Carnefici o principi azzurri? I molti volti della sindrome di Stoccolma

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Carnefici o principi azzurri? I molti volti della sindrome di Stoccolma

Istituto di Scienze Forensi Investigazioni scientifiche
Pubblicato da ISF Magazine in Criminologia · 10 Gennaio 2022
Autori: dr.ssa Micol Trombetta e prof. Massimo Blanco (Istituto di Scienze Forensi)

Se da un punto di vista giuridico il rapporto fra vittima e carnefice risulta essere ben definito, da un punto di vista psicologico il quadro è molto più complesso. D’altra parte, realizzare un’indagine coerente ed esaustiva su questo fenomeno è praticamente impossibile, dal momento che è impossibile replicare le condizioni di un sequestro in un laboratorio e controllarne le variabili.
A prescindere dal ruolo che rivestono, per comprendere al meglio la relazione, è necessario considerare l’interazione che si crea tra i due soggetti nella particolare situazione in esame. La personalità della vittima, quella del carnefice, i loro comportamenti e atteggiamenti, i sentimenti reciproci costituiscono la trama di ogni relazione, anche in un contesto critico in cui, nel caso in esame, un individuo viene privato della propria libertà. Basandosi su tali variabili, il presente elaborato si pone come obiettivo lo studio e l’analisi del fenomeno più paradossale e affascinante che può presentarsi durante un sequestro di persona: la sindrome di Stoccolma. Ormai appartenente al linguaggio comune, grazie alla cinematografia e ai media, questa definizione si riferisce ad una particolare situazione in cui la vittima di un sequestro o di un atteggiamento aggressivo, ovvero di qualsivoglia altro tipo di violenza, percepisca sentimenti positivi quali simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e, in alcuni casi, persino amore, nei confronti dell’aggressore o sequestratore, stabilendo un rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice. Dall’analisi dell’espressione “sindrome di Stoccolma”, ad un’interpretazione del fenomeno che riprende il pensiero di due pilastri delle discipline umanistiche quali Freud e Bowlby, l’attenzione è stata infine spostata sulla situazione opposta che ben si può rappresentare con una domanda: e se fosse il rapinatore a sviluppare un rapporto empatico nei confronti della vittima?


