Quando il DNA risolve i “cold case”: il caso di Stephanie Isaacson

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Quando il DNA risolve i “cold case”: il caso di Stephanie Isaacson

Istituto di Scienze Forensi Investigazioni scientifiche
Pubblicato da ISF Magazine in Cold case · 31 Maggio 2022
Dopo 32 anni, l’omicidio di una quattordicenne è stato risolto con la più piccola quantità DNA mai utilizzata.

Stephanie Isaacson aveva solo quattordici anni quando fu aggredita e uccisa da uno sconosciuto. Per trentadue anni il suo è rimasto uno dei tanti cold case che affollano gli archivi dei dipartimenti di polizia e solo lo scorso anno la famiglia di Stephanie ha potuto conoscere il nome del suo assassino. Questo grazie a una piccolissima particella di DNA.
Ma facciamo un passo indietro.

Il delitto
È la mattina del 1° giugno 1989 quando Stephanie esce di casa per recarsi alla Eldorado High School, a Las Vegas. Quella mattina la ragazza decide di prendere una scorciatoia, nella speranza di poter arrivare a scuola più velocemente. Tuttavia, Stephanie, a scuola, non ci arriverà mai.
I genitori decidono subito di denunciare la scomparsa e gli investigatori iniziano a setacciare l'area intorno al percorso che Stephanie aveva fatto per andare a scuola. Il corpo esanime della giovane viene trovato proprio nel sentiero, privo di vestiti; i segni rinvenuti sul corpo sono riconducibili a uno strangolamento. Sulla maglietta della ragazza, gli investigatori trovano una traccia di DNA, presumibilmente lasciata dall’assassino.
Nel corso degli anni vengono eseguite numerose analisi, ma ogni tentativo di risoluzione del caso si rivela infruttuoso, ogni sospettato che viene interrogato dalla polizia poco dopo viene scagionato in quanto innocente. L'assassino di Stephanie rimane senza volto per trentadue lunghi anni.

La svolta
Nel 2021, il Dipartimento di Polizia Metropolitana di Las Vegas collabora con Othram, società statunitense specializzata in genetica genealogia forense, per esaminare nuovamente le prove di DNA nella speranza che le nuove tecnologie potessero fare luce sull'oscurità di quel delitto. L'assistenza finanziaria viene generosamente fornita da Justin Woo, fondatore dell'organizzazione no-profit Vegas Helps. Al laboratorio viene inviato l’ultimo campione di DNA rinvenuto sulla scena del crimine: solo 0,12 nanogrammi, l’equivalente di 15 cellule umane. In genere, la minima quantità di DNA da poter analizzare è fra lo 0,20 e 1 nanogrammi.
Ci sono voluti ben sette mesi per costruire il profilo genetico del DNA. Le analisi sono iniziate il 19 gennaio del 2021, ma solamente il 12 luglio del medesimo anno, la società è riuscita a dare un volto al responsabile del delitto. Il campione ottenuto dai resti delle prove del DNA è stato confrontato con i database presenti nelle banche dati.

Il profilo del killer
Le analisi portano inizialmente a un cugino del soggetto responsabile, giungendo poi a Darren Ray Marchand, del quale esisteva già un campione genetico collegato a un altro omicidio nell’area di Las Vegas: Marchand fu infatti arrestato nel 1986 all’età di 20 anni con l’accusa di aver strangolato la ventiquattrenne Nanette Vanderburg; il caso venne archiviato per mancanza di prove, poiché ai tempi il test del DNA non era disponibile. Marchand si suicidò nel 1995 a 29 anni.
Dopo 32 anni, il caso di Stephanie Isaacson viene finalmente risolto.

Genealogia forense: nuovo strumento per le indagini scientifiche
Il caso di Stephanie Isaacson ha fissato un nuovo limite inferiore alla quantità di DNA necessaria per costruire un profilo genealogico per un sospettato di un crimine: solo 0,12 nanogrammi. Questo è solo uno dei tanti delitti risolti negli ultimi anni grazie alla genealogia forense, filone relativamente recente della biologia forense. Attraverso la combinazione di analisi del DNA e metodo di ricerca delle fonti solitamente usate per ricostruire gli alberi genealogici, a molti vecchi casi irrisolti - come il “killer del Golden State" - è stata messa la parola fine.

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