Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale dei Carabinieri ucciso da Cosa Nostra

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Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale dei Carabinieri ucciso da Cosa Nostra

ISF Istituto di Scienze Forensi
Pubblicato da ISF Magazine in Notizie · Venerdì 02 Set 2022
Articolo della dr.ssa Hillary Di Lernia (ISF Centro di Ricerca)

Il 3 settembre ricorre il quarantesimo anniversario dell’assassinio dell’uomo che vinse il terrorismo in Italia

Quarant’anni esatti da quello che viene definito come lo “spartiacque” della storia della mafia: l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuto il 3 settembre 1982, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta, Domenico Russo.
Fu in quel momento che la società civile cominciò a comprendere la reale portata del fenomeno mafioso, portando in piazza le grida di protesta e gli striscioni di disprezzo verso un sistema di illegalità sommerso.
Si delinea così uno schema di morte ricorrente, che presenta sempre i medesimi elementi identificativi: le vittime sono uomini delle istituzioni che mai si sarebbero inchinati alle lusinghe corrotte della criminalità organizzata, chiamati a combattere una guerra da soli perché abbandonati dallo Stato e da coloro le cui lingue biforcute hanno pronunciato prima parole di stima e poi di disprezzo.
 
«Chi è un mafioso?»
«Un mafioso è uno che lucra, per avere prestigio e poi goderne in tutti i settori. Chi lucra è anche capace di uccidere e prima di farlo, è anche capace di usare delle espressioni di affettuoso e fraterno consiglio[1]».

Chi era Carlo Alberto dalla Chiesa
Carlo Alberto dalla Chiesa nasce a Saluzzo, in provincia di Cuneo nel 1920 ed è figlio “d'arte”: suo padre Romano è stato anche lui vice comandante dell'Arma. Nel 1942 si laurea in Giurisprudenza, diventa sottotenente dell'Arma dei Carabinieri ed è in prima linea nella guida alla Resistenza nelle Marche. Nel 1948 viene inviato con il grado di colonnello in Sicilia, dove ha le prime esperienze nella lotta contro la mafia. Fra il 1966 e il 1973, arresta 76 capi mafiosi, tra cui Luciano Liggio, "la primula rossa di Corleone", uno tra i maggiori membri di Cosa Nostra. Negli Anni Settanta guida un Nucleo Speciale che sgominerà le Brigate Rosse; per tale motivo verrà spesso identificato come l'uomo “che ha sconfitto il terrorismo in Italia”.
Nel 1981 dalla Chiesa viene mandato a Palermo con l'incarico di prefetto antimafia. Qui non si sente ben accetto, quasi fosse un nemico da annientare: viene spiato, le sue telefonate vengono ascoltate e la sua corrispondenza aperta. Ma soprattutto non riesce ad ottenere quei tanto agognati “poteri speciali” necessari per la lotta alla criminalità organizzata.

«Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti.[2]».

Alle ore 21:15 del 3 settembre 1982 la A112 sulla quale viaggia il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, viene affiancata in via Isidoro Carini a Palermo da una BMW, dalla quale partono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47, che uccidono la coppia. Anche l'auto con a bordo l’agente di scorta, Domenico Russo, viene affiancata, questa volta da una motocicletta, dalla quale partono colpi mortali. Il giovane morirà dopo 12 giorni di agonia.
Totò Riina viene identificato come mandante dell’operazione, mentre Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo, Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese, con i collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, vengono condannati quali autori materiali della Strage di via Carini.
Questo almeno formalmente. Molti giudicano il delitto come “omicidio di Stato”, tanto che gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlarono di “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e settori politici ed economici”.

Riproduzione riservata


Bibliografia
[1] Estratto dell’intervista di Enzo Biagi al generale Carlo Alberto dalla Chiesa
[2] Estratto dell’intervista a cura di Pietro Grecchi per La Repubblica
 
 


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