi, soprattutto se vissuti in età infantile, modulano la personalità di un individuo, possono provocare l’insorgenza di disturbi d’ansia o incidere in alcuni tratti caratteriali come la timidezza, la tendenza al senso di colpa oppure forti sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri, scarsa affettività e perdita di positività verso le prospettive future. Questo perché un trauma irrisolto genera una sollecitazione disfunzione nel cervello che porta il soggetto ad essere meno resiliente e ad incontrare maggiori difficoltà nel gestire eventuali situazioni complesse nella vita[21].
Ciò incide anche nelle capacità e modalità relazionali, altro argomento di notevole importanza nella valutazione della personalità. Gli schemi relazionali, infatti, sono dei modelli predefiniti attraverso cui gli individui interpretano e si approcciano alla realtà al verificarsi di determinate situazioni. Essi raccontano molto sull’educazione ricevuta, la cultura, l’ambiente e talvolta anche la religione con cui si è cresciuti, anche se vengono parzialmente riadattati sulla base delle esperienze vissute[22].
Infine, si tiene presente anche dell’abilità dell’individuo di stabilire un legame con lo specialista che valuta la personalità, ossia psicologi, psichiatri o psicoterapeuti che cercano di effettuare una diagnosi. I pazienti, a questo proposito, possono dimostrarsi completamente disinteressati, infastiditi dalle domande che gli vengono poste, timidi e riservati, esageratamente aperti o collaborativi.
Da tale valutazione emerge un profilo complesso che tiene conto di processi interni e meccanismi esterni al soggetto che lo rendono unico nel suo modo di pensare e agire.
Applicando i criteri appena descritti alla personalità di Pietro Maso è possibile ipotizzare che utilizzò meccanismi di difesa tipici del narcisismo come l’onnipotenza, l’idealizzazione e la svalutazione. Egli, infatti, dimostrò di agire con la convinzione di essere superiore agli altri, gestendo emozioni e pensieri angoscianti con l’approccio e il comportamento di chi crede di possedere doti ineguagliabili, trasmettendo l'idea di poter fare qualsiasi cosa. Affinché questo fosse possibile, arrivò a mitizzare la propria figura, ossia immaginare di possedere caratteristiche uniche e speciali, svalutando il prossimo al fine di aumentare la propria autostima[23]. Da un lato, l’idealizzazione gli permise di fronteggiare sensazioni spiacevoli o idee negative grazie alla credenza di avere talenti straordinari e, dall’altro lato, la svalutazione gli consentì di gestire questi pensieri angoscianti scaricando eventuali fallimenti, delusioni o desideri inappagati sul mondo esterno[24].
Queste strategie per affrontare le problematiche sono collegate ad un’identità diffusa, che gli fa percepire un senso di vuoto interiore, portandolo ad essere discontinuo nella visione di sé e degli altri, ad avere comportamenti contraddittori e a non integrarsi sul piano affettivo, instaurando relazioni opportunistiche e prive di empatia. Di fatto, aveva una cerchia di amici molto ristretta e, nonostante l’atto commesso dimostrò un altissimo grado di lealtà, il rapporto che li univa era superficiale, tanto che non si confidavano circa situazioni sentimentali o non si davano consigli in caso di problemi personali. Il loro rapporto era finalizzato a condividere del tempo insieme, come uscite, serate nei locali o pomeriggi al bar. Considerando esclusivamente i propri interessi e bisogni, dimostrò di avere difficoltà nel valutare oggettivamente la realtà e comportarsi in maniera socialmente adeguata. Il reato fu l’episodio estremo dove, di fronte alla necessità di reperire denaro, cercò la via più diretta ignorandone le conseguenze, il dolore che avrebbe provocato o qualsiasi alternativa legale.
Approfondendo le sue angosce e preoccupazioni, emerge un forte timore di regredire allo stato di isolamento e solitudine già vissuto da bambino. Per evitare di risultare debole o diverso, si è assicurato personalmente di “costruirsi” la sua compagnia di amici, affinché rispondessero alle sue necessità di essere compiaciuto ed emulato. Dimostrò un certo grado di introversione verso le nuove conoscenze, evitando chiunque potesse giudicarlo e stringendo rapporti interpersonali solo in caso di profitto.
Infine, dimostrò un atteggiamento evitante e un forte distacco con gli esperti che valutarono la sua personalità una volta entrato in carcere, presentandosi ai colloqui con un approccio schivo, superficiale, raccontando fandonie, facendo vanterie esagerate e prendendosi gioco degli specialisti.
Questo quadro suggerisce, anche se in maniera sintetica, che le difficoltà intra psichiche e interpersonali del soggetto in questione hanno consolidato una serie di tratti di personalità rigidi e impattanti, tanto da causare un disagio sia a se stesso sia a coloro che lo circondavano. Questo è il presupposto per determinare lo stato patologico della personalità. Esso si sviluppa con la presenza di una condizione clinica di disagio sociale, personale e lavorativo, molto spesso senza la consapevolezza del paziente. Si parla di organizzazione borderline di personalità, dal momento in cui il funzionamento è in bilico tra la nevrosi e la psicosi, con difficoltà di interazione sociale, sbalzi d’umore e nell’empatia.
Con riferimento all’appena citata “organizzazione", secondo gli esperti del filone freudiano, la struttura della personalità viene definita attraverso i livelli di organizzazione interna, distinguendo tre macro-categorie di patologia mentale:
  • disturbi dell’area psicotica, in cui la sofferenza è causata da difese dell’Io troppo deboli che non riescono ad arginare l’Es. In questo caso, il soggetto perde il contatto con la realtà, non si accorge che i suoi comportamenti non sono conformi a quelli convenzionalmente condivisi e non riesce a distinguere ciò che è reale da ciò che è frutto di deliri o allucinazioni dettati dalla malattia. Non essendo in grado di rendersi conto del disagio che vive, non crede neanche di aver bisogno di aiuto o supporto psicologico;
  • disturbi dell’area nevrotica, ove la sofferenza è causata da difese dell’Io troppo rigide che non permettono di entrare in contatto con l’Es. Non venendo compromesso il contatto con la realtà, il soggetto è in grado di riconoscere di avere un problema e chiedere aiuto;
  • disturbi dell’area borderline, come nel caso del disturbo narcisistico di personalità, le difese utilizzate sono primitive, ossia impediscono la formazione di rappresentazioni del sé e del prossimo adeguatamente differenziate e realistiche rendendo difficile per il soggetto la ricerca di soluzioni di compromesso senza distorcere la realtà. Questo livello si può paragonare all’area psicotica nei momenti di regressione ma si distingue da essa per una maggiore integrazione di personalità, mantenendo un contatto con la realtà, nonostante le scarse capacità di osservare la propria patologia[25].

2.2 Il disturbo narcisistico di personalità
Nello specifico, la quinta versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V), raggruppa i disturbi di personalità in Cluster A, B e C, tre sezioni distinte sulla base delle analogie circa le sfere che colpiscono maggiormente. Per definizione, infatti, i disturbi di personalità provocano difficoltà in almeno due aree tra: sfera cognitiva, affettività, relazioni interpersonali e controllo degli impulsi. Il narcisismo rientra all’ interno del Cluster B dei disturbi di personalità, caratterizzati da comportamenti esasperati e drammatici, con scarsa regolazione dell’impulsività e dell’emotività.
Come per ogni questione psicologica, è impossibile definire con certezza che vi siano delle cause scatenanti univoche ma sono riscontrabili alcuni fattori che ne aumentano il rischio:
  • storia familiare di disturbi mentali;
  • fattori genetici;
  • famiglie abusanti o instabili, questo perché l’interazione tra caregiver e bambino è di fondamentale importanza nello sviluppo di affettuosità e personalità;
  • disturbo della condotta dell’infanzia;
  • anomalie cerebrali chimiche e di struttura;
  • eventi traumatici in seguito a forte stress o situazioni sociali complesse o destabilizzanti[26].
Sulla base di ciò, i fattori di rischio vengono raggruppati in tre macro-categorie: ambiente familiare, fattori neurobiologici e relazioni sociali.
Con riferimento alla componente familiare, numerosi studi, come quello pubblicato dall’Università di Chicago nel 1998, hanno confermato l'importanza di una relazione sana e positiva tra genitore e figlio al fine di raggiungere autostima, indipendenza e trovare la propria identità. Destreggiarsi indipendentemente implica il distacco dai genitori, negoziando con loro ruoli e limiti e gestendo in maniera costruttiva i conflitti, sia superficiali che rilevanti, che potrebbero generare. Di conseguenza è possibile superare le avversità dell’adolescenza e della prima età adulta se si riesce a costruire un rapporto sano ed equilibrato con i genitori, meglio se con entrambi. Da un punto di vista teorico, infatti, i due genitori forniscono esperienze di socializzazione diverse durante l’infanzia. A tal proposito, la creazione dell’identità personale è particolarmente influenzata da un’educazione esclusivamente materna e l'assenza di una figura paterna nell’infanzia. I padri, infatti, incoraggiano maggiormente la sfera sessuale nei bambini. Ne deriva, quindi, che i bambini maschi cresciuti prettamente dalle mamme senza figure maschili positive, tendono ad esagerare con lo stereotipo della mascolinità, dimostrandosi eccessivamente aggressivi, assertivi e a volte antisociali[27].
Effettuando un’analisi familiare di Pietro Maso è possibile rilevare, da un lato, una madre estremamente permissiva che, con cure eccessive e concessioni gratuite, potrebbe aver influenzato il bambino a bramare quello stesso atteggiamento da chiunque altro gli stesse intorno. Dall’altro lato, si riscontra una carenza evidente nel rapporto col padre che non ha mai espresso affetto nei suoi confronti e con il quale non ha sviluppato un dialogo produttivo. Pietro riferisce di non aver mai affrontato con lui discorsi legati all’ambito sessuale e, dall’adolescenza, dimostra un approccio all’amore poco adeguato, cambiando più partner a settimana e ricorrendo anche a prostitute per rapporti ancor più distaccati.