1. La sindrome di Stoccolma

1.1. Una “logica conseguenza di un’interazione umana positiva”
L’espressione “sindrome di Stoccolma” è stata coniata dal criminologo e psicologo Nils Bejerot per definire quella reazione emotiva al trauma sviluppata automaticamente a livello inconscio e legata al fatto di essere “vittima”. È utilizzata per indicare una situazione paradossale in cui la vittima di un sequestro o di un atteggiamento aggressivo, ovvero di qualsivoglia altro tipo di violenza, percepisca sentimenti positivi quali simpatia, comprensione, empatia, fiducia, attaccamento e, in alcuni casi, persino amore, nei confronti dell’aggressore o sequestratore, stabilendo un rapporto di alleanza e solidarietà con il suo carnefice. Si può definire come un particolare stato di dipendenza psicologica e affettiva in cui la vittima instaura un rapporto solido e di totale sottomissione volontaria verso colui che detiene il potere. L’espressione, quindi, indica il legame emozionale positivo, in alcuni casi prolungato fino all’innamoramento, che la vittima di un sequestro sviluppa nei confronti del suo rapitore, ove per “sequestro” si intende qualsiasi privazione della libertà personale operata da terzi contro la propria volontà, sia esso anche un “sequestro domestico”. Tale legame sembra essere una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, al trauma di divenire un ostaggio e porta alla percezione di sentirsi un gruppo unito contro gli estranei, una sorta di “noi contro di loro”, dove “noi” sono le stesse vittime e i sequestratori, e “loro”, le forze dell’ordine. Per suddetto motivo, tale fenomeno può coinvolgere anche i sequestratori che, a causa di un forte sentimento affettivo nei confronti del prigioniero, decidono di risparmiargli le sofferenze e la vita.
È possibile evidenziare alcuni comportamenti tipici che si manifestano nelle vittime di tale sindrome:
  • dimostrazioni di simpatia, affetto, empatia, attaccamento e, in alcuni casi, amore, nei confronti del o dei sequestratori;
  • rinuncia alla fuga dal o dai rapitori, pur avendone la possibilità;
  • rinuncia a qualsiasi tipo di collaborazione con la polizia o con altre autorità governative incaricate di provvedere all’arresto dei delinquenti;
  • tentativi di compiacimento verso il rapitore;
  • tendenza a giustificare e difendere l'operato del sequestratore;
  • volontà di collaborare o assoggettarsi al volere dei delinquenti.
La manifestazione della sindrome di Stoccolma è direttamente dipendente dalla personalità del sequestrato. I casi di soggetti rapiti che non hanno manifestato la sindrome vengono descritti come individui dalla personalità forte e dominante, con radicate convinzioni, capaci di mantenere la propria identità e un rapporto affettivo e di fiducia con la realtà esterna. Grazie a questo sono stati in grado di operare un adattamento costruttivo alla situazione che ha permesso l’accettazione di essa senza subirla totalmente. Inoltre, difficilmente si manifesta in soggetti che, per svariati motivi, tra cui, ad esempio, il tipo di lavoro che svolgono, sono portati a prevedere un evento del genere nella propria vita. Pertanto, essi, non essendo colti di sorpresa, non si abbandonano al panico, entrando in una sorta di emergenza psichica che favorisce la dinamica di annullamento e, di conseguenza, inibisce lo sfociare della sindrome.  È altamente più probabile che essa si presenti, quindi, in soggetti con personalità fragili, non ben strutturate, poco solide, ove il lavoro di manipolazione svolto dal sequestratore al fine di depersonalizzare la vittima, spingendola a credere che nessuno arriverà a salvarla, troverà un terreno assai fertile.
Sulla base di quanto appena descritto, è possibile affermare che la sindrome di Stoccolma consta di tre fasi che indicano le condizioni comuni determinanti per l’origine di questo legame:
  • sviluppo di sentimenti positivi da parte dell’ostaggio verso il suo sequestratore. Infatti, secondo diversi studi in ambito di analisi comportamentale è emerso che dimostrazioni di cortesia da parte dei sequestratori come, per esempio, provvedere al nutrimento procurando i viveri o permettere l’utilizzo dei servizi igienici, abbiano un impatto positivo sulla psiche del sequestrato, che si sente riconoscente per un favore ricevuto tanto da arrivare a compatire e giustificare i comportamenti del suo carnefice;
  • sviluppo di sentimenti negativi da parte dell’ostaggio verso la polizia o altre autorità governative incaricate di provvedere all’arresto del sequestratore. In tal caso, nello stadio iniziale, quando la vittima inizia ad accettare e a temere realmente per la situazione che sta vivendo, la sua psiche trova un appiglio: “verrà qualcuno a salvarmi”. Questo crea nella vittima la certezza che siano le autorità ad intervenire e a portarla in salvo. Il tempo spesso viene percepito in modo errato; dunque più il tempo passa, più nella vittima si innesca un sentimento automatico che tende a rinnegare le autorità e l’aiuto che tarda ad arrivare e resta latente. Pertanto, la vittima inizia a sentire che la sua vita dipende direttamente dal rapitore, portandola a sviluppare un attaccamento psicologico verso di lui. Ad un livello successivo, invece, quando si raggiunge un grado maggiore di empatia e attaccamento tra i due soggetti, la vittima può manifestare sentimenti di paura nei confronti di colui che, in realtà, rappresenta la salvezza, la via d’uscita. Il legame creatosi è così forte che il sequestrato arriva a temere per l’incolumità del sequestratore. Inoltre, vittima e carnefice condividono la medesima situazione di isolamento dal mondo esterno. Tale situazione di condivisione scatena nell’ostaggio un sentimento di avversione nei confronti di chi deve salvarlo “invadendo” il suo spazio, il suo luogo di condivisione. Per tale motivo, spesso, la vittima si presta ad aiutare il suo rapitore;
  • reciprocità dei sentimenti positivi da parte dei sequestratori nei confronti dei prigionieri. Qui si delinea un rapporto di fiducia reciproca, soprattutto da parte dell’ostaggio che crede nell’umanità del suo rapitore, il quale non compie atti violenti nonostante abbia la possibilità di farlo.
Statisticamente, questo fenomeno si rinviene frequentemente in donne e bambini vittime di violenza e abusi, in persone particolarmente devote ad un determinato culto, nei prigionieri di guerra o nei reclusi in campi di concentramento. Secondo il famoso ente investigativo di polizia federale americano, il Federal Bureau of Investigation (FBI), l’8% dei casi di sequestro di persona è caratterizzato da questa particolare condizione psicologica.
È possibile attribuire un “sano” sviluppo di tale sindrome a due fattori fondamentali: la creazione di un legame positivo e il tempo. Un contatto positivo determinato dall’assenza di esperienze negative e maltrattamenti, quali percosse, violenze fisiche e psicologiche o abusi, correlato ad una prolungata convivenza con l’autore del sequestro, porterà, in alcuni casi, alla nascita di sentimenti positivi non confondibili con una classica riconoscenza nei confronti del delinquente che non si è dimostrato violento. Una durata prolungata del sequestro porta ad una maggiore conoscenza del carnefice, ad una più semplice instaurazione di un rapporto che permetta di entrare in confidenza con quest’ultimo, incrementando la simpatia e l’attaccamento nei suoi confronti. Pertanto, è possibile sostenere che la sindrome di Stoccolma sia una “logica conseguenza di un’interazione umana positiva” (Monzani, 2016). Ciò significa che il fenomeno in questione è fondamentalmente di carattere relazionale, per cui determinato dalla relazione instaurata tra sequestrato e sequestratore e dalle particolari condizioni del contesto.
Secondo il parere di diversi studiosi, gli elementi che contraddistinguono questa alleanza non sono particolarmente determinanti, qualificanti e, si potrebbe dire, esclusivi da legittimare un inquadramento nosografico della situazione a pari livello di altri fenomeni scaturiti da circostanze di privazione della libertà personale di un soggetto ad opera di terzi. Questo perché, ad oggi, gli elementi utilizzati per attribuire una spiegazione al fenomeno, ovvero per comprendere il motivo per cui si instauri tale alleanza, in realtà ne rappresentano l’effetto alla base del quale sarà necessario determinare una causa; causa che è stata appunto individuata nell’interazione umana positiva. Il legame che si viene a creare rappresenta unicamente l’effetto della sindrome e, in quanto tale, non fornisce alcuna spiegazione causale. Inoltre, studi specialistici hanno considerato che, di fatto, sentimenti positivi come empatia, affetto e amore non possono essere classificati sintomi specifici di un disturbo psichiatrico, nonostante essi siano rivolti ad un personaggio ambiguo. Durante la stesura della quinta edizione del DSM[1], gli esperti hanno valutato l’inserimento della sindrome di Stoccolma in una sezione specifica del manuale. Hanno poi stabilito che, nonostante la denominazione e la descrizione di essa come condizione psicologica, in realtà non presenti i requisiti necessari e indispensabili per essere considerata quale patologia clinica, ovvero malattia psichiatrica. Dunque, in mancanza di studi scientifici sull’argomento e non rientrando tra le condizioni psichiatriche, non vi sono criteri validati per poter formulare una diagnosi vera e propria e non esiste alcun piano terapeutico specifico per chi soffre della sindrome di Stoccolma; gli esperti del comportamento umano ritengono essenziale il tempo e il supporto, l’affetto e la presenza della rete familiare e sociale.