Passando all’ambito fisiologico, con riferimento alle anomalie cerebrali, numerosi studi hanno riscontrato che i neonati che hanno sofferto di meningite riportano una serie di danni neurologici, tra cui: deficit cognitivi e dell’apprendimento; ritardi nello sviluppo; ritardi nel linguaggio; problemi comportamentali; problemi a polmoni e reni; cefalea ed episodi convulsivi[28].
Nel caso specifico di Pietro Maso, sin da piccolo manifestò alcuni ritardi nello sviluppo e nel linguaggio, con difficoltà nell’acquisizione di abilità di carattere motorio, relazionale ed emotivo; nei primi anni di vita non era in grado di emettere alcun suono e cominciò a parlare solo all’età di quattro anni. Sono, inoltre, riscontrabili lievi disturbi dell’apprendimento e carenze intellettive, non a caso gli venne assegnata un’insegnante di sostegno durante tutte le scuole elementari e venne espulso dal convento proprio per scarsi risultati scolastici, nonostante professasse di impegnarsi molto. Per quanto riguarda i problemi comportamentali, sin da quando era adolescente non accettava i rimproveri dei genitori, ha spesso avuto comportamenti cleptomani e dimostrato un’incapacità nella gestione delle spese e nell’autocontrollo. Inoltre, ha riportato di aver sofferto spesso di forti emicranie ma di non essere mai stato sottoposto a cura farmacologica.
Infine, in relazione alle relazioni interpersonali, è rilevante il suo isolamento dai coetanei durante l’infanzia per i problemi di salute, in quanto vi è ampio consenso sui benefici delle relazioni precoci tra pari. Uno studio condotto nell’Università di Waterloo (Ontario, CA) ha ipotizzato e approfondito le correlazioni tra solitudine infantile e alti livelli di ansia e percezione negativa di sé. Le scarse interazioni sociali nell’infanzia avrebbero influenza sui processi di interiorizzazione, incidendo sulla serenità psicologica, sicurezza in se stessi e integrazione. Non ottenere feedback sociali positivi incide nella maggiore difficoltà ad ottenere successi e ad innescare meccanismi di dispercezione sociale con conseguenti sentimenti di solitudine. Si azzarda anche un collegamento tra isolamento e aggressività, per le incapacità a rapportarsi in maniera sana e congrua al contesto.[29] Tutte queste constatazioni potrebbero, almeno in parte, aver inciso nella creazione di un profilo di personalità patologico.
In accordo con il DSM-V, il disturbo narcisistico di personalità si rivela in un profilo pervaso dalla grandiosità, esigenza di ricevere ammirazione[30] e difficoltà nel costruire relazioni interpersonali per mancanza di empatia, interesse e affettività, se non per ottenere dei vantaggi personali o accrescere il proprio ego[31].
Il termine narcisismo deriva da Narciso, personaggio della mitologia greca famoso per la sua bellezza ma insensibile all’amore perché concentrato solo su di sé e, per la sua superbia, punito dalla dea Nemesi ad innamorarsi della sua stessa immagine. Ed è specchiandosi in un lago che morì annegato cercando di raggiungere il proprio riflesso.
Il concetto generale di narcisismo si riferisce alla necessità di trasmettere una buona immagine di sé e all’aspettativa che essa venga supportata dall’ambiente esterno. Si sfocia nella forma patologica nel momento in cui si cercano di soddisfare questi bisogni in maniera maladattiva o si genera un alto disagio emotivo se non vengono rette le aspettative[32]. Ciò accade perché, anche se dall’esterno sembrerebbe il contrario, il fulcro patologico del narcisista è dato da pattern anomali riguardanti la propria autostima, l’inferiorità e la paura verso la solitudine che vengono compensati con la necessità di ammirazione, riconoscimento, popolarità e il rigetto delle critiche che vanno invece ad alimentare le proprie insicurezze[33].
Con riferimento alla regolazione dell’autostima, dei comportamenti, alle emozioni e ai pensieri esplicitati dal soggetto, è possibile suddividere il narcisismo in due categorie: covert e overt.
La prima consiste nella manifestazione implicita ed inconscia del disturbo, dove il soggetto prova un profondo senso di inferiorità, umiliazione e vergogna con conseguente sensibilità estrema al giudizio altrui. L’atteggiamento è riluttante e dimostra falsamente gentilezza e modestia, evitando situazioni in cui potrebbe ricevere critiche o fallire. La forma manifesta, invece, è quella overt, in cui rientra anche il protagonista di questo lavoro. È detta anche grandiosa perché esplicita, caratterizzata da un senso di superiorità accentuato, arroganza, disprezzo e utilizzo strumentale del prossimo. In questo caso, la fragilità interiore viene nascosta con una maschera che esprime unicità e un senso di importanza esagerato[34].
La maschera che indossava Pietro era quella del Maso invincibile, sicuro di sé, esclusivo e superiore agli altri. Questo personaggio si distingueva con l'apparenza. I capelli perfettamente in ordine, gli abiti all’ultimo grido, i travestimenti durante le serate e gli ingressi in discoteca, dove confidava di venir osservato e invidiato da tutti. Sentiva il bisogno interiore di stupire se stesso e gli altri con idee, accessori o comportamenti ogni giorno differenti. Superare in stravaganza ogni sera la precedente era diventato un vero e proprio lavoro che gli impiegava moltissimo tempo ed energie mentali, tanto che arrivò ad affermare che, per anni, Maso, il suo lato dominante, eccentrico e assetato di attenzioni, avesse preso il sopravvento su Pietro, la sua parte vulnerabile e fragile. Come se quel re delle discoteche e dei travestimenti avesse imprigionato il bambino che trascorreva le giornate malato nel suo letto.
Alcuni studi clinici, come quello condotto dagli psicologi americani Elisabeth A. Edershile e Aidan G. C. Wright dell’ Università di Pittsburgh, hanno evidenziato che il narcisista oscilla tra fasi di grandiosità e altre di vulnerabilità, specificando che sono le situazioni interpersonali ad influenzare maggiormente l’espressione della personalità e della psicopatologia[35]. Si parla infatti di “dinamica narcisistica" per spiegare l’andamento variabile di questo disturbo che non presenta sintomi stabili ma una serie di fluttuazioni psicologiche volte a regolare l’autostima. Questa dinamica prevede che il narcisista navighi all’interno di un circolo vizioso: egli è ossessionato dal sentirsi ed essere considerato unico e speciale (grandiosità) per allontanare il senso di vuoto (vulnerabilità), ricorrendo a strategie disfunzionali che conducono a problemi relazionali e, di conseguenza, ad un ulteriore abbassamento dell’autostima con sentimenti di ansia, tristezza o rabbia. La prevalenza della componente grandiosa o vulnerabile in un momento della vita potrebbe oscurare totalmente l’altra, portando il soggetto a sentirsi guidato da due identità. Questa interpretazione supporta le numerose dichiarazioni del protagonista sul fatto di non avere il controllo sulle proprie azioni e di essere stato “sottomesso” dalla malattia.
Durante l’intervista concessa a Maurizio Costanzo il 5 ottobre 2017, a 26 anni dal delitto, Pietro Maso dichiarò di aver indossato una maschera per nascondere tutte le sue fragilità, sia psicologiche che fisiche, e che lentamente questa corazza lo avesse inghiottito, portandolo a staccarsi dalla realtà.
Questa visione del disturbo permette di comprendere le contraddizioni presenti nella storia cardine di questo lavoro, gli indugi e le spiegazioni date dall’autore circa il reato commesso.
Tuttavia, altri esperti, tra cui George Armitage Miller, uno dei fondatori e massimi esponenti storici della psicologia cognitiva, sostengono che vulnerabilità e grandiosità siano le due forme opposte che può assumere la patologia e non dimensioni in cui la stessa possa oscillare[36]. Una visione più statica di un disturbo di personalità troppo articolato per essere ristretto entro limiti così poco flessibili.


3. Rieducazione e reinserimento sociale

3.1 La confessione e la perizia
Pietro Maso venne arrestato il 19 aprile 1991. Agli inquirenti bastarono meno di 48 ore per comprendere che il massacro non era il frutto di una rapina finita male ma di un omicidio premeditato.
Alcuni errori commessi nella scena del crimine suggerirono che il colpevole non fosse estraneo ai coniugi Maso o, perlomeno, alla dimora. Nella fattispecie, si riscontrò la mancanza di segni d’effrazione, indizio che non si era avuto bisogno di forzare la porta d’entrata o una finestra dell’abitazione per accedervi; e vennero ritrovate sul tavolo le lampadine della cucina, svitate affinché non venissero accese le luci, segnale che i colpevoli si trovavano già sulla scena del crimine prima dell’arrivo delle vittime e che sapevano da dove queste ultime avrebbero fatto ingresso[37]. In aggiunta vennero rinvenute, accanto ai cadaveri, delle maschere da carnevale indossate dagli aggressori al fine nascondere il loro volto; disattenzione che denota una certa immaturità e mancanza di esperienza nell’agire criminale, di fatti, un criminale professionista e organizzato avrebbe prestato particolare attenzione a non lasciare tracce e materiale genetico sulla scena criminis.
I sospetti ricaddero precisamente sul figlio minore della coppia, Pietro, anche osservando il suo atteggiamento freddo e distaccato, quasi indifferente, all’improvvisa perdita dei genitori. Il giorno dopo il massacro comparì al telegiornale apatico e imperturbabile a differenza delle sorelle e dei vicini di casa intervistati che erano sconvolti.
Tuttavia, l’indizio che maggiormente insospettì i poliziotti fu l’emissione di un assegno da 25 milioni di lire da parte della vittima Rosa Tessari nei confronti di Giorgio Carbognin solo pochi giorni prima del misfatto. Destò diffidenza il fatto che una signora avesse trasferito una somma di denaro tanto sostanziosa ad un amico diciottenne del figlio e, confrontando la firma apposta sul titolo di credito con quella reperita su altri documenti depositati in banca, emersero alcune disparità. Totalmente ignare della circostanza, le sorelle di Pietro, Nadia e Laura, rimasero perplesse e cominciarono ad indagare personalmente a riguardo, finché trovarono in casa un foglio con svariate imitazioni della firma della madre. Si trattava delle esercitazioni poste in essere dal fratello Pietro per contraffare al meglio l’assegno necessario per saldare il prestito che l’amico Giorgio doveva restituire alla banca[38].
Queste evidenze indussero Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato a confessare e, di fronte alle loro deposizioni, anche Pietro ammise freddamente le sue colpe.
Arrestato il giorno stesso, attirò subito una grande folla di giornalisti e curiosi data la sua immagine sempre impeccabile da ragazzo di buona famiglia e un atteggiamento adiaforo al male commesso.
Quello di Pietro Maso è stato uno dei primi casi mediatici in Italia trasmesso in tutte le televisioni e discusso nei giornali. Veniva ripreso dalle telecamere dentro l’auto della Polizia o in Tribunale con abito elegante, l’immancabile foulard Hermès e il sorriso superficiale di chi si sente orgogliosamente famoso, ignorandone le motivazioni.
A trent’anni dall’omicidio, raccontò a Cronache Criminali[39] di aver assunto volontariamente un atteggiamento provocatorio, sia dietro le sbarre che in aula processuale, sorridendo ai cameramen e al pubblico presente per mascherare la solitudine e le paure nei confronti di una realtà molto più grande di lui. Di fatto, non sembrava far trasparire alcun sentimento di rimorso, tristezza o pentimento nemmeno di fronte alle accuse recitate dal giudice.
La sentenza definitiva venne pronunciata il 29 febbraio 1992, emessa in primo grado di giudizio presso la Corte d’Assise di Verona, omologata in secondo grado presso la Corte d’Appello di Venezia e successivamente convalidata anche in Corte di Cassazione. Pietro Maso venne condannato a trent’anni e due mesi di reclusione, con riconoscimento dell’efferatezza del crimine per le modalità con le quali si era consumato, ma anche attenuanti per la giovane età e la parziale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Fu rilasciato dopo aver scontato circa ventidue anni di reclusione, con precisione ventidue anni meno quattro giorni prima al carcere Campone di Verona e dal 3 febbraio 1994 presso la Casa di Reclusione di Milano Opera. Beneficiò in tutto di tre anni di indulto e 1800 giorni di liberazione anticipata, oltre che della misura alternativa della semilibertà dal 2008 al 2013.
La difesa, affidata ai professori Carlo Andrea Robotti e Ivan Galliani puntava all’infermità mentale, riconoscendo, oltre che al disturbo di personalità, anche uno di coscienza che, dal punto di vista psichiatrico- forense, avrebbe costituito vizio parziale di mente. Ipotesi confutata dal prof. Vittorino Andreoli, facoltoso perito nominato dalla procura di Verona per stabilire se Maso fosse in grado di intendere e di volere al momento del fatto.  Andreoli, psichiatra di fama internazionale, dichiarò che Pietro fosse affetto da disturbo narcisistico della personalità di grado lieve-medio, con alterazione del giudizio etico sostenuto dall'ambiente familiare e sociale in cui era cresciuto. Tuttavia, sottolineò che conservò inalterata la sua capacità di intendere e di volere sia durante la progettazione, sia in seguito al misfatto. Nel giudizio espresso, il professor Andreoli aggiunse che, esclusivamente nel momento dell’esecuzione del misfatto, il disturbo narcisistico potrebbe aver limitato la sua capacità di volere, intesa come potere di controllo dei propri stimoli ed impulsi ad agire. Ne deriva che Pietro Maso era da considerarsi imputabile, in quanto consapevole e consenziente delle azioni commesse.
Le perizie, affidate al professor Andreoli con la collaborazione dei professori Gatti, Rizzuto e Pistoleri, oltre che il dottor Berto e la dottoressa Molinari, mirarono a redigere una valutazione clinico-diagnostica circa le cause che condussero al reato[40]. La Sezione Genetica dell’Università̀ di Verona, diretta dal professor Mario Gatti, elaborò un’analisi citogenetica del protagonista in questione, non rilevando alcuna anomalia cromosomica degna di nota e neanche problemi somatici, scheletrici o cardiaci. L’esame neurologico risultò privo di precedenti neuropsichiatrici o sintomi di compromissione del sistema nervoso, con assenza anche di alterazioni di coordinazione motoria o dei nervi cranici. Nonostante il manifestato disturbo di personalità, per il prof. Andreoli, all’epoca, non erano presenti segnali di malattia neurologica. Unica nota sottolineata dal punto di vista neuroscientifico fu il risvolto dell’episodio meningeo in età neonatale che avrebbe compromesso lo sviluppo neuropsichico con una sindrome caratteriale evidenziata soprattutto nell’età scolare[41], la quale manifestò un focus verso i bisogni interni delle modalità di sentire e agire peculiari o abnormi e alcune alterazioni comportamentali e affettive che spiegano l’alto egocentrismo e la mancanza di empatia e d’interesse verso il prossimo. Emerse anche che il concetto di “relazione”, per Maso, era grandemente incline alla strumentalizzazione e alla manipolazione, l’interazione aveva il solo obiettivo di ottenere conferme, risultando poco propenso alle critiche, a cui reagiva in maniera ostile e aggressiva. Andreoli sintetizzò la personalità di Maso come un’alternanza di atteggiamenti di ipervalutazione di sé e altri di negazione, un’oscillazione tra impulsività ed estrema riflessione con inclinazione a rimuginare tormentosamente sulle proprie idee, pensieri e percezioni. Infine, trasparirono modalità adattive di tipo autoplastico, termine con cui ci si riferisce alla tendenza tipica di chi soffre di disturbi di personalità di modificare se stessi come alternativa al fatto di non riuscire a modificare il mondo circostante. Questo perché il narcisista si concentra solo sulla sua persona, sui propri bisogni e sentimenti senza valutare, né addirittura considerare, la presenza del prossimo e di una realtà al di fuori di se stesso.
Oltre che ai colloqui, per valutare in maniera più oggettiva e standardizzata le caratteristiche intrapsichiche dei periziandi, si propongono alcuni test psicologici che, nel caso di Pietro Maso, confermarono la presenza di disturbi dell’affettività e della personalità. In data 13 maggio 1991, Pietro venne sottoposto alla Scala Wechsler, uno tra i test più utilizzati per misurare le abilità intellettuali, ottenendo un risultato finale di 79 punti e, quindi, un quoziente intellettivo inferiore alla media nazionale corrispondente a 102. Successivamente, gli venne somministrato il Koch Test, un test proiettivo che interpreta la personalità del paziente sull’analisi del disegno di un albero. Il risultato fece emergere una tendenza introspettiva e regressiva con desiderio di rivalsa, ipoteticamente riconducibile al sentimento di inferiorità che lo accompagnò durante tutta l’infanzia e il desiderio di vendetta verso i genitori che gli impedivano di condurre la vita lussuosa che desiderava, limitandogli le finanze. Infine, fu sottoposto anche al Machover Test, altro test proiettivo di personalità che richiede di disegnare una figura umana. L’interpretazione data dal professor Andreoli era quella di un soggetto che presentava degli ostacoli legati alla sessualità, intesa sia come identificazione che come differenziazione, in quanto sottomesso al contesto sociale. Dimostrava di non riuscire a reagire adeguatamente agli stimoli esterni, di avere tendenze egocentriche e bassa tendenza alla socialità a causa delle alte aspettative verso se stesso e della necessità di soddisfare i suoi bisogni interiori. Dall’interpretazione dei sopracitati test, si dedussero difficoltà relazionali con l’ambiente circostante, complicanze nel processo di maturazione, scarso grado di concentrazione e marcato distacco emotivo-affettivo[42]. Da un punto di vista psicologico, si può riassumere che Pietro Maso fosse caratterizzato da un’intelligenza non particolarmente spiccata; un’indiscussa ipertrofia dell’io, ossia il bisogno patologico del narcisista di sentirsi e dover essere considerato superiore a tutti[43] e gravi difficoltà affettivo- relazionali, con mancanza di empatia e interesse nei confronti del prossimo ma spiccata sensibilità verso i giudizi altrui. La comorbilità di questi tratti colloca la personalità del Maso all’interno dell’area borderline di personalità[44].
All’interno della sua biografia, Maso raccontò di essersi sentito psicologicamente pressato e trattato come una cavia durante i colloqui col professor Andreoli, in quanto i suoi test gli apparivano come dei rompicapi e le domande ripetitive, se non martellanti. L’insistenza da parte degli specialisti nell’approfondire la sua personalità ha innescato l’impertinenza da parte di Pietro, con risposte inventate, ironia e prese in giro. Un atteggiamento che ha dimostrato di per paura che qualcuno riuscisse a captare le sue fragilità o si permettesse di giudicare qualche suo tratto di personalità. Questa tendenza può ricondursi alla svalutazione che il narcisista tende a dare al prossimo e al tentativo di affermarsi come il migliore, privo di difetti. Si comportò allo stesso modo anche con l’unica persona che lo accompagnò nel suo percorso rieducativo in carcere: Don Guido Todeschini.

3.2 La condanna e la scarcerazione
Nel corso della detenzione Maso seguì un percorso spirituale di supporto con Don Guido Todeschini, direttore di Telepace[45] e della Editrice Cattolica Italiana[46], che attirò la sua attenzione per aver pubblicamente espresso dispiacere nei suoi confronti durante una trasmissione radiofonica. Nel corso dei primi mesi di incontri, ancora detenuto al carcere di Verona, Pietro si presentava svogliato e distaccato rispondeva in maniera sfacciata, ironica o peggio blasfema, dimostrando di non voler farsi avvicinare. Cominciò ad intraprendere le sedute con un approccio maggiormente costruttivo solo dopo che il sacerdote lo affrontò con convinzione e gli alzò la voce, minacciandolo di non avere tempo da perdere se avesse continuato a comportarsi in maniera tanto menefreghista e immorale. Un rimprovero vero e proprio. Ciò che, probabilmente, non era stato abituato a subire da bambino ma che gli sarebbe servito per innescare dei meccanismi di divieti e punizioni atti ad indirizzarlo verso la conformità sociale. Il risultato fu alquanto efficace dato che, da quel momento, il suo atteggiamento mutò radicalmente, diventando più collaborativo ed educato con colui che, ancora oggi, considera la sua guida spirituale.