1.2. La rapina alla Sveriges Kreditbanken
Nils Bejerot coniò il termine “sindrome di Stoccolma” in seguito ad un fatto di cronaca che sviluppò in lui, e nell’opinione pubblica, un grande interesse.
Svezia, 23 agosto 1973, ore 10:15. Jan Erik Olsson, 32 anni, in permesso dal carcere della capitale svedese dove era detenuto per furto, tentò di rapinare la Sveriges Kreditbanken. Armato di mitra, entrò in banca e sequestrò nella camera di sicurezza quattro persone: la cassiera Elisabeth, 21 anni, la stenografa Kristin, 23 anni, Brigitte, 31 anni, impiegata, e Sven, 25 anni, assunto da pochi giorni. Come prima cosa richiese alle forze dell’ordine di essere affiancato da Clark Olofsson, 26 anni, uno dei più noti criminali svedesi del momento. Successivamente, Olsson diede inizio al suo piano esclamando: «La festa è solo all’inizio!». Mentre le forze dell’ordine tentavano di negoziare il rilascio degli ostaggi, all’interno della banca iniziarono a crearsi particolari relazioni e rapporti di affetto reciproco tra sequestratori e vittime, uniti dalla volontà di proteggersi a vicenda. Il sequestro terminò cinque giorni dopo, il 28 agosto 1973, senza utilizzo di forza da parte della polizia, con la desistita pacifica dei rapitori e il rilascio delle vittime incolumi.
Questo fatto rappresenta il primo avvenimento di cronaca nera a essere diffuso dalle televisioni in tutta la Svezia e il primo caso in cui le vittime dimostrarono un atteggiamento totalmente imprevisto. Una volta rilasciate, dopo oltre centotrenta ore di sequestro, esse vennero supportate a livello psicologico. Dai colloqui svolti con i terapisti e i medici, emerse quanto loro temessero maggiormente l'azione della polizia che i loro sequestratori, in quanto essi non avevano adottato comportamenti violenti. Ciò si evince dalle parole dell’ostaggio Kristin in collegamento con gli agenti all’esterno della banca: «Lo capite che non ho paura di Clark e di quell’altro tizio, lo capite che ho solo paura della polizia? Ci crediate o no noi qui non stiamo male». Sostanzialmente, nei confronti dei delinquenti provavano un sentimento positivo, di gratitudine, in quanto avevano “restituito loro la vita”.  Inoltre, dichiararono di continuare a manifestare simpatia e affetto verso di loro, tanto da recarsi in carcere a fargli visita. Addirittura, una delle impiegate divorziò dal marito per potersi sposare con uno dei due rapinatori. Dalla prigione Olsson disse: «La colpa è degli ostaggi. Facevano tutto quello che dicevo. Se si fossero ribellati, forse non sarei qui. Perché nessuno di loro mi è saltato addosso? Hanno fatto in modo che uccidere fosse difficile. Ci hanno fatto vivere insieme giorno dopo giorno, come capre, in quella sporcizia. L’unica cosa da fare era conoscersi». Oggi, ancora, racconta in modo positivo il rapporto con le vittime: «Gli ostaggi mi erano sempre più o meno vicini, praticamente mi proteggevano e così la polizia non poteva spararmi. Anche quando andavano in bagno, dove la polizia avrebbe potuto intervenire per salvarle, alla fine tornavano sempre».

1.3. Casistica
A partire dai primi anni Settanta, con la coniazione del neologismo, è stato possibile attribuire diverse vicende alla sindrome di Stoccolma. Di seguito, ne verranno analizzate alcune.
Il 4 febbraio 1974, la ricca ereditiera Patricia Campbell Hearst fu rapita nel suo appartamento situato a Berkeley, in California, dai membri del Symbionese Liberation Army[2]. I rapitori, tre giorni dopo, scrissero una lettera definendo la ragazza una prigioniera di guerra; allegata al testo c'era una carta di credito di Patricia. Fra le condizioni poste vi era quella che tutti i messaggi fossero resi pubblici attraverso i media. Cinque giorni dopo chiesero un riscatto di 400 milioni di dollari, che dovevano essere distribuiti ai bisognosi delle strade californiane. Il 3 aprile la famiglia ricevette un'altra comunicazione tramite un nastro, in cui si sentiva la voce registrata della donna che affermava: «Mi è stata data la scelta di essere rilasciata in una zona sicura o di unirmi alle forze dell'Esercito di Liberazione Simbionese per la mia libertà e la libertà di tutti i popoli oppressi. Ho scelto di restare e di lottare».
Il 10 giugno del 1991, in California, l’undicenne Jaycee Dugard fu rapita e tenuta prigioniera per diciotto anni da Philip Garrido e sua moglie Nancy. Il lungo sequestro fu segnato da violenze e abusi sessuali dai quali nacquero due figli. Nonostante le condizioni in cui si trovasse, non tentò mai la fuga neppure quando più volte le si presentò l’occasione, partecipando perfino alle attività sociali e alle cene che la famiglia Garrido organizzava con amici.
Il 2 marzo 1998, l’austriaca Natascha Kampusch, 10 anni, fu rapita da Wolfgang Přiklopil e tenuta prigioniera per circa otto anni; in questo lasso di tempo, Natascha ebbe più volte occasione di fuggire, ma preferì rimanere col sul rapitore, in quanto, a suo dire, quest'ultimo non le faceva mancare nulla. Decise successivamente di abbandonare il suo sequestratore a causa di un litigio. La ragazza, in una recente intervista ha affermato di essere addirittura dispiaciuta per la morte di Wolfang, avvenuta per suicidio, e ricorda così quell’evento: «Stavo camminando verso la scuola, vidi quel furgone bianco, e quell’uomo. Ebbi una paura irrazionale, ricordo la pelle d’oca. Ma mi dicevo tra me: “Niente paura, niente paura”. Quante volte mi ero vergognata della mia insicurezza: avevo dieci anni, vedevo gli altri bambini più indipendenti. Ero piccola, in quell’istante mi sentii sola, minuscola, impreparata. Ebbi l’impulso di cambiare lato della strada, non lo feci. Poi i miei occhi incontrarono quelli di quell’uomo, erano azzurri, aveva i capelli lunghi, sembrava un hippy degli anni Settanta. Pensai che lui sembrava quasi più debole di me, più insicuro. Mi passò la paura. Ma proprio quando stavo per superarlo lui mi prese, mi lanciò nel furgone. Non so se gridai, se mi difesi. Non lo so, non lo ricordo».
In Italia, famosa fu la storia di Giovanna Amati, pilota automobilistica, figlia dell'industriale cinematografico Giovanni Amati e dell'attrice Anna Maria Pancani. La donna fu sequestrata nella villa di famiglia nel febbraio 1978. Il padre, dopo svariate trattative, pagò un riscatto di 800 milioni di lire e la figlia fu liberata il successivo 27 aprile. Si sostiene che, durante la prigionia, la Amati si fosse invaghita di uno dei suoi rapitori, il marsigliese Jean Daniel Neto, arrestato qualche giorno dopo la liberazione della vittima.