Ho sempre pensato che la mia vita sia stata più grande di me. Ma non che avrei avuto la forza di sopportare quello che poi è accaduto. Quello che ho fatto è un peso enorme, grande da sopportare. Fuori dalla portata umana. E credo che se qualcosa mi ha salvato, in questi vent'anni, è stata la fede. Se qualcuno mi ha salvato è stato Dio[47]. Con queste parole autobiografiche, Maso dichiarò che il percorso di conversione lo avesse portato al pentimento e alla redenzione, dandogli il coraggio di rivedere le sue sorelle, di salvarsi dalla perdizione e di tornare sulle tombe dei genitori appena gli vennero concessi i permessi premio. Scrisse di aver chiesto a Dio di pagare per ciò che aveva compiuto, di aver fatto sacrifici e pregato ogni giorno fino ad aver raggiunto la sua punizione eterna: la consapevolezza. Tale coscienza sarebbe stata acquisita dal solo percorso religioso, in quanto non seguì altre terapie, come sedute psicologiche o gruppi di sostegno specifici per il suo disturbo; complice sicuramente il sistema carcerario dell’epoca.
Nonostante la riforma sull’Ordinamento Penitenziario, attuata con la legge 354 del 1975, abbia introdotto i concetti di trattamento e rieducazione dei detenuti, successivamente approfonditi con la Legge Gozzini nel 1986, negli anni ’90 molte concessioni di misure alternative alla detenzione e permessi premio vennero interrotte a causa dei numerosi attentati mafiosi che si verificarono in Italia. Accedere al lavoro intra ed extra murario, partecipare ad attività ricreativo-culturali od ottenere permessi premio era un privilegio, non parte della routine dei detenuti. La maggior parte del tempo all’interno degli istituti veniva trascorso in cella o all’aria aperta per i periodi di tempo previsti. Ciò faceva sì che si condividesse la maggior parte della giornata in solitudine o con i compagni di cella, scambiando con loro esperienze di vita.
A tal proposito, vi è una lunga letteratura circa la subcultura carceraria, ossia l’insieme di valori e pensieri che vengono condivisi dai detenuti, ma anche lo stile di vita e le sensazioni comuni. Ciò è dato sia dal gran numero di soggetti che hanno commesso crimini, e quindi sono caratterizzati da mentalità antisociale, piuttosto che da tendenze maliziose o crudeli, sia dalla dicotomia tra guardie e prigionieri. Da un lato, uno dei passatempi preferiti per i detenuti è quello di raccontarsi le proprie avventure criminali o scambiarsi idee e trucchi del mestiere, al punto che molti, quando escono, si impegnano immediatamente a ricommettere il crimine in maniera più efficiente dopo averne analizzato e perfezionato la criminodinamica in carcere; dall’altro lato, la mancanza di libertà, gratificazione e la sottomissione possono generare stati d’ansia e depressione, soprattutto nei ragazzi più giovani con una personalità non totalmente sviluppata, e quindi facilmente influenzabili, come Pietro.
Dopo la condanna definitiva nel 1994, venne trasferito nella Casa di Reclusione di Milano Opera per la sua giovane età, al fine di garantirgli una delle esperienze detentive più efficienti d’Italia. Per l’appunto, quello di Opera, viene considerato uno dei penitenziari più importanti e sorvegliati a livello europeo per la sua complessità gestionale, la pluralità di attività trattamentali proposte e le numerose iniziative rivolte sia alla popolazione detenuta che alla comunità esterna. In seguito ad un periodo di auto-isolamento e stato depressivo, Pietro decise di mettersi in graduatoria per lavorare. Grazie alle raccomandazioni da parte di Don Guido riuscì ad essere assunto alla Spes, una ditta per la quale si occupò di inserimento dati per tre anni. Riprese a studiare concludendo un ciclo di cinque anni di scuola superiore e, insieme ad un altro detenuto body-builder, fondò la prima palestra del carcere di Milano Opera. Iniziò anche a leggere molto, soprattutto libri sacri, ispirato da altri detenuti come ex terroristi o dissidenti politici che gli raccontavano le loro ideologie politiche con riferimento alla storia e a teorie filosofiche. Può sorgere spontaneo pensare che tutte queste attività e iniziative manifestassero un cambiamento caratteriale e interiore del protagonista in questione, tuttavia, sono stati molti i segnali che, nell’ immediato futuro, dimostrarono il persistere della sua tendenza narcisistica altalenante.
Durante la permanenza in carcere, i suoi comportamenti furono educati e sereni, per questo venne accettato per il lavoro extra murario, gli venne concesso il primo permesso premio a 15 anni dall’arresto e anche la misura alternativa della semilibertà, erogata unicamente a chi viene considerato affidabile, che non presenta rischio di fuga, recidiva o, in generale, pericolosità sociale. Per 5 anni si recò ogni mattina presso un’associazione che si occupava di reinserimento detenuti in società per poi fare rientro in carcere per la successiva parte della giornata, dimostrandosi operoso, puntuale e diligente. Tuttavia, nell’aprile 2011, il Tribunale di Sorveglianza pronunciò la sospensione della semilibertà dopo che un collega denunciò Pietro sostenendo che avesse dei debiti verso di lui e che, oltre a non restituirgli il denaro, lo avesse minacciato di morte. Dopo tre mesi, la misura alternativa gli venne nuovamente concessa in quanto venne accolta la controdenuncia di Pietro Maso che smentì completamente il fatto, accusando il collega di estorsione e rivelando che la dinamica era opposta e, in realtà, era proprio quest’ultimo a dovergli restituire dei soldi[48].
La sua affidabilità venne supportata dal fatto che non diede segnali di negligenza, non venne trovata alcuna prova e, inoltre, nello stesso periodo, dimostrò un “progresso affettivo” innamorandosi di Stefania Occhipinti, una ragazza milanese che conobbe al bar della medesima comunità e che sposò in segreto nel 2010. A detta della donna, di Don Guido e delle sorelle, Pietro in quel periodo era sereno, una persona zelante e profondamente maturata. Dopo la scarcerazione, andò a vivere con Stefania e continuò a lavorare presso le comunità gestite da Don Guido, finché prese la decisione di scrivere un libro sulle sue memorie, pubblicato da Mondadori nel 2013. Al suo interno descrisse, con la collaborazione di una giornalista, in maniera molto approfondita e diretta, tutti i pensieri che gli pullulavano in mente all’epoca del parricidio, come usava comportarsi da giovane e i dettagli agghiaccianti sulla criminogenesi[49] e criminodinamica[50]. Tale decisione aprì un ampio dibattito tra giornalisti ed esperti in campo psicologico e sociale in quanto alcuni la considerarono come una vera e propria dichiarazione di pentimento e altri come un’ulteriore strategia per far parlar di sé. Analizzando ciò che successe in seguito, risulta maggiormente plausibile associare la pubblicazione dell’autobiografia ad una strategia per attirare l’attenzione dei giornali dopo diversi anni lontano dalla scena pubblica. Infatti, nel 2015, il matrimonio terminò, proprio a causa di un ritorno ai vizi passati. L’ex moglie raccontò di non riconoscerlo più, in quanto iniziò ad essere particolarmente irritabile, impulsivo, incontrollabile e aggressivo. Questo fu dovuto al fatto che, tornato in libertà, la considerazione e l’etichettamento da parte della comunità lo fecero sprofondare in una buia depressione. A causa dei suoi precedenti penali, non fu in grado di trovare occupazione lavorativa e, per questo, si sentì stigmatizzato come se non avesse mai pagato il suo debito con la giustizia. È ipotizzabile ritenere che questo sia stato un evento trigger, ossia uno stimolo che lo ha riportato ad un’esperienza traumatica precedente, facendo emergere quei sentimenti di diversità, inferiorità ed emarginazione che provava nell’infanzia.
La fragilità lo condusse verso la strada della tossicodipendenza con l’accumulo di grossi debiti e l’abuso di cocaina che sfiorò più volte l’overdose. È da notare che la dipendenza verso questa sostanza viene citata tra le problematiche in comorbidità col disturbo narcisistico di personalità.  L’effetto psicoanalettico della cocaina attribuisce euforia, coraggio, autostima per affrontare situazioni di stress e perdita del controllo che il narcisista vive come un’enorme delusione e sconfitta personale.
Fu così che nel 2015, in preda ad episodi di onnipotenza e pericolosità sociale, accettò, sotto consiglio di Don Guido, di farsi ricoverare in una comunità di recupero dalle dipendenze in Trentino Alto Adige. Durante la sua permanenza, venne pubblicato in anteprima su “Il Giornale” e successivamente in molti altri quotidiani, un articolo che fece particolarmente riflettere. Conteneva una lettera scritta da Pietro Maso a Manuel Foffo, il quale, condannato nel 2016 per l’omicidio di Luca Varani, ammise di averlo fatto per sfogare la propria rabbia sadica derivante dal desiderio di ammazzare il padre. Pietro scrisse: Io sono stato peggiore di te, ma posso capire perché volevi ammazzare tuo padre. Un cupo e rarefatto istinto di rivalità per catturare tutto l’affetto delle donne di casa e dimostrare di non essere solo il cucciolo fragile e indifeso. Per poi aggiungere: Non posso biasimarti per quello che hai fatto […] ti aspetta un periodo duro per molti anni ancora. Lisolamento, la disperazione, gli sputi in faccia degli altri detenuti e la durezza delle guardie. La voglia di suicidarti e lillusione di svegliarti da un brutto sogno e tornare alla vita di sempre. Per poi concludere consigliandogli di leggere molto e rivolgersi a lui per qualsiasi consiglio. Parole che, a ventiquattro anni dal delitto, dimostrano un certo rimuginio sui fatti, interpretato dagli avvocati di Foffo come un tentativo di farsi pubblicità e un’espressione di egocentrismo[51], a prova che, in situazioni stressanti, Pietro tende ad adottare pensieri e schemi comportamentali passati.
Concluso il percorso di disintossicazione, per dare una svolta alla sua vita, decise di abbandonare lo stato che tanto lo pregiudicava, impegnandosi nell’apertura di un centro di recupero in Spagna. Purtroppo, l’iniziativa imprenditoriale non diede i risultati sperati e fu costretto a tornare in Italia. Quale tipica reazione dei soggetti narcisisti, il fallimento lo ricondusse nel baratro, facendolo precipitare nuovamente in uno stato depressivo, fino ad un episodio cruciale verificatosi nel gennaio del 2016. Pietro inviò, per errore, un SMS alla sorella Nadia, con scritto: Ora Fabio pensaci bene. Domani mattina ti chiamo e se rispondi bene, e fai quello che dico, ok. Altrimenti vengo lì e ti stacco quella testa di cazzo che hai. Il massaggio, in realtà, era indirizzato ad un uomo al quale doveva 25 mila euro. Nadia lo denunciò subito ai Carabinieri, rendendosi conto che, ancora una volta, il denaro si era preso possesso della mente del fratello, facendole affiorare alla mente un déjà vu circa l’assegno del ’91. Pietro reagì in maniera aggressiva, contro denunciando entrambe le sorelle per diffamazione e minacciandole di averlo compromesso. Il culmine venne raggiunto con l’intercettazione di una sua conversazione telefonica mentre pronunciava: Faccio quello che dovevo finire nel 1991… Faccio il lavoro che so fare meglio e poi mi ammazzo. Si confermò, dunque, in preda ad un delirio di onnipotenza che gli fece perdere completamente il controllo, tanto che anche una delle due sorelle si espresse pubblicamente dicendo: L’ho visto in uno stato confusionale e di onnipotenza. L'ho trovato con deliri euforici che mi hanno lasciato basita e spaventata e mi hanno ricordato lo stato in cui versava nel 1991 prima degli omicidi.[52]
È da ricordare che il piano originario di Pietro non era solo quello di eliminare i genitori, bensì anche le sorelle, i cognati e per ultimi gli amici Paolo Cavazza e Damiano Burato, in modo tale che l’intera eredità venisse attribuita a lui, il quale l’avrebbe poi condivisa con il socio Giorgio Carbognin.
Significa, forse, che nel 2016, dopo ventidue anni di detenzione e percorsi di terapia in comunità di recupero, stava pensando di portare a termine il piano del ’91? Ciò dimostrerebbe la completa inefficienza delle strutture riabilitative e del percorso di rieducazione e trattamento.
Sulla base di queste ipotesi, a Nadia e Laura venne affidata una scorta e Pietro accettò di essere internato nell’istituto di cura per problemi psichiatrici “Villa Santa Chiara” in provincia di Verona.
Don Mazzi, presbitero, educatore e attivista italiano impegnato nella lotta contro la tossicodipendenza attraverso la fondazione della rete di oltre quaranta comunità terapeutiche chiamata “Exodus”, nel 2016 si espresse a favore di Maso dimostrando la sua disponibilità a collaborare con Don Guido per salvarlo. Nel giornale L’Arena pubblicò: Io sono disponibile ad accogliere Pietro in Exodus. Ma non a Milano né a Verona. Abbiamo quaranta comunità: non sarà difficile trovare per lui un posto più tranquillo e defilato. Se Don Guido è daccordo, mi darò da fare. Riguardo le minacce ad amici e parenti, commentò: Forse, dopo la scarcerazione, abbiamo lasciato Pietro troppo solo, per poi aggiungere un messaggio di speranza: Se Maso è recuperabile? Certo. Tutti lo sono. Però bisogna crederci. Specificando infine che: Limportante è che non venga più lasciato solo, perché i fatti hanno dimostrato che non è in grado di andare avanti con le proprie gambe[53].
Quest’insieme di avvenimenti dimostrò un persistere nell’instabilità caratteriale di Pietro, confermando il concetto di dinamica narcisistica, ossia l’altalenare di momenti di lucidità e altri di perdizione, come principio cardine di questo disturbo di personalità.
A partire dall’atteggiamento, insieme agli scandali verificatisi dopo la scarcerazione, alla tossicodipendenza, ai debiti, ai licenziamenti e alle minacce, è difficile sostenere l’ipotesi che Pietro sia uscito dal “tunnel del narcisismo”. Negli anni ha continuato ad essere protagonista di articoli di giornale a causa della sua precarietà comportamentale, dimostrando difficoltà nel gestire pressioni e fallimenti, nel vivere autonomamente in maniera stabile e coltivare relazioni interpersonali prosperamente, presentando una persistente e marcata mancanza di empatia a favore di una visione della vita focalizzata sul sé.  Ciò dimostra che il disturbo narcisistico si è radicato nella sua personalità e, nonostante i tentativi di sopprimerlo, emerge ogni qualvolta il soggetto venga sottoposto ad una situazione di stress. Si sarebbe dovuto curare tempestivamente con percorsi di psicoterapia e cura farmacologica mirati alle sue difficoltà, percorso alquanto difficile per la tendenza del soggetto a respingere tutte le persone che tentavano di avvicinarsi.
Il trattamento generale del disturbo narcisistico di personalità è simile a quello degli altri disturbi psichici. Tra le opzioni, troviamo la terapia psicodinamica che ha lo scopo di ristabilire un equilibrio nei conflitti di fondo e può essere di particolare aiuto in individui con scarsa autostima, instabili emotivamente e irregolari nel comportamento. Inoltre, risultano efficaci anche altri approcci, come trattamenti basati sulla mentalizzazione, psicoterapia focalizzata sul transfert, terapie cognitivo-comportamentali o metacognitive-interpersonali; metodi di stampo psicanalitico che mirano a far emergere le tensioni di fondo per colmare le lacune intrapsichiche e relazionali del paziente.
Per quanto riguarda il trattamento farmacologico, potrebbe essere risultato interessante tentare, sin dal suo ingresso in carcere a diciannove anni, la somministrazione di medicinali stabilizzatori dell’umore, atti a placare stati d’ansia o d’impotenza rabbiosa[54], così da evitare reazioni abnormi di fronte alle difficoltà.
Il percorso di guarigione dal disturbo narcisistico di personalità, secondo Psychology Today, la rivista statunitense di psicologia gestita dall’American Psychological Association[55], prevede dieci fasi che mirano a creare una maggiore consapevolezza nel soggetto e recuperare il suo contatto con la realtà. Tra le tappe fondamentali, vi è la comprensione dei fattori scatenanti il disturbo e i meccanismi di difesa utilizzati, l’inibizione delle abitudini disfunzionali, la creazione di nuove strategie di copying e la diminuzione della grandiosità, focalizzandosi a dare maggiore considerazione al prossimo, fino ad imparare a provare empatia. Il fine è quello tornare ad essere autentici, far cadere la maschera del narcisismo ed interessarsi ad altre persone, entrando in risonanza con loro senza secondi fini[56].
Analizzando i comportamenti e lo stile di vita di Pietro Maso, si riscontra una mancanza di consapevolezza di base perché, nonostante non si sia mai fatto remore nel raccontare i dettagli più profondi delle sue pulsioni, non si è mai scostato dal suo punto di vista. Egli ha sempre risposto a tutte le domande che gli venivano poste con dettagli, anche riguardanti questioni strettamente personali e ammettendo le proprie colpe ma sempre sottolineando che fosse stata la malattia a compiere quelle azioni, e non lui. Questa strategia è particolarmente marcata nell’intervista rilasciata a Maurizio Costanzo il 3 ottobre 2017, a ventisei anni dall’omicidio, dove ha ripercorso tutti gli eventi e comportamenti che poneva in essere negli anni del parricidio, ripetendo molte volte che era la malattia ad agire, mantenendo le distanze da quanto accaduto e attribuendole la colpa. Dichiarò di aver vissuto la propria vita in terza persona, il che potrebbe essere letto come una modalità per scaricare la responsabilità degli atti compiuti all’esterno, a supporto che il narcisista svaluta il mondo circostante e tende a legittimare ogni sua azione.
L’ultima apparizione pubblica di Pietro Maso fu il 16 novembre 2022 al programma “Cronache Criminali”, dove rilasciò quella che definì l’ultima intervista sull’omicidio del padre e della madre ed espresse il desiderio di voler essere dimenticato. Per la prima volta dichiarò di voler tornare indietro nel tempo per restituire la vita ai suoi genitori, di avere il desiderio di stringere le loro mani e dire loro di volerli bene. Si disse pentito, assicurò di essere diverso dal ragazzo che, spinto dall’avidità, decise di togliere la vita alle persone che gliel’avevano donata, seguendo l’obiettivo sociale dell’epoca: il successo, il denaro, i beni materiali.
Dichiarò: Adesso cerco di raccogliere dalla vita le cose vere, un tempo invece raccoglievo cose futili, una macchina migliore, un vestito in più, altri soldi… ora invece la ricerca è in unaltra direzione, cerco esattamente lopposto rispetto al passato[57]. A questo proposito decise di dedicarsi a tempo pieno all'inserimento lavorativo e sociale dei detenuti, tramite la Onlus "La Pietra Scartata”.
Si può arrivare al punto di rinunciare al richiamo del narcisismo? Cosa lo alimenta di più? La condizione psicologica o quella ambientale? E quanto incide la società?


4. Il Veneto degli anni ’90: l’influenza dell’ambiente sociale
Alle numerose testate giornalistiche che annunciarono il parricidio per motivi economici, Pietro Maso ribatté dicendo: Hanno scritto di me, di noi, che abbiamo ucciso per fare la bella vita. Noi volevamo entrare nella vita[58]. È impossibile, infatti, analizzare questo caso senza fare riferimento al contesto storico e culturale dell’epoca, il quale aprì un dibattito talmente ampio che venne addirittura riportato nella perizia a causa del ruolo fondamentale che giocò nel caso in esame.