2. L’interpretazione del fenomeno

2.1. I meccanismi di difesa
Alcuni studiosi adottano una chiave di lettura di tipo psicoanalitico, sostenendo che il legame affettivo patologico, tipico della sindrome, rappresenti una risposta di difesa inconscia al traumatismo e non una scelta razionale per permettere alla vittima di mettersi in salvo. Per sua caratteristica, in situazioni negative e ostili, nella mente umana si attivano i cosiddetti “meccanismi di difesa” per fronteggiare l’evento con la minima sofferenza possibile. I processi che permettono l’attivazione di questa difesa sono di natura inconscia. Il primo che trattò questo argomento fu Sigmund Freud, uno dei padri della moderna psicologia e fondatore della psicanalisi, nel suo saggio Le neuropsicosi da difesa (1894).
Al fine di comprendere al meglio i meccanismi di difesa, nonché il pensiero di Freud, è doveroso descrivere la teoria del modello strutturale della personalità formulata dallo stesso nel 1922.  In seguito al modello topografico, secondo il quale l’apparato psichico è diviso in tre sistemi, conscio, preconscio e inconscio, Freud sostiene che l’apparato psichico sia formato da tre istanze o strutture:
  • L’Es corrisponde all’inconscio, è la parte primitiva e inaccessibile della mente umana contenente gli istinti, le pulsioni, le emozioni represse, i desideri, è infatti governata dal principio del piacere.[3] Questa struttura è     perennemente in conflitto con le altre, l’Io e il Super-io.
  • L’Io è l’istanza centrale che regola il passaggio dei contenuti inconsci alla coscienza, decidendo quali possono accedervi perché accettati socialmente e quali, invece, sono vietati in quanto immorali, devianti o dolorosi per se stessi. La sua funzione è, quindi, il mantenimento di un equilibrio tra Es e Super-Io. L’assenza di tale equilibrio comporta la manifestazione di un sentimento di angoscia che l’Io, appunto, cerca di moderare ricorrendo ai meccanismi di difesa. L’Io è governato dal principio di realtà.[4]
  • Il Super-Io corrisponde alla coscienza morale, all’etica. Rappresenta le norme sociali, quindi ciò che è socialmente corretto.
Lo sviluppo delle istanze psichiche e dei meccanismi di difesa è individuale, varia da soggetto a soggetto nel corso della vita e dipende da molti fattori: genetici, familiari, ambientali, esperienziali, educativi, culturali. Di seguito si elencano alcuni tra i più conosciuti meccanismi di difesa freudiani.
  • Rimozione: l’Io sposta a livello inconscio contenuti mentali inaccettabili, non sopportabili o che procurerebbero troppo dolore, impedendo a loro di accedere alla coscienza, così da evitare sofferenze. Tali contenuti, ad eccezione di casi particolari che fungono da stimolo, oppure attraverso specifiche terapie ipnotiche, non potranno più comparire consciamente in quanto completamente rimossi. Tuttavia, non vengono totalmente cancellati dalla mente, ma esiliati nell’inconscio.
  • Spostamento: il soggetto rimanda temporaneamente un pensiero che lo turba. Esso non viene cancellato o   rimosso ma momentaneamente tralasciato per essere affrontato quando l’individuo si sentirà pronto. Altra manifestazione di questo meccanismo è lo spostamento della pulsione da un oggetto a un altro che lo sostituisce e che è socialmente accettabile.
  • Scissione: si intende un meccanismo deleterio secondo cui il soggetto scinde, separa nettamente il mondo in due parti, ciò che è buono e ciò che è cattivo. Non riesce a comprendere che all’interno di ogni contesto, ogni avvenimento, ogni persona, coesistono aspetti positivi e negativi.
  • Proiezione: il soggetto proietta i suoi contenuti mentali ed emotivi inaccettabili che lo turbano o che rifiuta verso l’esterno, specialmente verso altre persone. L’Io proietta nella realtà esterna i contenuti minacciosi della propria realtà interna.
  • Negazione: l’individuo, pur esprimendo un desiderio, un pensiero, un sentimento rimosso fino a quel momento, continua a difendersi da esso negando che gli appartenga.[5]
  • Isolamento: quando il pensiero o il comportamento vengono privati delle loro connessioni con altri pensieri e comportamenti. L’Io intende allontanarsi da contenuti conflittuali, eliminando le connessioni associative con altri contenuti collegabili ad un certo pensiero o comportamento.
  • Conversione dell’opposto: processo che tramuta la meta pulsionale nel suo opposto. Un esempio lampante è il caso dell’identificazione con l’aggressore.
Di fronte alla privazione della libertà e alla sottomissione, nella vittima scaturiscono meccanismi di difesa volti a proteggere il sé. Quando il sé è minacciato, l’Io deve adattarsi e permettere il corretto funzionamento della personalità anche durante esperienze dolorose o di forte stress. Ogni meccanismo di difesa elencato precedentemente può essere osservato all’interno di una dinamica di relazioni che coinvolgono autore di reato, vittima e vari personaggi connessi alla vicenda. È possibile affermare che i meccanismi maggiormente riconducibili alla sindrome di Stoccolma sono due: la rimozione e la conversione dell’opposto, ai quali si aggiunge un altro concetto espresso nella teoria psicoanalitica, ovvero la regressione ad uno stato infantile.
Nella regressione, la priorità della conservazione mette in atto funzioni istintive di carattere infantile, così il sentimento reattivo della vittima si concretizza in un atteggiamento volto a provocare protezione e cura nei confronti del persecutore. Questo meccanismo è strettamente legato alla sottomissione in cui si trova l’ostaggio che si sente simile a un neonato, completamente dipendente per i bisogni primari al suo carnefice. Egli, attraverso comportamenti meno maturi, cerca di suscitare nel secondo sentimenti di pietà e compassione che lo spingano ad offrirgli sempre le cure necessarie. Si fa riferimento alla figura del neonato, e non a quella di un bambino di quattro o cinque anni, proprio per sottolineare lo stato di dipendenza estrema e il sentimento di paura che prova la vittima verso il mondo esterno identificato nelle forze dell’ordine e verso una possibile separazione dal “genitore” rappresentato dal delinquente. Questo processo nasce, quindi, dalla consapevolezza di essere letteralmente nelle mani dell’altro, da cui deriva il comportamento finalizzato a ricevere cura e protezione da parte del sequestratore che diventa una sorta di caregiver.[6]
La conversione dell’opposto, ovvero l’identificazione con l’aggressore, permette che la natura ostile del persecutore venga distorta, accettando psicologicamente ciò che egli compie senza soccombere. Si tratta di un meccanismo di difesa assunto dall’Io per proteggere se stesso dalle figure autoritarie che gli provocano ansia. L’ostaggio si immedesima nell’altro per superare l’avversione nei suoi confronti e tollerare la situazione, inizia a condividere il medesimo punto di vista, accettando più serenamente la privazione della propria libertà e la dipendenza da un’altra persona.

2.2. La dipendenza affettiva
Alcuni studiosi ritengono che il legame sviluppatosi tra vittima e carnefice abbia alla base uno stato di dipendenza concreta. Gli individui sequestrati dipendono totalmente dai loro sequestratori non solo perché la loro possibilità di vivere è nelle mani del delinquente, ma anche perché esso provvede ai loro bisogni primari, fornendo tutto ciò che è essenziale per la loro sopravvivenza. Questa dipendenza affettiva, come esposto precedentemente, si manifesta maggiormente in soggetti “predisposti”, spesso in relazione ad una personalità disturbata e debole.
In un’ottica psicologica-clinica appare interessante indagare gli stili di attaccamento e i profili comportamentali dei soggetti che hanno vissuto lo stato di identificazione vittima-carnefice, alla luce dei modelli di attaccamento infantile. Tale concetto è espresso dallo psichiatra John Bowlby nella teoria dell’attaccamento, in relazione alle motivazioni intrinseche che legano il bambino ad una figura primaria. “Il bambino è il padre dell’adulto”: ciò che l’adulto è oggi, è il risultato di esperienze e di relazioni vissute durate l’infanzia e l’adolescenza all’interno del proprio ambiente di vita, con figure parentali e di riferimento. Ciò che si sviluppa nei primi anni di vita, la tipologia di relazioni che si instaurano, determinano lo sviluppo in una direzione normale e adatta oppure negativa e deviante. Bowlby, con il termine “attaccamento”, indica il legame affettivo-emotivo che si sviluppa a partire dai primi mesi di vita tra il bambino e il caregiver. Il fanciullo non cerca la sua figura di riferimento, di norma la madre, unicamente per il nutrimento, ma vuole il legame, o meglio l’attaccamento a lei, motivato dalla ricerca di protezione, di calore e di affetto. Le ragioni che spingono il minore verso il suo caregiver sono comuni in tutti i bambini, ma ciò che assume caratteristiche di variabilità è la risposta da parte della figura di riferimento. Bowlby individuò quattro tipi di attaccamento:
  • sicuro, ovvero stabile ed equilibrato, basato sull’amore, indice di uno sviluppo adattativo sicuro e con relazioni affettive stabili;
  • insicuro-evitante, fondato sull’evitazione del fanciullo da parte dell’adulto e su uno stato di insicurezza e sfiducia, stati d’animo che andrà poi a sviluppare nel corso della vita;
  • insicuro-ambivalente, in cui si presenta un’ambivalenza tra i sentimenti di amore e odio. Il caregiver alterna momenti in cui ama il bambino a momenti in cui lo rifiuta. Nello sviluppo della propria personalità, il soggetto interiorizzerà questa scissione, reiterandola nelle relazioni adulte;
  • disorganizzato, ovvero un attaccamento traumatico basato su maltrattamenti e violenze. Da adulto, il soggetto potrebbe manifestare il meccanismo di identificazione con l’aggressore e, quindi, riproporre su altri ciò che lui, in primis, ha vissuto.
Gli adulti ripropongono le relazioni interiorizzate nell’infanzia grazie a modelli operativi interni[7] che riguardano il modo più probabile in cui ciascuno risponde all’altro con il variare delle condizioni ambientali. Tali rappresentazioni mentali sono quelle che indicano le modalità di comportamento in quelle situazioni in cui un soggetto si prende cura di un altro. L’elemento di continuità delle relazioni non è dato semplicemente dalla riproposizione di quelle relazioni che hanno caratterizzato l’infanzia del genitore, ma soprattutto dal modo in cui l’adulto le ha rielaborate.
In seguito alla somministrazione dell’“Adult Attachment Interview”[8], gli psicologi Mary Main e Ruth Goldwyn identificarono diverse classificazioni principali di attaccamento nell’adulto:
  • soggetti autonomi o sicuri, quando la relazione è positiva;
  • soggetti distanzianti, quando tendono a minimizzare le proprie relazioni;
  • soggetti preoccupati, quando mostrano preoccupazione, rabbia o passività nella relazione;
  • soggetti irrisolti-disorganizzati, ovvero coloro che hanno avuto esperienze traumatiche.
Proprio quest’ultima categoria, correlata a diversi fattori quali il contesto familiare e sociale, lo spazio di vita, la cultura in cui si evolve la relazione, potrebbe includere quei soggetti che ripropongono il trauma subìto come sindrome di Stoccolma.

2.3. L’istinto di sopravvivenza
La sindrome di Stoccolma aumenta le possibilità di sopravvivenza della vittima, in quanto i sentimenti di simpatia, affetto e riconoscenza provati nei confronti del sequestratore, lusingano e gratificano quest’ultimo, inducendolo a adottare un comportamento sicuramente più umano rispetto a quanto mostrerebbe se l’ostaggio si presentasse ostile e minaccioso. Questo meccanismo si è rivelato molto utile per l’elaborazione di specifiche misure preventive adottabili dalle vittime, previa informazione della natura e del grado di rischio associato a determinate reazioni e risposte in situazioni di contatto diretto col carnefice, e dalle forze di polizia, al fine garantire una risoluzione positiva dei sequestri. Infatti, i negoziatori, in situazioni critiche, tendono a creare legami emotivi positivi tra il sequestrato e il sequestratore tramite atti finalizzati a far emergere il loro lato umano, quali, ad esempio, richiedere un controllo della salute della vittima o permettergli di parlare al telefono, ricordando indirettamente al sequestratore che egli ha la responsabilità degli ostaggi.
Tuttavia, questa tecnica rappresenta un’arma a doppio taglio: se ci si lascia sopraffare dai sentimenti, sviluppando la sindrome di Stoccolma, essa ostacolerà il lavoro della polizia. La vittima, in balia di questa condizione psicologica, potrebbe non seguire gli ordini della polizia o avvertire i rapitori prima o durante un assalto, oppure nascondere informazioni cruciali, il tutto per impedire che vengano arrestati. Per tale motivo, le autorità non devono assolutamente fidarsi dell’ostaggio. Per la cronaca, non sono rari i casi in cui, una volta liberate, le vittime continuino a non collaborare con la polizia oppure testimonino in favore dei propri sequestratori. In alcune circostanze, le vittime hanno persino dato vita a delle raccolte firme per la difesa di chi li ha sequestrati. Nonostante tutto, un ostaggio ostile o inaffidabile, ovvero un testimone non collaborante, rappresentano comunque un ostaggio e un testimone in vita.