Il contesto sociale e ambientale del Veneto e, in questo caso specifico, della cittadina di Montecchia di Crosara nella provincia di Verona, è un esempio del cambiamento epocale che si è vissuto negli anni Novanta. Un’epoca di transizione cruciale, simbolo che il mondo stava cambiando e anche molto velocemente: venne abbattuto il muro di Berlino, Nelson Mandela venne eletto primo presidente di colore del Sud Africa, crollò l’impero Sovietico, si firmò il trattato per l’ambiente di Kyoto e nacque l’Unione Europea. Ma si verificarono anche tragedie, come lo scoppio della Guerra del Golfo, la morte di Falcone e Borsellino, le inchieste su Tangentopoli e il genocidio in Rwanda.
Dalla tranquillità degli anni ’80 al realismo dei ’90 che, tra alti e bassi, ha imboccato il grande fenomeno della globalizzazione. Dalla povertà e l’arretratezza di un’economia contadina si è passati all’esplosione industriale e alla modernità che, se da un lato ha diffuso il benessere, dall’altro ha causato una perdita dei valori fondamentali, un cambiamento nel modo di vivere e di relazionarsi e una nuova venerazione verso il “dio denaro”. Per decenni, il benessere era stato collegato al duro lavoro che impiegava tanto tempo e sudore, ma le nuove generazioni cominciarono ad essere meno consapevoli di tale fatica. Parte dei giovani come Pietro irruppero nella scena sociale non solo senza contezza, ma con cinismo e ferocia, chiedendo tutto subito e spingendosi oltre i limiti, complice sicuramente l’alta permissività dei genitori e il consumismo in avanzamento. Il professor Andreoli, nella sua perizia, enfatizzò a lungo l’incisione dell’ambiente in questo omicidio, riferendosi all’ipocrisia e ai falsi miti della cittadina di Montecchia, dove azzardò che il maiale vale più della moglie. Un modo per dire che al primo posto non vi erano gli affetti, ma il patrimonio. Confermato, per esempio, dallo stile di vita della famiglia Maso, in cui al centro di ogni conversazione vi era il lavoro e non questioni personali o sentimentali. Pietro stesso scrisse che la cittadina di 4.000 anime dove abitava era terra da coltivare su una provinciale con una piazza e una chiesa, un cinema parrocchiale, una sala giochi e un paio di bar[59]. I più fortunati erano coloro i cui padri possedevano campi, che implicavano di svegliarsi ogni giorno alle 6:30 e tornare a casa quando il sole era già tramontato; invece quelli più sfortunati facevano gli operai, perché in Veneto l’economia correva più che nel resto d’Italia e i veneti lavoravano, a testa bassa, anche fino a sedici ore al giorno. L’unico spiraglio era rappresentato dal weekend, in cui ci si divertiva senza freni, per poi ricominciare da capo la settimana. I genitori di Pietro erano grandi lavoratori, erano riusciti ad acquistare diversi terreni coltivabili e quindi a risparmiare parecchio, garantendosi una sicurezza economica. Tuttavia, la loro mentalità rimase quella dell’epoca precedente, non coltivavano passioni, non si concedevano un capo d’abbigliamento nuovo, né una cena fuori e tantomeno una vacanza. Reduci dagli anni della miseria, nulla era concesso, solo fare sacrifici e accantonare. Pietro, così come i suoi amici, guardava la vita che facevano i genitori che si sentivano già morti. D’altro canto, in televisione spopolava Miami Vice, la serie tv che narrava le peripezie di due detective sotto copertura che lottavano contro il narcotraffico e la prostituzione a Miami, con completi di alta moda su auto di lusso[60]. Scoprì così che, al di fuori di Montecchia, c’era un altro mondo, fatto di belle ragazze, lusso e tramonti mozzafiato. Lui ambiva a quell’ “American Dream” e, dentro di lui, si sentiva come il protagonista Don Johnson, diverso dalla massa, ammaliante. Ma non gli interessava che combattesse il crimine, Maso si fermava all’apparenza, sognava gli occhiali a specchio, le T-shirt nere di Armani, le giacche eleganti e la Ferrari personalizzata. Viveva per apparire, in un contesto dove l’apparenza era molto più in voga dell’essere.
Durante la stesura del presente elaborato, sono state raccolte testimoniante dirette da chi Pietro Maso l’ha conosciuto e frequentato, fornendo un inquadramento sociale e racconti che hanno permesso di comprendere la sua vera personalità e storia. Ancora oggi Montecchia di Crosara è un piccolo paesino di campagna, conosciuto come terra di contadini e isolato da tutto. Non essendo molto dinamico e attivo, Pietro e suoi amici si ritrovavano nel piccolo bar di paese, il Bar John, ancora oggi luogo di incontro tra i compaesani. Tuttavia, per trovare un po’ più di persone e vitalità, oggi come allora, i ragazzi si spostavano al primo paese vicino, San Bonifacio, che conta 20.000 abitanti, un certo numero di bar e ristoranti e da sempre, una discoteca. Oggi conosciuta come Skylight, il precedente Alibi era tappa fissa dei ragazzi tra i 15 e 20 anni ogni domenica pomeriggio.
Reduci dal fenomeno di costume dei Paninari[61], la popolarità veniva raggiunta solo se si ostentava. I giovani cominciarono a rifiutare ogni forma di impegno sociale e politico, abbracciando per la prima volta il consumismo e mettendosi in mostra con capi griffati[62]. Durante la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le compagnie si distinguevano per essere le più eccentriche possibile; non era apprezzato lo stile singolare di una persona, o quello che aveva da offrire, bensì quanto era al passo con la moda. Ostentare, al tempo, non significava avere un lavoro prestigioso o una casa propria, contava ciò che si indossava, l’auto o il motorino che si guidava, anche se erano stati regalati o di proprietà del padre. Entrare nella compagnia giusta era molto importante perché stabiliva lo status sociale del singolo, anche se era solo apparente e non reale. Di fatto, a Montecchia le mansioni lavorative rimanevano legate alla terra o alle aziende, non si raggiungevano posizioni autorevoli e, di conseguenza, neanche stipendi consistenti; ne deriva che tutto ciò che si guadagnava veniva speso. Questo però non aveva importanza, l’obiettivo non era quello di essere ricchi, ma sembrarlo.
Il senso di appartenenza al gruppo era molto marcato perché attribuiva forza e gratitudine al singolo, oltre che definire la sua identità. È per questo che il legame che si andava a creare diventava indistruttibile e la difesa dei soci andava combattuta. A tal proposito, si verificavano molte risse e litigi tra gruppi se veniva a mancare il rispetto nei confronti di un membro, si osava occupare il bar di un’altra compagnia o semplicemente si parlava con una ragazza del “territorio nemico”.
La compagnia di Pietro Maso, dal 1989 circa, si aggregava spesso a quella più popolare di San Bonifacio. Entrambe erano molto attente ai dettagli e provenivano da famiglie benestanti dove i genitori facevano in modo di soddisfare tutti i desideri dei figli, per concederli una vita migliore dopo tutte le rinunce che avevano dovuto fare loro da bambini. Gli argomenti principali delle conversazioni all’interno della compagnia erano relativi a feste o acquisti futuri: dove comprare il Levis appena uscito, di che colore ordinare la giacca nuova o in quale locale uscire nel weekend. Il tutto accompagnato dalla massima cura nei dettagli e nello stile, perché ogni passo falso veniva notato e l’intera compagnia veniva etichettata. L’aspetto più curioso riportato dai compaesani di Pietro degli anni ’90 è che non era lui a dettare le mode, non era preso come punto di riferimento, non veniva imitato o emulato come lui ha sempre sostenuto durante interviste o nella sua autobiografia. Le persone in paese lo ricordano come una persona particolarmente raffinata, che curava moltissimo la sua immagine, sempre vestito di tutto punto con giacche elegantissime, foulard Ascot al collo e i capelli immancabilmente pettinati all’indietro come il suo idolo Sonny Crockett[63].
Tuttavia, nessuno dei ragazzi che usciva con lui ha confermato che fosse un idolo tra i coetanei, tanto meno che venisse annunciato quando faceva il suo ingresso in discoteca, come ha spesso rimarcato nel suo libro o in interviste. All’interno della sua cerchia ristretta era considerato come un punto di riferimento per la sicurezza che trasmetteva e l’immagine impeccabile ma, al di fuori di essa, lui e i suoi amici, rimanevano pur sempre “quelli da Montecchia”; i quattro ragazzi proventi da quel paesino di contadini disperso nel nulla. Secondo una testimonianza, loro erano, ma soprattutto si sentivano, su un piedistallo. A partire da dove vivevano, in una cittadina di altitudine leggermente superiore rispetto al resto della vallata, e dove si incontravano, nel celebre Bar John a nord di essa, il quale veniva chiamato anche “quello in alto” per distinguerlo dall’altro più a valle. L’impressione che davano era quella di guardare le persone dall’alto verso il basso e che volessero essere ammirati dal basso verso l’alto. Questa percezione ha gradualmente staccato Pietro dalla realtà, convincendolo di essere il migliore e che, in un certo senso, nessuno potesse eguagliarlo. Lo dimostrava nel suo atteggiamento sociale ed esagerando nell’apparenza. Per esempio, verso l’inizio degli anni ’90, si ripropose la moda anni ’60 e i ragazzi in paese cominciarono ad imitarne lo stile con abiti similari, mentre Pietro e la sua compagnia andarono alla ricerca degli originali dell’epoca. Furono i primi in paese a rappresentare quella moda alla perfezione, essendo il più autentici possibile e dimostrandosi metodici e maniacali nel rispettare la corrente del momento.
La differenza principale tra loro e il resto della società era che, mentre tutti gli altri giovani cercavano di essere il più alla moda possibile per rimorchiare, i quattro da Montecchia lo facevano per sé stessi, per compiacersi degli sguardi altrui. A loro non interessava conoscere nuove ragazze, era sufficiente che queste li notassero. Di fatto rimanevano quasi sempre in disparte ma proponevano ogni settimana estrosità nuove, convinti di essere diversi e, quindi, esclusivi, intoccabili.