3. E se le parti si invertissero?
Gli esperti descrivono la sindrome di Stoccolma come una tipologia di legame traumatico, un legame nato tra due persone in cui una di queste gode di una posizione di potere nei confronti dell’altra, la quale diviene vittima di atteggiamenti aggressivi e depersonalizzanti. Il sequestratore assume, quindi, una posizione dominante nei confronti del sequestrato, privandolo della sua libertà fisica e psicologica. Ma è possibile che avvenga l’esatto opposto?

3.1. Il sequestro all’Ambasciata giapponese in Perù
Il 17 dicembre 1996, a Lima, Perù, un commando del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, guidato da Nestor Cerpa Cartolini, fece irruzione nella residenza dell'ambasciatore giapponese mentre erano in corso i festeggiamenti per il compleanno dell'Imperatore, prendendo in ostaggio centinaia di diplomatici di alto livello, funzionari governativi militari e dirigenti d'azienda. Le donne e gli anziani furono rilasciati la sera stessa. Successivamente, il commando pubblicò un comunicato rivendicando l'azione e minacciando di uccidere gli ostaggi qualora fossero state messe in atto operazioni di assalto alla residenza da parte delle forze dell'ordine. Dopo centoventisei giorni di sequestro, il 22 aprile 1997, i soldati assaltarono l’abitazione, ponendo fine all'occupazione. Gli ostaggi, durante gli interrogatori, sostennero che, nel corso del sequestro, la condotta dei delinquenti fu sempre improntata al rispetto dell’integrità umana: non vi furono esperienze negative o maltrattamenti, percosse, abusi, violenze fisiche e psicologiche. Addirittura, dato il legame positivo che i sequestratori avevano instaurato con gli ostaggi, alcuni di essi chiesero l'autografo a Nestor Cerpa Cartolini.

3.2. La sindrome di Lima
Da questo evento prende il nome la cosiddetta “sindrome di Lima”, una situazione in cui i sequestratori si assoggettano alle richieste delle vittime, tanto da arrivare a liberarle senza richiedere alcun riscatto. Si sviluppa, quindi, un legame basato sull’empatia, ossia la capacità di comprendere gli stati emotivi degli altri, di "mettersi nei panni dell'altro". In pratica, siamo capaci di simulare in noi lo stato d’animo delle altre persone e immaginarci cosa faremmo se fossimo al loro posto.
Infatti, in alcuni casi, l’autore del reato finisce per identificarsi con la vittima. Quanto più essa riesce a farsi riconoscere nella sua identità, tanto più risulta difficile per il delinquente farle del male. È stato provato che la maggioranza degli individui fatica ad attuare violenze fisiche, verbali o psicologiche su altri individui, a meno che essi non restino anonimi. Come nella sindrome di Stoccolma, anche in questo caso siamo in presenza di una situazione paradossale in cui si delineano alcuni atteggiamenti tipici nella figura del sequestratore, il quale:
  • non  utilizza violenza;
  • concede determinate libertà o, addirittura, permette alla vittima di liberarsi;
  • mostra preoccupazione per lo stato fisico ed emotivo del sequestrato;
  • stabilisce una comunicazione diretta e intima su vari argomenti;
  • condivide suoi dati personali, come, ad esempio, esperienze passate, ricordi della sua infanzia, desideri ecc.;
  • promette alla vittima protezione;
  • in alcuni casi, si sente attratto dalla vittima.
Per comprendere la sindrome di Lima, è necessario fare riferimento a due fattori: il mondo interiore del sequestratore e il contesto in cui si verifica il sequestro. Qualsiasi spiegazione che consideri questi fattori svincolati tra loro sarebbe troppo riduttiva. Possono presentarsi svariate ragioni per cui il sequestratore si trovi in quella situazione: l’appartenenza a un gruppo che lo ha costretto a commettere il rapimento; il disaccordo con le modalità in cui sta avvenendo il sequestro; l’essere costretto a trattenere la vittima a causa di un ricatto, un dramma familiare, una grave situazione economica; la consapevolezza che potrebbe non uscirne vivo. Alcuni studiosi ritengono che questo atteggiamento possa essere una manifestazione del forte senso di colpa che assale chi sta commettendo un reato ai danni di una persona, oppure un segno di gratitudine probabilmente scaturito da un inconscio desiderio di affetto e rispetto per la collaborazione ricevuta.
Nella mente del carnefice scatta un processo di trasformazione da delinquente a salvatore, che lo spinge a comportarsi come se non fosse lui l’autore della privazione della libertà della vittima. Egli instaura con quest’ultima un rapporto empatico di protezione e accudimento, cercando di metterla, per quanto possibile, a suo agio, evitandole violenze o stati di malessere psichico e occupandosi dei suoi bisogni primari quali igiene e nutrimento. In taluni casi, come nella sindrome opposta, anche questo legame può sfociare in un significativo sentimento di affetto o amore, portando il sequestratore ad adottare comportamenti seduttivi o di corteggiamento.
È possibile affermare che la sindrome di Lima sia legata a una condizione dell’essere umano, come la creazione e l’instaurazione di legami interpersonali, anche in condizioni limite come quella del sequestro di persona.