La verità è che Pietro si presentava come una persona altezzosa e abbastanza introversa, non socializzava praticamente mai con persone sconosciute e tendeva a rimanere sempre con i suoi tre amici. Erano, quindi, un branco molto unito ma chiuso, abbastanza isolati e restii ad aprirsi a nuove conoscenze. Nei locali sorseggiavano il loro drink in disparte, muovendosi moderatamente e senza dare troppo nell’occhio. Non viene ricordato come un gran bevitore, né consumatore di droghe, la sua dipendenza era solo quella di ricevere attenzioni e, per godere a pieno dell’ammirazione altrui, preferiva rimanere lucido, onde evitare di perdersi qualche dettaglio. Il fatto di essere molto concentrato su se stesso, e non su quello che c’era attorno, lo portò a non avere molto seguito. Durante la detenzione, Maso fece scalpore per la quantità di lettere d’amore o d’ammirazione che riceveva da fans, soprattutto donne, ma non vi sono testimonianze che fosse lo stesso anche prima dell’omicidio, a differenza di quanto da lui dichiarato. Esperto per via d'apparenza, ma non per abilità sociali, era stato visto parlare con qualche nuova ragazza solo poche volte durante le serate nei locali. Al massimo, si limitava a fare qualche complimento o commento per poi andarsene senza dar vita ad una vera e propria conversazione. Lavorando in un supermercato ed occupandosi anche del reparto profumi, Pietro era solito avvicinarsi alle ragazze per annusare la loro fragranza e decifrare quale fosse. Non tanto un modo per approcciare ma più che altro per mostrare una sua abilità e, quindi, godere dello stupore della ragazza.
Concretamente, era difficile sostenere una conversazione con lui, viene descritto come una persona abbastanza povera di interessi o passioni e, quindi, anche di argomenti. I ragionamenti che faceva erano molto limitati, anche a causa dell’epoca che non incentivava a sviluppare conoscenze. In compagnia tendeva a stare in silenzio, ridendo alle battute degli altri, o si limitava a scambiare qualche frase con Giorgio e Paolo, con una dialettica molto basica e discorsi di scarso spessore. A prova della carente profondità personale, viene ricordato che Pietro e Giorgio parlavano anche per un’intera ora del nuovo foulard Ascot che si erano comprati, loro tratto distintivo dato che erano gli unici ad indossarlo.
Di certo Maso era noto tra i coetanei per l’abbigliamento o l’auto che guidava, così come per certi comportamenti, come quello di accendere le sigarette con le banconote da 100 mila lire, ma non era mai sopra alle righe. In un’epoca di grandi risse, litigi e faide tra compagnie, lui e la sua cerchia non erano mai finiti al centro di scandali o comportamenti fuori luogo. L’omicidio fu, a maggior ragione, uno shock in paese perché, contrariamente ai modi di fare possessivi e impetuosi dei ragazzi dell’epoca, la banda di Montecchia non aveva neanche mai alzato la voce contro qualcuno, si era sempre mostrata pacata e con modi di fare educati. Il loro scopo era sempre stato quello di attirare l’attenzione con stile, di far sì che gli altri si girassero a guardarli, anche se in realtà chi li conosceva bene non li prendeva molto sul serio dato che non avevano una vita diversa da tanti altri coetanei e lavoravano come semplici operai.
Approfondendo e analizzando questo racconto, è bene enfatizzare proprio il distacco dalla realtà; caratteristica tipica dei disturbi di personalità. Non solo Maso metteva i propri bisogni al primo posto senza accorgersi del mondo circostante, ma arrivò addirittura a farsi governare da questi ultimi. Il narcisismo raggiunse un livello patologico tale da fargli credere di essere il migliore, ammirato e adulato. In certe situazioni, come nei locali o in quella fatidica notte, l’insicurezza e la scarsa autostima fecero indossare una maschera a Pietro, convincendolo di essere esclusivo e onnipotente. Un impulso disfunzionale per raggiungere, almeno per un breve lasso di tempo, un sentimento di soddisfazione e superiorità.
Lo psichiatra Roberto Delle Chiaie paragonò il disturbo di Maso ad una dipendenza verso l'approvazione e il riconoscimento di un ruolo di superiorità che cercò di raggiungere costruendo un personaggio opposto alle insicurezze interne, ma che lo portò a vivere in terza persona la sua stessa vita. Nelle motivazioni della richiesta d’Appello del processo, si legge che le patologie ad incastro degli imputati, Pietro, Giorgio e Paolo (escluso Damiano perché minorenne e quindi giudicato dal Tribunale dei Minori), hanno reso possibile il reato. Personalità borderline e disturbo narcisistico per Maso, personalità dipendente per Carbognin, immaturità e gregarismo per Cavazza. Pietro ha influenzato ed è stato influenzato dai suoi complici, si sono attratti a vicenda creando una miscela esplosiva imprevedibile ma, non per questo, impossibile. Le influenze esterne, la bassa autostima e l’alta propensione a lasciarsi influenzare hanno rafforzato le patologie dei singoli dando vita ad un circolo vizioso in cui ognuno trovava supporto e piacere nella condizione psicologica dell’altro. L’atto estremo è stato il culmine di anni di insoddisfazione personale, incapacità di ottenere successi e difficoltà nel leggere, interpretare ed agire nella scena sociale in maniera efficace e adattiva. Il desiderio di affermarsi portò ad un progressivo distacco dalla realtà, che ha raggiunto l’apice della degenerazione con la violenza espressa nel duplice omicidio.
Pietro Maso ha compiuto un’azione che, da solo, non avrebbe mai avuto il coraggio di fare, a prova del potere dell’ambiente circostante in ogni esperienza di vita, anche in quelle più terribili[64].
Si può dedurre che le cause scatenanti i deliri narcisistici di Pietro Maso siano proprio l’ambiente, gli stimoli esterni e le situazioni che non riesce a gestire in maniera proficua. Per tale motivo, è possibile sostenere che il suo disturbo non sia stato debellato ma che si sia evoluto con l’età e con le esperienze di vita. Tramite il carcere, lo studio e il lavoro ha imparato a sopravvivere; ha capito come tenere a bada certi suoi comportamenti indossando un’ulteriore maschera; ha cercato, per esempio, di non attirare l’attenzione con travestimenti o dimostrazioni di forza, ma scrivendo un libro autobiografico e rilasciando interviste in cui parla senza freni dei dettagli agghiaccianti delle sue azioni, sapendo che ciò farà parlare di lui.
Le maschere, però, talvolta cadono, come dimostrano i numerosi crolli in situazioni stressanti. Questo è la prova della dinamica principale di questo disturbo di personalità: l’oscillazione tra vulnerabilità e onnipotenza, espressa dall’alternanza tra Pietro e Maso.
Una personalità opportunista e influenzabile come la sua, considerando il suo passato è l’età attuale, potrà mai raggiungere un’identità stabile? Di quante maschere dispone? Quale starà indossando ora?


Conclusione

Il caso di Montecchia di Crosara è un esempio di riferimento nello studio del parricidio come fenomeno criminoso e il suo artefice rappresenta l’emblema del narcisismo patologico.
Non si possono definire univocamente le cause che scatenano un disturbo della personalità come questo ma, se si analizza la storia di vita di Pietro Maso, sono molti i fattori che potrebbero aver influito. A partire dal fenomeno meningeo, l’isolamento durante l’infanzia e le fragilità psico-fisiche; per poi continuare con la delusione di non essere idoneo al seminario e l’essere trattato come una bambola, piccola e fragile, dai genitori e dalle sorelle. Tutto ciò, unito a scarse abilità intellettive ed emozionali, lo portarono a vivere una vita diversa dai coetanei e lo condussero a sentirsi inferiore, sbagliato. D’altro canto, il desiderio di sentirsi alla pari degli altri fece emergere in lui, lentamente, un sentimento di rivalsa. Non disponendo di particolari abilità, cercò di raggiungere la superiorità costruendosi una maschera, che indossò sempre più spesso fino a farsi inghiottire da essa. È così che l’ego maturò, mettendo le emozioni in un cassetto, stringendo relazioni superficiali solo con chi potesse generargli un vantaggio ed evitando qualsiasi contesto facesse emergere i suoi difetti o le sue debolezze. Iniziò curando la sua immagine, creandosi un personaggio, ad attirare l’attenzione con l’estrosità, ad accerchiarsi di un gruppo di fedelissimi che gli garantissero il consenso, ad ambire sempre più alla perfezione, sebbene esteriore. Quando l’apparenza non fu più sufficiente, passò al gesto estremo per antonomasia, il tentativo maggiore di onnipotenza: l’omicidio; per provare a sé stesso e agli altri di essere forte. Nella fattispecie, quello dei genitori i quali, ai suoi occhi, rappresentavano un ostacolo all’emancipazione, alla libertà e l’unico ostacolo per mantenere, anzi alzare, l’asticella del suo tenore di vita, della sua felicità.
Maso disse di aver ucciso per entrare nella vita, di essere arrivato ad annullare l’esistenza dei genitori ancor prima del massacro e che, all’epoca, era stato come colpire dei sacchi inanimati e non delle persone. Tuttavia, sono molti gli indizi e le azioni che hanno dimostrato il suo tentennio, l’insicurezza e gli attimi di lucidità in cui si rendeva conto dell’orrore che stava commettendo e aveva commesso. Lo ha dimostrato con i tre tentativi di omicidio mai portati a termine o coprendo i corpi con un lenzuolo dopo averli massacrati per evitare di vederli. Si può leggere una costante ambivalenza nel pensiero e nell’agire di Pietro, a prova della dinamica narcisistica che si innesca nella personalità dei soggetti affetti da questo disturbo. Un’alternanza di momenti di grandiosità e altri di vulnerabilità, ostentazione e fragilità. Questi schemi comportamentali persistono perché ormai consolidati nella sua personalità e utilizzati come metodo per affrontare ogni situazione. Probabilmente sono proprio queste caratteristiche che definiscono la sua identità e lo rendono unico.