3.3. Cervelli connessi
Dopo aver trattato di legame empatico, risulta necessario argomentare su come si innesca la relazione e su quali basi si fonda la dipendenza da essa. Su questo fronte, le scoperte neuroscientifiche degli ultimi trent’anni e la visione neurosociologica dei processi di socializzazione possono fornire interessanti e plausibili ipotesi. La neurosociologia è la disciplina che studia le interazioni umane e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso. Essa utilizza strumenti di analisi ed intervento sociologici supportati dalle conoscenze neuroscientifiche (Blanco,2015). Grazie ai loro imponenti progressi, derivanti da nuove tecniche e tecnologie di indagine del cervello umano, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo la neuroscienza ha iniziato a rispondere ai primi quesiti riguardanti le relazioni sociali, facendo emergere nuove branche delle scienze umane e sociali chiamate “neuroscienze sociali” o “neuroscienze delle relazioni umane”. Alla base di queste discipline vi è il concetto che il cervello è “progettato” per essere sociale. Non è più utile studiare unicamente il singolo individuo con le proprie caratteristiche, ma è assolutamente necessario osservare l’essere umano all’interno del suo ambiente sociale.
Con l’espressione “cervello sociale” si intende la nostra capacità di connetterci in modo automatico ed inconscio con il cervello di altre persone ogni volta che interagiamo con esse, anche solo per un istante. Questo avviene perché possediamo delle strutture nervose il cui compito è quello di garantire le interazioni con l’“altro diverso da noi” e l’instaurarsi di relazioni sociali che sono l’”arma” di sopravvivenza più importante per la nostra specie (Blanco, 2016).
Nello specifico, nel nostro cervello è presente una speciale classe di neuroni chiamati neuroni specchio che sono stati scoperti per la prima volta alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso dal Prof. Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe di ricercatori[9]all’Università di Parma. I neuroni specchio sono speciali neuroni che sono al contempo neuroni motori e neuroni sensoriali. Quando si attivano trasmettono i loro impulsi alla corteccia motoria[10] e, principalmente, codificano insieme percezione e azione. Si attivano quando compiamo un atto motorio finalizzato, cioè avente uno scopo, e allo stesso modo quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto. I primi esperimenti fatti sulle scimmie prevedevano esercizi di afferramento, prensione, manipolazione e spostamento di oggetti. I risultati furono che il 20% dei neuroni di una porzione della corteccia cerebrale premotoria, denominata F5[11], si attivava sia quando la scimmia eseguiva determinati atti motori, sia quando osservava gli sperimentatori eseguire i medesimi atti motori. Pertanto, i neuroni specchio rispondevano anche ad azioni osservate, purché avessero un significato per la scimmia. La differenza con l’uomo risiede nel fatto che questi particolari neuroni, nell’uomo, si attivano anche quando l’atto motorio non è finalizzato.
Dopo numerose critiche, Marco Iacoboni e la sua equipe ripresero gli studi sui neuroni specchio, chiamati anche “mirror”, in modo più approfondito. Analizzando ventuno malati volontari affetti da grave epilessia, assodarono definitivamente le proprietà dei neuroni specchio già osservate da Rizzolatti e colleghi nelle scimmie.
In sostanza, i neuroni specchio ci consentono di comprendere le azioni altrui ma anche di anticiparle. Ad esempio, quando osserviamo una persona prendere un bicchiere per portarlo alla bocca, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni motori che si attiverebbero se l’atto di prendere il bicchiere per portarlo alla bocca lo stessimo compiendo noi stessi. In pratica, da un punto di vista esperienziale, noi effettuiamo degli atti motori anche quando vediamo qualcun altro eseguirli. Facciamo esperienza compiendo degli atti motori finalizzati e facciamo esperienza osservando gli altri compiere atti motori facenti parte del nostro repertorio motorio. Inoltre, i neuroni specchio si attivano anche per atti motori finalizzati che vengono uditi. Ad esempio, se sentiamo aprire una lattina di una bibita in una stanza accanto alla nostra dove non vediamo l’esecutore di quell’atto motorio, i nostri neuroni specchio si attivano come se l’atto lo stessimo compiendo noi stessi. Con i medesimi meccanismi, in noi viene simulato lo stato d’animo di una persona che non vediamo ma che sentiamo ridere, piangere o urlare dal dolore (Blanco, 2015). I neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale anche nell’apprendimento, in quanto la base di quest’ultimo è di natura motoria. Inoltre, la scoperta dei neuroni specchio ha confermato le osservazioni compiute negli anni Settanta del secolo scorso dallo psicologo Meltzoff il quale studiò il comportamento imitativo di un bambino nato da soli quarantuno minuti. Per tutta la durata della nostra vita noi esseri umani imitiamo i nostri simili e ci rispecchiamo in essi. Le esperienze sociali sono la fonte del nostro saper vivere in tutti i sensi, dagli atti motori sino ad arrivare alla manifestazione delle emozioni. Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto. Io osservo il volto di una persona e le sue emozioni risuonano in me, perché mi rispecchio in essa. Questo il motivo per cui se un soggetto osserva un altro soggetto triste, i neuroni specchio relativi ai muscoli del volto dell’osservatore si attivano come quando egli stesso prova un sentimento di tristezza. Pertanto, i neuroni specchio ci permettono di sperimentare dentro di noi le emozioni provate da un nostro simile e condividere con lui la sua esperienza interiore (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). In sostanza, i neuroni specchio sono la base neurale dell’empatia.
L’empatia è la capacità di un individuo di immedesimarsi nell’altro, sia persona reale che immaginaria, come ad esempio il personaggio di un film. Il significato etimologico del termine empatia è "sentire dentro". Grazie ad essa, infatti, possiamo relazionarci e condividere le stesse emozioni del nostro interlocutore semplicemente osservandolo o ascoltandolo. Sicuramente il senso che ha maggior rilievo è la vista ma, per esempio, possiamo entrare in empatia con un altro soggetto anche attraverso l’udito, tramite l’intensità, l’intonazione ed il ritmo del parlato. Ricordiamoci che, come detto in precedenza, il cervello è stato “progettato” per essere sociale. Ogni volta che due o più persone interagiscono, anche solo per qualche istante, connettono i loro cervelli. È impossibile non entrare in empatia con gli altri. Addirittura, se le interazioni sono frequenti e si realizza una vera e propria relazione sociale, si innescano dei meccanismi automatici di simulazione incarnata. Con simulazione incarnata si intende la capacità di riconoscere in coloro che osserviamo un qualcosa in cui ci immedesimiamo e di cui ci appropriamo tanto da farlo nostro. Alla base non vi è alcun ragionamento, ma una comprensione diretta che viene dall’interno (Blanco, 2018).


Conclusioni
È stato appurato come in situazioni di grave stress gli individui sono predisposti ad instaurare rapporti umani al fine di contrastare le aggressioni esterne. In quest’ottica, il sequestratore, che non maltratta né psicologicamente né fisicamente la sua vittima ma, anzi, condivide le sue stesse ansie, i rischi e le paure, da responsabile dell’azione criminale si tramuta in un alleato per combattere i nuovi eventi stressanti. Lo stesso fenomeno avviene anche nella situazione inversa, a patto che il delinquente non soffra di un disturbo di personalità antisociale[12]; in questo caso, non proverebbe alcun senso di colpa e sarebbe pronto ad abusare e persino uccidere i propri prigionieri (Biagini, Zenobi, Vargas, Marasco, 2010). Per evitare di sviluppare questo fenomeno, al fine di preservare l’integrità del piano criminale, gli ideatori del sequestro, che non sempre coincidono con gli autori materiali, raccomandano ai sequestratori “sul campo” di mantenere un atteggiamento rude e violento proponendo un ricambio continuo degli incaricati all’azione, così da evitare lo sviluppo di particolari rapporti con gli ostaggi.
Chi sviluppa la sindrome di Stoccolma, anche dopo il rilascio, dimostra tratti tipici di pazienti affetti da disturbo post traumatico da stress. Nelle vittime, infatti, si manifestano problemi psicofisici quali insonnia, incubi, fobie, depressione, trasalimenti improvvisi e flashback in cui esse rivivono l’esperienza traumatica. Seppur consapevoli di soffrire a causa dell’esperienza vissuta, ciò non indica un fattore per provare sentimenti d’odio nei confronti dei sequestratori. Anzi, alcune vittime, anche a distanza di tempo, continuano a nutrire sentimenti positivi nei confronti del loro carnefice, adottando atteggiamenti ostili verso la polizia e la autorità.
È altrettanto importante sottolineare il fatto che, ad oggi, con il termine “sindrome di Stoccolma” non si fa rifermento unicamente ai casi di sequestro, ma anche a quelle particolari situazioni in cui l’individuo è un membro della famiglia. Lo psicologo Joseph Carver, nell’articolo Love and Stockolm Syndrome: the mistery of loving an abuser, afferma che molte donne, così come le vittime di sequestri o abusi, possono vivere tale fenomeno all’interno delle loro relazioni con psicopatici; anche dopo aver sciolto il loro legame, ammettono di amare ancora queste persone o di essere gelose se questi instaurano nuove relazioni amorose (Monzani, 2016). Sviluppano un attaccamento patologico caratterizzato da una forte dipendenza affettiva e si convincono del fatto che i loro aguzzini siano in realtà indispensabili per lo loro sopravvivenza. Tale condizione complica ulteriormente la possibilità e la capacità della vittima di denunciare ciò che le succede e, quindi, portare all’incriminazione del delinquente. Spesso la  persona perseguitata si sente incapace di poter instaurare qualsiasi tipo di relazione sana con un altro soggetto e incolpa se stessa di tale condizione. Carver definisce questa percezione distorta della realtà con il termine dissonanza cognitiva (Monzani, 2016). La combinazione tra sindrome di Stoccolma e dissonanza cognitiva provoca la convinzione che la relazione non solo sia accettabile ma, addirittura, necessaria alla propria sopravvivenza; la vittima sente che se la relazione dovesse finire, crollerebbe mentalmente (Carver, 2016).
Per aiutare le vittime sarebbe sicuramente necessario studiare un percorso specifico che le accompagni psicologicamente dal momento della denuncia del fatto, durante il processo, fino alla rielaborazione della vicenda al termine del percorso giudiziario. La soluzione più pratica e funzionale è sicuramente l’interruzione di qualsiasi rapporto con il proprio carnefice ma, nella maggior parte dei casi, questo risulta impossibile.

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Bibliografia
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Sitografia
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  • Mypersonaltrainer.it, Sindrome di Stoccolma: cos'è? Cause, sintomi, diagnosi e terapia, articolo di Antonio Griguolo del 11 maggio 2020
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  • Secoloditalia.it, La “sindrome di Stoccolma” ha 40 anni. Tutto partì da una rapina in banca, articolo del 21 agosto 2013
https://www.secoloditalia.it/2013/08/la-sindrome-di-stoccolma-ha-40-anni-tutto-parti-da-una-rapina-in-banca/
  • Tg24.sky.it, Rapina a Stoccolma: la storia vera da cui ha origine l'espressione Sindrome di Stoccolma, articolo del 20 giugno 2019
https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2019/06/20/rapina-a-stoccolma-storia-vera

Video
  • Sky TG24, Jaycee Dugard per 18 anni nelle mani di un invasatoù


[1] Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici redatto dall'American Psychiatric Association. Nel corso degli anni il manuale è arrivato ora alla 5ª edizione.
[2] Esercito di Liberazione Simbionese: gruppo di guerriglia urbana, che contava circa una dozzina di membri, noto per l'omicidio del sopraintendente alla scuola di Oakland, Marcus Foster.
[3] Predisposizione a soddisfare immediatamente i propri istinti e le proprie pulsioni primordiali, una gratificazione immediata e impulsiva.
[4] Gratificazione più matura, ragionata, sensata. Si è in grado di differire la gratificazione dei propri bisogni nel tempo, resistendo e appagandoli quando il momento ed il contesto lo consente.
[5] Caratteristica principale della vittima negatrice, che non è consapevole di riferire il falso, in quanto crede di affermare il vero perché nega il significato o l’avvenimento del fatto.
[6] “Colui che si prende cura”
[7] Insieme di schemi di rappresentazione interna che costituiscono immagini, emozioni, comportamenti connessi all’interazione tra bambino e caregiver, che diventano ben presto inconsapevoli e tendenzialmente stabili nel tempo.
[8] Si tratta di un’intervista semi-strutturata per valutare lo stile di attaccamento negli adulti.
[9] L’equipe di Parma, in quel periodo, era composta da Rizzolatti, Gallese, Fogassi, Fadiga e di Pellegrino.
[10] Area della corteccia cerebrale che attiva i muscoli.
[11] L’area 6 di Brodmann è suddivisa in due aree situate nella porzione inferiore della corteccia premotoria: F4 e F5. La lettera “F” sta per “frontale”.
[12] Disturbo di personalità dominato da “un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta nella fanciullezza o nella prima adolescenza, e continua nell’età adulta” (DSM IV, 2001).


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