Avendolo sempre tenuto dentro una campana di vetro e trattato come un ragazzo limitato, si può ipotizzare che Pietro abbia voluto eliminare i genitori per sentirsi uomo. Per togliersi quell’etichetta del bambino malato quale era da piccolo. Per liberarsi di quella fragilità che pensava gli avessero attribuito i genitori ma che, in realtà, sono caratteristiche della sua personalità. Esempio di come il narcisista tenda a deresponsabilizzarsi delle delusioni della vita e scaricare la colpa verso l’esterno. Atteggiamento che ha continuato a dimostrare sia durante la detenzione che dopo la scarcerazione, confermando di non saper gestire le pressioni e di reagire in maniera disfunzionale se la sua immagine non venisse esaltata o le cose non andassero come voleva.
Ho scelto questo caso perché si è consumato a pochi chilometri da casa mia e ne sento parlare da quando sono piccola. Sono, e siamo, abituati ad ascoltare le notizie di cronaca nera al telegiornale pensando che non potrebbero mai accadere vicino a noi. Ed invece, i miei nonni conoscevano le vittime Rosa e Antonio, mia mamma era una cara amica dell’allora fidanzata di Pietro e lavorava con la sorella Laura. Mi ha sempre affascinato sapere che alcuni miei conoscenti avessero trascorso del tempo con quel Maso di cui i professori mi avrebbero parlato all’università. E mi ha stupito ancor più capire che non tutta la verità era stata detta, che Maso, in fondo, aveva vinto.
Nelle trasmissioni televisive, Pietro Maso viene presentato come lui ha deciso di essere descritto: un idolo, il ragazzo che dettava le mode e che tutti volevano imitare. È riuscito nel suo intento, ha raggiunto la fama, è conosciuto come il leader che vuole essere. Anche nell’ultima intervista rilasciata pubblicamente nel 2022[65], quindi a trent’anni dal duplice omicidio, ricordò di doversi inventare qualcosa di nuovo ogni sera per “accontentare il suo pubblico”, che le persone facevano a gara per uscire con lui e che era molto ambito anche dalle ragazze. Il mondo perfetto per un narcisista.
Non sono riuscita a trovare una trasmissione o un articolo di giornale che dicesse che tutte queste percezioni erano solo nella sua testa, create dal grande “Maso” per raggiungere i desideri di superiorità e unicità del piccolo e fragile “Pietro”.
È vero che dava all’occhio per l’estrema cura della sua persona; molti in paese lo ricordano ancora oggi per gli abiti che indossava, l’auto che guidava o alcuni gesti eclatanti che faceva. Tuttavia, non veniva preso troppo sul serio; chi lo ha conosciuto di persona sapeva che era un diciottenne come un altro, con un lavoro umile e una famiglia come tante.
Avvantaggiato dal crescente benessere e incitato dal consumismo, Pietro Maso è caduto nella trappola del “dio denaro” e, non avendo ricevuto tempestivamente una terapia adeguata, farà molta fatica a liberarsene. Lo dimostrano le reazioni abnormi di fronte alle delusioni e i ricoveri in comunità di recupero in seguito a periodi di tossicodipendenza o deliri di onnipotenza.
Pietro Maso, ormai cinquantaduenne, non è ancora riuscito liberarsi della dinamica narcisistica, e, probabilmente, continuerà per tutta la vita a oscillare tra Pietro il vulnerabile e Maso l’onnipotente.
La cura? Iniziare a credere in se stesso, accettarsi per chi è, accontentarsi di quel che può avere.
Pietro Maso è un po’ tutti noi, persone degli anni 2000, vittime delle apparenze, del confronto, delle mode, dei social. Tutti noi dovremmo liberarci delle nostre maschere, guardare oltre l’apparenza e ricercare l’autenticità.

Riproduzione riservata


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[1] V. ADREOLI, Perizia di Pietro Maso, p. 92.
[2] Con il termine criminodinamica ci si riferisce a come si è sviluppata la sequenza cronologica delle azioni costituenti l'idea criminale
[3] Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza, M. Blanco
[4] www.brocardi.it/dizionario/5221.html
[5] dizionari.simone.it/1/premeditazione
[6] dizionari.simone.it/1/premeditazione
[7] Manuale Merck di Diagnosi e Terapia
[8] www.msdmanuals.com/it-it/professionale/pediatria/problematiche-negli-adolescenti/problemi-di-comportamento-negli-adolescenti
[9] www.humanitas-care.it/news/dentro-lempatia/
[10] Manuale di criminologia clinica, M. Strano, SEE, 2003
[11] V. ANDREOLI, Perizia di Pietro Maso
[12] Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli,Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013
[13] Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza, M. Blanco
[14] gabriellagiudici.it/le-teorie-della-personalita/
[15] www.inpsiche.it/1018-2/
[16] Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM-5-TR, Giuseppe Nicolò, Enrico Pompili, Massimo Biondi, Raffaello Cortina Editore
[17] www.psychologytoday.com/us/archive?search=personality&op=Search&section=All&page=1
[18] I meccanismi di difesa, M. C. Verrocchio, Università G. D’Annunzio, Chieti
[19] www.inpsiche.it/1110-2/
[20] 18. Organizzazioni della personalità, Università del Salento
[21] www.ipsico.it/sintomi-cura/trauma-psicologico/
[22] www.istitutobiofisicainformazionale.it/Articoli/gli-schemi-relazionali/
[23] www.guidapsicologi.it/articoli/meccanismi-di-difesa-cosa-sono-e-come-li-utilizziamo
[24] www.treccani.it/enciclopedia/svalutazione_%28Dizionario-di-Medicina%29/
[25] www.inpsiche.it/1018-2/
[26] https://healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/#cause
[27] The adolescent years: Social Influences and educational challenges - Ninety-seventh Yearbook of the national Society for the Study of Education - Part 1 (pp. 18-41), D. Phillips Swanson, M. Heale Spencer, A. Petersen, Chicago University Press, Chicago, 1998
[28] www.dannidaparto.legal/danni-successivi-al-parto/meningite/
[29] The many Faces of Social Isolation in Childhood, K. H. Rubin, R. S. L. Mills, Journal of Consulting and Clinical Psychology, University of Waterloo, 1988
[30] www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico-personalita/
[31] www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/
[32] www.ospedalemarialuigia.it/disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico-personalita/
[33] Beck, Davis e Freeman (2015)
[34] Carcione & Semerari, 2017; Dimaggio e Semerari, 2003; Widiger, 2012
[35] Grandiose and Vulnerable Narcissistic States in Interpersonal Situations, E. A. Edershile, A. G. C. Wright, National Library of Medicine, 2019
[36] www.tagesonlus.org/aree-di-intervento/i-disturbi-di-personalita/disturbo-narcisistico/
[37] Vennero svitate unicamente le lampadine della cucina e del ballatoio che sarebbero state accese da Rosa e Antonio una volta saliti dal garage sottostante, abitudine che un estraneo non avrebbe potuto prevedere e indizio che l’agguato era stato premeditato.
[38] Nonostante Pietro dimostrò varie esitazioni e tentativi falliti prima di porre in essere il crimine, constatò di non poterlo più rimandare proprio per evitare che la madre si accorgesse dell’emissione dell’assegno nei confronti dell’amico.
[39] Programma televisivo trasmesso su Rai1 che approfondì la dinamica del “caso di Montecchia di Crosara” e intervistò Pietro Maso il 16 novembre 2022.
[40] www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria
[41] V. ANDREOLI, Perizie, cit., p. 42
[42] “La famiglia come grembo del crimine: genitoricidio/parenticidio. Figli criminali e vittime nel nucleo originario spezzato”, M. Massai, A. Balloni, C. Cipolla, Bologna, 2007
[43] www.sanitainformazione.it/salute/narcisismo-una-patologia-sottovalutata-de-berardis-la-terapia-e-vitale-non-solo-per-il-malato-ma-per-la-comunita/
[44] L’area borderline si colloca tra l’area nevrotica e l’area psicotica dei disturbi psichici; essa implica che il soggetto talvolta mantenga il contatto con la realtà (area nevrotica) ed altre volte perda questa consapevolezza (area psicotica).
[45] Emittente televisiva specializzata nella trasmissione di eventi a sfondo religioso cattolico.
[46] Casa editrice dei periodici a sfondo cattolico “Ministerium Verbi” e il “Sussidio Liturgico Messa Festiva”
[47] Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013
[48] www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=7529:milano-pietro-maso-in-tribunale-accusato-di-minacce-rischia-di-perdere-la-semiliberta&catid=16:notizie-2010
[49] Insieme di fattori che hanno condotto il reo a commettere un crimine.
[50] Modalità di svolgimento di un reato.
[51] www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_manuel_foffo_lettera-1674006.html?refresh_ce
[52] www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/pietro_maso_sms_sorelle_denuncia-1509026.html
[53] www.larena.it/territori/citta/maso-va-aiutato-lo-accoglierei-nella-comunità-1.4698020
[54] healthy.thewom.it/salute/disturbo-personalita/
[55] In italiano “Associazione americana degli psicologi” è la più ampia organizzazione scientifica e professionale che rappresenta gli psicologi negli Stati Uniti d’America.
[56] www.psychologytoday.com/us/blog/understanding-narcissism/201908/10-stages-in-the-treatment-narcissistic-disorders
[57] www.rainews.it/articoli/2022/11/pietro-maso-a-31-anni-dallomicidio-dei-genitori-mi-piacerebbe-dir-loro-ti-voglio-bene-32fecda8-e4e9-4f2d-98d6-ed4a5164a36c.html
[58] Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013
[59] Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2013
[60] www.cinefilos.it/tutto-film/approfondimenti/miami-vice-trama-cast-colonna-sonora-streaming-508073
[61] Fenomeno di costume della “Milano bene” degli anni ’80, all’insegna del consumismo, abiti griffati e uno stile di vita spensierato e godereccio.
[62] Chiara Meroni, Alessandro Sevi, Anna Maria Paulis, Adolescenti di oggi e generazioni precedenti: Emo & Co., Rivista di psicoterapia relazionale: 35, 1, 2012, p. 19
[63] Protagonista di “Miami Vice” interpretato da Don Johnson.
[64] www.cronaca-nera.it/2799/pietro-maso-ricostruzione-vicenda-giudiziaria
[65] Trasmessa su Rai1 il 16 novembre 2022 dal programma “Cronache Criminali”.



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